“L’UNIONE EUROPEA E’ UNA MACCHINA CHE FABBRICA POVERTA’ (MARINE LE PEN)”-UNA FIRMA PER BERLUSCONI – NON PASSERO’ DA ITACA (FRANCO CARDINI)


 “L’UNIONE EUROPEA E’ UNA MACCHINA CHE FABBRICA POVERTA’ (MARINE LE PEN)”-UNA FIRMA PER BERLUSCONI – NON PASSERO’ DA ITACA (FRANCO CARDINI)
Wednesday, March 19, 2014 – aggiornamento : 20.03.’14
“L’UNIONE EUROPEA E’ UNA MACCHINA CHE FABBRICA POVERTA'(MARINE LE PEN)”-UNA FIRMA PER BERLUSCONI-<< NON PASSERO’ DA ITACA (FRANCO CARDINI)>>Articolo di Stenio Solinas ( e altro )…
[“Az.-20.3.’14*]
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“Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia. Il resto è propaganda”
[ LETTO SUL WEB ]

   Associazione Azimut - Naples, Italy

ASSOCIAZIONE “AZIMUT” NAPOLI (ITALY) LA << POSTAZIONE TELEMATICA DELLA LIBERTA’>>
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UNA BUONA LETTURA !
 anteprima di web – scritto : 19/03/2014 – aggiornamento : 20/03/2014
https://azimutassociazione.wordpress.com : associazioneazimut@tiscali.it
Oggi : “L’UNIONE EUROPEA E’ UNA MACCHINA CHE FABBRICA POVERTA’ ( MARINE LE PEN )” – UNA FIRMA PER BERLUSCONI – << NON PASSERO’ DA ITACA ( FRANCO CARDINI ) >> – Articolo di Stenio Solinas  
 E ALTRO…
[ “AZ.-NEWS” : 20.03.’14 
 
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In questo numero ( pure ) : Una bellezza così grande da spiazzare i salotti – Articolo di Stenio Solinas
vedi : oltre ]
Segnalazione : La Crimea che (forse) non è il Kosovo – Articolo di Massimo Fini
vedi : oltre ]
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I
IN COPERTINA

[ FRANCIA CHIAMA ITALIA ]

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[ DA MESSAGGIO – “POSTATO” SU FACEBOOK ]

II

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LO << SCUDISCIO DI  GIANCARLO LEHNER >>
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—– Original Message —– From: Giancarlo Lehner –To: ( . . . )
Sent: Thursday, March 20, 2014 12:31 PM
Subject: Lehner: i vertici militari tacciano
Se fossi Renzi, domanderei quale altra guerra abbiano perduto i nostri alti gradi militari per pretendere ad ogni costo gli F35.  Anche Badoglio, l'”eroe” di Caporetto e capo tour della retromarcia dei vili con o senza stellette verso Brindisi, invece di strasene a cuccia, pretendeva e pretese molto. La fuga nauseante, ignobile, vigliacca ed anche criminale (alla luce del prezzo di vite umane) del 9 settembre 1943 da parte di troppi generali italiani si staglia tuttora nella memoria e vieta ai nostri signori della guerra di esigere alcunché, accontentandosi del vergognoso cadeau ricevuto dal ministro La Russa, nella stagione più dura dei tagli e dei sacrifici: Maserati in luogo di normali auto blu.
Giancarlo Lehner

III

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( E A PROPOSITO DI “GENERALI FELLONI”…SPERANDO IN QUALCHE << CAPORALE >>…

[ “AZ.” ] DA MESSAGGIO – “POSTATO” SU FACEBOOK…..

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foto di Romano Rosa.

[ SENZA PAROLE : Non è il popolo che deve aver paura….. ]

IV

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[ AHINOI – QUESTI “ITALIANI – ITALIBANI”  CHE “SBAVANO” PER MATTEO E BEPPE… ]

“Francia o Spagna, purché se magna”…..

"Renzi lavora per far ripartire il Paese e non per le Europee" ALL’INSEGNA – PER LOR SIGNORI – “…Franza o Spagna…basta che se magna…” – [ “AZ.” – OHIBO’ ]  “Renzi lavora per far ripartire il Paese e non per le Europee” – Commenta  Boom di Renzi sui social, secondo solo a Grillo( . . . )

[ DELLA “MALEFICA GENIA” : I << COMPARI (POST?)COMUNISTI >> ]

“SUADENTI ANNUNCI” ( NON ATTUATIVI ) OVVERO BLA-BLA-BLA…

Nel frattempo ( attuano ) : preparano l’imboscata “alla greca” ( capite ? ) : il “giro di vite” –Cosa prevede il piano Cottarelli – Delrio: “Statali in esubero? Solo bozze” – “C’è l’elenco dei tagli ma…..

decidiamo noi cosa fare” ( … ) : nuove assunzioni niet – “lente di ingrandimento” su pensioni, invalidi, reversibilità, conti correnti ( sperando che manchi qualche asterisco – punto – o virgola…. : giusto per intervenire… ) ; dato che il cosiddetto << nuovo redditometro >> ( per monitorare la miseria – che i soliti  noti hanno ogni “intestazione fiscale” all’estero… ) –  “alleggerire” la sanità ( sic ) –  E ancora Il programma F35 si può modificare ( “Azimut” c’è, veramente, da “scompisciarsi” )…..

[ AHINOI ! ]

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V

Berlusconi si autosospende, non è più Cavaliere del lavoro [ “AZ.” ] UN “CAPOLAVORO” – SENZA PIU’ L’INTRUSO CHE POSSA METTTERSI DI TRAVERSO… – Berlusconi si autosospende, non è più Cavaliere del lavoroCommenta  Confermata l’interdizione di 2 anni per l’ex Cav – Commenta  Mediaset: chiuso caso giudiziario lungo 13 anni ( . . . )

DISOBBEDISCI FIRMA PER CANDIDARE BERLUSCONI [ VEDI : OLTRE ]

VI

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[ da messaggio – “postato” su facebook ]

IN VETRINA

(foto tratta dal web : << “Baffino” & “Renzi – il bello” >>)
[ Associazione Culturalsociale “Azimut” – Napoli. –  A “ONOR DI CRONACA” : Eccoli tra gli << ueisti >> , << merikanisti >> e << mondialisti >> , alto gradimento di “franchi”, “angli” e “lurchi” ; posto di onore tra vassalli, valvassori e valvassini dei << proconsoli del dinero >> e di “agenti bankster ” della schiera di << europlire >>.”A registro”… (Amen ! )… ] – FINIRANNO, PRIMA O POI, CON IGNOMINIA !

Le ricette di Renzi, i sorrisi di Barroso e Van Rompuy http://t.co/Y94X96BuG3 via @repubblicait

Gli 80 euro in busta paga, i 10 miliardi per rilanciare la domanda di 10 milioni di italiani. Soprattutto l’innalzamento del disavanzo: il…
video.repubblica.it
VII
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[ “AZ.” ] “NON CANDIDABILE”…E “NON VOTANTE”… (…E TE PAREVA… )
Interdizione confermata, Berlusconi non si può candidare
[ “AZ.” ] IL “NEMICO PUBBLICO NUMERO UNO” (SIC) DEL << SISTEMA DI POTERE >> (!)

DISOBBEDISCI FIRMA PER CANDIDARE BERLUSCONI [ VEDI : OLTRE ]

VIII

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IN EVIDENZA

Cosa dice la sentenza che ha condannato Berlusconi

[ “Toga – toga” – “…perde il pelo ma non il vizio…” ]

Confermati i due anni di interdizione dai pubblici uffici per Silvio Berlusconi. Lo ha deciso la terza sezione penale della Cassazione. La pena accessoria è ora immediatamente esecutiva.

La suprema Corte ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa di Berlusconi contro la sentenza con cui la corte d’appello di Milano, il 19 ottobre scorso, fissò in due anni il periodo di interdizione per l’ex premier. I giudici di piazza Cavour hanno dichiarato irrilevanti le questioni di legittimita’ costituzionale sollevate dagli avvocati Coppi e Ghedini, nonché condannato Berlusconi a pagare le spese processuali. I due anni di interdizione sono la pena accessoria collegata alla condanna, divenuta definitiva il primo agosto scorso, a 4 anni di reclusione (3 coperti da indulto) per frode fiscale comminata al leader di Forza Italia nell’ambito del processo Mediaset. La Cassazione, confermando la condanna, lo scorso agosto aveva però annullato con rinvio la prima sentenza di appello limitatamente al periodo di interdizione, che i giudici del merito avevano inizialmente fissato in 5 anni. Nelle sue motivazioni la Cassazione aveva spiegato che il periodo di 5 anni era risultato da un calcolo errato, per cui aveva ordinato ai magistrati milanesi di ripronunciarsi sulla pena accessoria.

Questa, quindi, in ottobre, era stata fissata in due anni, ma tale verdetto era stato impugnato in Cassazione. Anche il sostituto pg della Suprema Corte, Aldo Policastro, aveva sollecitato il rigetto del ricorso della difesa di Berlusconi. La decisione dei supremi giudici è giunta dopo più di quattro ore di camera di consiglio.

