IL “MATTATORE” NON E’ MORTO – SILVIO BERLUSCONI IN TRIBUNALE E TRA LA GENTE A NAPOLI (NARDIELLO SUL ROMA) – ALTRE NOTIZIE…


IL “MATTATORE” NON E’ MORTO – SILVIO BERLUSCONI IN TRIBUNALE E TRA LA GENTE A NAPOLI ( NARDIELLO SUL <<ROMA >> ) – ALTRE NOTIZIE… [ “AZ.-NEWSLETTER” : 21 – 22 GIU. ’14 ]

[ “AZ.” – DAL WEB ] – 2ª giornata – Stadio Itaipava Arena Pernambuco – venerdi 20 giugno 2014

Italia-Costarica: 0-1

ITALIA – COSTA RICA

Associazione Azimut – June 20, 2014
UNA BUONA DOMENICA E UNA BUONA LETTURA !
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[ “AZ.” [ – ( IL SERVIZIO ODIERNO )
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[ “AZ.” ] – ( IL “MATTATORE” CHE HA FATTO – SEMPRE – GLI INTERESSI DELL’ITALIA )
IN QUESTO NUMERO
Il commento di
Vincenzo Nardiello
La guerra civile e il corpo del leader [ “AZ.” ] – ( PER LEGGERE TUTTO – VEDI : OLTRE )
[ “AZ.” ] – ( NAPOLI – GIOVEDI’, 19 GIUGNO 2014 )
[  “AZ.” ] – OGGI : IL “MATTATORE” NON E’ MORTO – SILVIO BERLUSCONI IN TRIBUNALE E TRA LA GENTE A NAPOLI ( NARDIELLO SUL << ROMA >> ) – ALTRE NOTIZIE… [ “AZ.-NEWSLETTER” : 21 – 22 GIU. ’14 ]
[ “AZ.” ] – ( IN COPERTINA )
 chiacchere M5S propone democratellum. Grillo a Renzi: "Facciamo sul serio
[ “AZ.” ] – ( SENZA PAROLE )
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[ “AZ.” ]  ( SULLA COSIDDETTA “DIVERSITA’ DELLA SINISTRA” …tratto da StampaLibera )
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Maiorano: “Sono pronto a dimostrare le folli spese di Renzi”
Redazione | 19-06-2014 Categoria: Politica Stampa

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Il 7 Luglio in tribunale a Firenze sarà discussa la denuncia per diffamazione che Renzi ha presentato contro il suo “accusatore” Alessandro Maiorano, che ha presentato un esposto per le (presunte) “folli spese” di Renzi, quando amministrava Firenze.

Maiorano rivolge un appello ai cittadini per essere presenti in aula; appello che rilanciamo, invitando i cittadini a documentare quanto accadrà.

GUARDA IL VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=-VHgu3kufTE&feature=youtu.be

Fonte: http://www.informarexresistere.fr/2014/06/19/maiorano-sono-pronto-a-dimostrare-le-folli-spese-di-renzi/

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[ “AZ.” ] – ( LO “SCUDISCIO” DI GIANCARLO LEHNER )

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—– Original Message —– From: Giancarlo Lehner – To: ( . . . )
Sent: Friday, June 20, 2014 1:08 PM
Subject: Lehner: Montezemolo non arriva, Alitalia respira
Montezemolo ha giurato: “Per me esiste solo la Ferrari”.  Destino cinico e baro per il Cavallino Rampante, ma Alitalia respira.
Giancarlo Lehner

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[  “AZ.” ] – OGGI : IL “MATTATORE” NON E’ MORTO – SILVIO BERLUSCONI IN TRIBUNALE E TRA LA GENTE A NAPOLI ( NARDIELLO SUL << ROMA >> ) – ALTRE NOTIZIE… [ “AZ.-NEWSLETTER” : 21 – 22 GIU. ’14 ]
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[ “AZ” ] – ( LA “REPUBBLICA NAPOLITANA” E IL << PROTETTORATO ITALIA >> )
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Lunedì nero delle tasse: è caos. Consumatori: "Troppe scadenze"   
[ “AZ.” ] – ( SENZA PAROLE )
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[ “AZ.” ] – OGGI : IL “MATTATORE” NON E’ MORTO – SILVIO BERLUSCONI IN TRIBUNALE E TRA LA GENTE A NAPOLI ( NARDIELLO SUL << ROMA >> ) – ALTRE NOTIZIE… [ “AZ.-NEWSLETTER” : 21 – 22 GIU. ’14 ]

