LA STORIA E I 68 ANNI DI UNA GRANDE IDEA ( UN MODELLO DA RIVEDERE – 1986 )


LA STORIA E I 68 ANNI DI UNA GRANDE IDEA ( UN MODELLO DA RIVEDERE – 1986 )

 [ “AZIMUT-NEWSLETTER” – 9 GENNAIO  2015]
———————————————————————-
LA STORIA – RICORRENZE : 6 GENNAIO 1927 – 6 GENNAIO 2015
 ———————————————————————
A TUTTI I PREFETTI DEL REGNO ( 6 GENNAIO 1927 )
<< UN REGIME COME QUELLO FASCISTA DEVE PORRE LA MASSIMA DILIGENZA E LO SCRUPOLO FINO ALL’ESTREMO PER QUANTO CONCERNE L’AMMINISTRAZIONE DEL PUBBLICO DENARO. PIU’ VOLTE DISSI CHE IL DENARO DEL POPOLO E’ SACRO! OCCORRE QUINDI CHE TUTTE LE GESTIONI AMMINISTRATIVE E FINANZIARIE – DAI COMUNI AI SINDACATI – SIANO OGGETTO DELLA PIU’ VIGILANTE ATTENZIONE E DEL PIU’ ASSIDUO CONTROLLO. UN PREFETTO FASCISTA DEVE TENERSI IN CONTATTO CON IL PODESTA’. TUTTI COLORO CHE AMMINISTRANO PUBBLICO DENARO DEVONO ESSERE DI SPECCHIATISSIMA PROBITA’. SOPRATUTTO NELL’ITALIA MERIDIONALE IL PREFETTO DEL REGIME FASCISTA DEVE INSTAURARE L’EPOCA DELL’ASSOLUTA MORALITA’ AMMINISTRATIVA, SPEZZANDO RISOLUTAMENTE LE SOPRAVVIVENZE CAMORRISTICHE ED ELETTORALISTICHE DEI VECCHI REGIMI. SIMULTANEAMENTE ALL’AZIONE DI CONTROLLO, SECONDO LE LEGGI ISTITUZIONALI DEL REGIME, IL PREFETTO FASCISTA DEVE PROCEDERE ALLE EPURAZIONI CHE SI RENDONO NECESSARIE ALLA BUROCRAZIA MINORE ED INDICARE AL PARTITO E AGLI ORGANI RESPONSABILI DEL REGIME GLI ELEMENTI NOCIVI. IL PREFETTO FASCISTA DEVE IMPORRE CHE SIANO ALLONTANATI E BANDITI DA QUALUNQUE ORGANIZZAZIONE O FORZA DEL REGIME TUTTI GLI AFFARISTI, I PROFITTATORI, GLI ESIBIZIONISTI, I VENDITORI DI FUMO, I PUSILLANIMI, GLI INFETTI DA LUE POLITICANTISTA, I VANESI, I SEMINATORI DI PETTEGOLEZZI E DI DISCORDIE E TUTTI COLORO CHE VIVONO SENZA UNA CHIARA E PUBBLICA ATTIVITA’ >> – [ BENITO MUSSOLINI ] –
 [“AZIMUT” – ALTRO CHE LE ATTUALI CONTORSIONI CIRCA IL VARO DI COSIDDETTE “LEGGI ANTICORRUZIONE” : BLA-BLA-BLA E IL CHIACCHIERICCIO DELLE ATTUALI NOMENKLATURE]
———————————————————————
LA STORIA E I 68 ANNI DI UNA GRANDE IDEA ( UN MODELLO DA RIVEDERE – 1986 ) 
 [  “AZIMUT-NEWSLETTER” – 9 GENNAIO 2015 ]
L’INFORMAZIONE ONLINE NON CONFORMISTA – TRA CRONACA E STORIA – CONTRO IL SISTEMA DELLA MENZOGNA –
azimutassociazione.wordpress.com/