LE ELEZIONI EUROPEE – La pena adesso è immediatamente esecutiva: a meno di colpi di scena, significa che il leader di Forza Italia non poterà candidarsi, come avrebbe voluto il Cavaliere, alle prossime elezioni europee. Come chiarisce il presidente della giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato, Dario Stefano, “nei prossimi due anni egli non godrà del diritto di elettorato attivo e passivo”. Amareggiato il difensore di Berlusconi, Niccolò Ghedini: “Avremmo ritenuto quantomeno necessario un approfondimento presso la Corte Europea di Strasburg”», ha detto il legale. Intanto il prossimo 10 aprile, davanti ai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Milano, verrà discussa la sua richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali. Richiesta presentata dopo che la Cassazione lo ha condannato per frode fiscale per il caso Mediaset a quattro anni di reclusione, tre dei quali coperti da indulto e martedì definitivamente, a due anni di interdizione dai pubblici uffici.] L’interdizione e le elezioni europee

(Affaritaliani.it )

IX

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Arturo Stenio Vuono[“AZ”] : Per aderire all’iniziativa che, da domenica, è stata promossa dal quotidiano “il Giornale” di Milano, indirizzare :  
una mail a berlusconi.candidato@ilgiornale.it o inviare fax a questo numero: 02 720238
X

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[ “AZ.” ] RENZI – IL “PREMIER” ( SI FA PER DIRE ) :

“…UNA NE FACCIO…E…CENTO NE PENSO…” ( PER I “GRULLI”… )

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[ “AZ.” ] “GIOVINASTRO –  IMBROGLIONE”… VAFFANC…! ! !.

[( “AZ.”) CI PREPARANO UN “BEL PIATTINO”……ECCO UNA DELLE “SECRETE COMBINATE” : “GIOVINASTRO FACCIA D’ANGELO” ]

( DA MESSAGGIO – “POSTATO” SU FACEBOOK )
VENDITORE DI PENTOLE… 80 EURO… IN CAMBIO DI UN VOTO ALLE EUROPEE… RENZI CI PRENDE PER I FONDELLI… METTE 80 EURO IN BUSTA PAGA E SE LI RIPRENDE ELIMINANDO LE DETRAZIONI PER IL CONIUGE A CARICO…  Il governo di Matteo Renzi ha tutta l’intenzione di cancellare la detrazioni per il coniuge a carico. Le donne devono essere incentivate a lavorare, non tanto a restare a casa a badare a figli o anziani genitori. E il mondo cattolico insorge: altro che aiuto alle famiglie, così le si penalizza. L’intento dell’esecutivo è scritto nero su bianco sulla scheda di sintesi della legge delega per la riforma del mercato del lavoro, il cosiddetto Jobs act. Un po’ nascosto, certo. Per la precisione, si trova nell’ultima pagina della scheda, dove si fa riferimento al capitolo dedicato alla «Delega in materia di conciliazione dei tempi di lavoro con le esigenze genitoriali». Al punto c) si legge infatti: «Abolire la detrazione per il coniuge a carico e introdurre il tax credit, quale incentivo al lavoro femminile, per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito familiare». Avvenire, quotidiano di riferimento della Cei, denuncia questa intenzione come un atto che cancella «l’unico sostegno economico per le donne che scelgono di rimanere a casa per curare i figli e gli anziani genitori». Una scelta penalizzante, dunque, anche se economicamente modesta – si tratta di 800 euro l’anno per i redditi medio-bassi, riconosciuti al marito o alla moglie che lavora, mentre l’altro coniuge rimane a casa – ma soprattutto, sottolinea Avvenire, il segno di una «visione puramente ideologica, figlia di una concezione sbagliata della parità, che di fatto nega alle donne una reale libertà di scelta se lavorare fuori casa o dentro, se produrre beni oppure occuparsi a tempo pieno dei figli». Anche secondo il Forum delle associazioni familiari boccia con forza l’iniziativa del governo e parla di «una scelta che lascia interdetti non tanto e non solo per i suoi significati economici, quanto per le valenze sociali e culturali che porta con se’», come dichiara in una nota il presidente del Forum, Francesco Belletti. Il quale insiste sul fatto che quello previsto dal Jobs act è un atto «ideologico», una «doccia fredda che riporta indietro l’orologio della storia a quando la fatica esercitata nel segreto delle mura domestiche veniva considerata come un non-lavoro o una mansione di serie b». Secondo Belletti, inoltre, si prospetta un rischio ancora più pesante per le famiglie, perché, essendo ormai quasi azzerato il welfare pubblico, l’assistenza ai bisognosi viene per forza di cose affidata alla famiglia. E così «la famiglia si troverà a dover delegare badanti o baby sitter alle quali girare il reddito che si guadagna con l’impiego esterno». Alla fine, insomma, le donne potrebbero rischiare di dover usare il reddito del proprio impiego per pagare chi possa badare ai figli e ai parenti malati. Sempre ammesso che queste madri, figlie e mogli riescano a trovarlo, un lavoro. Belletti infine auspica che «Renzi, dopo aver quasi dedicato la sua manovra anti crisi alla famiglia, dai microfoni di innumerevoli trasmissioni televisive, voglia porre rimedio allo svarione che rischia di metterlo in grave imbarazzo».  Seguici su fb: https://www.facebook.com/pages/Identit%C3%A0-Nazionale/648737595189587

VENDITORE DI PENTOLE… 80 EURO… IN CAMBIO DI UN VOTO ALLE EUROPEE…
RENZI CI PRENDE PER I FONDELLI… METTE 80 EURO IN BUSTA PAGA E SE LI RIPRENDE ELIMINANDO LE DET…RAZIONI PER IL CONIUGE A CARICO…

<< Il governo di Matteo Renzi ha tutta l’intenzione di cancellare la detrazioni per il coniuge a carico. Le donne devono essere incentivate a lavorare, non tanto a restare a casa a badare a figli o anziani genitori. E il mondo cattolico insorge: altro che aiuto alle famiglie, così le si penalizza. L’intento dell’esecutivo è scritto nero su bianco sulla scheda di sintesi della legge delega per la riforma del mercato del lavoro, il cosiddetto Jobs act. Un po’ nascosto, certo. Per la precisione, si trova nell’ultima pagina della scheda, dove si fa riferimento al capitolo dedicato alla «Delega in materia di conciliazione dei tempi di lavoro con le esigenze genitoriali». Al punto c) si legge infatti: «Abolire la detrazione per il coniuge a carico e introdurre il tax credit, quale incentivo al lavoro femminile, per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito familiare ». Avvenire, quotidiano di riferimento della Cei, denuncia questa intenzione come un atto che cancella « l’unico sostegno economico per le donne che scelgono di rimanere a casa per curare i figli e gli anziani genitori ». Una scelta penalizzante, dunque, anche se economicamente modesta – si tratta di 800 euro l’anno per i redditi medio-bassi, riconosciuti al marito o alla moglie che lavora, mentre l’altro coniuge rimane a casa – ma soprattutto, sottolinea Avvenire, il segno di una « visione puramente ideologica, figlia di una concezione sbagliata della parità, che di fatto nega alle donne una reale libertà di scelta se lavorare fuori casa o dentro, se produrre beni oppure occuparsi a tempo pieno dei figli ». Anche secondo il Forum delle associazioni familiari boccia con forza l’iniziativa del governo e parla di « una scelta che lascia interdetti non tanto e non solo per i suoi significati economici, quanto per le valenze sociali e culturali che porta con se’ », come dichiara in una nota il presidente del Forum, Francesco Belletti. Il quale insiste sul fatto che quello previsto dal Jobs act è un atto « ideologico », una « doccia fredda che riporta indietro l’orologio della storia a quando la fatica esercitata nel segreto delle mura domestiche veniva considerata come un non-lavoro o una mansione di serie b ». Secondo Belletti, inoltre, si prospetta un rischio ancora più pesante per le famiglie, perché, essendo ormai quasi azzerato il welfare pubblico, l’assistenza ai bisognosi viene per forza di cose affidata alla famiglia. E così « la famiglia si troverà a dover delegare badanti o baby sitter alle quali girare il reddito che si guadagna con l’impiego esterno ». Alla fine, insomma, le donne potrebbero rischiare di dover usare il reddito del proprio impiego per pagare chi possa badare ai figli e ai parenti malati. Sempre ammesso che queste madri, figlie e mogli riescano a trovarlo, un lavoro. Belletti infine auspica che «Renzi, dopo aver quasi dedicato la sua manovra anti crisi alla famiglia, dai microfoni di innumerevoli trasmissioni televisive, voglia porre rimedio allo svarione che rischia di metterlo in grave imbarazzo».

