L’ARRESTO DI CLAUDIO SCAJOLA – PER LA POLITICA CHE VOLA ALTA OCCORRE SEMPRE AVERE UN SOGNO – PARTE SECONDA E.MAIL: “ANCORA SU FIORENTINA NAPOLI…” – ALTRO…


L’ARRESTO DI CLAUDIO SCAJOLA – PER LA POLITICA CHE VOLA ALTA OCCORRE SEMPRE AVERE UN SOGNO – PARTE SECONDA E.MAIL: “ANCORA SU FIORENTINA NAPOLI…” – ALTRO…

anteprima di web : “AZIMUT” – NAPOLI – Ufficio Stampa

Ferruccio Massimo Vuono – massimovuono@libero.it
https://azimutassociazione.wordpress.com – 08/05/’14

associazioneazimut@tiscali.it – an.arenella@libero.it

Oggi: L’ARRESTO DI CLAUDIO SCAJOLA – PER LA POLITICA CHE VOLA ALTA OCCORRE SEMPRE AVERE UN SOGNO – PARTE SECONDA E.MAIL : “ANCORA SU FIORENTINA NAPOLI…” – ALTRO…

[AZIMUT-NEWSLETTER” : 9.05.’14 ]

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[ “AZ.” ]      ( IN COPERTINA )

( CON IL << BRACCIO GIUDIZIARIO >> …”LA TROIKA HA FATTO TRIS”… )

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Palermo, evade con il lenzuolo. L'Osapp: manca personale 
( SULLA TIRANNIA DEL CENTRALISMO DEMOCRATICO, ETC. )

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ANCHE SCAJOLA IN “GATTABUIA”…

…E VOILA’ – E VOILA’ – NON MANCO’ LA TERZERA NOVITA’…

in aiuto al cosiddetto “…concorso esterno in associazione mafiosa…” ( ? ! ! ! ) – [ SIC ]

  

( nelle foto : Cosentino – Dell’Utri – Scajiola )

NON ADDOMESTICATI – INVISI AL << GRANDE BURATTINAIO >>

PER LESA MAESTA’ – IL << SISTEMA DI POTERE >> E DELL’ARCHITRAVE DI SINISTRA ( CAPITE ? )

ARRESTI E IMPLICITO MESSAGGIO SUBLIMALE

[ “AZ.” ] – QUESTI BRUTTI – SPORCHI – CATTIVI DEL CENTRODESTRA… / DUNQUE : SI “SVOLTA” / AMPIA FACOLTA’ Di SCELTA / C’E’ – PER TE – “PITTIBIMBO” O – IN ALTERNATIVA – “IL GRILLO” / SE PROPRIO NON TE LA SENTI PUOI – SEMPRE – RESTARE A CASA / SE UNO SU DUE ITALIANI – COMUNQUE SIA – SI PORTA AL VOTO ( PER NOI ) BASTA E AVANZA ! ( CAPITE ? )

  

( nele foto : Renzi – Grillo – astensionisti )

<< EUROPEE >> : VOTO SCONTATO E DOPATO – AH, QUESTI ITALIANI-ITALIBANI ( AHINOI ! )

[ “POVERA PATRIA” ! ! ! ]

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[ “AZ.” ]     ( “LO SCUDISCIO”  DI GIANCARLO LEHNER ]

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—– Original Message —– From: Giancarlo Lehner -To: ( . . . )
Sent: Wednesday, May 07, 2014 11:51 AM
Subject: Lehner: Grillo ed i suoi polli
Beppe Grillo è un test scientifico sul raziocinio degli italiani. Lasciando da parte il sospetto di nazicomunismo, chi lo segue è vittima di un’esondazione clinicamente certificabile di acidi urici nel cervello. Costoro, infatti, restano affascinati dal miracolismo di Grillo, il mago semplificatore capace di urlare la soluzione di qualsivoglia problema nazionale, europeo, mondiale. Chi conserva il ben dell’intelletto ben sa che la realtà è complessa e che panacee e scorciatoie sono miraggi da ubriachi o da imbecilli. E che Vanna Marchi, al confronto, è una statista.
Il consenso a Grillo, dunque, è rivelatore dello stato di salute neurologica del  pollo, pardon, del popolo sovrano. 
 
Giancarlo Lehner
—– Original Message —– From: Giancarlo Lehner –
To: ( . . . ) Sent: Thursday, May 08, 2014 7:20 PM
Subject: Lehner: quei migranti sono esseri umani?
 
Sono esseri umani, da trattare come fratelli e da accogliere con premura, quei migranti africani di religione islamica  giunti in Sicilia “comodamente” seduti  per tutto il viaggio sul cadavere di un ragazzino eritreo?
Se il razzismo è certamente da condannare sempre e comunque, a quando una legge severa contro il buonismo degradato a cretinismo?
 
Giancarlo Lehner

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[ “AZ.” ]      ( L’ARRESTO – TRATTO DAL WEB )

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La Dia di Reggio Calabria ha arrestato l’ex ministro Claudio Scajola. L’arresto è avvenuto in un noto albergo della capitale.


Otto i provvedimenti complessivamente eseguiti stamani. Tra gli arrestati, figurano persone ritenute legate al noto imprenditore reggino ed ex parlamentare Amedeo Matacena, anch’egli colpito da provvedimento restrittivo insieme alla moglie Chiara Rizzo ed alla madre Raffaella De Carolis. Matacena è latitante, dopo una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

L’ex ministro Scajola è stato arrestato perché avrebbe aiutato l’ex parlamentare Amedeo Matacena a sottrarsi alla cattura. Lo ha detto il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho. L’inchiesta che ha portato all’arresto è nata nell’ambito di una indagine su tutt’altro argomento.

Personale della Dia di Reggio Calabria sta eseguendo numerose perquisizioni in Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Sicilia, oltre a sequestri di società commerciali italiane, collegate a società estere, per un valore di circa 50 milioni di euro. La Dia reggina è coadiuvata dai Centri operativi e sezioni Dia di Roma, Genova, Milano, Torino, Catania, Bologna, Messina e Catanzaro. I provvedimenti restrittivi a carico di Scajola, Matacena e gli altri indagati sono stati emessi dal Gip di Reggio Calabria Olga Tarzia su richiesta della Dda diretta dal procuratore Federico Cafiero De Raho.

Berlusconi, arresto Scajola? Sono addolorato – “Non so per quali motivi sia stato arrestato, me ne spiaccio e ne sono addolorato”. Lo afferma Silvio Berlusconi sull’arresto questa mattina dell’ex ministro Claudio Scajola. Berlusconi, nel corso dell’intervista a radio Capital, precisa che Scajola non è stato candidato in lista non perchè si avesse sentore di un arresto ma perchè: “avevamo commissionato un sondaggio su di lui che ci diceva che avremmo perso globalmente voti se lo avessimo candidato“.

 

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[ “AZ.” ]     ( ULTIMA – NOSTRA – E. MAIL ANTEPRIMA DI WEB )

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 ANCORA SU FIORENTINA NAPOLI – NON SOLO CALCIO – PROTESTA SUDISTA CONTRO LA TIRANNIA DEL CENTRALISMO DEMOCRATICO – ALTRO…
[ “AZIMUT-NEWSLETTER” : 7.05. ’14 ]
[ “AZIMUT” – Dall’ultimo editoriale : “… Per il tramite d’una partita di calcio, come si vede, chiaro e forte il messaggio della montante insofferenza del sud che si unisce al malcontento del nord di lunga data. Non è… “]
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[ “AZ.” ]     ( PARTE SECONDA DEL NOSTRO SERVIZIO – TRA BREVE IN RETE – CON INVIO DI E.MAIL ANTEPRIMA DI WEB – VEDI : SOPRA )
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 Mertens, Dzemaili e Pandev, gli autori dei tre gol. LaPresse Genny 'a carogna e la maglietta pro Speziale. Ansa 
 
 
 Calcio: Serie A; Napoli-Cagliari (ANSA)
[ “AZ.” ]   ( LEGGI ARTICOLI )
Thursday, May 08, 2014
dal Roma – il Giornale di Napoli
Il commento di
Salvatore Caiazza
Il San Paolo civile fa la sua parte

Olè, olè, olè Ciro, Ciro. Con questo coro, e con lo striscione “Ciro tieni duro”, il San Paolo ha voluto sostenere il giovane tifoso azzurro che sta lottando tra la vita e la morte dopo essere stato sparato da un ultrà della Roma mentre si stava recando allo stadio della Capitale per assistere alla finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli. Si temeva chissà che cosa iersera a Fuorigrotta in occasione della sfida di campionato con il Cagliari. La Questura aveva minac-ciato di non far giocare la partita se fos-sero stati esposti striscioni che inneggia-vano alla violenza o se i tifosi delle Curveavessero indossato la maglietta con la scrit-ta “Speziale libero”, la stessa che avevaGennaro De Tommaso, meglio conosciutocome “Genny ’a carogna”, nella stranaserata dell’Olimpico. Ebbene, tranne qual-che coro contro i romani, il popolo del SanPaolo si è comportato benissimo mostran-do una civiltà che qualcuno gli ha voluto to-gliere negli ultimi tre giorni. Non si vuoledifendere nessuno, ci penserà chi di dove-re a prendere le giuste decisioni ma non sipuò accettare che si è pensato più a par-lare di “Genny ’a carogna” che di chi hasparato ad un giovane per un odio di tifo.In televisione tutte le trasmissioni hannovoluto puntare i riflettori solo su uno deicapi della Curva A, che avrebbe trattatocon lo Stato per far giocare la partita, men-tre si è perso di vista chi ha provocato tut-to questo e chi come Ciro Esposito che, sesopravviverà, non avrà più una vita nor-male.Tornando al calcio giocato, il Napoli haconquistato ufficialmente i preliminari diChampions. Prima ancora di battere il Ca-gliari già era matematicamente terzo vistala sconfitta della Fiorentina contro il Sas-suolo. Praticamente, quando tutti giocato-ri, Benitez e De Laurentiis hanno fatto ilgiro di campo con la Coppa Italia si stavafesteggiando anche la terza piazza del cam-pionato di serie A. Un obiettivo importan-te che qualcuno non ritiene tale. Ma Rafalo spagnolo ne può andare fiero nella suaprima stagione sulla panchina azzurra. Sìperché è riuscito a mettere subito in ba-checa un trofeo e a dare la possibilità alNapoli di giocarsi due gare ad agosto perarrivare alla fase a gironi della Champions. Per quanto riguarda la sfida con il Ca-gliari, gli azzurri hanno avu-to gli stimoli giusti per vin-cere. Qualche altra squadra,appagata per l’obiettivo giàraggiunto prima del fischio d’inizio, avreb-be potuto mollare. Ed invece, pur man-cando Higuaìn, ha battuto i sardi domi-nando e segnando tre gol. Ne potevano es-sere quattro se Hamsik avesse segnato unrigore. Ma si vede che la stagione di Ma-rekiaro deve andare così. A dirgli di no èstata una traversa ma gli importa poco.Anche perché l’anno maledetto sta per fi-nire e dal prossimo proverà ad essere ilcampione che abbiamo sempre visto al-l’opera. La speranza è che ci potrà essereanche Ciro Esposito.

[ “AZ.” ]   ( LEGGI ARTICOLI )
Thursday, May 08, 2014
dal Roma – il Giornale di Napoli
La riflessione di
Pietro Lignola
Matteo, Giggino e Genny ’a carogna

Come darò inizio al racconto leggendario dell’Olimpico? Non a caso questo nome richiama l’Olimpo, che fu sede degli dei e degli eroi. Occorrerebbe, dunque, la penna di Omero o di Torquato Tasso, ma io non ce l’ho e dovrete accontentarvi di una modesta, inadeguata prosa. Partirò da Roma, la cui storia ebbe inizio con la brutta faccenda dell’assassinio di Remo commesso dal fratello Romolo. Fratelli coltelli dice il proverbio e, del resto, anche nella Genesi Caino assassinò il fratello Abele. Due posizioni contrapposte in entrambi i casi, proprio come quelle dei romanisti e dei laziali, che anch’esse generano violenza. ce in campo e sugli spalti. E pace è stata. L’ora di ritardo non è certo ascrivibile a Genny. riesco a capire perché sia piantonato al Policlinico di Roma e sia inibito ai familiari visitarlo. Per quanto ne sappiamo, era accorso insieme con altri napoletani a difesa del pullman assalito ed è stato quasi assassinato a colpi di pistola dai criminali romanisti. Io i romanisti non li sopporto. Figuratevi adesso che si dedicano agli agguati contro i tifosi napoletani. Eggià, perché tutto è incominciato di là, dall’attacco, con esplosivi (bombe carta o bottiglie Molotov?) al pullman azzurro a bordo del quale erano anche donne e bambini, che non erano stati messi lì come bersagli umani, ma soltanto per andare alla partita. I napoletani, infatti, non sapevano che fosse in corso una guerra civile, come in Siria, nel Sud Sudan o in Nigeria; e meno male che non hanno rapito le nostre tifose per venderle schiave! Ditemi voi: cosa c’entravano i romanisti con Napoli-Fiorentina? Lo sparatore si era distinto in passato per le violenze fra laziali e romanisti che provocarono il rinvio del derby. Vabbè, fatti loro, come fra Romolo e Remo. Ma questi qua “casi loro” non erano, perbacco! fatto niente di male, anzi. Tutti gli altri non hanno fatto assolutamente niente, a cominciare dal boss fiorentino che, casualmente, è il capo del Governo. Si è rischiato il rinvio della partita che, trattandosi della finale di Coppa Italia, avrebbe fatto sensazione in tutto il mondo, peggio ancora di quel che poi è stato. Non ci vengano a negare la trattativa. Provarono a negarlo per il caso Cirillo (ricordate? Cutolo salvò la vita al democristiano rapito dai brigatisti rossi e il potere, per riconoscenza, ne ha fatto l’unico vero ergastolano rimasto in Italia.) Provano ancora, con il processo in corso, a negare l’arcinota trattativa con la mafia. In Italia, come proclamano i presidenti, lo Stato (uso la maiuscola per esclusive ragioni di ortografia) non tratta con i criminali. Il vituperato capo degli ultras ha fatto ciò che spettava alla polizia, a Renzi, o magari a de Magistris. Ha fatto uso di un’autorità, che gli altri non avevano. È forse colpa sua se il potere ufficiale latita? Il vuoto di potere, si sa, è contro natura: in qualche modo deve essere riempito. Ora si va cianciando di misure severissime contro la violenza degli stadi. Ma se ne parla da anni, come di tutti i problemi italiani, senza alcun costrutto. Arriviamo allo stadio. Là c’erano proprio tutti, i fiorentini con a capo il premier Matteo Renzi, il presidente del Senato Grassi, che è siciliano e non si sa per chi tifasse, i napoletani con de Magistris e De Laurentiis. E poi ci stava Genny ‘a carogna. Le leggi son, ma chi pon mano ad elle? Non servono altre grida manzoniane, abbiamo bisogno di uomini capaci di far rispettare le leggi. Sono forse leciti gli spari dei criminali romanisti? È forse lecita la violenza dentro e fuori gli stadi? Allora non la chiamiamo trattativa. Sì, sono d’accordo, quella maglietta con la scritta di solidarietà all’assassino di Raciti è una bruttissima cosa. Ma è la sola cosa sulla quale si sono gettati i media, che, come sempre, ce l’hanno con Napoli e con i napoletani. Sabato, allo stadio Olimpico, Genny non ha Si doveva far cominciare la partita. Con tutti i potenti in tribuna, nessuno era in grado di farlo. Ci voleva Genny, il quale, di sua iniziativa (???), prima ha tranquillizzato i tifosi della curva napoletana e poi ha concordato con il leader della tifoseria fiorentina la paNo; e allora non ci prendete in giro con nuove severissime normative che lasceranno il tempo che trovano. In Inghilterra è bastato legiferare una volta sola e gli hooligan non ci sono più. Ma in Inghilterra non c’era Renzi; c’era la Thatcher.

  [ DA MESSAGGIO – “POSTATO” SU FACEBOOK )
Roberto Matragrano ha condiviso un link.
http://www.videoandria.com/ Dalla parte dei Briganti. Bari 19/01/2011. Una produzione Sky 830 .Un programma offerto da: http://www.Regno.fm – Si ringrazia l’…
youtube.com
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[ “AZ.” ]       ( EVENTI )
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foto di Dario Cigliano.
—-Messaggio originale—-
Da: no-reply@forzasilvio.it
Data: 08/05/2014 16.06
A: “Arturo Stenio Vuono”<
an.arenella@libero.it>
Ogg: Arturo stenio, diventa, con me, azionista della libertà!
—– Original Message —– From: Silvio Berlusconi
Sent: Thursday, May 08, 2014 4:26 PM
Subject: Associazione culturalsociale, diventa, con me, azionista della libertà!
 
ForzaSilvio.itAssociazione culturalsociale,

in questi vent’anni abbiamo costruito insieme una storia della quale dobbiamo essere orgogliosi. I nostri avversari, per conquistare il potere, hanno più volte attentato alla nostra libertà. Una magistratura politicizzata, dei mass media complici, i partiti della sinistra e anche i partiti nostri “alleati” solo di nome, ce ne hanno fatte di tutti i colori.

Per quanto mi riguarda, mi hanno aggredito con 57 processi togliendomi serenità e tempo, tanto tempo. Hanno infangato la mia immagine inventando menzogne di ogni tipo, hanno attaccato le mie aziende, hanno gravemente colpito il mio patrimonio, da cui ho sempre potuto attingere per sostenere la nostra battaglia di libertà. Ora hanno alzato il tiro, con una sentenza impossibile, attentando addirittura alla mia libertà personale. Ma non basta. Con la nuova legge sul finanziamento dei partiti politici, oltre ad aver posto fine al finanziamento pubblico, mi hanno impedito di continuare a sostenere Forza Italia. Questa nuova legge vieta che si possa finanziare un singolo partito politico con più di 100.000 euro all’anno.