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[ “AZ.” ] – ( IL FATTO DEL GIORNO – TUTTO TRATTO DAL WEB  )

Processo Lavitola, Berlusconi all’attacco dei giudici

L’ex presidente non ha acconsentito alla riprese televisive

“La magistratura è incontrollata, incontrollabile, irresponsabile e ha l’immunità piena”. Lo ha detto Silvio Berlusconi rispondendo a una domanda del presidente del Tribunale di Napoli, Giovanna Ceppaluni. “Non riesco a capire – ha detto Berlusconi – le ragioni di queste domande”. “Non c’è bisogno che le capisca”, ha detto il magistrato. “Orgoglioso” della telefonata del 2 agosto 2011 con Massimo Ponzellini, ex ad di Impregilo: è cominciata così la deposizione di Silvio Berlusconi nel processo in corso a Napoli sulle tangenti a Panama. Berlusconi ha detto che Lavitola era preoccupato per la mancata costruzione dell’ospedale promesso al governo di Panama e gli aveva chiesto di informare Impregilo che, senza quella costruzione, il governo panamense avrebbe revocato alle imprese italiane l’appalto per il raddoppio della costruzione del canale. Berlusconi viene sentito come testimone “puro” nel processo per gli appalti nella Repubblica di Panama. Respinta l’istanza dei difensori dell’ex premier che chiedevano che venisse ascoltato come imputato in un procedimento connesso testimone assistito. L’ex premier non ha acconsentito a essere ripreso dalle numerose telecamere presenti. Su richiesta del pm, è stata fatta ascoltare la telefonata intercorsa il 2 agosto del 2011 tra Silvio Berlusconi e Massimo Ponzellini, ex amministratore di Impregilo. Nella conversazione l’ex premier informava Ponzellini che, se non fosse stato costruito un ospedale a Panama, il presidente del Paese centro americano avrebbe rilasciato una dichiarazione negativa sul gruppo industriale italiano che ne avrebbe provocato il tracollo in Borsa. Rispondendo a una domanda del pm Vincenzo Piscitelli, Berlusconi ha affermato di essere stato contattato da Panama da Lavitola, che si diceva preoccupato per la mancata costruzione dell’ospedale promesso al governo di Panama. Il giornalista, ha detto Berlusconi, gli aveva chiesto di riferire ai vertici di Impregilo che, se l’impegno non fosse stato mantenuto, il governo panamense avrebbe revocato alle imprese italiane l’appalto per il raddoppio della costruzione del canale. L’ex premier si è detto “orgoglioso” di avere fatto la telefonata.

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[ TRATTO DAL << ROMA ( il Giornale di Napoli” ) >> ]
Primo piano
20/06/2014
BERLUSCONI-SHOW, BAGNO DI FOLLA

NAPOLI. Un momento di protagonismo: « Io ogni giorno mi sveglio alle 7 del mattino e mi addormento alle 2 di notte. Ricevo 52 telefonate e partecipo a 20 incontri ». Un momento di autocelebrazione: « Nel 2012 ho fatto una campagna elettorale in 40 giorni e riportato il Popolo della Libertà ai livelli nei quali l’avevo lasciato ». La vena sentimentale: « Posso fare amicizia con una persona anche per caso mentre vado al bagno: le amicizie possono nascere ovunque ». Quella umanitaria: « Ho costruito un ospedale in Amazzonia e un orfanotrofio in Thailandia ». La stoccata: « Non capisco il senso delle sue domande, signor Giudice ». L’immancabile attacco ai magistrati: « Irresponsabili, incontrollati e impuniti ». E alla fine il colpo di scena: « Signor Giudice le consegno la formula del giuramento che ho letto all’inizio: la conservi e si ricordi del decoro della giustizia ». È il sunto della breve mattinata napoletana di Silvio Berlusconi che ieri è stato il protagonista assoluto delle cronache giudiziarie di tutta Italia. Testimone per oltre un’ora in un’aula del Tribunale di Napoli blindata sin dalla mattina. Autore inconsapevole di un “miracolo”: addirittura all’esterno del Palazzo di Giustizia si sono anche intravisti gli agenti della polizia Municipale a dirigere il traffico. Era preannunciato uno show e così è stato.