Seguici su fb: https://www.facebook.com/pages/Identit%C3%A0-Nazionale/648737595189587

XI

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[ “AZ.” ] POST DEL PRESIDENTE *

<< ( . . . ) Quando incrociai la mia vita col Msi ( era nel ’58 ed io avevo solo quindici anni ed il movimento ne aveva solo dodici ), fu un vero e proprio “colpo di fulmine”, diciamo “un’amore a prima vista” già in incubazione: da più piccolo avevo assistito alla scena di un comizio missino, sciolto di viva forza dalla “celere”, ricordavo le foto dei giornali sulla restituzione – in una cassa di imballaggio – delle spoglie mortali di Benito Mussolini, m’era impressa la scena d’una grande manifestazione di giovani nazionali ( a sostegno della “rivolta ungherese” ) – nel ’56 – contro il comunismo russo; ( . . . ) >>

[  AG Napoli: La storia del Msi, vissuta da un militante ( uno stralcio, dal sito )- 22 novembre 2006 |  Autore: admin – TRATTO DA ” 50 ANNI DI MOVIMENTO : LA STORIA DEL MSI, VISSUTA DA UN MILITANTE ” di Arturo Stenio Vuono “STAMPATO IN PROPRIO DA A.G.- ARENELLA – NAPOLI – 1997″ ( II – PAG. 7 E SEGUENTI ; XIII PAG. 33 e SEGUENTI ) –  (II° – pag.n. 7 e seguenti ]

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[ “AZ.” ] POST DEL PRESIDENTE *

  

 

* MSI : ( . . . )  un vero e proprio “colpo di fulmine”, ( . . . ) “un’amore a prima vista ( . . . )

i giorni piu belli della nostra vita – YouTube 

► 6:03

 

www.youtube.com/watch?v=Z4lvJ0a0fYI10 giu 2008 – 6 min – Caricato da romaseifantastica
cantano claudio baglioni laura pausini e renato zero. … You need Adobe Flash Player …

[ “AZ.” ] POST DEL PRESIDENTE *

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*[ SUL “VIALE DEL BEL TRAMONTO”… ]

Foto 

Evidenza - Manifestazione tricolore vuono Foto

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Arturo Stenio Vuono ( Ai lettori – visitatori e collaboratori ) :

Come capita, di sovente, in specie quando ci si trova sul “viale del bel tramonto”, tanti e tanti pensieri si affollano nella mente : e parlano alla ragione, e parlano al cuore; e noi, come i tanti, ci ritroviamo tra la esigenza – per così dire – della << realpolitk >> e gli << ideali >> con i quali ci siamo accompagnati.Quì ( vedi : sotto ) troverete, ad esempio, quel che ci ricorda Ugo Spirito e quel che ci confessa Franco Cardini; non tutto – di loro – si può condividere ma è in comune, quanto ai sentimenti, rispettivamente l’ultima << solitudine >> e un saluto << struggente >>. In questi giorni li abbiamo (ri)trovati e (ri)pensati. Ma pur bisogna andare… come meglio si può…e la necessaria quotidianetà, nell’attuale – per il futuro – , mai significherà – per noi – rinuncia alla <<strada maestra >> e alla “dritta via”.

Buona Lettura !

( nella foto : UGO SPIRITO )

 [* —– DALLA << CORPORAZIONE PROPRIETARIA >> ALLA << IMPRESA PROPRIETARIA >> …E  L’ << ATTUALISMO >> ? ]

[ (“Az.”- stralcio  ) : << Il 5 Maggio 1932, a Ferrara, nel corso di un animato dibattito al II° Convegno di studi sindacali e corporativi, Ugo Spirito lanciò l’idea della << corporazione proprietaria >> – (………) Impresa, sindacato, ( . . . . . . . . . ) corporazione, Stato : quattro termini che non hanno ancora trovato un centro sistematico(…..) Quale sarà l’avvenire ? Dati i termini del problema… (……….) la soluzione logica appare quella della corporazione proprietaria e dei corporati azionisti della corporazione. E’ una soluzione che…risolve le antinomie ( …. ), unisce il capitale e il lavoro, elimina il sistema ( …………….. )dualistico…supera il concetto di lotta di classe superando lo stesso concetto di classe……Due mesi dopo…richiamava l’attenzione sull’incongruenza…di tipici assertori del più vieto ( ……………………….. )

liberalesimo giuridico ed economico… Quaranta anni dopo – il 30 ottobre 1972 – Ugo Spirito……( . . . )ritornava…..c’era il corporativismo…..quel corporativismo…. per il quale non soltanto datori di lavoro e lavoratori dovevano essere ravvicinati ( ………. ) ma dovevano… ( . . . . . .  . ) fondersi in una proprietà unica dell’azienda…Corporativismo << comunista >> ? Umanesimo scientifico? Idealismo? Attualismo? Problematicismo? …. in uno scrtitto del 1942 di Giuseppe Bottai ( . . . . . . .) L’ordine corporativo…deve affrontare…il << collettivo >>…..se non vuole che il collettivo si trasformi in collettivo comunistico…..E’ la tesi da noi oggi ripresa…della << impresa proprietaria >>… ( . . . . . .) E il 29 Aprile 1979, Ugo Spirito non è più…Ai miei allievi – diceva or è un anno… – non ho più nulla da insegnare……Il problematicismo? è una domanda senza risposta…Noi… – che consideriamo Giovanni Gentile e Ugo Spirito i << classici >> del nostro secolo – …scegliamo l’attualismo… ( . . . . . . ) non sono forse le considerazioni di Ugo Spirito << attualista >> piuttosto che le considerazioni di Ugo Spirito << problematicista >>…E’…, la insegna che …rialziamo : la insegna…….(… ) per la << impresa proprietaria >> …. >>]

[*Giuseppe Ciammaruconi – Articolo pubblicato – il 30 giugno 1979 – sul “Secolo d’Italia” . in << No al salario >> – edito dal C.U.S.I., Comitato Unitario Sindacati indipendenti,Roma 1981/Tip.Cromac]

[ TRATTO DA STAMPA LIBERA ]