Ci troviamo così in questo frangente: abbiamo bisogno del tuo aiuto, dell’aiuto dei nostri sostenitori per realizzare la campagna per queste elezioni europee,che saranno per noi il banco di prova fondamentale.

Lo chiedo a chi, come te, è convinto che soltanto un forte movimento moderato alternativo alla sinistra può evitarci un futuro pericoloso e illiberale fatto di oppressione burocratica, di oppressione fiscale, di oppressione giudiziaria.

Chiedo quindi anche a te di diventare “azionista della libertà”, con me e con Forza Italia.

Grazie, quindi, per quanto vorrai fare a sostegno della nostra comune battaglia per la democrazia e per la libertà.

Un forte abbraccio,

Silvio Berlusconi

 

[ “AZ.” ]         ( IL SERVIZIO CONTINUA )

[“AZIMUT” – “PER LA POLITICA CHE VOLA ALTA OCCORRE SEMPRE AVERE UN SOGNO” – GIUSEPPE (PINUCCIO) TATARELLA  ]

  • Arturo Stenio Vuono NAPOLI – 1983
—– Original Message —– From: Segreteria – Fondazione AN
Sent: Wednesday, May 07, 2014 12:01 PM
Subject: Comunicazione 196.2014

Carissimi,

come ben sapete ricorre il centenario dalla nascita di Giorgio Almirante. Il Consiglio di Amministrazione, all’unanimità, ha deciso, in collaborazione con la Fondazione Giorgio Almirante, di dar vita ad una serie di iniziative volte a celebrarne la figura e l’opera e a ricordarne l’impegno politico e l’attualità del suo pensiero.

Il programma è quello di organizzare un serie di manifestazioni nelle città “simbolo” di Giorgio Almirante nel corso di tutto l’anno iniziando con la prima da tenersi il 22 maggio, giorno della scomparsa del leader missino e terminando a dicembre in prossimità della fine dell’anno.

Questo per poter dire e comunicare  che “tutta l’Italia” ha reso omaggio a Giorgio Almirante e all’uopo i relatori che parteciperanno ai vari dibattiti dovranno essere rappresentanti del più ampio mondo culturale e politico.

Vi elenco sinteticamente il programma di massima:

22 maggio 2014  Milano   “Almirante e l’Europa” . Almirante è stato parlamentare europeo per due legislature eletto nel meridione con oltre un milione di voti .

26 giugno 2014    Roma “Almirante Parlamentare Italiano”  presso la Camera dei Deputati sala della Regina . Questo è l’unica appuntamento che non può essere spostato perché abbiamo già avuto la conferma da parte del Cerimoniale della Camera dei Deputati e probabilmente sarà presente il Presidente on. Boldrini .

04 ottobre 2014   Trieste  “Almirante e la difesa dei confini nazionali “

08 novembre 2014  Napoli “Almirante e la questione meridionale”

12 dicembre 2014  Roma “Almirante e la nascita del MSI”

Il Consiglio di Amministrazione ha altresì delegato il Presidente a valutare la possibilità di concedere il patrocinio della Fondazione ad iniziative territoriali pertinenti i temi sopra indicati.

La Fondazione potrà anche, per il ciclo di manifestazioni che si svolgeranno a ridosso della data del 22 maggio e previa approvazione, farsi carico direttamente di costi di noleggio sale e tipografie entro il limite massimo di € 2500 per manifestazione.

Le richieste dovranno essere inviate via mail a centenarioalmirante@fondazionean.itcorredate dal programma e della documentazione di supporto entro il 18 maggio.

Sul sito www.alleanzanazionale.it troverete le specifiche operative.

Un caro saluto

Sen. Avv. Franco Mugnai

Foto
Arturo Stenio Vuono NAPOLI – 1987
 [ DA MESSAGGIO – “POSTATO” SU FACEBOOK )
—-Messaggio originale—-
Da: notification+kr4mymgan4wn@facebookmail.com
Data: 07/05/2014 21.57
A: “Noi votiamo Sergio SILVESTRIS”<massimovuono@libero.it>
Ogg: [Noi votiamo Sergio SILVESTRIS] Qui trovate alcuni video sull’impegno di Sergio…

Emilio Croce
Emilio Croce 7 maggio 21.57.34
Qui trovate alcuni video sull’impegno di Sergio Silvestris.
In difesa dei valori non negoziabili, del Sud Italia e dei suoi prodotti.
Date un voto alla buona politica, a chi merita.

NAPOLI – 2014

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[ “AZ.” ]      ( RICORDO DEL SENATORE ANTONIO MORMONE )
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[ “AZ.” – La Presidenza. –  Indimenticabile figura della Destra partenopea – Galantuomo, dalla rara modestia e signorilità, e militante adamantino – Non lo cambiò minimamente il seggio che andò ad occupare in senato. Esempio fulgidissimo di coerenza e di assoluto disinteresse per il << particulare >>. Uomo di altri tempi ! Noi non lo abbiamo – mai – dimenticato e ne partecipiamo il ricordo ai lettori, visitatori e collaboratori. ]
 [ DA MESSAGGIO – “POSTATO” SU FACEBOOK )

Mario Mormone ha condiviso la foto di Fabrizio Guastafierro.
VENERDI’ ALLE ORE 19.30 ALLA CHIESA DEL SANTO ROSARIO AL CAPO DI SORRENTO SI CELEBRERA’ UNA MESSA IN SUFFRAGIO DI ANTONIO MORMONE A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA.
Nella foto (di Antonino Siniscalchi) Nino Mormone.
Aiutatemi a recuperarne altre anche pubblicandole sul mio profilo e ricordate che venerdì 9 maggio alle 19.30 ci sarà una messa in suo suffragio nella chiesa del capo di Sorrento.( . . . )
 
Foto: Nella foto (di Antonino Siniscalchi) Nino Mormone.<br /><br />
Aiutatemi a recuperarne altre anche pubblicandole sul mio profilo e ricordate che venerdì 9 maggio alle 19.30 ci sarà una messa in suo suffragio nella chiesa del capo di Sorrento.
( nella foto : il senatore Antonio Mormone )
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[ “AZ.” ]     ( LA STORIA – SPAZIO LIBERO, APERTO A TUTTI, SENZA FILTRI O CENSURE )
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—– Original Message —– From: Filippo Giannini
Sent: Wednesday, May 07, 2014 9:44 AM
Subject: Articolo


Questo articolo sarà pubblicato su “Il Popolo d’Italia”.

 

 

Visita il sito http://www.filippogiannini.it

 

SALVA L’ITALIA, L’ITALIA NEL DUCE…

di Filippo Giannini

   Nella parte finale della “Preghiera del Legionario” è inserita questa invocazione all’Onnipotente, ma Iddio non ha ritenuto opportuno non salvare né il Duce, né l’Italia. E siamo nella “cacca”.

   Così, anche se nel “mai sufficientemente deprecato, infausto Ventennio” (Va bene questa condanna, Presidente Napolitano?) furono compiuti dei veri miracoli, ma “la sua condanna deve essere severa e definitiva” (mi auguro che anche questa sentenza vada bene, Signor Presidente, oppure non è suficiente?).

   Anche se la risposta sarebbe ovvia, come vedremo più avanti, desidero aprire un solo spicchio di quel Ventennio (da incubo è ovvio. E inizio. Molti economisti e storici (così si fanno chiamare) attestano che la famosa crisi congiunturale iniziata nel 1929 fosse peggiore di quella che stiamo vivendo in questi anni. Con la Carta del Lavoro (derivazione della Carta del Carnaro) per la prima volta nel mondo, venivano fissati dal truce tiranno, i cardini del rapporto fra lavoro, produzione ed economia nazionale. Premessa essenziale per giungere alla Socializzazione dello Stato.

   Se a causa della crisi internazionale, appunto del 1929, nei Paesi ad economia liberale i suicidi per la disperazione si contavano a decine (oggi in Italia sono centinaia), nel Paese governato dalla perfida tirannia fascista la congiuntura veniva superata senza eccessivi drammi. Mentre Franklin Delano Roosevelt eletto Presidente degli Stati Uniti a marzo del 1933, periodo nel quale un americano su quattro era disoccupato in Italia veniva concepito l’IRI, Istituto con il quale vennero gettate le premesse dello Stato imprenditore così da definire le linee di demarcazione  tra l’area pubblica e quella privata. Tutto questo mentre l’Italia era impegnata  nei grandi lavori e poteva lamentare solo 403 mila disoccupati, dei quali almeno la metà a carattere stagionale: cifra trascurabile se consideriamo che, ad esempio, la Gran Bretagna ne lamentava un milione e mezzo, la Germania era giunta a sei milioni e mezzo.

   Possiamo tranquillamente riportare un pensiero di Pino Rauti (Le idee che mossero il mondo, pag 326) <L’Italia più che uno Stato del vecchio continente  era una meschina provincia in una grande Europa ma dettava leggi al mondo). Tornando a Roosevelt, ricordiamo che questi aveva impostato la campagna elettorale  all’insegna del New Deal, ossia un vasto intervento statale in campo economico, in altre parole proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto, Roosevelt (E QUESTO NEL DOPOGUERRA FU ACCURATAMENTE CELATO; E I MOTIVI SONO OVVII) inviò nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i più preparati uomini del Brain Trust (“cervelloni”), per studiare il miracolo italiano. In merito lo studioso Lucio Villari osserva: <Tugwell e Moley, incaricati alla ricerca di un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva>.

   Roosevelt inviò Tugwell a Roma per incontrare Mussolini (il Truce) e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda l’episodio, tratto dal diario inedito di Tugwell in data 22 ottobre 1934 (anche l’Economia Italiana tra le due Guerre ne riporta alcune parti, pag. 123): <Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti COME ANCHE L’EFFICIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE ITALIANA, È IL PIU’ PULITO,IL PIU’ LINEARE, IL PIU’ EFFICIENTE CAMPIONE DI MACCHINA SOCIALE CHE ABBIA MAI VISTO> Esattamente come oggi in regime di democrazia antifascista)….

   Il documento relativo a questo contattto Mussolini-Roosevelt, ci fa sapere Villari, è custodito in copia nell’Archivio Jung, il cui originale, come il diario inedito di Tugwell, si trova nella Roosevelt Librery.

   Nel 1933 Roosevelt emanò il First New Deal, il Second New Deal venne firmato nel 1934-1936. Quindi fu Franklin D. Roosevelt a istituire il Social Security Act, una legge che introduceva, nell’ambito del New Deal., indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia. Contemporaneamente nacque anche il programma Aid to Family with Dependent Children (Aiuto alle famiglie con figli a carico). Glielo facciamo sapere al Signor Presidente Giorgio Napilitano che tutti questi provvedimenti avevano già visto la luce in Italia al tempo del Ventennio fascista? Chiedo venia, dovevo scrivere: al tempo dell’infame Ventennio fascista, ma sapete avevo trascurato di ricordare che il nostro Presidente era un iscritto ai GUF (Gruppi Universitari Fascisti) e osannava, su varie riviste, il Fascismo e il suo Capo. 

   Torniamo al New Deal di Roosevelt: subito dopo l’emanazione di queste leggi, sotto la spinta del grande capitale, la Corte costituzionale degli Usa decretò l’incostituzionalità di alcune di queste leggi. Da questo momento Italia e Usa presero, non solo economicamente, strade diverse. 

   A questo punto è opportuno ricordare quanto ebbe a dire Bernard Shaw nel 1937: <Le cose da Mussolini già fatte lo conducano prima o poi ad un serio conflitto con il capitalismo>. Non si dovranno attendere molti anni prima che la profezia del celebre scrittore si avveri. Non a caso di fronte alla confermata crisi del liberismo e delle utopie del marxismo, un autorevole personaggio democratico inglese Michael Shanks, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro “Wath is the wrong with the modern World?” che <Non c’è alternativa: o lo Stato Corporativo o lo sfascio dello Stato>.  D’altra parte lo stesso Gaetano Salvemini, circa la validità della proposta corporativa mussoliniana, ha attestato: <L’Italia (attenzione, amico lettore parliamo del periodo dell’”infame Ventennio!!!!) è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali si affollano per vedere con i loro occhi com’è organizzato e come funziona lo Stato Corporativo fascista (…)>. E ancora; J.P. Diggins (L’America, Mussolini e il fascismo, pag. 45) ha scritto: <Negli anni Trenta (attenzione! Stiamo parlando degli anni della più pesante crisi congiunturale) lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici offriva un allettante esempio di azione diretta e di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il Presidente Hoover effrontò la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività>.  La liberale e antifascista Nation arrivava ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti.

   Per fare un dispettuccio ad un Signore, già citato in questo articolo, riportiamo due giudizi (attenzione di nuovo: di simili giudizi ne potremmo citare mille e mille), addirittura di Winston Churchill, nel 1933: <Il genio romano  impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha mostrato a molte nazioni come si può resistere all’incalzare della crisi>. E nel 1947: <Le grandi strade che egli tracciò resteranno un monumento al suo prestigio persoanale e al suo lungo governo>.

   Concludo ponendo una domanda: “se tutto ciò è vero, PERCHE’ i nostri politicastri non studiano quanto fu fatto in “quel periodo” e vedere se alcuni punti possono essere riproposti oggi? La risposta sarebbe ovvia: perché i nostri “politicastri” pensano solo ad arricchirsi e se ne fregano altamente del popolo italiano; al contrario dell’”infame tiranno”.

   Questo articolo è dedicato ai grandi falsificatori della Storia e ci riferiamo principalmente a RAI STORIA.

    Terminiamo con alcune osservazioni storiche dell’amico Alessandro Mezzano.

 

   QUANDO C’ERA IL FASCISMO.. di Alessandro Mezzano

-Quando c’era il Fascismo la mafia era dovuta fuggire in America.

-Quando c’era il Fascismo i ragazzi non si drogavano.

-Quando c’era il Fascismo le città erano sicure.

-Quando c’era il Fascismo la scuola italiana era ai primi posti nel mondo.

-Quando c’era il Fascismo non ci si doveva vergognare di essere italiani.

-Quando c’era il Fascismo il potere non era corrotto e non corrompeva.

-Quando c’era il Fascismo non c’era il “Paese”, ma la Patria.

-Quando c’era il Fascismo anche i figli degli operai andavano nelle colonie al mare o in montagna.

-Quando c’era il Fascismo non c’erano né tante auto blu, né tanti stipendi e pensioni scandalose come oggi.

-Quando c’era il Fascismo c’era l’orgoglio di essere onesti e non, come oggi, quello di essere “furbi”.

-Quando c’era il Fascismo le grandi crisi economiche ( 1929 ) si affrontavano così bene che dal resto del mondo

venivano in Italia per vedere come avevamo fatto ..!

-Quando c’era il Fascismo l’Italia era ammirata e invidiata in tutto il mondo come dimostrano i giornali dell’epoca.

-Quando c’era il Fascismo non c’era questa casta politica infame, disonesta, corrotta, mafiosa e sporcacciona ..!!

E Filippo Giannini aggiunge: -Quando c’era il Fascismo quanto accaduto sabato 3  maggio scorso, a seguito della partita Napoli Fiorentina, sarebbe stato semplicemente impensabile.

Ecco perché nell’altro secolo le più potenti lobby si coalizzarono per abbattere il Fascimo.

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[ “AZ.” ]     ( SUL << NUOVO >> CHE AVANZA E CHE PIU’ VECCHIO NON SI PUO’… )

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( DA MESSAGGIO – “POSTATO” SU FACEBOOK )

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Data: 08/05/2014 8.22
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[ “AZ.” ]    ( SUI LURCHI E LA CANCELLIERA DI PRUSSIA )
( DA MESSAGGIO – “POSTATO” SU FACEBOOK )
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Le dichiarazioni della politica Ska Keller a Ballarò del 06/05/2014
youtube.com

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[ “AZ.” ]      ( MISFATTI DELLO << STATO FISCALE >> )

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Da: 
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Data: 08/05/2014 8.22
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[ “AZ.” ]     ( “ANCORA SU FIORENTINA NAPOLI…” – ETC. )

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( DA MESSAGGI – “POSTATI” SU FACEBOOK )

Due giornate di squalifica al Napoli…… ribadisco il mio pensiero: cornuti e mazziati! Questa è l’Italia

  • Lello Minichini ma il napoli non reagisce? Il nostro focoso presidente cosa fa?
  •  
    Giuseppe Ponticelli  Questo è il motivo perchè non vinciamo lo scudetto alla Roma dovrebbero dare un anno di squalifica del campo perchè quell’essere è riconosciuto dalla società calcio Roma è l’attentato contro i tifosi del Napoli era premeditato e mo pa figur e merd can fatt devono trovare il capo ispiatorio.

     

  •  
    Rocco Gaetano  E vero

     

  •  
  •  
    Giovanni Ingrosso  Sono un tifoso del Napoli anche io ma se le sanzioni sono dovute alla violenza di questa foto � da quello che è successo dopo ……
    2 min  · Mi piace 

     

copertina-il-caso-speziale-definitiva-ok

 


….accanto a te, per l’ultimo saluto,il tuo piccolo soldato
….accanto a te la tua grande famiglia…la Polizia di Stato
….accanto a te , al cospetto di Dio, l’amore di un popolo …sconfitto e indignato
onore a te Filippo Raciti!
 