Raccolta di e-mail dell’Associazione Culturale Azimut (per Production Reserved)
————————————————————————————————-
[ “AZ.” ] IN QUESTO NUMERO – TRATTO DA << LA CONTEA >> ( MENSILE DI POLITICA E DI CULTURA / N.13 -14, GENNAIO – FEBBRAIO 1986 ) L’OPINIONE “UN MODELLO DA RIVEDERE”
( per leggere tutto – vedi : oltre ]
————————————————————————————————-
———–foto di Donato Santoro.
————————————————————-
1977
A NAPOLI ENTRA IN FUNZIONE L’EMITTENTE DEL MSI-DN << RADIO FIAMMA >>
1977 Fondai Radio Fiamma, qui con Almirante e Riccardo Monaco che vennero in trasmissione....
GIORGIO ALMIRANTE VISITA E PARLA ALLA RADIO
 ( NELLA FOTO : CON ANTONIO MAZZONE E RICCARDO MONACO – DUE DEI PROMOTORI )
( UNA DELLE RUBRICHE FISSE – PIU’ SEGUITE – FU QUELLA SINDACALE DEL CUSI “COMITATO UNITARIO SINDACATI INDIPENDENTI” CH’ERA CURATA DA ARTURO STENIO VUONO, GIUSEPPE DE GIROLAMO E GIOVANNI – GIANNI  – PANZERA )
———————————————————
TRASCORSO CIRCA UN TRENTENNIO – GIA’ DIBATTITO APERTO A NAPOLI –LEGGI TUTTO.
[ PUO’, FORSE, FARE COMPRENDERE IL PERCHE’ DELL’INDOTTA DIASPORA SOCIALISTA E DELLA DESTRA COME DELLA VIOLENTA CONTRAPPOSIZIONE AL BERLUSCONISMO. IL PERCHE’ DELLA SCELTA DI GIORGIO ALMIRANTE SUL PRIMO FINI E LA SUA SUCCESSIVA LIQUEFAZIONE; L’ACCANIMENTO CONTRO BETTINO CRAXI LASCIATO MORIRE IN TUNISIA; IL PROGETTO DI PINUCCIO TATARELLA CHE MUORE TROPPO PRESTO; IL PRIVILEGIARE DI SILVIO BERLUSCONI, SINO A QUANDO FU POSSIBILE, GLI ESPONENTI POLITICI CHE PROVENIVANO DAL PSI E DAL MSI; L’ATTUALE RESTAURAZIONE – IN EDIZIONE RIVEDUTA E CORRETTA – DI UN PARTITO CATTOCOMUNISTA CHE,ORMAI, CI GOVERNA INCONTRASTATO CON SIGLA PD….]
————————————————————————————————-
P R O F E Z I E ?
1986
L’OPINIONE –  “UN MODELLO DA RIVEDERE”
Si va sviluppando, specie nell’area della sinistra non comunista. il dibattito sul problema della nuova rappresentanza politica rispetto al congelamento sociale prodotto dal congegno bipolare nella società italiana. Gli intellettuali di area socialista ripropongono, dal loro punto di vista, la questione preminente della natura confessionale che lega le ideologie dei due partiti maggioritari antagonisti del riformismo. Vi sarebbe, perciò, una coincidenza storica tra i pilastri portanti, Dc e Pci, dell’attuale forma democratica. Tuttavia è il caso di notare che il dibattito appare deviato quando si considera che il << bipolarismo imperfetto >> sia tale solo perchè determinato dall’impossibilità comunista di mirare al potere centrale a meno di non rinegoziare sulla propria natura marxiana. Il riformismo, perciò, tende ad innovare il funzionamento delle istituzioni, e, optando per una diversa cultura di governo detta del << decisionismo >>, appare intenzionato a produrre una concentrazione progressista-moderata al centro dello schieramento politico attuale. L’ambiguità di una tale linea, di cui diremo più avanti, fa in modo che si componga un progetto socialista della prassi il cui esito è dubbio per il pericolo di determinare una nuova << sistemazione regolata >> di tutta quell’area delle forze intermedie – definita di natura laico-socialista – in funzione della futura alternanza al governo della forza democristiana e comunista così conservate. Parlavamo di linea ambigua, non perchè sia dimostrabile la strumentalità cosciente di una tale posizione, ma per le ragioni che rendono la << politica della mediazione >> assolutamente insufficiente a perseguire il processo di revisione costituzionale e, col tempo, destinata a rivolgersi alla sola ricerca di un consenso marginale nelle aree di confine delle due forze bipolari stesse. Come dire che, al problema della governabilità, occorre aggiungere quello della legittima difesa per le nuove mistificazioni della cosiddetta << rivoluzione copernicana>> e, di riflesso, per la caduta del pregiudizio democristiano nelle < periferie