Il commento di
Vincenzo Nardiello
La guerra civile e il corpo del leader

La guerra continua. Nell’eterno 8 settembre della giustizia italiana, la giornata napoletana di Silvio Berlusconi ci ricorda due cose. La prima è che il conflitto è e resta endemico. Lo scontro andato in onda ieri in aula tra il leader di Fi e il presidente del collegio giudicante è la dimostrazione plastica che la guerra civile non è finita. Le illusioni di chi credeva che con l’umiliazione dei servizi sociali e la sconfitta alle Europee lo scontro tra politica e giustizia si sarebbe quantomeno raffreddato, si sono miseramente rivelate tali. La seconda lezione emersa ieri appare meno scontata. Dopo mesi trascorsi ad interrogarsi sul centrodestra senza leader e sull’inesorabile declino del Cavaliere che fu, ieri la realtà si è incaricata di ricordarci una delle leggi fondamentali della politica: il leader è tale perché così è riconosciuto dalla gente. Prima che lo trovino i partiti, è lui – il leader – a trovare il suo popolo. Berlusconi continua a suscitare grandi odi e grandi entusiasmi. Può piacere o no, si può condannarlo o assolverlo, ma che Berlusconi resti un leader anche nella sua fase crepuscolare è una verità indubbia. Le scene viste all’uscita dal ristorante “Europeo” di Mattozzi, dove l’ex premier aveva pranzato, sembravano immagini d’altri tempi: gli applausi di decine di persone, gli incitamenti, le grida a « non mollare ». E poi lui che sale sul famoso predellino, come a Milano quando nacque il Pdl. Certo, non è più il tempo delle foto ufficiali, dei trapianti di capelli e della bandana, ma il corpo del leader – ancorché declinante come la sua parabola politica – continua ad esercitare un ruolo centrale nella simbologia del comando. Se il fisico giovanile di Renzi esprime la velocità con cui vuol muoversi il Governo, quello del Cav rappresenta l’affannata rincorsa dell’opposizione. Insomma, senza voler attribuire improbabili significati politici a quanto avvenuto ieri, quel piccolo bagno di folla, spontaneo e improvvisato, conferma che Berlusconi ha ancora la capacità di suscitare passioni. Proprio come Renzi, che cammina stringendo mani e dando il cinque a tutti, bimbi compresi. Ma il linguaggio del corpo da solo non basta a fare un leader. In quell’accusa scagliata da Berlusconi (« Magistratura irresponsabile ») c’è tutto il fallimento dei suoi governi, incapaci di varare la riforma organica della giustizia. Renzi rischia di commettere lo stesso errore. Il tempo della Leopolda e della denuncia delle custodie cautelari ingiuste, è già stato sostituito dai Daspo per “alto tradimento” prima dei processi. Salvo, ovviamente, tenersi stretti gli indagati nel Governo. Tutti sanno che la guerra dei vent’anni si può chiudere solo con la riforma delle riforme. Il Pd e il Pdl avrebbero dovuto farla assieme, non l’hanno fatta e i loro gruppi dirigenti sono politicamente morti. Renzi e Berlusconi hanno l’ultima occasione. Non la sprechino

[ TRATTO DAL << ROMA ( il Giornale di Napoli” ) >> ]
20/06/2014
[ “AZ.” ]  ( – LA STORIA – VIDEO DOCUMENTI )

Benito Mussolini – Milano: Discorso del 16 Dicembre 1944 Teatro …

► 5:48

 

www.youtube.com/watch?v=zNvtylih6ZY6 ago 2012 – 6 min – Caricato da TEMPOLESSMUSIC
Benito Mussolini – Milano: Discorso del 16 Dicembre 1944 Teatro Lirico. Canale di …

Ultimo discorso pubblico del Duce Benito Mussolini al Teatro Lirico …

► 2:22

 

www.youtube.com/watch?v=7PWiI6idjCg9 apr 2013 – 2 min – Caricato da VOCEDITALIA
You need Adobe Flash Player to watch this video. … discorso pubblico del Duce …
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[ “AZ.” ] – ( L’ALTRA CAMPANA – TRATTO DA STAMPA LIBERA )
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Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come
Redazione | 19-06-2014 Categoria: Economia Stampa

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Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.

E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il blog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che poté. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Enrico_MatteiQuesta, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana avrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.

Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».

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Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».

Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».

Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».

bce31Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in Grecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.

Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa».

Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande. Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas.

Prima, però, bisogna mandare a casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».