  • Tania Ascione Quando un essere umano viene assassinato e privato alla sua famiglia…Non esistono ruoli e appartenenze di categorie;il dolore e’ immane,oltre che per l’atrocita’ di una vita stroncata innaturalmente;per l’inappagatezza del vuoto che non si riuscira’ mai a colmare nei cuori e nelle vite di chi resta e chi ama colui che e’ morto. 
  • Arturo Stenio Vuono RACITI NON C’ENTRA – IL SISTEMA HA PAURA E “SPARA” SUL NAPOLI https://azimutassociazione.wordpress.com

    azimutassociazione.wordpress.c om

    Raccolta di e-mail dell’Associazione Culturale Azimut
  • Peppe Fontanarosa era un semplice saluto affettuoso per qualcuno che è morto non per tritolo di Mafia ma per tritolo di violenza ed ignoranza ……tutto qui caro Arturo Stenio Vuono 
  • Arturo Stenio Vuono PREVALE IL PENSIERO UNICO – E’ STATO FORSE INNEGGIATO ALL’UCCISIONE DI RACITI ? NESSUNO LO HA FATTO – QUEL CHE ACCADE CONTRO NAPOLI E’ UNA VERGOGNA ! ! ! tra breve in rete ne scriveremo ancora –https://azimutassociazione.wordpress.com

    azimutassociazione.wordpress.c om

    Raccolta di e-mail dell’Associazione Culturale

—-Messaggio originale—-
Da: notification+acf6oy26@facebookmail.com
Data: 07/05/2014 0.17
A: “Arturo Stenio Vuono”<an.arenella@libero.it>
Ogg: Peppe Fontanarosa ti ha menzionato su Facebook

Peppe Fontanarosa ti ha menzionato in un commento. Peppe ha scritto: “era un semplice saluto affettuoso per qualcuno che è morto non per tritolo di Mafia ma per tritolo di violenza ed ignoranza ……tutto qui caro Arturo Stenio Vuono ” Rispondi a questa e-mail per commentare la foto.

facebook
Peppe Fontanarosa ti ha menzionato in un commento.
Peppe ha scritto: “era un semplice saluto affettuoso per qualcuno che è morto non per tritolo di Mafia ma per tritolo di violenza ed ignoranza ……tutto qui caro Arturo Stenio Vuono

SOLO PER NAPOLI CI SI INDIGNA, SI CHIEDE CHISSA' QUALE PUNIZIONE, QUANDO ESPONEVANO QUESTI STRISCIONE DOV'ERA LA MOGLIE DI RACITI????? PERCHE NESSUNO L' ANDAVA A INTERVISTARE???? NON SI SENTIVA FERITA?????  STATO, STAMPA, ISTITUZIONI, VERGOGNA!!!

SOLO PER NAPOLI CI SI INDIGNA, SI CHIEDE CHISSA’ QUALE PUNIZIONE, QUANDO ESPONEVANO QUESTI STRISCIONE DOV’ERA LA MOGLIE DI RACITI????? PERCHE NESSUNO L’ ANDAVA A INTERVISTARE???? NON SI SENTIVA FERITA?????
STATO, STAMPA, ISTITUZIONI, VERGOGNA!!!

 

—-Messaggio originale—-
Da: notification+acf6oy26@facebookmail.com
Data: 07/05/2014 7.39
A: “Esercito di Silvio”<esercitodisilvioitalia@groups.facebook.com>
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Alessandro Sansoni
Alessandro Sansoni 8 maggio 11.06.42
Il Modavi lancia gli stati generali del Sud

http://www.julienews.it
Il 9 Maggio prenderà il via a Salerno, presso l’Hotel Mediterranea (Via Salvador Allende, 8), la tre…
—-Messaggio originale—-
Da: 
notification+acf6oy26@facebookmail.com
Data: 08/05/2014 10.02
A: “MODAVI – Federazione provinciale di Napoli”<
54175958376@groups.facebook.com>
Ogg: [MODAVI – Federazione provinciale di Napoli] FINALMENTE CI SIAMO!!!

Alessandro Sansoni
Alessandro Sansoni 8 maggio 10.02.37
FINALMENTE CI SIAMO!!!
STATI GENERALI DEL SUD
La convention del MODAVI ONLUS dedicata al Mezzogiorno
Hotel Mediterranea, Salerno, via Salvador Allende 8
9, 10 e 11 maggio 2014
ECCO IL PROGRAMMA DELLE ATTIVITA’
Venerdì 9 maggio
h. 11:00-15:00 Registrazione dei partecipantih. 15:00-15:30 Apertura dei lavori

Intervengono:
Maria Teresa Bellucci, Presidente Nazionale Modavi Onlus
Alessandro Sansoni, Vicepresidente Nazionale Modavi Onlus
Francesco Piemonte, Presidente Modavi Salerno

h. 15:30-16:00 Team Building

h. 16:00-19:00 Workshop tematici – I Sessione

1. Crescita personale ed occupazionale;
2. Salute e stili di vita sani;
3. Pari opportunità e violenza di genere;
4. Immigrazione e integrazione

h. 20:00 Cena presso Hotel Mediterranea

Sabato 10 maggio

h. 9:30-13:00 Workshop tematici – II Sessione

1. Crescita personale ed occupazionale: interviene Maria Lucia Galdieri, Assessore Lavoro e Politiche della Formazione – Provincia di Napoli

2. Salute e stili di vita sani: interviene *Elisabetta Moro, docente Università di Napoli SOB

2. Pari opportunità e violenza di genere: interviene Laura Tinari, Presidente Comitato responsabilità sociale d’impresa – Gruppo Giovani Imprenditori Confidustria

4. Immigrazione e integrazione: interviene Anita Marino, responsabile sportello immigrazione – Provincia di Salerno

h. 13:00-15:00 Pranzo

h. 15:00-17:00 Workshop tematici – III Sessione

Stesura dei quattro policy papers:
1. Crescita personale ed occupazionale;
2. Salute e stili di vita sani;
3. Pari opportunità e violenza di genere;
4. Immigrazione e integrazione

h. 17:00-23:30 Visita di Salerno e cena presso “Villa Avenia”

Domenica 11 maggio

h. 9:30-10:00 Saluti istituzionali

Interviene:
Antonio Iannone, Presidente della Provincia di Salerno

h. 10:00-13:00 Presentazione dei policy papers

Intervengono:
Danilo Festa, Direttore Generale per il Terzo Settore e le Formazioni Sociali – Ministero del Lavoro
Isabella Rauti, Consigliere per le politiche di contrasto della violenza di genere, sessuale e del femminicidio – Ministero dell’Interno
Severino Nappi, Assessore Lavoro Formazione e Orientamento professionale, Politiche dell’emigrazione e dell’immigrazione – Regione Campania
*Giacomo D’Arrigo, direttore generale Agenzia Nazionale Giovani
Pasquale D’Acunzi, Presidente ARLAS
Alfonzo Cantarella, Presidente Fondazione CARISAL
*Giuseppe Failla, portavoce Forum Nazionale Giovani

Conclude:
Maria Teresa Bellucci, Presidente Nazionale Modavi Onlus

Modera:
Alessandro Sansoni, Vicepresidente Nazionale Modavi Onlus

h. 13:00-15:00 Pranzo presso Hotel Mediterranea

*in attesa di conferma


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—– Original Message —– From: csrbruni
Sent: Tuesday, May 06, 2014 7:52 PM
Subject: PREMIO TROCCOLI 2014 – PIERFRANCO BRUNI RICORDERA’ GIUSEPPE SELVAGGI GIORNALISTA E POETA  

Pierfranco Bruni al Premio Nazionale Troccoli – Cassano Ionio Edizione 2014

ricorderà Giuseppe Selvaggi 

Al Premio Nazionale Troccoli, Edizione  2014, Pierfranco Bruni ricorderà la figura e l’opera di Giuseppe Selvaggi  a 10 anni dalla morte, poeta e intellettuale della Magna Grecia e del Mediterraneo,  con  una lettera inedita di Mario Luzi  e Carlo Belli

Inediti e autografi studiati e curati da Pierfranco Bruni

Pierfranco Bruni: “Selvaggi resta un punto di riferimento che va riconsiderato e riletto come poeta e come intellettuale oltre che come acuto e attento giornalista. Un uomo impegnato per la libertà della cultura soprattutto alla luce di questi nuovi documenti e sottolinea delle attenti riflessioni sul valore della lingua italiana come principio fondante dell’identità nazionale dell’Italia”. 

    Il 28° Premio nazionale “Troccoli Magna Graecia”, guidato dal giornalista Martino Zuccaro, di ricerca e promozione culturale, oltre a consegnare i riconoscimenti a personalità della cultura italiana, ricorderà Giuseppe Selvaggi, a dieci anni dalla scomparsa il poeta e giornalista Giuseppe Selvaggi anche attraverso inediti e lettere di Mario Luzi e Carlo Belli. Un intellettuale che ha sempre creduto nel messaggio della poesia. Un monito importante per una ricerca che pone all’attenzione il ruolo di un uomo e di uno scrittore che ha saputo sempre confrontarsi con il quotidiano. Selvaggi ha segnato un percorso indelebile nella poesia calabrese contemporanea.

Selvaggi era nato proprio a Cassano Ionio, Cosenza,  nel 1923 e morto a Roma nel 2004.

Bruni, nel corso del Premio Troccoli, parlerà di una lettera autografa di Mario Luzi. Nella lettera, datata 20 aprile 1983, Luzi riferendosi al primo libro di Selvaggi, ”Fior di notte”,  parla di un libro come  ”una toccante sorpresa” che suscita un ”effetto singolare”.

Un’altra importante testimonianza è anche la lettera autografa di Carlo Belli.     

Con “Scoperta dell’Europa” che risale al 1948, un saggio profetico nella difesa della tradizione italiana, Selvaggi pose le basi per tutelare la lingua italiana, con la sua identità, in Europa. Un dibattito posto da Selvaggi con coraggio non dimenticando il valore delle culture popolari antiche.

      “Il Premio Troccoli 2014, guidato da Martino Zuccaro, vuole essere un omaggio a un grande poeta (giornalista e scrittore) del nostro tempo, sottolinea Pierfranco Bruni, che ha tracciato una linea generazionale nel contesto della letteratura degli anni Cinquanta. Selvaggi è stato un riferimento non solo sul piano letterario, ma culturale in senso molto più ampio. In queste lettere ci sono riferimenti a approcci che rimandano alle nostre lunghe conversazioni e ai nostri incontri e costituiscono un modello di quel legame, per un intellettuale come Selvaggi, tra letteratura e vita tutto intrecciato di armonie, disarmonie, amore, conflitti. È stato un antesignano del dibattito sull’importanza della Europa che dialoga con il Mediterraneo con ‘Scoperta dell’Europa’ che risale al 1948”.

      “Sevaggi, aggiunge Pierfranco Bruni, è stato un poeta raffinatissimo e un attento critico d’arte che ha cercato sempre di sviluppare un confronto all’interno dei processi storici degli ultimi decenni. Era stato amico di Corrado Alvaro. Ma aveva creato legami con tutta la cultura letteraria di questi decenni. Pur dedicandosi costantemente alla letteratura e all’arte il giornalismo parlamentare ha rappresentato un tassello per capire e penetrare il quotidiano.  C’è da sottolineare che Selvaggi ha fatto parte della stampa parlamentare dal 1944 e ha lavorato nei quotidiani Italia Sera”, “Il Tempo”, “Il Messaggero”, “Il Secolo XIX”. Ha diretto la rivista francese “Planéte”. E’ stato direttore della rivista di cultura politica “Idea”.

I riconoscimenti della edizione 2014 sono andati a Rocco Turi,  sociologo, scrittore, autore di Storia segreta del PCI (Rubbettino), Antonietta Cozza  docente e saggista, per la sua analisi storico – letteraria  e per il suo costante interesse e riproposta di scrittori che hanno raccontato la Calabria e il Sud, al neo Vescovo  Francesco Oliva,  Presidente del Tribunale Ecclesiastico Regionale Calabro, Maria Rosaria Gianni capo Redattore Cultura e Spettacoli del TG1 RAI.

La manifestazione  si svolgeràù nel prestigioso Teatro Comunale di Cassano Ionio venerdì 16 maggio, alle ore 18. I lavori saranno introdotti dal Presidente del Premio Martino Zuccaro.

—– Original Message —– From: csrbruni
Sent: Wednesday, May 07, 2014 4:15 PM
Subject: AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO IL GIUSEPPE BERTO CURATO DA PIERFRANCO BRUNI
 

Al Salone del Libro di Torino

Nel centenario dello scrittore di “Anonimo Veneziano”

La necessità di raccontare la vita e la letteratura

Uno studio su Giuseppe Berto, a 100 anni  dalla nascita,

coordinato da Pierfranco Bruni

 con contributi di Mauro Mazza, Gerardo Picardo, Gennaro Malgieri,  Marilena Cavallo, Claudia Rende, Micol Bruni:

 “Giuseppe Berto e la necessità di raccontare”.


      Al Salone del Libro di Torino il Giuseppe Berto curato da Pierfranco Bruni. 
La letteratura e la necessità di raccontare la vita. Giuseppe Berto dalla sua guerra d’Africa al mare della Calabria. Un centenario per raccontare la letteratura italiana del secondo Novecento. “Giuseppe Berto, sottolinea Pierfranco Bruni,  resta uno scrittore che ha attraversato precisi generi letterari. Dalla ‘forma’ neorealista, che tale non è alla luce di una rilettura estetica, ad uno scavo che è chiaramente psicologico. Ma in tutto questo attraversamento ci sono tre aspetti rilevanti: il linguaggio, la struttura dei testi, il suo confrontarsi con una visione metafisica della vita. Nonostante la storia sia presente viene completamente attraversata e superata perché alla fine restano i personaggi a raccontare il tutto. Da ‘Anonimo veneziano’ a ‘ La Gloria ’. Uno scrittore importante in un Novecento che si appresta a rileggere la sua temperie e la sua letteratura”.

Un Centenario per riaprire un dibattito sulla figura di uno scrittore che attraversato generazioni ed epoche. Giuseppe Berto a cento anni dalla nascita. Su questo autore il Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”, diretto da Pierfranco Bruni, e il Sindacato Libero Scrittori Italiani, pubblicheranno un saggio dedicato allo scrittore nato Mogliano Veneto il 1914 e morto a Roma il 1978 dal titolo: “Giuseppe Berto. La necessità di raccontare”.

Il saggio, curato e con scritti di Pierfranco Bruni, apre un dibattito sul ruolo dello scrittore e l’importanza della metafora tra linguaggio e forme narranti.

Pierfranco Bruni si occupa del rapporto tra Berto e il Novecento letterario e  le sue eredità con Albert Camus, Gerardo Picardo si sofferma sugli aspetti “teologici” ed eretici del Giuda in Berto, Gennaro Malgieri affronta gli elementi storico – politici e letterari intorno a “Guerra in camicia nera”,  Marilena Cavallo traccia un profilo tra “La cosa buffa”, “Il male oscuro” e i “Racconti”, Mauro Mazza porta una sua testimonianza inedita e il suo incontro con Berto, Claudia Rende traccia un profilo sul legame tra Berto e il cinena e Micol Bruni raccorda la dimensione calabra in Berto oltre a coordinare una bibliografia ragionata.

 “Riproporre Giuseppe Berto a cento anni dalla nascita, sottolinea Pierfranco Bruni, curatore dello studio,  significa anche contestualizzare un profilo del Novecento letterario e culturale tout court attraverso libri che hanno segnato generazioni. È  necessario rileggere romanzi che hanno fatto discutere in anni di transizione come: Anonimo veneziano e La gloria. Due libri che ancora oggi propongono una chiave di lettura anticonformista”.

“In Giuseppe Berto, dichiara ancora Bruni, si vive un intreccio non solo letterario, ma anche esistenziale e psicologico tutto giocato tra amore e morte. Ovvero tra la capacità dell’amore di farsi definizione ancestrale di un modello di vita, che ha in sé il senso del destino, e la realtà della morte che diventa, nei suoi scritti, sempre più consapevolezza di un andare nel di dentro della vita stessa senza la paura della perdita.

“Uno scrittore, sostiene sempre Pierfranco Bruni, che ha amato il mare e soprattutto la Calabria. Ho  avuto modo di raccontare ciò in due trasmissioni per la Rai , una di queste realizzata  con Marilena Cavallo”.

      Nel 1947 esce Il cielo rosso. Una storia il cui segno politico è preciso. Ma ci sono altri libri che sottolineano il rapporto sempre più profondo, appunto, tra la morte come consapevolezza di definito e la vita come attesa del definire.

      Il male oscuro del 1964 segna, comunque, il suo punto di riferimento non solo letterario, ma anche esistenziale. È Il male oscuro che rende Berto scrittore “nuovo” in un contesto in cui il legame letteratura e psicanalisi costituiva un dialogo sempre aperto e discutibile. Ci sono i libri di memoria come quello già citato del 1947 e poi Guerra in camicia nera del 1955. Altri come Il brigante del 1951. Al 1978 appartiene  La gloria in cui c’è un rapporto costante tra Gesù e Giuda. Un libro tutto da rileggere  e da rimeditare. La figura di Giuda è centrale.

      Del 1966 è La cosa buffa. Un romanzo d’amore che, comunque, non raggiunge quella tensione lirica alla quale lo stesso Berto tendeva. È con Anonimo veneziano, negli anni Settanta,che l’incontro tra amore e morte trova la sua più inquieta profondità.