avanzate >> che ci riportano, sempre,  al discorso obbligato sulle cosiddetta  << subalternità >> centriste e frontiste. Sussiste, quindi, il problema irrisolto se passare al lavoro di revisione costituzionale del modello o, di contro, insistere per una rapida modifica delle sue modalità di funzionamento. Agire, insomma, sulla sostanza della gestione del potere o su quella del sistema vigente? E’ indubbio che l’area di sinistra, oggi non più omogenea, propenda per la modifica dei meccanismi istituzionali del sistema ed aspiri a conservarne la struttura che si renderebbero, così, funzionali all’avanzamento contemporaneo della  nostra società. Tale atteggiamento di << trasformazione parziale >> non tiene conto dell’esigenza di un nuovo spirito costituente e lascia, perciò, irrisolto il problema della presenza di una destra e di una sinistra che vadano ad occupare i due poli della <<democrazia bloccata>>. Questione, questa, che può essere sollevata ma solo riducendo il dibattito politico all’essenzialità di una risposta conforme alle nuove attese e senza il ricorso alla << politica dei tempi brevi >> che, ancorchè rivolta a mutare il sistema bipolare, finisce per garantire le sole mutazioni elettorali. E’ ovvio che in Italia si passi a discutere di cose serie e che, al Msi e al Psi, si dia atto per la composizione di aree essenziali – rispettivamente di destra e di sinistra – che, per ragioni storico-ideologiche ed implicazioni di politica estera, appaiono tuttora negate dalle egemonie politiche arretrate. Che la frantumazione delle linee di politica tradizionale sia in atto è certo, cosìcchè  il << centro > è destinato a cedere tanto più forze a destra nella misura che alla progettualità socialista vadano forze dell’area di sinistra egemonizzata dal Pci, si pone – ormai – il problema di una futura collocazione, questa sì al centro, del residuo di forze politiche intermedie; ciò che si delinea è un adeguamento della società italiana ai processi, in atto, del postindustrialismo ed il resto dovrà avvenire, di volta in volta, per effetto dei  << trascinamenti successivi >>. Occorre, dunque, ridefinire le categorie del progressismo e del conservatorismo, dare avvio alla sistemazione della fenomologia dei due atteggiamenti essenziali e condurre l’analisi da un punto di vista psicologico-sociale nonchè politico-ideologico. Caduto il concetto di classe ovvero lo schema fisso di identificazione delle classi sociali, sotto l’inarrestabile spinta dei sistemi innovatori della catena di produzione ( computerizzati, dell’elettronica applicata, della robotica, ecc. ), deve cambiare il modo di accostarsi alla questione della classica contrapposizione : conservazione-progresso, borghesia-proletariato, proprietari-prestatori d’opera. Il processo di revisione interessa la destra e la sinistra, come da noi prefigurate, nel senso di liberarsi, rispettivamente, da impostazioni teoriche legate alle elaborazioni contingenti che, di volta in volta, hanno oscillatlo fra il richiamo al principio dell’autorità, per la destra, e le tendenze terzinternazionalistiche e veteromarxiste per la sinistra.Un progetto di nuova statualità ripropone l’esigeenza di un diverso modelllo costituzionale che privilegi la società civile, oltre l’attuale << sostanza democratica >> di quello vigente, affinchè tradizione e nuovo siano conciliati dalla funzione di interscambialità, nell”azione di governo, delle forze che vi affondano le radici ma che non temono di andare avanti. Il dibattito è aperto ma ancora agli inizi ed il cammino è lungo.
[ Testo dibattuto nel corso del seminario di studi Msi-Dn e pubblicato anche sul foglio sezionale << Notiziario >> : Intervento di Arturo Stenio Vuono-Segretario Politico della Sezione Territ.le Msi.Dn di Arenella “Aurelio Padovani” a Napoli ]
P R O F E Z I E ?