Fonti
Libreidee

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[ “AZ.” ] – ( DA “AZIMUT ARCHIVIO ONLINE )
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UN POPOLO AL BIVIO – REAGIRE O SCOMPARIRE! RIBELLARSI E’ GIUSTO!!! “DRESDA BRUCIA ANCORA”… E ALTRE NOTIZIE…

Inviato da Production Reserved ⋅ 12 febbraio 2014 ⋅ Lascia un commento
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UN POPOLO AL BIVIO – REAGIRE O SCOMPARIRE! RIBELLARSI E’ GIUSTO!!! “DRESDA BRUCIA ANCORA”… E ALTRE NOTIZIE…
 Associazione Azimut Wednesday, February 12, 2014

“Azimut” – Ufficio Stampa : Ferruccio Massimo Vuono – massimovuono@libero.it
12/02/20 – associazioneazimut@tiscali.it –  an.arenella@libero.it

Oggi: UN << POPOLO AL BIVIO >> – REAGIRE O SCOMPARIRE ! RIBELLARSI E’ GIUSTO ! ! !

“DRESDA BRUCIA ANCORA”… E ALTRE NOTIZIE…

[ “AZIMUT-NEWSLETTER”: 13.02.’14 ]

anteprima di web : Associazione Culturalsociale “Azimut” – Napoli
Servizio, tra breve in rete : Associazione “Azimut
Scritto: February 12, 2014
  
Oggi : UN << POPOLO AL BIVIO >> – REAGIRE O SCOMPARIRE ! RIBELLARSI E’ GIUSTO ! ! !

“DRESDA BRUCIA ANCORA”… E ALTRE NOTIZIE…

[“Az.-News”:13.2.’14]
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[ ANCORA…SU SILVIO BERLUSCONI – IN EVIDENZA – TRATTO DA STAMPA LIBERA ]
12 febbraio 2014 | Autore Redazione | Stampa articolo Stampa articolo

Bini Smaghi: “Berlusconi fatto dimettere perché voleva uscire dall’euro”

Silvio Berlusconi “fatto fuori” perché voleva uscire dall’Euro. Il possibile complotto, questa volta, potrebbe essere più di una tesi o di un teorema considerata la fonte, l’ex membro della Bce, la Banca centrale europea, Lorenzo Bini Smaghi. Un cronista politico-economico del Telegraph, Ambrose Evans-Pritchard, ha sottolineato un estratto di un libro pubblicato nei mesi scorsi da Bini-Smaghi, intitolato “Morire di Austerità” (editrice Il Mulino), in cui l’economista spiega come “la minaccia di uscita dall’Euro non sembra una strategia negoziale vantaggiosa (…). Non è un caso che le dimissioni (…) di Berlusconi siano avvenute dopo che l’ipotesi di uscita dall’Euro era stata ventilata in colloqui privati con i governi di altri paesi”. Un altro tassello alla ricostruzione storica della drammatica estate del 2011, quella che portò la Banca Centrale Europea ad inviare la famosa lettera con “i compiti a casa” all’Italia. Bini Smaghi in una lettera al Corriere della Sera aveva difeso la missiva sostenendo che non prevedeva austerità, ma chiedeva riforme. Qualche giorno fa, intervenendo ad un convegno della Confindustria, Bini Smaghi ha anche sostenuto che l’Italia per poter attuare davvero le riforme necessarie ad agganciare la ripresa, farebbe meglio a chiedere l’aiuto dell’Europa come hanno fatto l’Irlanda o il Portogallo. Bini Smaghi, tuttavia, è ricordato anche per il braccio di ferro con il governo italiano allora presieduto da Silvio Berlusconi. Le cronache dell’estate del 2011 raccontano delle sue pressioni di prendere il posto di Mario Draghi alla Banca d’Italia in cambio delle dimissioni dal board della Bce necessarie ad evitare che Roma potesse avere due rappresentanti (tra cui il presidente) all’interno dell’organismo di Francoforte.

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Arturo Stenio Vuono [ editoriali pubblicati in rete ]
vuono
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 Arturo Stenio Vuono  – Se dopo avere letto tutto quello che scrivo, continuerete a fare “orecchi di mercante” oppure i “bastiancontrari”, o anche a “tergiversare”, vi dico anche io :

( “So bene che non siete capaci di reagire, non lo fareste neppure ad appiccarvi fuoco, inutili vigliacchi. Non mi scrivete”.) –  Paolo Barnard – dixit….