30 giugno 2012 | Autore Redazione | Stampa articolo Stampa articolo
…..Cos’è la destra e cos’è la sinistra? Ce lo siamo chiesti in tanti…
Franco Cardini ai ‘camerati’: “La prossima rotta? Non passerò da Itaca”
 A Itaca, o da qualunque parte dell’Ellade veniate, cari camerati, tornateci voi. Io sono vecchio: e passata la settantina si perdono tanti bei piaceri e tanti invidiabili vantaggi, forse non si diventa nemmeno tanto più saggi (anzi, per la verità c’è il pericolo di rimbambire…), ma in cambio si acquista l’impagabile diritto di dir ormai quel che si vuole.
Cari fratelli di non so più quale sponda, siamo stati felici anche quando eravamo o ci ritenevamo o fingevamo di essere degli Arrabbiati. In fondo, il mondo era nostro: di noialtri happy fews, di noi emarginati e ghettizzati, odiati e disprezzati, discriminati e perseguitati, ma anche Signori dell’Isola-Che-Non-C’è, Sovrani dell’Agartha misteriosa, Custodi dell’Ultima Dimora Accogliente al di là della quale c’è l’Ombra che si allunga da est, Sentinelle dell’ultima ridotta che veglia sul Deserto dei Tartari. Ed era nostro anche l’Avvenire: quello del Mito e dell’Apocalisse, anche se non proprio quello della Storia.
Era una strana follìa, la nostra. Chi prima chi dopo, tra gli Anni Quaranta e gli Anni Novanta del secolo scorso, per mezzo secolo circa – e non è poco… – abbiamo continuato a viver intensamente e appassionatamente di politica e qualcuno anche a morirne: eppure, non è che facessimo sul serio politica nel senso proprio e corrente di tale termine. Quella, ci ripetevamo, erano i politicanti e i politicastri a farla: e il politicume non c’interessava. Erano i nostri miti, quelli che inseguivamo. L’Europa che non c’era mai stata anche quando era sembrato che ci fosse, gli dèi che muoiono e che risorgono di cui parla Drieu La Rochelle, la Nazione strettamente legata alla Giustizia Sociale, l’Europa consumata nel rogo di Berlino e schiacciata dai carrarmati sovietici per le strade di Budapest. La Tradizione risplendente di sole dorato e il Fascismo immenso e rosso. Anche dall’altra parte, per noi boscevichi e borghesucci non erano nulla di concreto: erano grotteschi fantasmi creati nella Terra di Mordor, dove l’Ombra cupa scende. Non avevamo certo tempo di scender da cavallo per guardar che cosa ci fosse sotto le pieghe del Capitale di Marx o dentro gli armadi delle banche di mister Adam Smith. A sistemar quella paccottiglia bastavano una riga di Nietzsche, un verso di Pound, un aforisma di Sorel. Com’è bello, al limite quanto è comodo, essere dei puri e assoluti Sconfitti! Che ebbrezza sentirci liberi dalle avvilenti responsabilità reali e concrete, esenti da mediazioni e da relativizzazioni, perfettamente intangibili dinanzi al sudore e al fango di chi, vincendo, era obbligato a sottostare al giogo umiliante del mondo!
E intanto, attorno a noi, si srotolava la Commedia Umana di chi invece viveva del nostro entusiasmo e del nostro amore per le Vette innevate. Avvocaticchi e onorevolucci avvinghiati ai loro collegi, amministratori oculati del ghetto dove si agitavano bravi e onesti travet del nostalgismo littorio e ragazzacci rissosi che si divertivano a picchiarsi uno contro dieci, picchiatori il più delle volte a loro volta picchiati. Loro si arrampicavano sulla roccia del nostro entusiasmo, andavano a Montecitorio e a Palazzo Madama grazie ai manifesti che noi attaccavamo di notte, distribuivano stentorei A noi! durante grevi cene cameratesche e quindi, sottobanco, svendevano al politicantume clericale e moderato i voti raggranellati nel nome della Rivoluzione affinché venissero metabolizzati in moneta corrente e politically correct, biglietti della Banca del Trasformismo e cambiali pagabili alla Borsa dello Scambio dei Piccoli Favori. Fu così che, da Michelini a Fini, si bruciarono i nostri entusiasmi e si consumarono le nostre illusioni.
Ritualmente, a intervalli più o meno regolari, le nostre successive generazioni si svegliavano dal sogno incantato e se se andavano. Spesso sbattendo la porta, più sovente alla chetichella e a testa bassa. Chi cercava un lavoro, chi si faceva una famiglia, chi pensava alla carriera, chi si accorgeva di aver intanto cambiato idea e chi si rendeva conto di non averne mai avuta una al di là dei simboli e degli slogan,spesso démodés e di cattivo gusto. Qualcuno, come Roberto Mieville o Adriano Romualdi, moriva. Qualcun altro, come Roberto Vivarelli o Beppe Vacca o Giulio Salierno o Carlo Mazzantini o Stanis Ruinas o Antonio Pennacchi o i “ragazzi di vita” di Pierpaolo Pasolini, passava al “nemico” (ammesso che fossequello il nemico): magari per un paradossale eccesso di coerenza e di fedeltà, come forse sarebbe accaduto a Berto Ricci se non fosse andato lucidamente e disperatamente a cercar la Bella Morte.
Eppure, qualcosa era rimasto. Finché, politicantismo parlamentare e ipocrisia di federali e di funzionari a parte, le condizioni politiche ci obbligavano a un iterato nondum matura est, restava l’illusione di essere degli emarginati perché, in un mondo di vili e di corrotti, noialtri eravamo nonostante tutto migliori degli altri. Finché c’erano gli altri a considerarci diversi, a ripetere che il miglior fascista era quello morto, la nostra Voce poteva pur orgogliosamente dirsi quella della Fogna. Nell’immenso oceano delle idee confuse sì ma non certo poche, nel Grande Magazzino di noialtri Eversivi e Refrattari, c’era tutto e il contrario di tutto. C’erano il Sacro Romano Impero e la Vandea, la fedeltà al Re (“Dio guardi!”) e al Papa-Re, ma anche la Rivoluzione sociale e il mito – nato “a sinistra” contro il Trono e l’Altare, scivolato “a destra� contro la sovversione materialistica – della Nazione.
Che cos’era dunque la Destra, che cos’era la Sinistra? Se lo sono chiesti in tanti, ce lo siamo chiesti in tanti, prima di Giorgio Gaber. A suo tempo, qualcuno ha dato perfino ascolto ad Armando Plebe e un po’ tutti abbiamo giocato al quiz proposto da “L’Espresso”, quello col cane di destra e il gatto di sinistra, la vasca da bagno di destra e la doccia di sinistra, il bluson noir e gli stivali a punta di destra e l’eskimo innocente di sinistra, Battisti (nel senso di Lucio) di destra e Guccini di sinistra.
Quando avevo vent’anni e mi piacevano Nietzsche, Sorel e un po’ anche Bakunin, ero missino ma la destra non mi diceva nulla: mi piaceva il gesto di D’Annunzio che scavalca i banchi parlamentari correndo a sinistra, “verso la vita”, mentre sapevo bene che Mussolini aveva scelto per la sparuta pattuglia dei deputati fascisti entrati di fresco a Montecitorio la destra come cosciente provocazione contro la “Destra� e la “Sinistra” storiche dell’Italietta.
Se il pugnale del Luccheni a lacerar la carne dell’imperatrice Elisabetta mi appariva già da allora un sacrilegio blasfemo, vedevo in cambio in Gaetano Bresci che spara al “Re Buono” un giusto vindice dei cannoni dell’infame Bava Beccaris puntati a zero contro la povera gente: e un giovane geniale universitario, Gabriele Truci – filosofo e musicologo, beethoveniano di stretta osservanza, caduto a ventitré anni dal cielo sullo Starfighter che guidava come sottotenente d’aeronautica – mi confortava nel mio “fascismo di sinistra” figlio sia pur discolo della gloriosa Unione Sindacale Italiana; contemporaneamente a quella scelta storico-politica, però, mi affascinava la “Destra cosmica” proposta da Attilio Mordini, da Fausto Belfiori, da Primo Siena: gli eletti alla Destra del Padre, il Destra versus Sinistra come il Sopra divino contrapposto al Sotto infero, Luce contro Tenebra. Del resto ero cattolico, come con qualche occasionale debolezza sono grazie a Dio sempre rimasto: e mi sentivo fermamente, solidamente ancorato alla Dottrina Sociale della Chiesa alla quale amavo avvicinare la bozza di costituzione della Repubblica Sociale, i “Diciotto Punti di Verona”, almeno per i capitoli dedicati appunto all’economia e alla socialità. Il mio ideale sarebbe stato la quadratura del cerchio, la composizione di quell’ossimorico enigma, la conciliazione tra Sinistra storica e Destra ontologico-metafisica.
Ma ci si poteva accontentare anche di meno. Per molti di noi, la Destra stava nell’inginocchiarsi dinanzi all’Altare della Patria; per molti altri, nel sogno di vederlo saltar in aria. Si stava “a destra” con De Maistre e con Donoso Cortés, con Schmitt e con De Unamuno; ma anche con Sorel e con D’Annunzio, con Mussolini e perfino con Perón; qualcuno, tra Anni Settanta e Anni Ottanta, decise di stare “a destra” perfino col “Che” Guevara. Si evitava accuratamente di porci qualche imbarazzante questione: stendevamo un velo pietoso, e forse anche un po’ ipocrita, su quello che per analogia con il “socialismo reale” potremmo definire il “fascismo reale”, quello del compromesso con il capitale, della repressione poliziesca, del colonialismo tardivo ma non meno feroce, del razzismo e del genocidio. In quanto “fascisti immaginari”, ci autoassolvevamo da colpe e da doveri di critica: la nostra emarginazione ce lo consentiva in quanto non c’imponeva né discussione né verifica. Il nostro sogno era la conciliazione fra Tradizione, Nazione e Giustizia Sociale; e quindi l’avventura cavalleresca, Ungern e Harrer, Lawrence d’Arabia e i mercenari “cuori-di-tenebra” nel Katanga. Mitologia, mitopoietica, metapolitica, antipolitica.
Un po’ più di rigore storico, forse, sarebbe stato necessario: e, come si recita nel seder pasquale ebraico, “ci sarebbe bastato”. Allora avremmo visto bene, e ce ne saremmo accorti con chiarezza, come la radice dei nostri malintesi e dei nostri disagi stava tutta – Zeev Sternhell lo ha spiegato bene – nel groviglio di eventi e nel piano inclinato di malintesi maturato tra la “rivoluzione” del 1830 e quella del 1848, quando le borghesie europee, impaurite per l’ascesa del Quarto Stato, avevano mischiato le loro idee, le loro aspirazioni e i loro interessi “nazionali” con una buona dose di quelle istanze “tradizionaliste” che fino ad allora erano state proprie di una  Destra cattolica, legittimista e comunitarista che esse avevano fino ad allora odiato e considerato la sua massima nemica. Da quel foedum impius era derivato tutto il resto: quello era stato – cari camerati che volete tornare a Itaca – il “”cavallo di Troia” attraverso il quale capitalismo, borghesismo e liberismo si erano insinuati in quel che restava del bastione antimoderno compromettendolo del tutto.
Perché la radix omnium malorum, non dimentichiamolo, è la rivoluzione della Modernità intesa anzitutto come individualismo e come Volontà di Potenza connessa con l’inversione – maturata tra XII e XVI secolo e sfociata nella follìa conquistatrice e rapinatrice del mondo – del rapporto tra produzione e consumo, quindi con il primato dell’economico e con il processo di secolarizzazione che ha desacralizzato il potere politico e del quale le Chiese cristiane storiche dell’Occidente sono esse stesse corresponsabili. Individualismo e Volontà di Potenza che ci hanno strappato dall’antica, millenaria regola secondo la quale si produce per consumare, che ci ha obbligato a consumare per produrre sempre di più, che ci ha resi schiavi delle regole del profitto e del progressismo faustiano, che ha distrutto progressivamente qualunque “cultura del limite”.
La grande apostasia è cominciata quando l’Europa ancora cristiana ha definitivamente accantonato la prospettiva scolastica del rapporto tra homo e communitas come un rapporto tra imperfezione e perfezione, e quindi della perfezione della comunità di fronte all��imperfezione del singolo individuo – che non diventa persona se non nella sua dimensione sociale, nel suo rapporto con gli altri – ch’era fondata sulla base di un’unità e di una gerarchia esistenti nella società in analogia con quelle che reggevano il cosmo: perché “sicut homo est pars domus, ita domus est partis civitatis: civitas autem est communitas perfecta, ut dicitur in I Politicae. Et ideo sicut bonum unius hominis non est ultimus finis, sed ordinature ad bonum commune, ita etiam et bonum unius domus ordinaretur ad bonum unius civitatis, quae est communitas perfecta”; e di conseguenza, “bonum proprium non potest esse sine bono comuni vel familiae vel civitatis aut regni” (Thomae Aquinatis Summa theologiae, I.a. II.ae, q. XC, art. 3 e II.a II.ae, q. XLVII, art. 10, sulla scorta della Politica aristotelica). Tutte le grandi civilt� dell’antichità e per quel che ne sappiamo dello stesso medioevo occidentale si sono naturaliter ordinate a questo principio che Tommaso lucidamente codifica in pieno Duecento: qui sta il nucleo forte e profondo della natura umana, dell’homo politicus che in quanto tale è anche homo religiosus, quindi del fondamento stesso di quel “diritto naturale” che oggi, lontano dal dogma e a oltre mezzo millennio dall’avvìo della rottura apostatica, appare tanto arduo non solo a restaurarsi, ma anche a definirsi per il presente: poiché il faustismo, una volta accettato in parte e ancorché in inizialmente limitata misura, diventa inarrestabile e conduce fatalmente alla legittimazione dell’ homunculus.
In fondo, cari amici, con molti errori e con una prospettiva neopagana e immanentistica di fondo che quanto meno a me cattolico lo rendeva inaccettabile, tutto ciò era stato sul serio spiegato con una qualche efficacia nella Rivolta contro il mondo moderno di quell’a noi ben noto Innominabile Jettatorio Barone dal magistero del quale in un modo o nell’altro almeno noialtri nati fra il ’30 e il ’60 siamo stati tutti toccati e al quale dobbiamo pertanto esser tutti grati.