—————————————————————————–

LA STORIA –  2 INTERVENTI DI FILIPPO GIANNINI

———————————————————-
1 – “CHIEDO ASSISTENZA”  
2 – “SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO” ?
———————————————————-

——- Original Message ——–

Subject: Articolo
Date: Mon, 5 Jan 2015 21:16:47 +0100
From: “Filippo Giannini” <fg@filippogiannini.it>
To: associazioneazimut@tiscali.it
Reply-To: filip.giannini@tiscali.it


Questo articolo sarà pubblicato su “Il Popolo d’Italia”.
 
 

CHIEDO  ASSISTENZA

di Filippo Giannini

   Questo mio scritto sarà profondamente diverso dai precedenti, sia per i contenuti che per le conclusioni.

   Per iniziare mi si permetta una breve divagazione che, solo apparentemente, può sembrare un fuori tema. Il 1 dicembre la RAI ha trasmesso un programma il Concerto di Capodanno, concerto che ha regalato musiche veramente sublimi di Verdi, di Puccini, di Ponchielli e altri, tutti grandi artisti che mi hanno portato a pensare che grado di civiltà e genialità abbiamo raggiunto noi italiani. Tuttavia molti di noi tentano di imitare la cosiddetta civiltà delle tribù britanniche che messe tutte insieme (britannica e americana) sono lontanissime dall’imitare uno solo dei geni musicali sopra indicati.

   Tuttavia così è.  

   Ora vengo al motivo e ai perché della richiesta di “assistenza”.

   Anni fa stavo preparando un volume dal titolo Mussolini, il Fascismo e gli Ebrei, per questo motivo ero alla ricerca di documentazione. Frequentavo, quindi gli archivi di vari Ministeri e l’archivio che mi dette più carte era il Ministero degli Esteri. Un giorno, dopo aver trovato quello che cercavo, probabilmente rovistavo la Cartella Dino Grandi, mi capitò fra le mani un documento (ma non faceva parte di quel che cercavo) scritto in inglese dal titolo “Agreement” firmato addirittura da Winston Churchill. Anche se quanto trovatoesulava da quel che cercavo, tuttavia ne compresi l’importanza e ne feci una copia che portai  casa e la misi fra le altre scartoffie e me ne dimenticai. Qualche tempo dopo, casualmente mi capitò fra le mani l’”Agreement” e, qualora non esistesse una bufala fra  altre bufale, data l’importanza non solo storica allegai il testo in un libro che stavo presentando.

   Per comprendere il motivo della mia richiesta di “Assistenza”, è bene che riporti qui di seguito il testo integrale: in inglese:

   <AN  AGREEMENT

   Top secret

   ACCOURDING  of our Supreme Head Quarter and Government Ministry Council, becoming to a decision to state as follows

<!–[if !supportLists]–>1)      <!–[endif]–>Italy enters the war on Germany’s site against Great Britain, in according to the policy adopted up to the present; should the course of  events cause a defeat to Great Britain, Italy as to pledge to persue in the interest of Great Britain an equilibrating action with respect to  Germany, and act as a check against imposition during the Armistice period on the peace Table.

<!–[if !supportLists]–>2)      <!–[endif]–>In the opposity case, that is to say in case as really obtain the help we have asked from preasently neutral Nations, and Great Britain should win  the war, Britain should will pledge to sue recognised in her real position, and use all the Bretsch influence to her the right of entering all pacts and political  organization of post war.

<!–[if !supportLists]–>3)      <!–[endif]–>A mutual Pact of non aggression would be agree upon a later date.

                                                                                                       Winston S. Churchill>.