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[NO AI  << PROCONSOLI DEL DINERO >>-“BANKBORSAIOLI” (… NON I DILETTANTI… “SCIPPI BANALI”) … ]
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[ E.MAIL ASSOCIAZIONE – DIREZIONE – REDAZIONE ]

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Ufficio Stampa : massimovuono@libero.it
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azimut – ufficio stampa : Ferruccio Massimo Vuono  massimovuono@libero.it

 Data: 20/06/2014

 

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“L’ILLUSIONE DEL LIBERO MERCATO” (GIANCARLO LEHNER) – ALTRE NOTIZIE… (Industria della Difesa in Campania – il Project Manager…etc.)

Inviato da Production Reserved ⋅ 18 giugno 2014
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“L’ILLUSIONE DEL LIBERO MERCATO” (GIANCARLO LEHNER) – ALTRE NOTIZIE… (Industria della Difesa in Campania – il Project Manager…etc.)

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    —– Original Message —– From: Vincenzo Mannello –
    To: ( . . . ) – Sent: Thursday, June 19, 2014 11:19 AM
    Subject: Vincenzo Magliocco…degradata la memoria
    Magliocco,La Torre e l’aeroporto di Comiso : so bene che il fattaccio è passato in carrozza e che l’argomento può considerarsi di “scarso interesse mediatico” nell’Italia di oggi ma,assieme a pochi altri,ritengo non possa “scomparire nel nulla”. Antefatto : da sempre (1939-giorni nostri) l’aeroporto di Comiso (Rg) è stato titolato alla medaglia d’oro (piú 2 d’argento ed 1 di bronzo) gen. Vincenzo Magliocco,eroe dell’aviazione morto in Etiopia nel 1936. La titolazione non è stata mutata neppure dopo la “liberazione” e quando lo scalo di Comiso è stato convertito da militare a civile,in varie fasi e date. Nel 2007 la giunta di sinistra di Ragusa ribattezza Pio La Torre lo scalo,dedicandolo al segretario regionale del Pci assassinato dalla mafia nel 1982. Ribaltata la situazione al comune di Ragusa il nome Vincenzo Magliocco ritorna ad indicare l’aeroporto di Comiso. Ma,tornata al potere la sinistra,il terzo tempo vede rimesso in sella Pio La Torre. Lo scorso 7 giugno,alla presenza del Presidente del Senato e di altri politici (tutti di appartenenza Pd) viene ufficialmente ribaltata la “nuova”titolazione all’eroe dell’antimafia al posto di quella “vecchia” dedicata a Magliocco. Inoltre,assieme ad una campagna mediatica celebrativa dei meriti civili (che non metto in discussione) di La Torre,si è pure massacrata la figura del generale Magliocco per renderne la memoria perlomeno “indegna”di essere ricordata ulteriormente. Si è scritto (ed a quanto pare pure parlato in televisione) che trattavasi di un “gerarca” fascista  e pure massacratore di etiopi innocenti in guerra,contrapponendone la (presunta) “brutalità” alla attività “pacifista” di La Torre quando a Comiso stazionavano i Cruise americani. Ad oggi…fine della storia. Governando il Pd (in Italia e Sicilia) la buonanima di La Torre si gode il suo “luogo della memoria” in quel di Comiso. “Degradato” di fatto sul campo (d’aviazione) il generale Magliocco starà forse riflettendo,ovunque si trovi,sulla validità delle motivazioni che lo portarono a sacrificare la vita in una sperduta località dell’Etiopia nel lontanissimo 1936. Se arriverà alle stesse conclusioni cui sono arrivato io (l’Italia di oggi è un stato di m…) sicuramente farà pervenire a Grasso (e con lui a Crocetta,al sindaco di Ragusa,all’Enav,alle associazioni d’arma,ai media ed alla Rai) la medaglia d’oro al valor militare piú le altre due di supporto.
    Per buttarle nella latrina piú vicina….Grazie per l’attenzione.
    Vincenzo Mannello
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[ “AZ.” ] – ( SU VINCENZO MAGLIOCCO – L’EROE )
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Biografia[. . . ]

Allievo ufficiale di complemento nel 29º reggimento artiglieria da campagna nel 1914 e sottotenente nel luglio 1915, partecipava alla prima guerra mondiale col 2º Gruppo del reggimento artiglieria da montagna dall’ottobre 1915 al marzo 1917 quando, già promosso tenente passava alla scuola osservatori di Centocelle. Ritornato in zona di guerra nel maggio successivo si distingueva, quale osservatore nella 39ª squadriglia, in numerose azioni, guadagnandosi il passaggio in servizio permanente effettivo.