“Riproporre oggi Giuseppe Berto, cesella Pierfranco Bruni, significa, tra l’altro, percorrere intere stagioni del Novecento letterario italiano. Di quel Novecento mai conformista e mai allineato con le ideologie dominanti”.

info. 338 9108211

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[ “AZ.” ]      ( ALTRE NEWS  – RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO)
( a prescindere  se si condivida tutto / in parte / o meno )

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—– Original Message —– From: archifress@tiscali.it
Sent: Monday, May 05, 2014 8:51 PM
Subject: Letterina ai giornali
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gentile direttore,
nessuno a proposito della guerra tra Ucraina e Russia ricorda il precedente dell’Olodomor, cioè lo sterminio negli anni 1932-33 di 6/9 milioni di contadini ucraini che si opponevano alla collettivizzazione delle terre. Forse è proibito parlarne perché potrebbe venire fuori che Hitler imparò da Stalin, proprio in quella vicenda, che era possibile concepire lo sterminio di un popolo intero.
Luigi arch Fressoia, pg

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[ “AZ.” ]      ( ALTRE NEWS – TRATTO DAL WEB )
( DOCUMENTAZIONE – a prescindere  se si condivida tutto / in parte / o meno )
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– CIVG Informa Speciale Ucraina

– Genocidio armeno

– Quel genocida di Stalin

– Il caso messicano : “…una classe politica anticlericale e massonica, che aveva tra i suoi obiettivi quello di distruggere la forte tradizione cattolica del paese…”

– IL GRANDE OLOCAUSTO DEI NATIVI AMERICANI: LO STERMINIO DEGLI INDIANI DELL’AMERICA DEL NORD 

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1
—– Original Message —– From: info@civg.it
To: CIVG
Sent: Tuesday, May 06, 2014 11:39 AM
Subject: CIVG Informa Speciale Ucraina
Speciale
Ucraina
Se volete contattarci per collaborare con questo progetto, per proporci materiali, per chiedere altre informazioni o per essere cancellati dalla newsletter, inviate una mail a info@civg.it. A seguire, gli ultimi articoli caricati sul sito.
L’Ucraina che RESISTE al neo nazismo di EuroMaidan

Le due Odessa: quella del popolo e quella dei golpisti nazisti di Kiev amici dell’Europa

Enrico Vigna

 



Odessa non sarà perdonata dal popolo, nessuno e nulla sarà dimenticato ! Festeggiato ad Odessa il 70° anniversario della eroica liberazione della città dagli invasori nazisti

11/04//2014

Leggi tutto

Ucraina: Speciale regioni sud orientali

Enrico Vigna

Kiev: forze dell’ordine impotenti, Ucraina orientale fuori controllo    –   30 aprile

 

Il presidente ad interim dell’Ucraina Alexandr Turchynov ha dichiarato oggi a Kiev che le forze dell’ordine non sono al momento in grado di riprendere rapidamente il controllo della situazione nelle regioni di Lugansk e Donetsk.

Secondo lui, la situazione nella parte orientale del Paese rimane tesa e fuori controllo.
Turchynov ha sottolineato che le autorità centrali ucraine non controllano la situazione nella città di Slavyansk, nell’Oblast’ di Donetsk. In precedenza erano stati licenziati i capi dei distretti regionali di polizia.

Leggi tutto

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Genocidio armeno – Wikipedia

it.wikipedia.org/wiki/Genocidio_armeno

‎ ( . . . )  Numero dei morti; 4 ( . . . ) Negazionismo del genocidio armeno …. storici accertati,
nega contro ogni evidenza il fatto storico del genocidio del popolo armeno.

Genocidio armeno

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
( . . . )
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.

Civili armeni in marcia forzata verso il campo di prigionia di Mezireh, sorvegliati da soldati turchi armati. Kharpert, Impero Ottomano, aprile 1915.

L’espressione Genocidio armeno, talvolta Olocausto degli Armeni[1][2] o Massacro degli Armeni (in lingua armena Հայոց Ցեղասպանութիւն Hayoc’ C’eġaspanowt’yown o Մեծ Եղեռն Medz Yeghern “Grande Crimine”, in turco Ermeni Soykırımı “Genocidio armeno”, a cui talvolta viene anteposta la parola “sözde”, “cosiddetto”) si riferisce a due eventi distinti ma legati fra loro: il primo è relativo alla campagna contro gli armeni condotta dal sultano ottomano Abdul-Hamid II negli anni 18941896; il secondo è collegato alla deportazione ed eliminazione di armeni negli anni19151916. Il termine genocidio è associato soprattutto al secondo episodio, che viene commemorato dagli Armeni il 24 aprile. Il 24 aprile 2010 è stato commemorato il 95º Anniversario del Genocidio Armeno[3].

Nello stesso periodo storico l’Impero Ottomano aveva condotto (o almeno tollerato) attacchi simili contro altre etnie (come gli assiri e i greci), e per questo alcuni studiosi credono che ci fosse un progetto di sterminio.[4]

Sul piano internazionale, ventuno stati[5] hanno già ufficialmente riconosciuto un genocidio negli eventi descritti.[6][7][8][9]

Lebanese Armenians burn the Turkish flag
  • Breve storia del genocidio armeno

Breve storia del genocidio armeno

di Matteo Miele, Royal University of Bhutan

Iniziò il 24 aprile del 1915 a Costantinopoli, fu un massacro sistematico ed è tuttora oggetto di grandi contestazioni

24 aprile 2012

La notte del 24 aprile 1915 iniziava l’orrendo e sistematico sterminio del popolo armeno nei territori dell’Impero ottomano. L’obiettivo dei Giovani Turchi, organizzazione nazionalista nata all’inizio del XX secolo, era quello di creare uno stato nazionale turco, sul modello dei nuovi paesi europei nati nell’Ottocento. Creare dunque la Turchia e unirla con il mondo turcofono dell’Asia centrale (il Turkestan). Gli armeni, cristiani ed indoeuropei, erano l’ostacolo più evidente da eliminare per portare a termine il sogno nazionalista di un immenso territorio che dal Mediterraneo arrivasse fino allo Xinjiang cinese. Il primo passo era la nascita di un nuovo Paese abitato soltanto da turchi. Le popolazioni cristiane, che per secoli si erano organizzate in diversi millet (le comunità religiose e nazionali) dovevano sparire dal territorio. La definizione “Stato nazionale” prevede un paese linguisticamente e culturalmente omogeneo, con una popolazione composta in larga misura da un unico gruppo etnico e dove le altre popolazioni si limitano a piccole minoranze (l’Italia ne è un esempio). L’idea dei Giovani Turchi era dunque quella di conseguire con la forza le condizioni che la storia non aveva realizzato. Armeni, greci, assiri, le tre più importanti comunità cristiane, erano i primi obiettivi. Inizialmente i Giovani Turchi si servirono anche dei curdi (iranici, ma musulmani) per portare avanti le stragi.

(Chi sono i Giovani Turchi)

Gli armeni erano stati i primi al mondo a dichiarare il Cristianesimo religione ufficiale del proprio Paese, nell’anno 301. Secondo la tradizione la fondazione della Chiesa armena viene fatta risalire a Taddeo e Bartolomeo (due apostoli di Gesù), ma fu solo all’inizio del IV secolo che San Gregorio Illuminatore battezzò il re armeno Tiridate III. Da allora il Cristianesimo è diventato il pilastro dell’identità armena. Religione e cultura furono i segni distintivi degli armeni, per secoli sotto dominazioni straniere. In ogni casa, anche la più povera, non mancano mai i libri e nelle biblioteche è possibile scovare antichi volumi a forma di bottiglia per nasconderli meglio dal furore distruttivo degli invasori e preservare la propria storia e il proprio futuro. Prima di convertirsi al Vangelo, Tiridate aveva fatto rinchiudere San Gregorio in un pozzo sul quale oggi sorge il monastero di Khor Virap, dal quale è possibile ammirare il Monte Ararat, simbolo dell’Armenia. Secondo la Bibbia fu proprio sulle alture dell’Ararat che l’arca di Noè si sarebbe fermata.

Il genocidio del 1915 iniziò però lontano dall’Ararat, a molti chilometri di distanza dall’Armenia storica: a Costantinopoli nella notte del 24 aprile, nelle case degli intellettuali, degli studiosi, dei poeti. Poi, sistematicamente, il massacro andò avanti più a Oriente, nelle terre abitate da millenni dal popolo armeno. Uccidendo gli uomini e deportando i bambini e le donne nel deserto siriano, dove morirono per la fame e per la sete, abbandonati. Ad alcuni bambini vennero inchiodati ai piedi i ferri di cavallo. I beni sequestrati andarono ad arricchire alcune famiglie turche. Fu il Medz Yeghern, il “Grande Male”.

Oggi gran parte dell’Armenia storica si trova in territorio turco. In primo luogo per via del genocidio che annientò le vite di un milione e mezzo di armeni. E poi per il tradimento delle potenze occidentali che nel 1923 firmarono a Losanna un nuovo trattato che annullava quello di Sévres del 1920, che avrebbe dovuto dare vita a un’Armenia indipendente nel territorio dell’Armenia storica, secondo quanto voluto dal presidente americano Woodrow Wilson. Agli armeni non rimase dunque che una piccola porzione di territorio, la Repubblica democratica armena che, entrata a far parte dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ‘20, ritroverà l’indipendenza solo nel 1991. Nell’Armenia occidentale restarono solo chiese diroccate, monasteri deserti, villaggi abbandonati. La cattedrale di Akhtamar, importantissimo centro della cristianità armena su un’isola del lago di Van, è stata trasformata pochi anni fa in un museo dal governo turco. I nomi stessi di quei luoghi sono monumenti dolorosi di un mondo distrutto dall’odio nazionalista che tuttora continua sistematicamente a negare le proprie responsabilità.

La storiografia ufficiale turca cerca infatti di inserire i massacri all’interno della Prima guerra mondiale, negando un piano specifico di sterminio dell’intera popolazione armena. Il solo nominare la parola “genocidio” in Turchia può costare diversi anni di carcere e il riconoscimento da parte di un paese terzo porta regolarmente alle proteste di Ankara. In realtà la Grande guerra fu solo un’utile circostanza per condurre a termine un progetto ideato molto prima. Il massacro di Adana del 1909 e prima ancora i massacri hamidiani di fine Ottocento ne sono tragiche prove, così come aver accompagnato al genocidio armeno, il genocidio assiro ed il genocidio greco. Oggi anche l’Ararat si trova oltreconfine, in territorio turco. Può essere contemplato da Yerevan, la capitale della Repubblica armena, ma quella frontiera così vicina rimane forse la più imponente testimonianza della tragedia.

Una manifestazione di armeni libanesi contro la Turchia a Beirut.
foto: JOSEPH EID/AFP/Getty Images

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06 mag

Quel genocida di Stalin

Ieri Norman Naimark ha presentato al Collegium Hungaricum di Berlino le tesi di fondo del suo ultimo libro. In inglese si intitola „Stalin’s Genocides“. La casa editrice Suhrkamp ha tradotto il saggio di 140 pagine con il titolo „Stalin und der Genozid“. Al pubblico italiano il docente di storia dell’università di Stanford è noto sinora per „La politica dell’odio“ (edizioni Laterza), una ricostruzione delle agghiaccianti deportazioni – dal genocidio degli armeni da parte dei turchi a quelle di ceceni e tatari della Crimea ad opera del regime stalinista sino alle ultime ‘pulizie etniche’ nei Balcani – di cui il 20° secolo è da capo a fondo tragicamente costellato.

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Nel nuovo saggio Naimark si concentra esclusivamente sulla ‘politica dell’odio’ scatenata, dagli anni ‘30 sino al 1953, fuori e dentro l’Impero, da Stalin e dai suoi sgherri. Nel 5° capitolo ripassa in rassegna le ondate di repressione contro i popoli stranieri: a partire dalle prime deportazioni ordinate da Stalin, nel 1932, contro 150mila famiglie polacche e tedesche. A questa prima catastrofe, che colpì mezzo milione di persone, seguì nel ‘37 la deportazione di 175mila coreani in Uzbekistan. Così come alle prime deportazioni di estoni, lettoni e lituani nel 1940, Stalin e Berja imposero, nel febbraio 1944, le già menzionate deportazioni di ceceni e tatari: 496mila uomini, donne e bambini stipati su vagoni-bestiame e condotti a marcire in Kazakistan.

Naimark tratteggia appena i contorni dell’altro orrore gigantesco voluto da Stalin in Ucraina e che va sotto il nome di „Holodomor“: dai 3 ai 5 milioni di contadini che il „Woschd“ dell’impero sovietico fece morire nel 1932/33 di fame. Una conseguenza, lo spettro orrifico dell’Holodomor, dello sterminio a cui lo spietato dittatore (in questo ottimo allievo di Lenin) aveva prima sottoposto contadini e ‘Kulaki’ russi: dal 1929 al ‘32 Stalin fece deportare circa 10 milioni di cosiddetti Kulaki, spedendone oltre 2 milioni nei GULag. E ancora non abbiamo messo in conto gli altri osceni crimini perpetrati dal „Chosjain“, dallo Chef dell’Impero contro gli avversari politici, veri e presunti, del sempre più paranoico dittatore. Solo con la prima ondata del Terrore, nelle cosiddette ‘purghe’ del 1937/38, Stalin liquidò un milione di cittadini sovietici; in tutto, sino alla sua morte nel ‘53, ne fece deportare 6 milioni ( 3 milioni dei quali per „attività controrivoluzionaria“), costringendone 16 o 17 milioni ai lavori forzati.

Data questa immane macchina dello stermino lanciata dal regime e per decenni contro interi popoli, ed interi gruppi sociali ed avversari politici, perché si esita ancora a parlare di „Genocidio“ (alcuni storici optano per “quasi-genocidio”; altri anche per “Classicidio” o “Politicidio”) per i crimini di Stalin? E come mai siamo  portati a riservare il „crimine dei crimini“ esclusivamente allo sterminio di 6 milioni di ebrei nelle camere a gas di Hitler?

Nel suo saggio Naimark risponde ricostruendo l’arzigogolata storia che, il 9 dicembre 1948, portò le Nazioni Unite a stipulare la „Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide“. E in cui si definisce genocidale l’azione „commessa nell’intento di distruggere un gruppo nazionale, etnico o religioso in tutto o in parte“. Colpisce la distanza dalla prima formulazione di ‘Genocidio’ avanzata, l’11 dicembre del ‘46, dalla stessa commissione delle Nazioni Unite, e a cui partecipò, da parte americana, un fine giurista di nome Raphael Lemkin. Nella ‘Resolution 96′ del dicembre ‘46 il genocidio viene ancora definito come“ crimine commesso per distruggere gruppi di uomini per motivi razziali, nazionali, linguistici, religiosi o politici“. Una definizione ben più ‘larga’ di sterminio che più si avvicina al concetto di Genocidio formulato per la prima volta, nel lontano 1933, proprio dallo stesso Lemkin („ Chi agisce per odio contro un gruppo razziale, religioso o sociale al fine della sua liquidazione si rende colpevole del crimine di…“).

Nel 1940, l’ebreo polacco Lemkin riuscì a fuggire dalla Polonia negli Usa diventando esperto di diritto del ministero della guerra-Usa. E come tale Lemkin si trovò , nel 1946, a partecipare al Tribunale internazionale di Norimberga cercando in tutti modi d’imporre, contro le resistenze della delegazione russa, la sua definizione di Genocidio. Ma niente: della commissione russa facevano parte a Norimberga I. Nikitischenko e soprattutto A. Wyschinski (le due Star dei processi-farsa a Mosca nel 1937). E l’obiettivo precipuo degli avvocati di Stalin era, al processo di Norimberga, non far trapelare nulla dei rapporti sovietici 1939-41 (il Patto Hitler/Stalin) con la Germania nazista; e soprattutto, annota Naimark, „far apparire i popoli sovietici come le vittime principali dell’imperialismo e razzismo nazionalsocialista“. Sono gli stessi motivi che, nel 1948, spinsero la delegazione sovietica a non ratificare una Convention delle Nazioni Unite che inglobasse nel concetto di Genocidio anche la persecuzione di gruppi sociali o politici. Come scrisse allora il “New York Times”, in un articolo del 19 ottobre 1948, dal punto di vista sovietico il Genocidio “è qualcosa di organicamente connesso al nazi-fascismo e a simili teorie razziali che predicano la superiorità di certe razze e l’eliminazione di presunte razze inferiori”.

Per seguire più da vicino le trame della Politica dell’Odio del 20° secolo, spiega Naimark, occorre una “interpretazione più flessibile” del concetto di Genocidio. Non si tratta minimamente di relativizzare l’unicità o singolarità di Auschwitz. Ma di riuscire a capire – senza pregiudizi di sorta – la dimensione degli orrori perpetrati, in nome dell’utopia comunista, da Stalin. E in questa opera di comprensione del passato  il saggio di Norman Naimark è senz’altro uno strumento utile.

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Il caso messicano

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Cristeros.

In Messico a partire dalla metà del XIX secolo si affermò una classe politica anticlericale emassonica, che aveva tra i suoi obiettivi quello di distruggere la forte tradizione cattolica del paese. Dopo numerosi episodi di violenza e il varo di leggi che limitavano severamente la libertà religiosa, nel 1926 nella popolazione cattolica prese avvio una rivolta armata, la cosiddettaCristiada: gli insorti riuscirono ad organizzare un vero e proprio esercito che giunse a contare anche 50000 uomini. La Cristiada durò fino al 1929; seguì un periodo di dura repressione, nel quale i sacerdoti fedeli a Roma venivano ricercati e fucilati.

Come conseguenza della sua politica anti-cattolica il numero di preti in Messico passò da circa 4.500 prima del 1926, a soli 334 nel 1934.