   L’Agreement era accompagnato da una lettera del Conte Dino Grandi che svolgeva anello di congiunzione fra Churchill e Mussolini, lettera, datata 22 aprile 1940,  che, in caso di necessità, potrà essere presentata.

   Mi azzardo di presentare la traduzione in italiano del documento, avvertendo che non siono traduttore di professione:

<ACCORDO – segretissimo

In accordo con il nostro Quartier  Generale e con il Consiglio dei Ministri e in merito alla situazione, ne consegue:

<!–[if !supportLists]–>1)      <!–[endif]–>L’Italia entra in guerra a fianco della Germania contro la Gran Bretagna, secondo gli accordi politici adottati al momento; il corso degli eventi potrebbe causare una sconfitta della Gran Bretagna, (in questo caso) l’Italia perseguirà solennemente gli interessi della Gran Bretagna seguendo un’azione equilibratrice nei confronti della Germania, e seguirà come controllo contro le imposizioni nel corso delle trattative armistiziali al tavolo della pace.

<!–[if !supportLists]–>2)      <!–[endif]–>Nel caso opposto, cioè qualora noi ottenessimo l’aiuto che abbiamo richiesto alle attuali Nazioni neutrali, la Gran Bretagna potesse in conseguenza vincere la guerra, la Gran Bretagna garantirà che all’Italia venga riconosciuta la sua effettiva posizione, e usare tutta l’influenza della Gran Bretagna per la giusta applicazione degli accordi del Patto in questione e una giusta impostazione nel dopoguerra.

<!–[if !supportLists]–>3)      <!–[endif]–>Un reciproco Accordo di non aggressione potrebbe essere raggiunto in un secondo tempo.

                                                                                             Winston Churchill>.

   Mi si potrebbe chiedere: “perché chiede assistenza”? Ecco il mio punto di vista e. ripeto, di incompetente in materia di legge e di diritto internazionale. Però, credio, che un Agreement fra Nazioni dovrebbe equivalere a qualcosa più di un contratto fra privati. Per chi ha una certa, pur minima conoscenza della storia, dovrebbe conoscere sia il cosiddetto armistizio corto che quello detto armistizio lungo, ma soprattutto il Trattato di pace (Diktat) firmato a Parigi nel 1947. ebbene sono tutti Trattati, che quella che chiamiamo Triade Infame (Usa, Gran Bretagna e Francia) essendo i vincitori della Seconda Guerra mondiale ci spogliarono di rutto, eludendo completamente quanto contenuto nel punto 2) dell’Agreement.

   Tutto ciò premesso – e tanto altro ancora, chiedo a chi competente: ci possa essere d’aiuto, anche se sono passati molti decenni per muovere un’azione legale contro il Governo inglese per i danni che ci sono stati provocati nel corso del Secondo conflitto mondiale? Comprendo che si tratta di migliaia di miliardi ma, e, ripetio, sempre che il documento in questione non nasconda un’altra bufala. Sapete conoscendo le capacità ambigue della Grande Volpe, conosciuta con il nome di Winston Churchill…

   Ricapitolando e concludendo: c’è un legale, possibilmente competente in Diritto Internazionale, che possa dire se con i documenti sopra riportati (e con tanto altro ancora) possa confermare per  intraprendere una azione legale contro il Governo Britannico?

——- Original Message ——–

Subject: Articolo
Date: Tue, 23 Dec 2014 22:53:32 +0100
From: “Filippo Giannini” <fg@filippogiannini.it>
To: associazioneazimut@tiscali.it
Reply-To: filip.giannini@tiscali.it

 

Questo articolo sarà pubblicato su “Il Borghese”.
 
 
 

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO?

E allora diamo uno sguardino a quando si stava peggio.

Nessuno può negare che oggi siamo governati da una cricca di ladri, corrotti, corruttori, incompetenti, assassini, pedofili, mafiosi, camorristi, stupratori, bestemmiatori, maramaldi, “finocchi”, burattini, traditori, palazzinari, voltagabbana, vigliacchi, “vitaliziari” ecc. ecc..

   Vediamo quale è stata la risposta italiana alla grande crisi economica mondiale del 1929, crisi che, a detta di valenti economisti fu più grave di quella nella quale siamo stati affogati.