Ma forse il potere logora davvero soprattutto chi non ce l’ha. Privi di Maestri e provvisti di rozzi metodi artigianali, lontani dai centri nei quali il pensiero poteva essere agevolmente ed efficacemente elaborato, ridotti alle nostre piccole università artigianali di covi di periferia in cui si studiava su libri comprati di seconda mano, non siamo stati – sia pur magari senza colpa – all’altezza della situazione che abbiamo dovuto affrontare nel mezzo secolo tra la fine della seconda guerra mondiale e l’effimero fallace avvento dell’era della Megapotenza Unica mondiale e del “pensiero unico”. Stavamo passando, come ha detto Zygmunt Bauman, dalla �Modernità solida” ben certa dei suoi valori individualistici ed economicistici alla “Modernità liquida”, o “Postmodernità”, che li avrebbe invece messi in discussione: avremmo dovuto egemonizzare questa fase di passaggio, invertire magari il ciclo storico, metterlo in discussione e postularne perfino la reversibilità. Non ne siamo stati capaci. Ci ostinavamo, per provincialismo e per ignoranza, a parlar ancora in termini tardottocenteschi e a baloccarci con oziose desuete questioni mentre il mondo se ne andava per conto suo. Le lobbies multinazionali lo stavano divorando e inquinando, eppure noi non ce ne accorgevamo. La follìa dello sfruttamento e la cecità dell’iperprogressismo tecnologico facevano della terra un immenso deserto e lo chiamavano Libertà e Democrazia, mentre noialtri fascisti immaginari continuavamo ancora ad accapigliarci per stabilire se si dovesse stare con le Giacche Blu o con quelle Grige, con i garibaldini o con i Borboni, con D’Annunzio o con Mussolini, con il fascismo-”movimento” o con il fascismo-”regime”, con i falangisti o con i carlisti, con le SA o con le SS, con i “berretti verdi” o con Giap e Ho-Chi-Min, con il socialismo sionista dei kibbutzim o con il “socialismo arabo” di Nasser.
Ma è venuta poi l’alba livida del disincanto: e dopo di essa abbiamo perduto il diritto di  fingerci innocenti. Sono venuti i giorni in cui l’uva è miracolosamente sembrata infine matura per noialtri piccole volpi. Bastava camuffarsi solo un pochino, vendere appena qualche brandello dei nostri inutili sogni romantici et voilà: ecco che chi fino ad allora aveva sognato come massimo traguardo della sua vita un posticino di consigliere comunale si trovava sottosegretario; chi aveva sperato ardentemente di diventar segretario federale si trovava in Senato senza aver nemmeno capito bene come ci fosse arrivato; chi aveva gridato al miracolo perché i brandelli di lottizzazione di cui gli era toccato di godere lo avevano portato al livello di caposervizio, ora si vedeva fiondato dietro la scrivania di mogano e cristallo dei Direttori Megagalattici di Rete.
Ed è così che il Burattinaio di Arcore, comprandosi a un tanto al chilo il nostro intemerato rigore e la nostra specchiata onestà, ci ha aiutato a liberarci dai miti e dai sogni: prima Fiuggi, poi la disgregazione della solidarietà interna frammentata in una miriade di cosche e di nicchie, infine il Magnus Opus, il solve et coagula del Popolo delle Libertà dove tutte le vacche son bige e dove gli ex bravi ragazzi che per decenni si erano rifiutati di piegarsi al mito conformista della Resistenza  scoprivano lietamente il fascino di “quei bravi ragazzi venuti in Europa per darci la libertà” e applaudivano all’esportazione della democrazia nel Vicino Oriente, incuranti di quel po’ di “fuoco amico” e di “danni collaterali” che ciò poteva comportare. Qualcuno, più audace, si spinse oltre fino all’apologia dei libertarians statunitensi paragonati ai cavalieri medievali e alla lode della magna Europa  liberal-liberista d’Oltreoceano proposta come esito della Tradizione da ex “reazionari cattolici” tutti d’un pezzo frettolosamente convertiti al Verbo theoconservative.
Potrei parlare, e con ottima cognizione di causa, di alcuni di voi: delle sue scivolate, dei suoi compromessi, delle sue furberie, della ventata di megalomania che lo ha preso nei mesi nei quali tutta Roma dal Gianicolo a Via Veneto e dalle terrazze ai salotti (altro che borgate, altro che Acca Larenzia!…) gli pareva sua e aveva telefoni e segretarie o sperava di averne a breve, dei suoi eroici furori ora che tutto è finito e che qualcuno si sta dimenticando che a parte le Uri nel Paradiso di Allah – che sia sempre benedetto il Suo Nome – nessuno può riconquistare la verginità perduta. Non lo farò, per un senso di pietas. Vi parlerò del caso che conosco meglio: il mio. Perché no? Per alcuni mesi, fra ’94 e ’95, ho accettato di rimettermi in pista dopo che, trent’anni prima, ero uscito dal MSI fiorentino e dalla Direzione Nazionale Giovanile, ero stato nella Giovane Europa di Jean Thiriart e avevo avuto la mia brava “primavera rossa”. Per breve tempo, allora, ho sperato che Irene Pivetti fosse davvero la nostra nuova Giovanna d’Arco e la nostra nuova Eva Perón; più tardi, ho sinceramente lavorato insieme con Marzio Tremaglia alla costruzione di un soggetto politico-culturale serio e credibile, e ancor oggi, quando ripenso ai suoi quarant’anni stroncati, mi pongo inutilmente seri problemi di teodicea; e sulla sua tomba, come su quella dell’indimenticabile fraterno amico Marco Tangheroni, ho deposto le mie cinque rose rosse, quelle che i falangisti dedicano aicamaradas fallecidos il ricordo delle Cinque Piaghe del Signore e delle cinque frecce di Ferdinando il Cattolico. Ci ho sperato, in quelle due ultime occasioni: l’amico Marco Tarchi, più giovane anagraficamente ma tanto più saggio e prudente di me sul piano caratteriale e tanto più rigoroso di me su quello intellettuale, mi aveva pur diffidato dal farmi illusioni. Aveva ragione lui.
Non mi pento tuttavia di quegli esperimenti, come non mi pento delle sperimentazioni culturali tentate con Renato Besana e con Beppe Tagliente (il “Toson d’Oro” di Fermo”) e dell’avventura di Identità Europeaavviata con Adolfo Morganti e che ancora continua, per quanto in quel contesto mi sia autodegradato a semplice iscritto. Non ho nulla da rinnegare, nulla di cui vergognarmi, nulla per la quale debba fingere miserabili amnesie. Sono stato petit commis d’état come consigliere di amministrazione RAI voluto dalla Pivetti e come consigliere di amministrazione di Cinecittà scelto da Veltroni per quanto sapesse benissimo che io ero (parole sue) “di un’altra parrocchia” rispetto alla propria. Ho lavorato con coscienza, con onestà: posso affermarlo serenamente, ed è innegabile che ne sia uscito a testa alta. Eppure il potere, che logora soprattutto chi non ce l’ha, logora tuttavia sempre e profondamente chi lo detiene, sia pure in modesta se non minima misura. Ho fatto correttamente quel che potevo e dovevo. Ho anche cercato di cambiare qualche piccola cosa: e lì ho fallito, o il mio successo non è stato né incisivo né duraturo quanto sarebbe stato necessario.
Ci sono tanti modi di perdere la verginità, cari camerati. Per amore, per passione, per paura, per tornaconto, per leggerezza, per avidità, per ebbrezza o per qualche stato di coscienza alterata,  per vanità, per desiderio carnale, per gioco, per curiosità, per illusione, per violenza propria, per violenza altrui. Ma, una volta perdutala, indietro non si torna (come diceva Lui). Ormai la via dell’Eden e quella dell’Agartha sono smarrite, l’incanto si è rotto: e chi poi in un modo o nell’altro è stato anche solo qualche settimana sulla stessa barca degli Scajola e dei “Trota”, delle Carfagna e delle Santanché, dei Cicchitto e dei Verdini, chi magari entro certi limiti e fino a un certo punto senza nemmeno rendersene conto ha retto il sacco ai ladri e ai corrotti (nel nome di che cosa? Dell’anticomunismo? Della diga contro il fondamentalismo islamico?) non potrebbe più tornare a Itaca nemmeno se davvero lo volesse con tutte le forze. Non entra nella reggia del divino Ulisse chi odora anche alla lontana di bunga bunga.
Quanto a me, poi, ho molta simpatia per il re della piccola sassosa isola vicina a Cefalonia, per l’Orditore d’Inganni che ha parlato con i morti e che ha molto sofferto, Ma non dimentico che egli è anche l’inventore del cavallo che ha conquistato la mia prima vera patria interiore. Voi, cari camerati, vi sentite ancora e nonostante tutto dalla parte di chi ha perduto la  seconda guerra mondiale, e qualcuno di voi sostiene di aver in fondo perduto anche la prima : io, invece, le ho perse tutte. E qualcuna irreversibilmente: a dirne una, avrei preferito di gran lunga (e datemi pure del filomusulmano) barattare la vittoria del 1571 con la sconfitta del 1588, veder le galee di Juan de Austria e del doge Venier colare a picco nelle acque azzurre di Lepanto pur di assistere poi al  trionfo dei galeoni della Invencible Armada sui plumbei flutti dell’Atlantico, là presso alle coste inglesi.  Lepanto non ha cambiato il corso della storia: il prevalere di Filippo II su Elisabetta avrebbe forse potuto. Così come forse lo avrebbe cambiato la vittoria di Antonio su Ottaviano nel limpido specchio marino di Azio, poco più di  un millennio e mezzo prima di Lepanto. Ne abbiamo perdute, di occasioni; ne abbiamo avute, di scalogne: ma che nessun nipotino di Hegel venga fuori, per piacere, a parlarmi di senso della storia, di occulti eppur necessari disegni immanenti. L’Imponderabile paretiano, quello sì: ma esso altro non è se non quel che i maghi di Faraone, dinanzi alla verga serpentina di Mosè, definivano ezbà Elohim, il dito di Dio…
Comunque, da parte mia, non ho atteso certo la débacle della Monarchia di Spagna per avviare la mia carriera di avvocato di tutte le cause perse. E non ho atteso nemmeno la sconfitta di Serse a Salamina: per quanto ancor oggi pianga a calde lacrime sullo smacco inflitto al Gran Re da quattro rissosi chiacchieroni greci. Ho cominciato a perdere le guerre già da prima, fino da subito, molto da prima che il contadino teppista Romolo assassinasse il suo libero fratello, il pastore Remo (ci avete fatto caso, come diceva il grande Aldo Fabrizi, che la storia di Romolo e Remo somiglia paro paro a quella di Caino e di Abele, sempre col sedentario assassino e il nomade assassinato: e non vi dice vulla, tutto questo?). Ho cominciato a capire da che parte stare, e che stare da quella sarebbe stata la mia sempiterna condanna, fino da quando ho visto il mio signore ferito a morte, lordo di sangue e di fango, legato e trascinato attorno alle mura di Troia dal carro di un macellaio isterico destinato invece, lui, a diventare nei secoli l’eroe della Grecità e della Modernità, con tutti i brigantaggi e le fregature che da lì sono discesi. E ora che ho passato i settant’anni, sento di perdere di nuovo la mia guerra ogni volta che un piccolo afghano viene ammazzato “incidentalmente” dai Portatori di Libertà (… poi però la NATO si scusa del disagio arrecato…) nell’indifferenza dei borghesacci che finanziano con le loro tasse gli elicotteri e i droni assassini; ogni volta che un bambino del Sahel muore di sete o uno nigeriano di AIDS mentre da noi c’è chi nuota ogni mattina in una piscina olimpionica inquinando una quantità d’acqua che potrebbe bastare a placar la sete di cento villaggi.
Ho discettato abbastanza di Destra e di Sinistra; ho assistito a troppi onanismi intellettuali di mediocre qualità attraverso i quali si giustificavano di fatto la corruzione e l’ingiustizia. Ho vissuto la vita intera tra i libri: molto spesso, anche buoni libri. Ecco perché la vostra paccottiglia erudita, cari camerati, non m’interessa più. Nella vostra Itaca, non riuscirete nemmeno a riorganizzare un Campo Hobbit degno di questo nome. E intanto il mondo continuerà a bruciare senza di voi, ma nella vostra noncuranza e con la vostra complicità. Il vostro Ulisse tessitor d’inganni, cari camerati, non vale nemmeno un’unghia di madre Teresa di Calcutta. Da qualche parte, tra l’Africa e l’America latina, c’è gente che lavora per gli Ultimi della terra, che soffre con loro: quelli sono i veri Cavalieri, mentre molti di voi amano ancora perder tempo baloccandosi con i Neotemplari.
Ho molta, magari perfino troppa, stima, e molto, magari perfino troppo, affetto per molti di voi. Però, quando parlate  con  finta nostalgia di un Passato mai esistito e di un Futuro che non ci sarà mai e che in fondo non v’interessa, mi annoiate. Vi saluterò con affettuosa mestizia, mentre volgete le vostre prore verso Itaca. Cercatelo pure, il divino Ulisse tessitor d’inganni: ma vogliano gli dèi che ivi approdati non ci troviate invece, accampati tra quegli omerici scogli, il teschiuto Sallusti che si fa un drink con la siliconica Santanchè, o l’ohimè neocredente Ferrara che prende il sole con la signora dall’Olio all’ombra di un confortevole padiglione decorato stars and strips, o qualche neoconservatore immerso nell’esegesi di una dotta pagina di Léo Strauss (chi era costui?), o qualche adepto nostrano del nobile sodalizio lusitan-brasileiro “Tradiçao, Familia, Propriedade” che vi spiegherà con sussiego quale sia l’alta funzione sociale del latifondo accompagnando la sua lezione con appropriate citazioni tratte da Giovanni Calvino e travestite da Russell Kirk .Quello sarà il Club Méditerranée che meritate. Ma non invitatemici. Mi piace guardar il mare, ma il rullìo delle barche mi dà la nausea, il pesce non mi piace e non so nemmeno nuotare.
Lasciatemi ai sassi aridi della mia Troade, alle memorie del mio Ettore domatore di cavalli, al riflesso della pira ardente che ne ha disperso per sempre le ceneri nel cielo.
Franco Cardini
[ “AZ.” ] INTEGRAZIONE