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IL GRANDE OLOCAUSTO DEI NATIVI AMERICANI: LO STERMINIO DEGLI INDIANI DELL’AMERICA DEL NORD

Prima parte

Come di consueto il 27 Gennaio di ogni anno si celebra la “Giornata della Memoria” per ricordare gli ebrei deportati e uccisi dal regime nazista. Va detto innanzitutto che chi scrive allontana qualunque accusa di negazionismo o di razzismo nei confronti di quanti persero la vita o furono sottoposti ad orribili torture nei campi di concentramento del Terzo Reich, poiché ad essi come a tutti gli altri sventurati che hanno subito simili abomini deve essere riconosciuto rispetto ed onore. Ciò che si vuole quantomeno osservare con occhio critico è come tale vicenda sia ormai da molti anni posta all’attenzione generale dei media che si prodigano in tutti i modi a ribadire il martirio del popolo ebraico (sempre che dell’esistenza di un tale popolo si possa parlare), e tacciando di razzismo ed antisemitismo chiunque metta anche solo semplicemente in discussione questioni come la legittimità o le singole azioni di Israele o la validità dei contenuti dell’ideologia sionista. Ogni qualvolta una persona o un gruppo politico della più diversa natura accenna anche ad un minimo discorso a riguardo, partono le solite accuse di complicità con chi negli anni del dominio hitleriano ha pianificato l’omicidio di numerosi innocenti. Sotto tale luce risulta quantomeno sospetto come invece altri e ben più vasti genocidi sono stati rimossi completamente dalla coscienza comune oppure, ancor peggio, giustificati in vario modo. Per vastità e modalità di esecuzione, il più noto è senza dubbio quello dei nativi che popolavano l’America settentrionale e che vengono normalmente chiamati Indiani o pellerossa. I motivi per cui tale genocidio sia passato in secondo piano, quando non del tutto dimenticato, sono molti, ma nessuno assolutamente giustificabile. Il massacrò iniziò praticamente pochi anni dopo la scoperta del continente americano e si concluse alla soglia della Prima Guerra Mondiale, quindi si sviluppò lungo un periodo di tempo molto vasto e difficilmente delimitabile. Le modalità del genocidio poi sono state molte, dall’eccidio vero e proprio di intere comunità sterminate sistematicamente con le armi da eserciti regolari o da soldataglie criminali assoldate alla bisogna per mantenere pulita l’immagine dei governi ufficiali, alla diffusione intenzionale di malattie endemiche come il vaiolo. A testimonianza di ciò vale la pena di riportare le parole del generale inglese Jeffrey Amherst nell’impartire un ordine al colonnello Bouquet durante la rivolta di Pontiac nel 1763: “Farete bene a tentare di contaminare gli Indiani mediante coperte in cui abbiano dormito malati di vaiolo, oppure con qualunque altro mezzo a sterminare questa razza esecrabile…”. Altri metodi di genocidio furono la fame, bruciando intenzionalmente i frutti della terra, o le deportazioni forzate attraverso territori enormi per mezzo di estenuanti marce forzate in pessime condizioni igieniche e climatiche.

 

Moltissimi furono poi gli Indiani che perirono nelle guerre tra le varie potenze europee che occupavano il suolo americano (Spagna, Impero britannico, Francia) e successivamente durante la guerra d’indipendenza delle colonie americane. In questi casi gli Indiani che scelsero di servire dalla parte della causa poi rivelatasi perdente (e purtroppo la maggioranza fece questa scelta prima con i francesi e poi con le forze lealiste all’Impero britannico) andarono incontro a durissime conseguenze. I coloni di origine europea non perdevano nessuna occasione di provocare gli Indiani spingendoli a commettere azioni violente, attirandoli in risse, violando i loro territori di caccia, abbattendo in massa i bisonti, vendendo loro alcool. I popoli indigeni di queste terre avevano una lunghissima tradizione guerriera e una psicologia molto semplice, per cui un torto fatto ad un membro di una tribù equivaleva per loro ad un atto di guerra scatenando la reazione indiana verso il “nemico bianco”, e in questi casi vittime di tale reazione erano anche molti innocenti. Del resto queste reazioni violente verso i coloni si dimostrarono ben più perniciosi verso gli Indiani che non verso i coloni stessi, i quali venivano aizzati volutamente da pochi interessati alla vendetta e alla rappresaglia contro i “selvaggi”, rei di terribili colpe, deumanizzati e dipinti agli occhi dell’opinione comune come belve feroci da abbattere ad ogni costo. Un altro pretesto che veniva usato contro gli Indiani era l’accusarli di “insensato tradizionalismo” ossia la loro legittima ostilità a sottomettersi ad usi e costumi che non gli appartenevano e il rivendicare diritti (se di rivendicazione si può parlare, perché chi da secoli vive in un determinato territorio ed esercita la sua sovranità su di esso, lo può ben considerare la propria Patria) su enormi porzioni di territorio, che i coloni non potevano sfruttare. Evidentemente la violazione della sovranità nazionale degli altri Paesi e la pretesa superiorità di uno stile di vita rispetto ad altri giudicati selvaggi e l’intervento violento per imporre quello stile di vita è una tradizione ben radicata nella cultura statunitense che perdura ancora oggi!

A tutto questo si aggiungeva poi l’idea che la storia umana è fatta di scontri di civiltà, e quindi una società più evoluta e più potente ha il legittimo diritto di sottomettere con ogni mezzo, civiltà e culture più deboli e arretrate: quindi gli Indiani, ritenuti inferiori e refrattari alla modernizzazione anglosassone, non avevano alcun diritto ad ostacolare lo sviluppo del futuro stato americano.

Altro aspetto che pesa sulla vicenda del genocidio è che gli Indiani, contrariamente ad altri casi similari, non si sono affatto rassegnati più o meno passivamente allo sterminio, ma hanno reagito con coraggio affrontando la violenza dei colonizzatori con continui tentativi di liberazione sfruttando al meglio le loro antiche abilità guerriere, compensando con l’astuzia e l’abilità l’enorme divario di forze in campo, riuscendo in più occasioni a sconfiggere i loro avversari.

Come purtroppo spesso accade, chi reagisce ad una violenza allo stesso modo è vittima del diffuso ed ipocrita pensiero pacifista, quindi spesso si sentono discorsi insensati nei quali gli Indiani assumono il ruolo dei “cattivi”, dei guerrieri sanguinari, quindi la reazione dei colonialisti viene tutto sommato giudicata legittima perché difensiva e questo getta ulteriore polvere sulla vicenda rendendo difficile un giudizio obiettivo.

La stessa cosa avviene spesso quando si considera il lungo conflitto israelo-palestinese, dove le forze di resistenza all’aggressore sionista vengono accusate di terrorismo o di guerrafondaismo, come se questo bastasse a fare passare in secondo piano l’aggressione e la violenta e progressiva privazione di territorio di cui la popolazione palestinese è tuttora vittima, e che giustamente reagisce nell’unico modo possibile.

Dopo aver tratteggiato questo quadro, legato per lo più alla visione della società di allora, va quindi analizzato il perché questo avvenimento così tragico sia tuttora molto poco trattato dalle presunti “menti aperte” della civiltà odierna. Se consideriamo i sopravvissuti al plurisecolare massacro vediamo che essi si attestano su circa 800.000 individui, di cui solo la metà di genetica a prevalenza indiana e che costoro coprono la fascia più povera della popolazione statunitense. Basti pensare che il reddito medio settimanale di una famiglia indiana negli USA è di 30 dollari (contro una media nazionale di 130);che hanno una speranza di vita di 42 anni (contro i 67 della media nazionale); una mortalità infantile e un tasso si suicidi tra gli adolescenti rispettivamente di 5 e 10 volte superiore alla media nazionale; che i 45% degli abitanti delle riserve è disoccupato e il 42% di essi è analfabeta. Va poi sottolineato che i territori delle riserve sono ricchissimi di materie prime:l’80% dell’uranio, il 40% del petrolio e il 75% del carbone, estratti negli USA provengono dalle riserve, ma lo sfruttamento di tali risorse è appannaggio di una ventina di grandi compagnie che se ne dividono i profitti, mentre agli Indiani non spettano che ridottissime provvigioni. Per coloro che cercano una via di fuga dalle riserve, la situazione non migliora di certo: dispersi in tristi realtà di degrado urbano, a cui ben pochi offrono un lavoro stabile, emarginati e disprezzati, i discendenti delle antiche tribù indiane diventano facili prede della droga, dell’alcolismo e della malavita. E’ logico quindi che a ben pochi importa della loro sorte o dei soprusi subiti in secoli di aggressione coloniale e di certo sono ben pochi tra di loro quelli che possono usufruire dei mezzi di comunicazione di massa per far conoscere a quante più persone i gravissimi torti subiti. Del resto gli Stati Uniti, in questa fase storica di progressivo appannamento della loro immagine a livello internazionale e dei loro aggravati problemi socioeconomici, hanno ben poco interesse a farsi ulteriore cattiva pubblicità, mostrando una delle più sanguinose basi su cui è stata costruita la loro attuale potenza.

Stridente è il contrasto con l’olocausto della comunità ebraica, i cui appartenenti oggi in buona parte ricoprono cariche istituzionali importanti in molti organismi politici ed economici a livello nazionale ed internazionale, sono proprietari di banche, imprese multinazionali, radio, giornali e televisioni oltre all’acquisizione di parecchie simpatie negli ambienti più disparati. Se poi paragoniamo il territorio-simbolo della comunità ebraica internazionale, ossia lo Stato di Israele, potenza regionale militare ed economica, con le poverissime e dimenticate riserve indiane, la misura è colma. In altre parole tutto è riconducibile a un preciso calcolo economico e geopolitico delle potenze imperialiste: ricordare il genocidio degli Indiani non rende, non rafforza l’immagine di queste potenze, né genera profitti, mentre ricordare il genocidio ebraico è utile a tali scopi.

Tutte queste motivazioni sono necessarie per capire come mai il genocidio dei nativi americani sia passato in secondo piano rispetto ad altri, ma per chi è ancora scettico riguardo all’entità e alle modalità di tale disastro umanitario è sufficiente citare le tappe più importanti della sua esecuzione.

MILIONI DI NATIVI D’AMERICA STERMINATI

 

Seconda parte

La conquista del suolo americano si può suddividere in cinque grandi fasi.

La prima fase (1512-1689) è caratterizzate dalle imprese isolate di pionieri di varia origine (in genere spagnoli, inglesi, olandesi e francesi),molti dei quali erano persone che avevano scelto questa via per sfuggire ad un destino di prigionia in Europa. Inizialmente i nativi furono accoglienti verso questi nuovi arrivati, ma in breve, di fronte alle mire egemoniche di cui presto diedero mostra, mutarono ben presto atteggiamento opponendo una dura resistenza all’avanzata dei conquistatori, ma venendo infine sconfitti dalla superiorità bellica di questi ultimi.

L’episodio che caratterizzò più di tutto questa fase fu la vittoriosa resistenza all’invasione francese da parte degli Irochesi. Essi erano al tempo i più evoluti fra i nativi nordamericani e costituivano la “Lega della lunga casa”, con un ordinamento giuridico evoluto e comprendevano cinque tribù (per questo vennero chiamati anche “Lega della Cinque Nazioni”: Mohawk, Oneida, Onondaga, Cayuga e i Seneca, questi ultimi i più numerosi e agguerriti. Va detto che in genere i rapporti dei nativi con i francesi fu relativamente buono (soprattutto con le tribù Algonchine, nemiche storiche degli Irochesi). Questo, non perché i francesi fossero migliori ma semplicemente perché i loro interessi erano più volti al commercio, che all’acquisizione di terre. Tuttavia i capi Irochesi erano lungimiranti e sapevano bene che la presenza dei nuovi arrivati avrebbe portato loro solo sciagure. Essi contavano 12.000 individui, di cui circa 1200 guerrieri. Le prime azioni degli Irochesi furono dirette contro le tribù vicine, amiche dei francesi, in maggioranza Huroni, che vennero quasi completamente annientati. Poi i guerrieri delle cinque nazioni diressero i loro attacchi contro i Neutral e gli Erie, che fecero analoga fine e i cui resti andarono ad ingrossare le fila irochesi.  La guerra vera e propria contro i francesi iniziò nel 1652, quando un Seneca venne arrestato e arso vivo dai francesi a Trois-Rivieres.  Bramosi di vendetta,  600 guerrieri irochesi devastarono la località. Nel 1660 un’armata di 1200 Irochesi guidati da Aharihon tentarono l’assalto a Quebec, ma incontrarono una forte resistenza che li costrinse a limitarsi a tenere sotto assedio la città per un anno. In seguito all’arrivo di tre nuovi comandanti francesi:Talon, Tracy e Courcelles, i francesi contrattaccarono con alterne fortune, ma senza mai spezzare la resistenza nemica che li logorava con continui attacchi seguiti da rapidissime ritirate. Nel 1684 gli Inglesi costruirono un’alleanza con gli Irochesi, fornendo loro armi in quantità. Nonostante fossero state avviate dei tentativi di pacificazione, un’azione vergognosa del nuovo governatore Denonville le fece fallire. Costui invitò 60 Indiani ad un banchetto con la scusa di negoziare, ma invece li fece spedire come schiavi in Francia. I futuri schiavi però non videro mai la loro destinazione: morirono tutti durante il viaggio a causa di un’epidemia contratta sulla nave. Gli Irochesi non dimenticarono mai questo affronto. Ebbri di vendetta piombarono il 5 agosto 1689 sul villaggio di Lachine, radendolo al suolo, uccidendo o catturando tutti gli abitanti. Nessun altro tentativo francese spezzò la loro resistenza. Ad aggravare la situazione, in quell’anno l’Inghilterra dichiarò guerra alla Francia.

Mentre questo accadeva nel Nord del continente, a Sud, negli stessi anni, gli Inglesi della Virginia, in seguito ad alcuni incidenti di bassa entità (alcuni Indiani rubarono dei maiali in seguito ad un mancato pagamento da parte dei virginiani e questi ultimi si vendicarono uccidendo molti indigeni), scoppiò una rivolta nota come “rivolta di Bacon”. Ancora una volta i coloni accesero la scintilla uccidendo sei capi della tribù dei Susquehanna, scatenando la loro reazione. Contro la linea pacificatrice del governatore della Virginia, si scagliò un colono recentemente sbarcato, Nathaniel Bacon, che non riconosceva ai nativi alcun diritto su quelle terre. Alla guida di 440 mercenari attaccò un villaggio vicino a Richmond uccidendo 150 persone, senza nessuna distinzione di età o sesso, proseguendo poi su questa linea, sino alla sua morte per malaria. Prima di morire però, la sua azione devastatrice costò il quasi annientamento delle tribù locali, che non si ripresero mai più.

Le due guerre di sterminio più terribili della storia della colonizzazione avvennero in questo periodo e furono caratterizzate dalla presenza dei predicatori religiosi, che costituirono una miccia devastante per i popoli nativi. La nuova Inghilterra era infatti caduta in mano a fanatici puritani che si consideravano “popolo eletto”, scelto da Dio per creare in quei luoghi una nuova civiltà dopo averli liberati dai “pellerossa figli di Satana”. Tristemente scolpiti nella storia resteranno i momenti di preghiera delle truppe prima dei massacri, o i ringraziamenti rivolti a Dio dopo la battaglia per aver dato loro l’occasione di uccidere così tanti di quegli “esseri immondi” in una sola volta.

L’uso della religione per giustificare azioni disumane sarà una costante della storia della conquista dell’America. Una simile mentalità pregiudicò qualsiasi buon rapporto con i nativi, anche perché chi ci provava veniva subito allontanato e perseguitato dalla comunità.

Naturalmente va detto che non tutti i religiosi che raggiunsero l’America erano di questa risma: molti erano personalità sincere e mosse dai più nobili sentimenti che spesso presero posizione a fianco degli Indiani, pagando sovente questa loro scelta con la vita.

La tribù più numerosa del luogo era quella di Pequod, guerrieri che avevano subito percepito la presenza britannica come ostile. Alcuni incidenti tra cacciatori Pequod e marinai inglesi furono il pretesto per scatenare una brutale repressione. Dopo avere bruciato alcuni villaggi e raccolti abbandonati, la spedizione punitiva britannica forte di 90 soldati regolari e affiancati da 70 guerrieri di etnia Mohegan del capo Uncas e altri guerrieri Narraganset, piombò di sorpresa sul villaggio Pequod sul Mystic River. Era il 26 maggio 1637 e passò allo storia come una delle giornate più nere per la lotta contro i colonialisti.

Dopo aver fatto irruzione nel villaggio e sparato su chiunque capitasse loro davanti, gli assalitori bruciarono l’intero villaggio: chi cercò di scappare all’esterno veniva immediatamente abbattuto.

Quel giorno morirono 600 Pequod di ogni età e sesso. I capi inglesi esultavano inneggiando alla grazia di Dio. I sopravvissuti iniziarono un terribile esodo, inseguiti dalle forze inglesi. Coloro che non fuggirono vennero tutti uccisi, esclusi 80 donne e bambini che furono ridotti in schiavitù.

Gli ultimi sopravvissuti, fuggiti in una palude vicino a Fairfield furono a loro volta circondati e sconfitti dopo una breve e furiosa battaglia. Dei 200 che si arresero e sopravvissero, poco dopo si perse ogni traccia. Una nazione era stata completamente estinta.

Di episodi analoghi si macchiarono anche gli olandesi che si erano stanziati nei pressi delle aree che oggi sono note col nome di Maine e Connecticut, che sotto la guida del feroce governatore Willem Kieft iniziarono una violenta guerra di sterminio iniziata sempre con futili pretesti o episodi isolati. Vennero così annientati diversi villaggi con sistemi che definire barbari è ben poca cosa: si provi soltanto ad immaginare decine di uomini, donne e bambini mutilati, bruciati vivi nelle proprie abitazioni o feriti a morte con armi di ogni sorta. Questa campagna di sterminio durò dal 1640 al 1645 e costò la vita a più di mille Indiani (più quelli ridotti in schiavitù).