    Scrive Giorgio De Angelis (L’Economia Italiana tra le Due Guerre, pag. 137): <L’onda d’urto provocata dal risanamento monetario on colse affatto di sorpresa la compagine governativa (…). L’opera di risanamento monetario accompagnata da un primo riordino  del sistema bancario, permise comunque al nostro Paese di affrontare in condizioni di sanità  generale la grande depressione mondiale sul finire del 1929 (…)>. Sempre nello stesso volume il professore Gaetano Trupiano, a pag. 169, afferma: <Nel 1929, al momento della  crisi mondiale, l’Italia presentava una situazione della finanza pubblica in gran parte risanata: erano stati sistemati i debiti di guerra, si era proceduto al consolidamento del debito fluttuante (…)>. Il altre parole, mentre nel mondo centinaia di persone si uccidevano per la disperazione, in Italia, anche se la crisi internazionale sta producendo diversi danni, le iniziative del Governo (attenzione! Sia chiaro, per Governo s intende quello di Mussolini) erano riuscite ad evitare che la catastrofe assumesse quelle drammatiche proporzioni che altrove si erano verificate. Addirittura grazie ai Ministri finanziari del Governo Mussolini e, ultimo in ordine di tempo fra questi, Antonio Mosconi, riuscirono a far sì che negli anni fra il 1925 e il 1930, i conti nazionali registrassero attivi da primato.

   Sabino Cassese, a pag. 20 dello stesso volume sopra indicato, osserva: <Lo Stato affrontò la crisi congiunturale spaziando dalla politica monetaria alla politica creditizia, dalla politica finanziaria alla politica valutaria, dalla politica agraria alla politica industriale, dalla politica dei prezzi alla politica dei redditi, dalla politica fiscale alla politica del commercio estero, dalla politica previdenziale alla politica assistenziale>. Questo si poté realizzare grazie alla generale onestà e a coloro che operarono e poterono vantare di avere i cabasisi  al posto giusto.

   Ed ora una testimonianza al di sopra di ogni sospetto. Che l,’Italia fosse (allora) sulla via giusta è attestato proprio da colui che è considerato uno dei maggiori giornalisti e scrittori dello scorso secolo: Giuseppe Prezzolini . Prezzolini nacque per caso – così era solito dire –  a Perugia il 27 gennaio 1882 (morì centenario a Lugano nel 1982). Dopo aver partecipato alla Prima Guerra mondiale si trasferì, non accettando il regime fascista, negli Stati Uniti nel 1929; ma, come poi scriverà, non mancherà di tornare frequentemente in Italia. A seguito  di uno di questi viaggi compiuto nei primi anni Trenta, scrisse:<Le mie impressioni possono forse parere semplici per i lettori italiani, ma hanno, lo sfondo dei paesi per i quali passo quando torno: un confronto e un controllo. Pace in questa Italia: ecco il primo sentimento certo che si prova venendo da fuori e dura per tutto il soggiorno. La pace degli animi, il silenzio delle lotte che divorano gli altri paesi, e separano classi e spezzano famiglie e rompono amicizie, e disturbano il benessere, talora in apparenza maggiore. Le strade non saranno grandi come le Avenue, ma non ci sono mitragliatrici; le lire non saranno molte come i dollari, ma sono sempre lire e lo saranno domani. I ricchi non hanno bisogno i guardie del corpo per salvare i figlioli dal sequestro. I poveri non devono pagare la taglia mensile alla mala vita per esercitare il loro mestiere. C’è oggi una generale convinzione che in un mondo come quello d’ora l’esercito è uno strumento di prima necessità. Vi sono momenti in cui anche la famiglia più modesta e l’uomo più pacifico pensano che sia meglio saltare un pasto per comprarsi un revolver (…). Il popolo italiano appare rinnovato. Sta lontano dalle osterie e dalle risse; sale sui monti in folla. Gode, come nessun altro popolo, del paesaggio, dei fiori, dei colori e dell’aria. I discorsi e i commenti che vi sentii, lasciano trasparire l’atmosfera di serenità e di salute. Il popolo italiano ha un aspetto più forte, più dignitoso, più serio, meglio vestito di un tempo, è ossequiente alle leggi e ai regolamenti, è istruito nella generalità e più aperto perfino agli orizzonti internazionali. Si muove di più, viaggia di più: conosce meglio di una volta il suo paese. Non è ricco come altri popoli, ma non lo è mai stato e in confronto del popolo americano mi pare, senza dubbio, più contento>. Esattamente come oggi, vero, signori di  Rai Bufala?