—-Messaggio originale—-Da: redazione@controcorrentedizioni.it
Data: 20/03/2014 18.33
A: “Redazione Controcorrente”<
redazione@controcorrentedizioni.it>
Ogg: Il Paese dell’Utopia – Recensione di Alessandro De Maio

IL PAESE DELL’UTOPIA

di Giacinto Auriti

(Edizioni Solfanelli )

 

Cattivi Maestri

 

Quando, per attirare l’attenzione, abbiamo bisogno di urlare, qualcosa non funziona nella nostra comunicazione ma, quando vediamo maestri usare la sciabola per spiegare concetti che sono sotto il nostro naso … è forse accaduto qualcosa alla nostra capacità di comprendere. Più sono energiche le “stoccate” di semplici teorie, più cresce la capacità di sfrondare le nostre menti da tutti quei condizionamenti che per generazioni hanno soffocato il nostro libero e utopistico pensiero.

Primo di quattro piccoli-grandi libri, in ottantotto pagine Giacinto Auriti colpisce di sciabola gli ammuffiti concetti economico sociali che regolano le nostre vite, i grandi maestri hanno bisogno di poche parole per dire quello che prima o poi saremo costretti ad affrontare. Lo schermitore anticipa il colpo studiando l’avversario, non la sciabola.

Ezra Pound, grande ispiratore dell’autore, è il primo “moschettiere” che osserva l’inefficacia dell’uomo-liberale del Novecento gravato dalla inopportuna influenza romantica ottocentesca non evoluta ma soltanto trascinata nel Novecento.

“Ottocento infame secolo d’usura”: Pound descriveva così un epoca governata dal commercio di monete, dalle banche che esprimono la loro massima influenza nell’anestetizzare le menti di tutti creando nuovi “vitali bisogni”, distogliendo l’attenzione dalle cose realmente “vitali” in modo da prenderne l’assoluto controllo. Come prestigiatori, i nuovi gruppi di potere, poi studiati e messi sotto accusa da Giacinto Auriti maestro-autore, creano valori senza valore, bisogni senza bisogno con la pretesa del sacrificio di sangue in cambio della promessa di un eterno indebitamento.

Distinguendo lo “Stato Etico” dallo “Stato Democratico”, Auriti colpisce dandoci sinteticamente le coordinate esatte per liberare energie sopite dai narcotizzanti insegnamenti masso-risorgimentali. Lo “Stato Etico” ha come fondamento la sete di giustizia, quello democratico “il dominio”. La prova della giustezza delle teorie di Pound e Auriti è il fatto che in un tempo etico si lavorava per il profitto, oggi si lavora per pagare democraticamente i debiti. Queste prime ottantotto pagine sono cariche di ragionamenti brutalmente profetici sui suicidi per debiti, morti “bianche” e ecumenico controllo delle banche sulle nostre vite. Pagine che ci presentano il democratico Euro come strumento creato dall’usurocrazia per espropriarci delle nostre sovranità, quella monetaria, alimentare, politica.