Come però abbiamo visto poc’anzi, anche in territorio britannico i nativi non si piegarono alla conquista senza resistere. Fu proprio un atto di resistenza a segnare l’inizio della seconda grande guerra indiana. Alla guida della fazione indiana vi era un grande condottiero: Metacomet, appartenente alla tribù dei Wampanoag, passato alla storia come un capo estremamente capace, coerente e tenace. Egli capì subito che con 30.000 stranieri già sul proprio territorio, per loro non vi sarebbe stato scampo. La conferma si ebbe quando i coloni si spinsero fino sul Mount Hope, luogo natale di Metacomet. Alcuni incidenti tra i due fronti, come sempre scatenarono l’ira indiana. Di fronte all’abbattimento non autorizzato da parte indiana di alcuni capi di bestiame, i coloni uccisero molti di loro, scatenando la guerra. Il comando inglese venne assunto dallo spietato Benjamin Church. Il suo avversario intanto lanciava continui attacchi alle località inglesi arrivando a distruggerne ben venti nell’estate del 1675.  Contro di lui, i coloni mobilitarono 1000 miliziani, tra cui alcuni pirati delle Antille, con diritto di saccheggio. Gli inglesi fecero poi pressioni sulla tribù dei Narraganset cercando di costringerli a partecipare alla repressione, ma costoro rifiutarono dichiarandosi neutrali e si rinchiusero in una fortezza nei pressi del luogo in cui pochi anni prima erano stati annientati i Pequod. Gli inglesi li punirono per questa presa di posizione. Il 19 dicembre 1675 un esercito di 970 miliziani e 150 Mohegan guidati dal generale Winslow e da Oneco, figlio di Uncas, attaccarono il forte (in cui erano stimate 3500 anime) e lo distrussero massacrando nei modi più feroci 600 Narraganset e ferendone altri 300 mortalmente.  Tutti gli altri vennero ridotti in schiavitù. I pochi superstiti dei Narraganset si unirono così alla rivolta di Metacomet. La reazione degli Indiani fu immediata. Delle 90 località della Nuova Inghilterra, 50 erano state assalite e 20 totalmente distrutte. La colonia era ad un passo dalla sua distruzione. Ironia della sorte, tuttavia, il colpo che ribaltò l’esito della guerra di liberazione, venne proprio dai fratelli di razza di Metacomet.  Mentre quest’ultimo arruolava oltre 500 nuovi guerrieri, i Mohawk si fecero convincere dal governatore di New York a prendere le difese dei coloni. Un’offensiva improvvisa dei Mohawk, costrinse i seguaci di Metacomet a disperdersi. Gli inglesi ripresero l’offensiva con rinnovata energia, e sebbene la loro avanzata fu sempre molto dura, l’esito della ribellione era sempre più a favore dei coloni. Le tribù alleate di Metacomet, i Nipmuc e i Narraganset, abbandonarono la lotta lasciandolo solo con i suoi soli Wampanoag.  In successive diverse battaglie, in cui gli inglesi uccisero altri 500 Indiani riducendone altrettanti in schiavitù, l’avanzata delle forze di Church proseguì inarrestabile fino all’ultimo rifugio di Metacomet, vicino al suo luogo natale, Mount Hope. Il 12 Agosto del 1676 fu il giorno della battaglia finale: circondato dai suoi pochi superstiti, Metacomet cadde con onore. Ma l’europeo Church, alla vista del suo cadavere, lo definì: “Una grossa, sporca bestia triste e nuda”. Il corpo del capo indiano venne smembrato e i suoi pezzi appesi in varie località della Nuova Inghilterra come monito. La guerra costò in tutto 3000 morti nativi.

FURONO TRATTATI ALLA STREGUA DI ANIMALI

Terza parte

La seconda fase (1689-1763) è ricordata come la fase dei grandi scontri tra le potenze europee, durante i quali i nativi vennero chiamati a sopperire alla scarsità di effettivi degli eserciti regolari.

Le potenze colonizzatrici in questa fase sfruttarono in modo vergognoso l’antagonismo che opponeva le varie tribù indiane per i propri scopi, spingendo spesso i nativi a vere e proprie guerre intestine che costarono migliaia e migliaia di morti. Fu in questo modo che molte nazioni indiane scomparvero: i primi furono gli Abenaki, che combattevano al fianco dei francesi, stroncati da decenni di guerriglia, poi fu la volta dei Choktaw e dei Chickasaw, sfruttati rispettivamente da francesi ed inglesi. Per avere un’idea dell’entità di questo coinvolgimento, sono emblematiche le parole del generale inglese James Wolfe che dichiarò: “Gli Irochesi hanno conquistato un impero alla corona britannica”, in seguito alla sconfitta francese di Quebec nel 1759. Così come emblematica resterà la disfatta del generale inglese Edward Braddock nel 1755 sul fiume Monongahela, in cui il contributo degli Indiani che combattevano da parte francese fu determinante. La fine di questa fase coincide praticamente con l’abbandono della scena americana da parte della Francia, ormai definitivamente sconfitta.

Passando in rassegna gli eventi che caratterizzarono la conquista del territorio americano in questa fase durante cui la sovranità degli Indiani venne ancora una volta calpestata, troviamo la guerra dei Cherokee. Questa nazione indiana del territorio nord-americano sud-orientale era molto potente e gli inglesi dapprima cercarono un’alleanza con loro sottoscrivendo un trattato nel 1645. Tuttavia in seguito, un fatto accaduto nel 1751 segnò la fine del precario accordo. Alcuni Cherokee avevano rubato cavalli per rimpiazzare quelli perduti nel corso di alcuni scontri con gli Shawnee. In reazione i miliziani della Virginia assalirono un gruppo di Cherokee pacifici, uccidendoli e scotennandoli. Una rappresaglia Cherokee costata la vita a 19 coloni segnò lo scoppio delle ostilità. Dopo alterni attacchi,  il comandante inglese Amherst inviò un’armata di 1700 uomini a sterminare per sempre i Cherokee. Durante l’avanzata iniziale gli inglesi distrussero quattro villaggi Indiani, uccidendo tutti gli abitanti. Di fronte al rifiuto degli Indiani di arrendersi, le forze britanniche proseguirono l’avanzata ma vennero fermati nei pressi del villaggio indiano di Etchoe, nel quale riuscirono a penetrare solamente dopo aver subito pesanti perdite e poco dopo si ritirarono. La nuova avanzata inglese del 1761 fu però decisiva per le sorti del conflitto. Amherst, che ora disponeva di molti uomini in seguito alla resa della Francia, respinse ogni proposta di pace del capo Attakullakulla e formò un’armata di 2800 uomini che penetrò come un coltello nel paese dei Cherokee, malgrado l’accanita difesa di questi ultimi, che furono costretti a ritirarsi sulle montagne più alte. Gli inglesi devastarono ogni cosa radendo al suolo ogni costruzione e distruggendo ogni forma di coltivazione. I Cherokee, colpiti da una durissima carestia, morirono in massa e i pochissimi sopravvissuti dovettero chiedere una pace che costò loro altri milioni di kilometri quadrati di territorio.

La terza fase (1763-1840), dopo la scomparsa della presenza francese, vede dunque l’espansione delle colonie britanniche, ormai incontrastate. Per evitare ulteriori contrasti con queste ultime, il re britannico dichiarò la catena degli Allegheny e il corso dell’Ohio confine perpetuo tra coloni e nativi, ma la trasgressione di qualsiasi forma di accordo o trattato del genere diventò col tempo una costante della storia nordamericana. Da questo momento in poi tale consuetudine si ripete tragicamente seguendo questo ciclo: i coloni si spingono sempre più ad Ovest alla conquista di nuove terre e nuovi profitti costruendo forti e imponendosi con la forza sui nativi. Questi ultimi reagiscono attaccando i coloni che si ritirano lasciando il campo a forze armate regolari. Dopo uno scontro, sempre impari, gli Indiani vengono cacciati, uccisi, privati di ogni forma di sostentamento e costretti alla firma di un trattato in cui sono costretti a cedere vasti territori. Dopodiché, i coloni avanzano di nuovo ripetendo tutto da capo.

L’episodio che aprì questa fase fu la famosa rivolta di Pontiac, capo degli Ottawa. Di fronte alla prepotenza dei colonialisti britannici, molto più avidi di terre dei loro predecessori francesi, questo capo mise in campo il progetto di un’unione di tutte le tribù del Nord-Ovest contro gli inglesi. Egli riuscì di fatto ad unire 12 nazioni indiane (Chippewa, Ottawa, Delaware, Shawnee, Fox, Kickapoo, Miami, Potawatomi, Menomini, Irochesi, Seneca,Mingo e Huroni) per un totale di 10.000 guerrieri, con lo scopo di cacciare i coloni ad est della catena degli Allegheny. Nei mesi di maggio e giugno del 1763, vere e proprie armate di guerrieri Indiani assaltarono tutte le principali fortificazioni della zona. In questi combattimenti trovarono la morte 2000 coloni e altri 20.000 si ritirarono ad Est. La controffensiva inglese iniziò nel luglio del 1763. Al comando dell’armata britannica c’era ancora il generale Jeffrey Amherst, sempre più crudele e privo di remore. Fu dato ordine di diffondere il vaiolo tra i nativi, definiti, sempre per bocca di Amherst: “Non un nemico, ma la razza più vile che abbia mai contaminato la Terra, la cui eliminazione va considerata come un atto di liberazione a vantaggio dell’umanità”.

L’armata inglese rioccupò prima Detroit e poi cercò di fare lo stesso con Fort Pitt. Dopo una violentissima battaglia nei pressi della località in cui morirono 110 inglesi e 60 Indiani, questi ultimi furono costretti a ritirarsi e Fort Pitt tornò in mano agli Inglesi. Dopo altre violente battaglie, nel settembre del 1763, gli Inglesi prepararono una enorme spedizione per reprimere una volta per tutte la rivolta. Del resto anche i seguaci di Pontiac erano sempre più logorati e sfiduciati. Molti dei suoi seguaci lo abbandonarono firmando paci separate con gli inglesi. Rimasto con pochi fedeli, anche Pontiac capitolò nel 1766.

Nonostante la sconfitta tuttavia, Pontiac aveva fatto capire alle nazioni Indiane quanto l’unità contro il comune nemico fosse importante per una resistenza meglio organizzata agli invasori. Nel 1773 scoppiava la guerra d’Indipendenza americana, che coinvolse in modo evidente gli Indiani.  Infatti il governo britannico era propenso alla conservazione della pace in America, imponendo di rispettare i diritti dei nativi sul proprio territorio, limitando di fatto la spinta espansionistica delle colonie. Visto che sia l’esercito continentale di George Washington, sia le forze degli inglesi lealisti erano esigue, entrambe le parti cercarono ipocritamente ed in ogni modo di ingraziarsi gli Indiani spingendoli ciascuno a scegliere la propria parte. Timorosi di ritrovarsi da soli contro l’avidità dei colonizzatori, la maggior parte scelse, suo malgrado, di parteggiare per i lealisti. Coloro che misero in campo la più grande forza a questo scopo furono gli Irochesi, che erano ancora la nazione indiana più potente. Sotto la guida del loro capo Joseph Brant (così chiamato per via del padre adottivo di origine inglese, ma il cui vero nome era Thayendanegea) avrebbero portato avanti una lotta sanguinolenta contro i coloni di Washington. Per alcuni anni lo scontro si mantenne alla pari tra le due fazioni, ma la sconfitta del generale inglese Burgoyne a Saratoga il 17 Ottobre del 1777 segnò per gli Irochesi l’inizio della fine della loro potenza. Nel 1779 Washington mandò contro di loro un’armata di 4600 uomini al comando del generale Sullivan con l’ordine preciso di invadere il territorio irochese, bruciare tutti i villaggi e catturare tutti gli Indiani che avrebbe incontrato, senza distinzioni di sorta, abbattendo chiunque accennasse ad un tentativo di resistenza. Contro di loro Brant opponeva 1000 guerrieri Indiani aiutato da 500 inglesi. Di fronte ad uno squilibrio di forze così grande, l’esito era scontato. Malgrado un’eroica resistenza, gran parte della terra degli Irochesi venne invasa: 50 villaggi furono totalmente rasi al suolo e tutte le derrate alimentari, le coltivazioni e il bestiame distrutti. Durante questa spedizione Sullivan uccise o catturò ben pochi Indiani, poiché questi si erano ritirati dopo l’esito disastroso dei primi scontri, ma a decimarli furono freddo, fame ed epidemie di varia natura. Nonostante questo colpo durissimo, gli Irochesi non si piegarono e reagirono nella primavera successiva, dopo avere riunito 1500 guerrieri che attaccarono la vallata dello Schoharie, distruggendo tutti i forti statunitensi ad eccezione di uno: fu però un successo di breve durata, perché già nel 1781, l’esercito contrattaccò scacciandoli e respingendoli fino ad Oswego. Dopo la sconfitta inglese del 1783, gli Irochesi si divisero: alcuni seguirono Brant in Canada, dove ottennero delle terre su cui oggi vivono ancora i loro discendenti, mentre altri rimasero negli Stati Uniti. Questi ultimi vennero completamente spogliati dei loro beni e confinati in piccole riserve.

Un altro episodio che merita di essere citato è l’eccidio del 1782 contro una comunità di Indiani della tribù dei Delaware, convertiti al cristianesimo e assolutamente pacifici. Costoro, entrati in contatto con i frati moravi, vivevano in due villaggi sul fiume Muskingum, e paradossalmente fu proprio la loro sostanziale neutralità a segnarne la sorte, poiché gli americani trovavano più facile colpire degli inermi che dei guerrieri. Nel marzo di quell’anno il comandante americano di Fort Pitt, Irvine diede ordine di distruggere i villaggi. I rastrellamenti provocarono la scomparsa di 62 adulti e 34 bambini. Si decise poi di ucciderli tutti: solo due bambini fintisi morti, riuscirono a scampare al massacro coloniale. Il compito infame fu portato a termine dal colonnello Crawford impegnato a massacrare un gruppo di Delaware, che aveva cercando scampo su un isola del fiume Allegheny. Il risultato di questa barbarie fu che i Delaware, che avevano fino ad allora combattuto a fianco dei continentali, ripresero le ostilità contro questi ultimi. Una colonna statunitense comandata da Crawford, composta di 480 soldati, inviata a distruggere quanto restava dei Delaware e degli Huroni venne attaccata nei pressi di Sandusky: circa 180 soldati, tra cui lo stesso Crawford, persero la vita nell’assalto. I Delaware, vittime della sete di potere dei colonizzatori, per il momento avevano avuto giustizia.

Intanto i coloni, che si erano scrollati di dosso l’ostacolo della madrepatria, potevano scatenare la loro avanzata criminale verso i territori del nord-ovest, strappandoli alle tribù indiane che vi vivevano da sempre. Inizialmente l’avanzata statunitense incontrò una resistenza durissima da parte di tutte le tribù della zona che, consapevoli del pericolo mortale che correvano, erano decise a non cedere la loro amata terra di fronte all’arroganza dei conquistatori: dal 1783 al 1790 ben 1500 colonizzatori furono uccisi o catturati dagli Indiani e molti di questi attacchi erano condotti dal capo della tribù dei Miami, Little Turtle, uno dei più grandi di tutti i tempi. Contro le tribù da lui riunite, i comandanti statunitensi inviarono delle spedizioni imponenti, ma non ottennero il successo sperato: la prima, al comando del generale Harmar, ritornò alla base con un bilancio di 183 morti e 31 feriti, mentre al suo successore, il generale Saint-Clair, andò ancora peggio. Quest’ultimo affrontò gli Indiani di Little Turtle in un’epica battaglia sul fiume Wabash, avvenuta il 4 novembre 1791, e si rivelò la più grande vittoria indiana di tutti i tempi: le truppe di Saint-Clair lasciarono sul campo 637 caduti e rientrarono alla base con 263 feriti. Galvanizzata da questo successo, la coalizione di Little Turtle decise a contrattaccare per espellere definitivamente i colonizzatori dal loro territorio e in questo caso commise l’unico, ma purtroppo fatale errore della sua vita, attaccando Fort Recovery e ignorando che fosse difeso da cannoni, così subendo una dura sconfitta. I bianchi ne approfittarono per scendere a patti con i capi delle singole tribù che componevano le forze di Little Turtle, firmando delle paci separate. Rimasto solo alla testa sella tribù dei Miami, Little Turtle propese anch’egli per la firma di un trattato, ma, dietro le pressioni degli inglesi del Canada che predicavano ad ogni costo l’eliminazione, alcuni suoi seguaci lo deposero e lo sostituirono con Turkey Foot, che si ostinò in una vana resistenza, venendo definitivamente sconfitto negli scontri successivi con le truppe del generale Wayne. La pace firmata a Fort Greenville nel 1795 assegnò “per sempre” agli Indiani le terre al di là del fiume Ohio. In realtà l’espressione “per sempre” avrebbe assunto il triste significato di “50 anni”.

 

VENNERO ELIMINATI FISICAMENTE PER IMPOSSESSARSI DELLE LORO TERRE, CON LA BIBBIA NELLA MANO

Quarta parte

Altri che in questo periodo si opposero alla colonizzazione furono i Creek del capo Red Eagle, noti come “Red Sticks”, per la caratteristica di piantare dei paletti rossi all’ingresso dei loro villaggi, che li distingueva dagli altri Creek, noti come “bianchi”, che invece erano per la collaborazione con i bianchi. Va detto che la loro rivolta fu di breve durata e molto costosa in termini di vite umane, specie perché contro i Creek “rossi” si mossero non solo gli americani, ma anche i Cherokee, loro nemici storici, che fra l’altro miravano ormai alla collaborazione con i coloni, visti i precedenti disastrosi e dolorosi tentativi di resistenza. A questi si unirono poi anche numerosi Creek “bianchi”, pensando così d’esser risparmiati. Dopo averli decimati in diversi scontri, il generale Jackson impose loro uno dei trattati più vergognosi che la storia ricordi, che venne siglato il 9 Agosto 1815: ai Creek furono confiscati 93.000 km2 di territorio, mentre coloro che avevano appoggiato i bianchi ottennero dei fazzoletti di appena 2,5 km2. Negli anni dal 1802 al 1825, i Creek firmarono altri trattati per effetto dei quali dovettero cedere altri 60.000 km2 di territorio in cambio di un posto sicuro in una riserva a Indian Springs e 25.000 dollari. Con questi accordi, il destino di questa tribù fu segnato per sempre.

La stessa sorte toccata a questi Indiani fu praticamente identica per tutte le tribù dell’Est. La “soluzione finale”, ossia la deportazione di tutti gli Indiani residenti nelle colonie al di là della “frontiera permanente” nelle grandi pianure disabitate, venne programmata dal presidente Jefferson ed attuata a partire dal 1825 durante la presidenza Monroe sotto la spinta del “partito del Bisonte”: con questo nome erano noti alcuni membri del Congresso. Il loro portavoce Brackenbridge dichiarò che: “Non avendo fatto buon uso della loro terra coltivabile per secoli, gli indigeni avevano perduto ogni diritto su di essa, altrimenti si sarebbe dovuto ammettere anche un diritto dei bisonti sulla terra”. Secondo Brackenbridge quindi gli Indiani non avrebbero dovuto godere che dei diritti che si concedono ai bisonti e il loro sterminio sarebbe stato utile al progresso civile e persino un onore per chi avesse provveduto a compierlo.