Nel 1921 veniva trasferito al 9º raggruppamento aeroplani e nel giugno 1923, promosso capitano, al 1º stormo del Centro di Aviazione da ricognizione. Nello stesso anno entrava a far parte della Regia Aeronautica e l’anno dopo, promosso maggiore a scelta eccezionale, gli veniva affidato il comando del 20º stormo da ricognizione. Nel 1929 fu promosso tenente colonnello e nel 1932, ebbe la promozione a colonnello e il comando del 14º stormo da bombardamento col quale partiva per l’Eritrea imbarcandosi a Napoli il 2 dicembre 1935. Due mesi dopo, durante la campagna di Etiopia era insignito dell’Ordine militare Savoia e promosso generale di brigata aerea a scelta eccezionale. Osservatore e pilota al tempo stesso, conosceva a fondo tutti i problemi di impiego delle varie specialità. Laureato in giurisprudenza, fu insegnante presso la Scuola di Osservazione Aerea. Nel 1936 gli venne conferita la medaglia d’oro al valore aeronautico.[senza fonte]

La morte[. . . ]

Il 26 giugno comandava la squadra di due Ca.133 e un Ro.1, uno dei quali comandato daAntonio Locatelli, diretta a Lekempti. I due equipaggi organizzarono un campo intorno ai tre velivoli, ma la notte vennero assaliti da un gruppo di ribelli etiopi. Tutti i membri della spedizione, tranne il tenente cappellano Marco Borello e i due interpreti indigeni,[1] rimasero uccisi e i tre aerei incendiati. A Magliocco e agli altri componenti dei due equipaggi fu concessa la Medaglia d’oro al Valor Militare.[2] I resti di uno dei due Ca.133 furono trasformati successivamente in un monumento ai caduti.[3]

A lui è stato intitolato l’aeroporto di Comiso fino al 7 giugno 2014, data della reintitolazione aPio La Torre[4]; il TG1 RAI nel darne notizia nella stessa data ha definito Magliocco “un gerarca fascista” piuttosto che un aviatore[5].

Onorificenze[. . . ]

Medaglia d’argento al valor militare
— Piave-Zenson, novembre 1917[6]
Medaglia d’argento al valor militare
— Cielo Basso Piave, marzo 1918[6]
Medaglia di bronzo al valor militare
— Cielo del Piave, giugno-novembre 1918[6]
Cavaliere dell’Ordine militare d’Italia
— 9 luglio 1936 Regio Decreto n. 179[7]
Medaglia d’oro al valor militare
« Conscio del pericolo cui andava incontro, ma orgoglioso di essere annoverato tra i pionieri dell’Italia imperiale, chiedeva, con generosa insistenza, di partecipare ad ardita impresa aeronautica intesa ad affermare, col simbolo del tricolore, il dominio civile di Roma su lontane contrade non ancora occupate. Minacciato nella notte da orde di ribelli, rifiutava la sicura ospitalità di genti amiche e preferiva affrontare con lo scarso manipolo di eroici compagni l’impari combattimento per difendere fino all’estremo sacrificio la bandiera della Patria.[2] »
— Lekempti, 27 giugno 1936

Fu anche promosso tenente in servizio permanente effettivo per merito di guerra (1917) e Cavaliere Ordine Militare di Savoia (Cielo di Etisia, dicembre 1935-aprile 1936).[6]

Note[. . . ]

  1. ^A.A. V.V, L’Aviazione – grande enciclopedia illustrata, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1986, pag.134 – Vol. XV.
  2. ^abwww.quirinale.it – onorificenze. URL consultato il 16 aprile 2009.
  3. ^GAVS. URL consultato il 16 aprile 2009.
  4. ^http://www.gds.it/gds/multimedia/home/gdsid/350732/
  5. ^http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/edizioni/ContentSet-c33de60a-a1bf-4300-ac15-b69858f98313-tg1.html dal TG1 delle 13:30 del 7 giugno 2014, servizio sulla reintitolazione dell’aeroporto di Comiso
  6. ^abcd Le Medaglie d’Oro al valor militare – Gruppo Medaglie d’Oro al valor militare d’Italia, Roma 1965.
  7. ^www.quirinale.it – onorificenze. URL consultato il 16 aprile 2009.
 Portale Aviazione  Portale Biografie  Portale Guerra

Estratto da “http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Vincenzo_Magliocco&oldid=66358997

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Maurizio Esposito tramite Non voglio Bocchino al Secolo d’Italia


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