Ottantotto prime pagine di considerazioni e soluzioni per un “Paese dell’Utopia”, nessuna domanda … solo azione, perché il tempo è forse già esaurito e le profezie … Avverate.

Alessandro De Maio

 

pagine 88, euro 8,00

 

 

Dello stesso autore:

La proprietà di Popolo, pag. 45, euro 6,00

Il valore del diritto, pag. 63, euro 8,00

L’ordinamento internazionale del sistema monetario, pag. 85, euro 8,00

L’occulta strategia sulla guerra senza confini, pag. 95, euro 9,00

 

Sullo stesso argomento:

Bruno Tarquini, La banca, la moneta e l’usura, pag. 134, euro 12,00

Savino frigiola, Alta finanza e miseria, pag. 216, euro 10,00

Emidio Novi, La dittatura dei banchieri, pag. 240, euro 15,00

 

 

I libri possono essere ordinati
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XII
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[ “AZ.” ]
In questo numero ( pure ) : Una bellezza così grande da spiazzare i salotti – Articolo di Stenio Solinas
vedi : oltre ]
Segnalazione : La Crimea che (forse) non è il Kosovo – Articolo di Massimo Fini
vedi : oltre ]
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Oggi : “L’UNIONE EUROPEA E’ UNA MACCHINA CHE FABBRICA POVERTA’ ( MARINE LE PEN )” – UNA FIRMA PER BERLUSCONI – << NON PASSERO’ DA ITACA ( FRANCO CARDINI ) >> – E ALTRO…

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Inviato da Production Reserved ⋅ 18 marzo 2014
 

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  • Arturo Stenio Vuono[“AZ”] : Per aderire all’iniziativa che, da domenica, è stata promossa dal quotidiano “il Giornale” di Milano, indirizzare :  
  • una mail a berlusconi.candidato@ilgiornale.it o inviare fax a questo numero: 02 72023859
  • XIII
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[ “AZ.” ]
DAGLI AMICI DI << CONTROCORRENTE >> – NAPOLI
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—-Messaggio originale—-Da: redazione@controcorrentedizioni.it
Data: 18/03/2014 19.30
A: “Redazione Controcorrente”<
redazione@controcorrentedizioni.it>
Ogg: Una bellezza così grande da spiazzare i salotti – Articolo di Stenio Solinas

Una bellezza così grande da spiazzare i salotti
di Stenio Solinas

La grande bellezza è il film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio a ciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri, ostinata quanto patetica difesa della memoria e del ricordo, nostalgia del passato, lancinante proprio perché inutile, consapevolezza che il futuro è solo una morte a credito.
Fa piacere che abbia vinto, sorprende, ma non più di tanto, che ad applaudire di più in Italia sia tutto quel milieu genericamente progressista che in esso è ritratto spietatamente e senza sconti.
Le avanguardie e/o post-avanguardie artistiche di cui ormai nessuno capisce più né il senso né il significato; gli intellettuali legati a una stagione «rivoluzionaria», il comunismo di lotta e di governo del tempo che fu, riciclatisi adesso in custodi di un moralismo accigliato da garanti di una democrazia possibilmente senza popolo; i giovani emergenti che hanno dalla loro solo l’età e la voglia selvaggia di apparire…
È una sorpresa relativa, perché ormai da più di mezzo secolo il camaleontismo che l’ha permeata le ha consentito le più incredibili capriole dialettiche: la condanna a morte delle tradizioni e lo slow food; il rifiuto del romanzo borghese e la logica del bestseller; la mitizzazione delle piazze, della «gggente», della vita in diretta e la tv pedagogica; il disprezzo per la propria storia nazionale e lo stupore sussiegoso se all’estero ci prendono a calci; l’estetica del brutto tenacemente difesa in nome del nuovo che avanza e la retorica della bellezza affidata a comici e presentatori. Sicché, verrebbe voglia di dire a Paolo Sorrentino, che il premio Oscar se l’è più che meritato, di guardarsi dagli abbracci della cosiddetta «classe dei colti»: nel migliore dei casi fingono, nel peggiore non hanno capito nulla.
Naturalmente, La grande bellezza non è solo un sermone funebre sulla decadenza di Roma e dell’Italia. Racconta anche la dissipazione del talento che ne è alla base, l’angoscia esistenziale di chi si trova ad assistere a un finale di partita e per molti versi è il Tempo il suo tema più grande, quel tempo che abbiamo sprecato, ce lo siamo lasciati sfuggire fra le mani e ora non resta altro che il rimpianto, il non aver colto l’attimo, illudendosi che sempre ci sarebbe stato il momento propizio, che sempre lo si potesse fermare. E invece dopo c’erano solo cenere e illusione.
È che nel frattempo è avvenuta la «grande mutazione» e non resta che muoversi fra i fantasmi e la realtà di una città talmente eterna nel suo aver visto tutto e il suo contrario, da poter irridere l’attualità.
Regista molto letterario, per il quale ciò che si dice vale quanto, e non meno, di ciò che visivamente si racconta, Sorrentino dissemina La grande bellezza di citazioni colte, a cominciare dal Céline di Viaggio al termine della notte con cui il film si apre: «Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. È dall’altra parte della vita». C’è spazio per Flaubert, Dostoevksy, Bellow e una delle sue chiavi, quella del Tempo, è in un altro scrittore francese, Paul Morand, di cui il protagonista parafrasa il fastidio di dover trascorrere la sera con una donna che, una volta fatto l’amore, si rivela vacua, nessun interesse in comune: «Non ho più l’età per sopportare una serata perduta».
Il senso del film è però racchiuso nel mai citato Ferito a morte di Raffaele La Capria, uno dei grandi romanzi del Novecento italiano: il mito della «bella giornata», dell’armonia che si pensava fosse gratuita ed eterna e che invece, proprio perché data per scontata, si perde per insipienza e malagrazia.
Il falò delle vanità e delle volgarità che il film racconta sta anche in questo, nell’esibizione insistita e orgiastica con cui si celebra il proprio funerale, privato e insieme nazionale: la mancanza di certezze, il venir meno delle fedi (lo strepitoso cardinale che dall’esorcismo è approdato all’arte culinaria) e delle certezze individuali: «“Ti ha deluso la gente?”. “No, io sono stato deludente”». L’esagerazione non è che una cartina di tornasole: «Ho esagerato. È quello che fanno gli scrittori falliti».
L’altro grande protagonista è Roma, e all’estero il film lo vedranno per questo: Palazzo Barberini e il Palazzo dei Cavalieri di Malta, villa Medici, l’Isola Tiberina e il lungo-Tevere, la Roma monumentale, miracolosamente intatta prima dell’invasione di tutto il brutto che con essa convive: il traffico, gli eterni lavori in corso, la sporcizia, la romanità sempre più becera, il turismo di massa sempre più sbracato… Una Roma che vive solo in quanto città morta, che respira solo in virtù di ciò che è stata, bellezza in rovina, fragile e inafferrabile, coinvolgente e deludente, in grado di fiaccare ogni volontà, di ridurre tutto a recita, di spegnere ogni soffio vitale. Anche il sindaco Ignazio Marino ha ringraziato il regista per il film. Un altro che non ha capito niente. O che fa finta. Del resto, è di Genova, ha fatto carriera negli Stati Uniti…

Crimea, Obama: nuove sanzioni contro i russi. Kiev: pronti alla guerra

  ( NELLA FOTO : MASSIMO FINI )

—-Messaggio originale—-Da: redazione@controcorrentedizioni.it
Data: 19/03/2014 18.02
A: “Redazione Controcorrente”<
redazione@controcorrentedizioni.it>
Ogg: La Crimea che (forse) non è il Kosovo – Articolo di Massimo Fini

La Crimea che (forse) non è il Kosovo

La vicenda che più si avvicina a quanto sta accadendo in Crimea è quella del Kosovo, come qualcuno ha notato finalmente anche in Italia (Riccardo Pelliccetti, Il Giornale, 12/3). In Kosovo gli albanesi, divenuti maggioranza negli ultimi decenni, reclamavano la secessione dalla Serbia. Gli indipendentisti, foraggiati e armati dagli americani, facevano guerriglia e anche uso di terrorismo, l’esercito serbo e le milizie paramilitari (‘le tigri di Arkan’) rispondevano con durezza. C’erano due ragioni a confronto: quella degli indipendentisti albanesi e quella della Serbia a conservare l’integrità dei propri confini. Gli americani decisero che le ragioni stavano solo dalla parte degli indipendentisti e per 72 giorni bombardarono una grande città europea, Belgrado, capitale di un Paese, la Serbia, che, fra le altre cose, aveva il grave torto di essere rimasto l’unico paracomunista in Europa. I morti sono stati 13 mila, 5500 sotto le bombe il resto negli scontri che ci furono in Kosovo fra albanesi e serbi.