Il piano di deportazione conobbe il suo apice sotto la presidenza del già citato Jackson, allorquando il Congresso approvò il “Removal Act”, un documento che predisponeva la deportazione di tutti gli Indiani ad Ovest di una linea chiamata “frontiera permanente”. Questa linea partiva dal Lago Superiore, attraversava Iowa e Wisconsin, seguendo i fiumi Arkansas e Mississippi giungendo fino al Red River. Va detto che fino ad allora la dirigenza coloniale aveva spinto gli Indiani a seguire la via della “civilizzazione” e a fondersi con la cultura “bianca”, ma ora iniziava una vera inversione di tendenza. Molte tribù avevano recepito il messaggio assumendo comportamenti pacifici e operosi, avviando un progressivo abbandono dell’uso delle armi. Ma fu soltanto un pretesto, un inganno, tutto quanto proveniva da parte bianca era falso ed pianificato per altri obiettivi. Lo scopo dei colonizzatori era solo quello di espandersi, conquistare e saccheggiare: nessun atteggiamento da parte indiana poteva considerarsi soddisfacente dinnanzi ai criminali anglofoni. La deportazione degli Indiani fu uno degli atti più infami mai perpetrati da esseri umani a danno di loro simili: milioni di persone furono così strappate alla loro terra natale sino a diventare dei profughi nel loro stesso Paese. Furono programmate le distruzioni di culture e tradizioni millenarie, sostituendole con un tentativo di “fusione a freddo” che avrebbe comunque assorbito e annullato le usanze native nella cultura anglosassone coloniale dominante sul piano della forza politica e militare: era l’embrione di un atteggiamento che avrebbe forgiato col tempo la condotta degli Stati Uniti d’America in politica estera nei secoli successivi, e che continua ai nostri giorni nella stessa identica maniera, sebbene in forme nuove e più “edulcorate”.

Ma se odiosi sono i fini di questi assassini, forse ancora peggiori sono i mezzi: la deportazione fu infatti eseguita con calcolata crudeltà. L’Ohio, che era molto fertile, divenne subito una preda ambita dei nuovi padroni: le tribù che lo popolavano (Delaware, Huroni, Shawnee e Miami, più altri rifugiati di tribù smembrate) avevano combattuto per gli inglesi e la loro sorte era segnata. I Delaware partirono spontaneamente nell’inverno del 1809, per sottrarsi ai continui soprusi e a causa del freddo e delle malattie arrivarono decimati al di là del Mississippi, dove incontrarono solo altra miseria. Gli Shawnee, i Potawatomi e i Winnebago si rifiutarono di partire, ma furono costretti dai soldati coloniali conoscendo analoga sorte dei loro predecessori. I Cherokee, che avevano pure aiutato gli americani contro i Creek di Red Eagle e che ormai vivevano in modo del tutto uguale ai coloni, ricostruendo un’economia prospera e pacifica – con tanto di scuole, città, fattorie e che avevano raggiunto un livello di cultura molto elevato – vennero colpiti dal provvedimento. Inizialmente solo 2000 individui accettarono di andarsene, ma più tardi nelle loro regioni fu scoperto l’oro. Fu la fine. Contro i soprusi degli avidi cercatori del prezioso metallo, sostenuti dal governo centrale americano, i Cherokee erano senza tutele. Stretti in una morsa agghiacciante, questi Indiani furono costretti a firmare un trattato che imponeva loro di abbandonare la loro terra entro tre anni. Alla scadenza di tale data, poiché quasi nessuno accettò di andarsene, 7000 soldati americani penetrarono nel loro territorio e scacciarono le persone dalle proprie case con inaudita ferocia, costringendole all’esodo, secondo un percorso ricordato con il marchio di “Pista delle Lacrime”. Durante questa drammatica stagione morirono nei modi peggiori ben 4000 Cherokee. Identico fu l’esodo forzato dei Creek, che morirono in 3500, e simili furono le storie dei Choktaw e dei Chickasaw. I Sauk e i Fox invece scelsero di opporsi e resistere, ma furono sconfitti e seguirono il destino delle tribù scomparse, dopo aver fatto comunque pagare con 200 caduti un duro prezzo agli americani. La resistenza più dura fu però quella dei Seminole della Florida che, sfruttando la migliore abilità in un territorio paludoso ed infido, intrapresero una guerriglia, di cui le forze armate statunitensi ebbero ragione solo dopo molte campagne militari perdendo quasi 3500 unità tra regolari e miliziani. Quanto ai Seminole, dopo aver pianto la morte di circa 2000 individui, 3200 di loro vennero deportati ad Ovest. Resta tuttavia il ricordo di un eroismo scolpito nella storia, nella misura in cui un pungo di combattenti aveva per molti anni tenuto testa ad un esercito potentissimo. Finisce così l’era delle guerre dell’Est, con tutte le tribù di questo territorio deportate al di là della “Frontiera Permanente”.

Lo scavalcamento di questo nuovo confine, beffandosi ancora una volta degli accordi conclusi, dà il via alla quarta fase (1840-1865). Questo nuovo sopruso fu ufficializzato con il famigerato “Atto di prelazione”, un’autorizzazione per i coloni ad acquistare terreni immensi a pochissimo prezzo, rispettando l’unica condizione che i diritti dei nativi dovessero essere “estinti” prima dell’acquisto. In pratica, più che i loro diritti, i coloni trovarono molto più semplice estinguere direttamente i nativi: si trattava di autorizzare un genocidio, né più né meno. I primi a pagare furono i membri della ormai dimenticata tribù dei Karankawa, stanziati nella zona orientale nelle Grandi Pianure, che si scontrarono con i coloni. La ragione per la quale oggi questi Indiani non sono noti ai più è molto semplice: gli ultimi membri vennero avvistati nel 1855 ed erano rimasti solo in sei. Ma ben più numerosi e organizzati dei Karankawa erano i Comanche, che costituivano una vera e propria nazione indiana. Essi godevano dell’emblematico appellativo di Spartiati delle Pianure. All’inizio, contrariamente a quanto il cinema e i libri sul tema ci abbiano mostrato, i rapporti tra Comanche e coloni furono buoni e nel 1835 le parti avevano firmato un trattato con il quale si accordava libero passaggio ai coloni sui territori Indiani, ma l’enorme aumento del numero dei nuovi arrivati portava inevitabilmente questi ultimi a estendere continuamente il proprio dominio guastando così il clima di convivenza. A migliorare le cose non contribuì certo il governatore del Texas Lamar, salito al potere nel 1838, il quale dichiarò che: “L’uomo bianco e l’uomo rosso non potranno mai vivere insieme in armonia, per cui lasciate che la spada faccia il suo lavoro”. Lamar fu anche il creatore del corpo dei “Texas Ranger”, la cui funzione fu quella di “cacciatori di Indiani” e in questo si mostrarono mortalmente efficienti: armati con le nuove pistole Colt a cinque colpi (i Comanche e le altre tribù delle pianure del Sud disponevano quasi solamente di archi) fecero vere e proprie stragi tra i Comanche, che pure si battevano al meglio delle loro capacità. Ma se in qualche modo gli attacchi ai Comanche venivano giustificati agli occhi dei coloni dalla loro condotta bellicosa, di sicuro nessun motivo può essere valido per giustificare l’ulteriore deportazione e la decimazione degli Indiani che vivevano pacificamente nelle terre da loro assegnate in seguito al Removal Act.  Questi Indiani erano un’unione di 19 tribù guidate dal capo Cherokee Takatoka e avevano fatto rendere al meglio il loro pur piccolo territorio, ma nemmeno questo era sufficiente per far desistere i coloni dalla loro brama di conquista. Lamar accusò gli Indiani di collaborare con il Messico e così decise di espellerli dalle terre che occupavano, nonostante il trattato avesse stabilito i loro diritti. I Cherokee non si piegarono a questo nuovo sopruso e misero in campo 700 guerrieri per affrontare i 500 soldati inviati contro di loro. Nonostante il loro coraggio fu un’ecatombe per gli Indiani. Dopo averli sconfitti in battaglia, i “nuovi americani” rasero al suolo i villaggi e li costrinsero ad una nuova emigrazione verso il Territorio Indiano, l’attuale Oklahoma. Poco dopo vennero seguiti dal resto delle tribù alleate.

Lamar, “risolto questo problema”, si concentrò contro i Comanche e l’azione che aprì questa nuova fase fu tra le più orrende e meschine mai viste nella storia del nuovo Stato americano.

Di fronte alla disponibilità dei Comanche a trattare, Lamar fece convocare i loro capi a San Antonio dal colonnello Fisher. Ma non appena i capi Comanche non risposero come il colonnello si aspettava, quest’ultimo decise di imprigionarli tutti. Naturalmente gli Indiani reagirono con violenza e morirono in 33. Dopo questo affronto, i Comanche non scesero mai più a patti con i bianchi. Gli scontri ripresero con rinnovata violenza: il 24 ottobre 1840 un gruppo di miliziani attaccò un villaggio Comanche in piena notte, mentre gli abitanti dormivano; 130 Indiani vennero sterminati, naturalmente senza distinzioni di sorta.

Altra grande tribù delle pianure che pagò un alto tributo di sangue furono i Cheyenne che, dopo alcune ostilità, firmarono un accordo che lasciava loro buona parte delle terre del Colorado e del Kansas. Nel 1858 in Colorado fu trovato un vasto giacimento d’oro e di fatto ogni accordo veniva a cadere: 150.000 coloni in preda alla “febbre dell’oro” vi accorsero in quel solo anno. Un nuovo accordo impose agli Indiani di cedere quei territori, ma la maggior parte dei capi non firmò.

La situazione era molto tesa e come al solito fu un incidente a dare il pretesto per gli scontri: in questo caso del bestiame lasciato vagare per la pianura venne raccolto dagli Cheyenne, che furono accusati di averli rubati e ne seguirono dei violenti scontri, nel più duro dei quali venne distrutto in villaggio Cheyenne in cui morirono 50 Indiani inermi. Tuttavia il capo dei Cheyenne del sud, Black Kettle, scelse di trattare. Allo scopo, gli venne concesso di alzare le sue tende nei pressi di Fort Lyon assieme agli Arapaho di Left Hand. Com’è logico che sia, questi Indiani si sentivano assolutamente al sicuro, ma si sbagliavano: non sapevano quanto era grande l’infamia dei loro avversari. La notte del 19 novembre 1864, 750 tra miliziani e soldati al comando del colonnello Chivington li assalirono con l’ordine di non risparmiare nessuno. Il massacro, in cui vennero letteralmente fatti a pezzi circa 300 Indiani, praticamente disarmati, finì solo alle quattro del pomeriggio del giorno successivo. Ogni possibilità di pacificazione era praticamente annullata e del resto era proprio ciò che i colonizzatori volevano. Il nuovo comandante militare del distretto del Missouri (del quale faceva parte la zona delle pianure), il generale Sherman dichiarò che: “Più Indiani uccideremo quest’anno, meno ne dovremo uccidere l’anno prossimo”. Il fatto che molti decenni dopo, gli Stati Uniti battezzeranno un loro famoso carro armato con il nome di questo generale è altamente significativo. Da parte loro, gli Cheyenne e i Kiowa erano decisi a non cedere la terra nella quale erano vissuti liberi per secoli. Del resto per chi pretende di fare la morale ancora una volta agli Indiani basti citare questo fatto, che fu poi una delle cause scatenanti del conflitto: mentre gli Indiani uccidevano i bisonti, di cui le pianure brulicavano, nella misura strettamente necessaria al loro fabbisogno, i coloni riuscirono a sterminarne quasi quattro milioni tra il 1872 e il 1874, estinguendoli e riducendo di conseguenza gli Indiani alla miseria, poiché il bisonte era alla base della loro vita. Dopo numerose battaglie che consacrarono alla storia nomi quali Satanta, Kicking Bird, Tall Bull, Lone Wolf – solo per citarne i più famosi – nel 1880 praticamente tutti gli Indiani delle Pianure del Sud erano confinati nelle riserve o uccisi. Dei 12.000 nativi Comanche, al momento dell’internamento definitivo nella riserva ne restavano solo 1.650.

Nel deserto che occupa la parte meridionale degli attuali Stati Uniti, il destino dei nativi è identico a quanto visto precedentemente. In questa terra vivevano numerose etnie, tra le quali la più numerosa era quella degli Apache suddivisi in numerose tribù. Dopo avere inizialmente resistito vittoriosamente ai colonialisti spagnoli e ai loro eredi messicani, la loro vita fu sconvolta dalla scoperta di numerosi giacimenti minerari in quelle aree.

Le autorità del resto non misero mai veramente freno alle ambizioni dei cercatori: basti pensare alle ricche taglie che i vari Stati americani offrivano per gli scalpi Indiani. Proprio queste taglie furono alla base di uno dei più efferati crimini. Nel 1837 un minatore americano, John Johnson, finse di organizzare una festa a cui parteciparono diverse centinaia di Indiani. Quando questi ultimi erano ormai ubriachi, John Johnson ordinò ai suoi degni compari di aprire il fuoco sulla folla; dopo la sparatoria, questi “esempi di civiltà evoluta” si gettarono sugli Indiani completando l’opera con le armi bianche: alla fine dell’orrendo scempio, a terra giacevano i corpi scotennati di circa 400 Apache. Tra coloro che riuscirono a fuggire vi fu il capo Dasoda-Hae, noto tra i bianchi come Mangas Colorado, che in quel macello aveva perso le sue due mogli e che da quel giorno giurò guerra agli invasori. Nel 1840, lo stesso Mangas Colorado, che si era recato per parlamentare con alcuni minatori, venne catturato e orrendamente torturato. Molti “occhi bianchi” negli anni a venire conosceranno la vendetta di questo capo Apache. Simile fu la storia di un altro capo degli Apache, Go-Ya-Thle, passato alla storia con il nome di Geronimo, che, durante un massacro compiuto da soldati messicani, perse l’intera famiglia. Lo stesso dicasi per Cochise (il suo vero nome era She-ka-she),che ebbe il padre e quattro fratelli uccisi a tradimento dai messicani.

Nonostante questo episodio del suo passato, Cochise dapprima fu favorevole all’arrivo degli statunitensi, ma cambiò radicalmente opinione quando venne accusato ingiustamente di un rapimento e si cercò di arrestarlo. Egli riuscì tuttavia a fuggire nonostante fosse stato ferito da tre proiettili e giurò di vendicarsi. Dopo molti altri anni di aspre battaglie, Mangas Colorado, nel 1863 decise si firmare una pace con il nemico. Gli americani non si smentirono, e dopo aver dato il proprio consenso, invitarono Mangas a Fort MacLane. Tuttavia appena il capo si presentò venne immediatamente arrestato, accusato di vari crimini e fatto prigioniero. La notte stessa, venne uccise con un pretesto da una sentinella e il suo cadavere orrendamente brutalizzato. Cochise e Geronimo presero il suo posto lanciando continui attacchi agli insediamenti dei coloni. La reazione del governo degli Stati Uniti fu durissima e venne pianificata una campagna di sterminio vera e propria con l’ordine di annientare tutti gli Indiani che venissero trovati. Nel 1869 il generale Ord, incaricato delle operazione nell’“Apacheria”, scrisse: “Ho incoraggiato le truppe a catturare e sterminare gli Apache con tutti i mezzi e a cacciarli come bestie feroci. Tutto ciò, essi l’hanno fatto con vigore instancabile. Dal mio ultimo rapporto, più di 200 di loro sono stati uccisi, generalmente da distaccamenti che avevano seguito le loro tracce per giorni o per settimane nei loro rifugi di montagna, nella neve, tra gole e precipizi”.

Mentre questi eventi sanguinosi mettevano progressivamente fine alla fiera nazione degli Apache, a Sud Ovest un dramma ancor più brutale si andava consumando. Gli Indiani che vivevano in California, dopo aver subito lo schiavismo e i soprusi dei conquistatori spagnoli, conobbero un ancor più crudele destino sotto il dominio statunitense. I fatti precipitarono quando nel 1848, quando in California venne scoperto l’oro: questo fatto portò sulle terre indiane ben 250.000 coloni nel giro di quattro anni. Per avere un’idea di cosa costò questa scoperta ai nativi californiani basti dire che erano circa 150.000 prima dell’arrivo dei colonizzatori: nel 1884 erano rimasti in 12.000, confinati in microscopiche riserve in cui imperversavano la fame e le malattie. Per non lasciare niente di intentato, i coloni americani vendevano di proposito bevande alcoliche a bassissimo costo con il preciso scopo di estinguerli definitivamente.

 

E LE PRATERIE DIVENNERO PROPRIETÀ….

Quinta parte

La quinta fase (1865-1891) è quella che consolida definitivamente la conquista del West attraverso un massiccio movimento migratorio, incoraggiato dal “Homestead Act” del 1863, che dichiarava proprietario di un terreno chi vi risiedeva stabilmente per almeno cinque anni. Di fronte a questo movimento migratorio, i territori Indiani vennero progressivamente sempre più ridotti e schiacciati verso la costa occidentale degli Stati Uniti. Il governo non trovò altra soluzione che rinchiudere ciò che restava dei nativi nelle famigerate riserve: territori piccoli in cui gli Indiani erano costretti a una povera sussistenza attraverso gli aiuti federali, che erano per lo più inconsistenti. Spinti più dalla fame che non dà altro, gli abitanti delle riserve spesso sconfinavano alla ricerca di alimenti arrivando di conseguenza allo scontro con i coloni e con le immaginabili conseguenze. Gli Indiani in vita all’inizio di questa fase erano circa 175.000 nelle pianure e altri 75.000 nelle Montagne Rocciose (a fronte di oltre un milione all’inizio della colonizzazione) costituendo di fatto l’ultimo “Territorio Indiano” (corrisponde circa all’attuale Oklahoma). Delle tribù facenti parti di questi ultimi sopravvissuti ve ne erano di pacifiche (che progressivamente si estinsero) e di più bellicose (Sioux, Cheyenne , Comanche, Apache per citare solo le più note). Queste ultime furono protagoniste degli ultimi episodi di resistenza agli invasori e vennero definitivamente sconfitte nel 1891. Nel 1899 anche il Territorio Indiano fu aperto alla colonizzazione (chiamate ipocritamente “civilizzazione”) terminando definitivamente il processo di conquista del Nord America.