Nel 2008 gli albanesi proclamarono unilateralmente l’indipendenza che non è da tutti riconosciuta giuridicamente ma lo è di fatto. Nel frattempo in Kosovo si è realizzata la più grande ‘pulizia etnica’ dei Balcani, dei 360 mila serbi che ci vivevano ne sono rimasti 60 mila.

Fra la vicenda della Crimea e quella kosovara ci sono però alcune differenze. Il Kosovo, considerato ‘la culla della patria serba’, appartiene da secoli, storicamente e giuridicamente, alla Serbia, la Crimea fa parte dell’Ucraina solo da qualche decennio, gentile regalo di Kruscev all’interno della Federazione sovietica. La Crimea, abitata in maggioranza da russi o da russofoni, confina con la Russia. L’America, con tutta evidenza, non confina col Kosovo, sta a diecimila chilometri di distanza. Il democratico Bill Clinton per spiegare ai suoi connazionali le ragioni dell’intervento dovette prendere una carta geografica e indicare dove mai fosse questo Kosovo di cui gli americani ignoravano l’esistenza. L’aggressione americana alla Serbia non aveva alcuna giustificazione, nè materiale nè, tantomeno, giuridica e infatti l’Onu non l’avallò.

Insomma pare difficile sostenere che la violazione della sovranità dell’Ucraina è «illegittima», mentre quella della Serbia, che aveva molte meno giustificazioni, anzi nessuna, invece non lo è.

Gli americani hanno anche sostenuto che il referendum sull’indipendenza della Crimea «viola la Costituzione dell’Ucraina». Ma spetterà o no agli ucraini decidere se un referendum all’interno del proprio Paese viola o no la loro Costituzione? O spetta agli americani?

Intanto mentre gli F-35 e gli Awacs della Nato volano minacciosi per i cieli dell’Europa dell’Est, il Corriere si chiede, comicamente, se per caso «non sia cambiata la sua natura». Il Patto Atlantico nasce come mutuo soccorso ogni volta che sia «minacciata l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza» di uno dei Paesi membri. Era quindi un Patto difensivo, ma è da quel dì che, violando il suo stesso statuto, si è trasformato in offensivo. Minacciava forse qualche Paese della Nato la Serbia di Milosevic? O l’Iraq di Saddam? O la Libia di Gheddafi? La Nato è diventata semplicemente «il poliziotto del mondo». Chi gliene abbia dato la patente non si sa.

Massimo Fini

IVX

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[ “AZ.” ] DALLA SARDEGNA

 ( NELLA FOTO : GLI SCAVI ARCHEOLOGICI DI POMPEI )

[ “AZ.” ] RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO

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—– Original Message —– From: Vincenzo Mannello -To: ( . . . )  
Sent: Thursday, March 20, 2014 4:50 PM
Subject: gli ultimi giorni di Pompei…i prossimi
 
Nettuno,nella sua domus di Pompei e,mentre che si può…,pure delle volgari griglie di ferro cromato di una passerella.Questi gli ultimi furti realizzati nel secondo più importante sito archeologico d’Italia. L’agonia di Pompei,strappata all’oblio del 79 (anno dell’eruzione del Vesuvio che la seppellì) con gli scavi iniziati nel 1789 da Carlo III di Spagna e Napoli,continua da quasi mezzo secolo. Non sono uno storico e neppure un archeologo e non sottopongo una riflessione cattedratica sull’argomento. Solo quella,comune,su un “bene patrimonio dell’umanità”,tale considerato dall’Unesco dal 1997,che le istituzioni hanno abbandonato a se stesso facendo pure finta di promuoverlo e tutelarlo. Quanti,tra coloro che leggono,non sono mai stati a Pompei sia pure per una veloce visita ? Sicuramente tanti,ma certamente  sono pochi gli italiani che non la conoscono  dagli studi,dalle televisioni o per sentito dire. Per non parlare dai kolossal del cine o degli sceneggiati di produzione estera. Tutti,da Re Carlo ai francesi  di Murat,dai Borbone ai piemontesi del Regno d’Italia,dai ministri fascisti a quelli della prima democrazia cristiana, colsero il fascino dell’impresa : riportare alla luce Pompei (e,parzialmente ,Ercolano) affinché una città “morta” potesse “vivere” per i contemporanei. Rendendo visibile e comprensibile agli uomini,donne e bambini di oggi dove e come vivessero i nostri lontani antenati. Con,Vesuvio incombente,la dimostrazione di quanto la natura possa essere contemporaneamente dispensatrice di vita e morte. Bene o male fino al 1967 si scavò,poi si passò al “conservativo”. Ovvero,divenuta l’estensione degli scavi molto estesa (44 ettari) si preferì passare alla valorizzazione di quanto tornato alla luce,tramite restauro e consolidamento. I costi,da sempre notevoli,cominciarono a non essere “sostenibili” dallo stato. Tutto sommato si poteva pure condividere questa impostazione che,in ogni caso,garantiva la fruizione del sito ai milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo vista la unicità storica ed archeologica,riconosciuta nel 1997 pure dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. Data paradossalmente limite visto che, da quell’anno, si moltiplicarono esponenzialmente problemi e carenze frutto pure dei guasti causati da un’altro grave disastro naturale : il terremoto di Napoli (ed Irpinia) del 1980. Da allora,con qualunque governo e gestione amministrativa,un degrado costante e sempre più veloce. Stanziamenti sempre inferiori malgrado l’amore e l’interesse dei visitatori abbia portato sempre in cassa milioni di euro.  Soldi spesi male,stando alle cronache che parlano di appalti “inquinati ed inquinanti”. Custodi sempre piú numericamente insufficienti alla copertura dell’intera area. Sistemi di sorveglianza inadeguati,quando esistenti,per garantire la sorveglianza del sito. Mancanza pressochè assoluta di infrastrutture museali quali biglietterie,percorsi guidati,efficienti segnalazioni pure con audio-visivi e,vergogna meridionale costante,persino penuria di servizi igienici passabili. Poi,dal 2010 e malgrado lo stanziamento di fondi europei,una serie preoccupante di crolli. Puntualmente segnalati dai media,inutilmente.
Cui,da ieri,si aggiunge il pericolo furti. Non nuovo,figurati…..,chissà cosa e quanto è già stato trafugato nel corso dei secoli dal sottosuolo e dalle zone non scavate. Ma davvero la costatazione che si possa portare via impunemente un pezzo di affresco,staccandolo da una parete,senza avere neppure l’idea del come e quando sia accaduto,colpisce l’immaginario collettivo. Ed avvilisce…:non erano al cinema “gli ultimi giorni di Pompei”,sono quelli che stanno per arrivare !

Grazie per l’attenzione.
Vincenzo Mannello

XV

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[ “AZ.” ] IL SERVIZIO CONTINUA 

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[ DA COSENZA ]
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—– Original Message —– From: stenio vuono
Sent: Thursday, March 20, 2014 8:25 AM
Subject: piazza S. Domenico 1918
a sinistra S. Domenico e si vede metà portone del distretto. Nota bene la volta della chiesa di S. Domenico. e di fronte il centro storico. La casa a destra , è casa Rossi abbattuta dopo aver costruito il ponte Mario Martire del 1914.
[ foto visionabile – tra breve in rete – e successivamente con E.mail ]
cs 1918_e
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[ “AZ.” ] – TRATTE DA MESSAGGI – “POSTATI” SU FACEBOOK
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[ DA NAPOLI ]
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LA NAPOLI CHE FU. STORIA PER IMMAGINI DEL CAPOLUOGO PARTENOPEO
Al seguente link potete trovare numerose fotografie storiche di Napoli e dei suoi quartieri e pubblicarne di vostre, in modo da condividere i ricordi con i tanti che in tutto il mondo amano questa meravigliosa città, ricca di storia e di bellezze naturali.
https://www.facebook.com/groups/napoliantica/

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[ “AZ.” ] IL SERVIZIO CONTINUA  
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[ DA COSENZA ]
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Cassano Jonio

Cassano Jonio

Palizzi Superiore
foto di Harrie Muis

Palizzi Superiore foto di Harrie Muis
[ ANCORA – DA COSENZA / NESSAGGIO “POSTATO” SU FACEBOOK ]
foto di Vincenza Costabile. ( nella foto : Costabile iunior)
Paolo Gonzales ha commentato questo post di dicembre 2012.

1stituto pezzullo- campionati studenteschi. corsa campestre- 2° classificato mt. 3000

1stituto pezzullo- campionati studenteschi. corsa campestre- 2° classificato mt. 3000

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XVI

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—-Messaggio originale—-Da: notification+acf6oy26@pages.facebookmail.com
Data: 19/03/2014 19.57
A: “Arturo Stenio Vuono”<
an.arenella@libero.it>
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[ LA LOCANDINA REDAZIONALE  ]

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 ASSOCIAZIONE CULTURALSOCIALE “AZIMUT”  NAPOLI 
 direzione responsabile: presidenza Associazione
 team azimut online:  Fabio Pisaniello webm. adm. des.
 Uff. Stampa Associaz. “Azimut”:   Ferruccio Massimo Vuono 
(Arturo Stenio Vuono – presidente di “Azimut” – Napoli)
“AZIMUT” – VIA P. DEL TORTO, 1 – 80131 NAPOLI
TEL. 340. 34 92 379 / FAX: 081.7701332

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