L’evento che aprì questa fase avvenne nell’Arizona, dove nei pressi di Tucson si consumò un orrendo massacro. Nei pressi della città si era insediata una tribù di Indiani Arivaipa, dell’ etnia degli Apache, in tutta legalità e disarmati, guidati dal capo Eskimizin.  Dal momento che in Arizona, alcune bande Apache avevano compiuto delle scorrerie, un gruppo di delinquenti (che si facevano chiamare Tucson Ring, che fomentava volutamente lo scontro allo scopo di trarne profitto) aizzò gli abitanti della città contro la tribù di Eskimizin. I suoi membri vennero assaliti nel sonno e 144 di essi vennero uccisi: tutti donne e bambini, visto che i guerrieri erano assenti per la caccia. Eskimizn venne poi sconfitto in altri scontri e alla fine la sua tribù chiese la pace. Stessa cosa fece Cochise.

Quasi tutti gli Apache ormai erano confinati nelle riserve. A coloro che si rifiutarono, il generale Crook diede una caccia spietata, finché li costrinse all’internamento o li uccise. Le condizioni di vita all’interno delle riserve erano comunque al limite della sopportazione umana e a rendere ancora peggiore la situazione contribuivano agenti governativi a cui in realtà non importava nulla delle condizioni degli Indiani lì rinchiusi, ed anzi approfittavano della loro posizione per arricchirsi vendendo i beni destinati agli Indiani. Ben presto alcuni gruppi di guerrieri guidati da capi quali Victorio, Geronimo, Juh, Natche (figlio di Cochise) uscirono dalle riserve e presto nacquero i soliti scontri con i coloni. Messicani e americani si accordarono per mettere fine alle scorribande degli Apache: si contò un totale di circa 10.000 uomini tra soldati e volontari alla caccia di poche decine di guerrieri Indiani. Dopo anni di caccia continua, gli Indiani si arresero nel 1886 e vennero deportati in Florida in un minuscolo territorio dove la fame e gli stenti contribuirono a decimarli definitivamente.

Per quanto riguarda le pianure del Nord (la famosa “Prateria”), gli avvenimenti furono praticamente identici. In questa zona, già devastata dalle epidemie degli anni passati, le nazioni indiane rimaste erano quelle dei Sioux, degli Arapaho e degli Cheyenne del Nord.  I Sioux, i più numerosi, a loro volta suddivisi in sette tribù, divennero presto tenaci avversari dei colonizzatori avanzanti. Visto il gran numero di emigranti che si era trasferito sulle loro terre, gli Indiani capirono che per la loro sopravvivenza era necessario non permettere ai bianchi (che i Sioux chiamavano “Wasichu”, ossia “ladri di grasso”), di espandersi ulteriormente nelle loro terre. Venne così firmato il trattato di Fort Laramie nel 1851, che assegnava agli Indiani un vasto territorio e 50.000 dollari annui. Naturalmente, questo trattato non soddisfaceva le mire espansionistiche degli statunitensi che cercarono subito un pretesto per riaprire le ostilità. Bastò un piccolo incidente: una vacca di proprietà di un agricoltore mormone, si era sperduta nel campo dei Brulè (una delle sette tribù dei Sioux) nei pressi di Fort Laramie, dove fu abbattuta e consumata dalla tribù. I bianchi pretesero violentemente la consegna del colpevole e, durante la trattativa, partì un colpo di fucile che uccise il fratello del capo della tribù, Stirring Bear.  Ad una minima reazione indiana seguì una violenta sparatoria in cui poi lo stesso Stirring Bear rimase ucciso, così come tutti i militari che erano intervenuti. Ora i bianchi avevano il pretesto che cercavano. Il generale Harney, incaricato della spedizione di rappresaglia dichiarò prima della partenza, che “voleva il sangue” e lo ebbe: una volta rintracciati i Brulè, attaccò il loro campo lasciando sul terreno 136 cadaveri Indiani, soprattutto civili disarmati. Questo fu il primo di una lunga serie di rivolte e conseguenti repressioni che insanguinò per 40 anni le Pianure del Nord.

L’evento più tragico fu la rivolta dei Santee (nome che comprendeva quattro diverse tribù di etnia Sioux) scoppiata in Minnesota nel 1862. Questi Indiani erano stati costretti a firmare un infame trattato nel 1851, in seguito a cui furono confinati in una minuscola riserva con un compenso di 40.000 dollari ogni lustro (pagata sempre con pesanti ritardi), e, come se non bastasse, alcuni coloni si insediarono sul già esiguo territorio loro assegnato. I Santee morivano di fame, mentre i mercanti rifiutavano di vendere loro merce a credito. Uno di questi mercanti disse una frase che passò alla storia : “Se hanno fame, che mangino l’erba!”. Di fronte ad un simile atteggiamento i fatti precipitarono ben presto. Il capo dei Santee, Little Crow, decise per una manifestazione pacifica di fronte a Fort Ridgley per pretendere l’annualità, ma, venuto a conoscenza dell’omicidio di una famiglia di coloni, da parte di alcuni suoi guerrieri in cerca di cibo, fu costretto, vista la prevedibile reazione dei bianchi, a scegliere la via della guerra. I Santee erano esasperati e si accanirono a distruggere ogni cosa e uccidere qualunque bianco capitasse loro sotto mano. Il terrore calò sulla frontiera, mentre 40.000 coloni abbandonarono le loro case e fuggirono ad Est. L’avanzata indiana, dopo l’iniziale successo, venne però fermata a Fort Ridgley, ed in seguito, frantumata dalla risposta americana. Il colonnello Sibley fu incaricato dal suo superiore, generale Pope, della repressione e, in diversi scontri riuscì a sconfiggere i Santee. Dopo la resa, questi ultimi videro decadere i loro diritti e deportati in una nuova riserva, prima in Dakota e poi in Nebraska – sorte che toccò anche agli Winnebago, nonostante non avessero preso parte a nessuna azione. In tutto il Minnesota non restarono che 374 Indiani. Questa rivolta era costata ai bianchi quasi 700 morti civili e circa un centinaio di caduti tra l’esercito. Coloro che invece non accettarono la resa, stretti attorno ai loro capi, Little Crow e Inkpaduta, si accamparono a Devil’s Lake. La guerra avrebbe potuto considerarsi conclusa, ma il generale Pope decise di eliminare ogni focolaio di resistenza e preparò una spedizione contro gli ultimi Sioux ribelli, guidati da Inkpaduta (Little Crow era stato ucciso alcuni anni prima da un cacciatore di taglie), scatenando così un conflitto tremendo che sarebbe finito solo nel 1891. La spedizione partì nel 1863 sotto la guida del colonnello Sibley e del generale Sully e attaccò il villaggio di Devil’s Lake, dal quale gli Indiani riuscirono però a fuggire, lasciando però a terra 30 caduti. La campagna si risolse in pratica in un lungo inseguimento durato per due mesi in cui i seguaci di Inkpaduta vennero scacciati e respinti verso Ovest pagando un alto prezzo, ma mai sconfitti definitivamente. Del resto queste campagne non fecero che rendere sempre più dura la resistenza dei Sioux. Nel 1865 la notizia del massacro eseguito l’anno precedente dal colonnello Chivington si sparse immediatamente tra gli Indiani. All’inizio di quell’anno migliaia di guerrieri tra Cheyenne, Sioux e Arapaho erano pronti a dare battaglia per scacciare i bianchi dalle pianure. La guerra durò tre anni e consacrò alla storia i nomi di capi eroici quali Red Cloud,Crazy Horse, Gall,White Bull, Roman Nose e molti altri. In questi tre anni si combatterono molte battaglie con alterne fortune, nei quali i bianchi riuscirono a riportare solo successi parziali di fronte alla durissima resistenza indiana. Nell’Aprile del 1868 i capi Red Cloud e Gall firmarono un trattato con i quale le loro richieste vennero esaudite: ai Sioux veniva concesso “per l’eternità” il territorio a Nord dell’alto corso del fiume Platte e ad est delle montagne del Big Horn, più la possibilità di cacciare i bisonti fuori da tale territorio. Un altro massacro che avvenne come appendice a questa guerra merita comunque di essere menzionato: il 23 Gennaio 1870 il maggiore Baker attaccò di sorpresa un villaggio di Blackfeet, accusati di avere rubato dei cavalli ai bianchi: su poco più di 200 Indiani presenti, e vennero massacrati oltre 180,di cui ben 140 era donne e bambini.

Come al solito gli Indiani diedero troppa fiducia alla parola dei colonizzatori e un solo anno dopo la firma del trattato, nel 1869,questo venne trasgredito e agli Indiani si vietò la caccia fuori dalle riserve, mentre poco dopo venne decisa la costruzione di una ferrovia che avrebbe tagliato in due la terra dei Sioux. A protezione dei costruttori vennero costruiti diversi forti difesi da guarnigioni dal grilletto facile che accoglievano a fucilate qualunque indiano si presentasse alla loro vista.

Il colpo di grazia però venne quando sulle Black Hills, la montagna sacra dei Sioux, venne scoperto l’oro. Nel giro di due anni venne fondata una città nel paese indiano, Custer City, dal nome del generale che aveva scoperto il giacimento e che contava già 11.000 abitanti, i quali non avevano nessun riguardo per i diritti degli Indiani, i  quali naturalmente rifiutarono di vendere quel territorio che consideravano sacro e gli americani decisero quindi, secondo la prassi ormai ben conosciuta, di costringerli con la forza. Ancora una volta i Sioux guidati da Crazy Horse e Sitting Bull e gli Cheyenne di Dull Knife si dimostrarono dei durissimi avversari sconfiggendo prima la spedizione del generale Crook nella battaglia di Rosebud e poi quella del generale Custer nell’epica battaglia di Littel Big Horn, nella quale un’intera unità americana, il 7° Cavalleggeri venne annientato. Dopo altri successivi scontri minori, alla fine si giunse ad un accordo nel 1877,con cui si rinunciava a deportare i Sioux in Oklahoma: essi potevano continuare a vivere nel loro territorio, ulteriormente mutilato. Quanto agli Cheyenne di Dull Knife, essi deposero le armi e vennero deportati a Sud nella riserva di Darlington attraverso una lunghissima marcia in condizioni disumane. Al loro arrivo trovarono un ambiente completamente diverso dal loro ed inospitale, tanto che molti morirono in pochi mesi di malattie e denutrizione. Nel 1878, un gruppo di circa 300 Cheyenne guidati da Dull Knife e Little Wolf,del quale solo 89 uomini decise di fare rientro nella propria terra. La situazione era tragica e paradossale: le autorità degli Stati Uniti mobilitarono 12.000 uomini per impedire a questi pochi Indiani di rientrare nella loro patria. Nonostante le durissime condizioni di marcia e la pressione militare incessante, questi Cheyenne riuscirono a raggiungere di nuovo la Prateria, dove si divisero in due gruppi sotto la guida di ciascun capo. A questo punto i militari catturarono il gruppo guidato da Dull Knife e lo imprigionarono a Fort Robinson. Nel 1879 si decise cosa fare di loro: dovevano essere deportati nuovamente in Oklahoma. Era una decisione apparentemente priva di senso, come tutte le deportazioni di cui furono vittime gli Indiani, ma in realtà lo scopo era ben preciso: annientarli sistematicamente lasciando che la fame, le malattie e le fatiche sostituissero le pallottole. I Cheyenne ormai capirono che non restava loro altro che vendere cara la pelle e il 9 gennaio del 1879 decisero per la fuga. Nel corso di successivi inseguimenti e combattimenti, vennero tutti massacrati, eccetto per la famiglia di Dull Knife, che riuscì a raggiungere la riserva di Pine Ridge dopo altri 18 giorni di marcia, e nella quale fu concesso loro di stabilirsi. Quanto agli altri Cheyenne, sotto la guida di Little Wolf, riuscirono ad ottenere una riserva sul fiume Tongue.

Conclusesi queste aspre lotte, ormai gli Indiani erano tutti stati confinati nelle riserve e gli Stati Uniti ormai apparivano ormai padroni incontrastati del Nord America. Tuttavia il sangue era ancora destinato a scorrere. Infatti i Sioux soffrivano sempre di più la fame e i continui soprusi. Temendo una sollevazione imminente, vennero mandati dei distaccamenti di poliziotti Indiani a parlamentare con i Sioux. Fu durante uno di questi incontri, il 15 dicembre del 1890,che si verificò un incidente, nel quale Sitting Bull venne ucciso. Ma l’incidente più grave avvenne a Wounded Knee, dove il capo Big Foot si era regolarmente accampato con la sua tribù che contava 230 donne e bambini e 120 uomini, sotto la sorveglianza di 470 militari del ricostituito 7° Cavalleggeri. Il 29 dicembre 1890,  soldati iniziarono una brutale perquisizione del campo e durante di essa, venne esploso un colpo di fucile che colpì un soldato. Gli statunitensi non aspettavano altro e aprirono un fuoco violentissimo usando anche i mitragliatori pesanti. Si calcola che in questo macello morirono circa 300 Indiani che vennero trucidati con i metodi più brutali senza nessuna distinzione: persino i bambini vennero fatti a pezzi a colpi di sciabola. Questo massacro spezzò per sempre il sogno di libertà del popolo Sioux: ormai le forze in campo erano talmente sproporzionate che ogni resistenza era considerata vana. Nel 1891 tutti gli Indiani vivevano nelle riserve: per arrivare a questo punto di calcola che l’80% dei nativi del Nord America vennero deliberatamente sterminati con un preciso piano di annientamento. Si spiegano così le lunghissime marce forzate nelle stagioni più dure, o l’omicidio volontario di moltissimi bambini secondo l’idea per cui :”le larve generano vermi”.

Per troppo tempo su questa vicenda, come su altre analoghe, si è intenzionalmente steso un vergognoso velo di interessato silenzio. Ogni popolo di questo pianeta ha i suoi scheletri nell’armadio ed è ora che ognuno metta da parte la sua apparenza di buonismo ipocrita od ogni pretesa superiorità morale o culturale con la quale giustifica veri e propri abusi nei confronti della sovranità di altri paesi. Dalla fine del genocidio dei nativi d’America è passato un secolo, ma la mentalità degli imperialisti è mutata solo nella forma, restando identica negli scopi di sottomettere chiunque non si pieghi alla loro volontà di egemonia.

A questo scopo valgono gli usi di questo o quel torto subito, olocausto o meno, sfruttato e strumentalizzato, usato come un’armatura che rende inviolabile e sempre giustificato chi la indossa, disonorando e umiliando per primi proprio quegli sventurati che la violenza della repressione l’hanno subita, facendo apparire chiunque sia intervenuto in loro difesa come degli imperituri eroi a cui tutto è consentito. Anche in quest’ultimo caso si è comunque fatta una vergognosa distinzione: nella liberazione dei campi di concentramento nazisti non sono intervenute solo le “liberatrici” armate occidentali, ma anche l’esercito sovietico(che ha pagato 26milioni di caduti a sua volta),ma che non è affatto stato presentato come liberatore dalla storiografia occidentale.

Se il genocidio indiano è stato dimenticato è solo perché di esso non vi era nulla da sfruttare: per essi non verranno mai indette “giornate della memoria” , né verranno presentati come demoni dalla stampa “politically correct” coloro che avranno tesi “negazioniste” o “revisioniste” a riguardo.

Oggi, ciò che ci hanno lasciato gli eroici difensori del Nord America è un grande insegnamento, che ogni giorno i fatti quotidiani non cessano di ribadire: che di fronte alla sete di conquista degli imperialisti di ieri e di oggi, non c’è accordo, organizzazione internazionale o principio morale che tenga. Agli Indiani ieri, così come ai popoli sovrani di oggi non restano che due scelte: arrendersi o resistere. Il modus operandi degli Stati Uniti, fin dalla loro fondazione come abbiamo visto, non è affatto cambiato, ma si è solamente esteso al resto del mondo. Così come un tempo si spingevano le tribù indiane a rinunciare alle armi, in cambio della pace, oggi si fa lo stesso con gli Stati sovrani, e quando questi hanno deposto l’ultimo fucile, si approfitta della situazione per annientarli.

Così come durante conquista dell’America si spingevano le nazioni indiane, alternando le promesse alle minacce, a massacrarsi tra di loro, oggi si fa lo stesso soffiando sul fuoco di movimenti fondamentalisti o separatisti, usando l’arma evolutissima dei mass media, che se fosse esistita ai tempi delle guerre indiane, probabilmente queste ultime sarebbero durate al massimo una decina di anni. Ma naturalmente queste pagine della storia sono molto scomode per chi la storia, purtroppo oggi da noi la scrive, e naturalmente vengono sminuite o sviate: nei libri di scuola si parla molto dei conquistadores spagnoli e dello sterminio di Inca, Maya e Aztechi, ma nulla viene detto della storia degli Indiani del Nord America. Riguardo a ciò si citano sempre la guerra d’Indipendenza contro i “padroni” inglesi, la guerra di Secessione contro gli schiavisti del Sud e il pittoresco scenario del West con tutta la sua schiera di personaggi da cinema presentando la nascita degli USA come un evento misto di eroismo, libertà ed intraprendenza.

Nessuna autorità occidentale oggi taccia gli Stati Uniti come violatrici di quei tanto sbandierati “diritti umani”. I cattivi sono sempre loro: tedeschi, russi, cinesi e arabi e tutti coloro che a seconda della fase storica conviene attaccare. Chissà da che parte starebbero oggi i capi della resistenza indiana se potessero vedere quello che gli eredi dei loro carnefici stanno facendo oggi al mondo.

Fonte: da statopotenza  marzo 2012

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Fonte: Luigi Pellini aprile 2012

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