   E tu, amico lettore, sapevi che Franklin D. Roosevelt, inviò nel 1934, Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i più grandi cervelloni del Brein Trust in Italia per studiare il miracolo italiano?  Ma sentite, sentite, una parte della relazione di Tugwell: <Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio (…). La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’amministrazione italiana, il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto>. (Dal Diario inedito di Tugwell, in data 22 ottobre 1934).

   Ė come se oggi io scrivessi che Obama, o Bush, o chi per loro, inviassero due o tre cervelloni in Italia per studiare la politica di Renzi, o di Monti, o di  Letta. Non mi prendereste per matto?

   Cosa grida quel lettore laggiù in fondo? Che festeggia la ricorrenza della liberazione?!. Poverino…

   E concludo. Visto che le leggi (parlo di leggi) in economia sono eterne, perché non ispirarsi a quanto fu fatto nel mai sufficientemente deprecato, infausto Ventennio?

   Cosa grida quest’altro lettore? <E la disoccupazione!? E la giustizia sociale!?>. Cercheremo di fornire appropriate risposte quanto prima con altri confontini.

   

—————————————————————————————————————————————
LINK

—————————————————————————————————————————————

LA STORIA – CHI NON VOLLE LA GUERRA CIVILE NEL MEZZOGIORNO D’ITALIA…

( DIFFERENTEMENTE DALLA CARNEFICINA FRATRICIDA CONSUMATA DAI ROSSI AL NORD )

————————————————————-

<<  LA RESISTENZA FASCISTA AL SUD >>

————————————————————- 

Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali … 

thule-italia.com/wordpress/il-dissenso-clandestino-1943-1945-nelle-regioni- meridionali-occupate-prima-parte/

10 mag 2011 … … che fu poi deputato nelle file del MSI ed è attualmente presidente nazionale
dell’Associazione Combattenti della ….. Associazione Azimut …

 

IL DISSENSO CLANDESTINO 1943-1945 NELLE REGIONI MERIDIONALI OCCUPATE DAGLI ANGLO-AMERICANI

MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO (1998), dedicato a: “Agli Eroi Ignoti dei Servizi Speciali torturati e seviziati dagli “Alleati” prima di fucilarli e poi seppellirli in tombe senza nome. Ai ragazzi e ragazze di Firenze fucilati ferocemente sui gradini di S. Maria Novella. A Colui che volle e seppe opporsi a tanti lutti della spirale dell’odio e strenuamente vietò atti che potessero innescare la scintilla della guerra civile nel Sud. Perchè gli italiani sappiano.”

RINGRAZIAMENTI
Si ringraziano per essere stati presenti al convegno: l’on. prof. Gianni Roberti, l’on. Antonio Cantalamessa, consigliere regionale della Campania, Angelo Romano, consigliere provinciale di Napoli, Pietro Diodato, consigliere comunale di Napoli, l’on. Adalberto Baldoni, consigliere comunale di Roma, Felice Ammaturo, direttore de “Il Monitore”, Pino Rotta, direttore di “Helios Magazine”, Pietro Golia, direttore di ” Controcorrente”, il fallschirmjager Vittorio Carloni, Maria Beatrice, Annamaria Cozzo, Alfredo de Maria, Paola Franchomme, Daniele Lembo, Vittorio Maselli, Francesco Pavolini, Nicola Plastina, Marisa Precchia, Ugo Salerno, Angelo Scognamiglio e signora. Per la loro fattiva collaborazione un sentito grazie a: Francesco Cuomo, Lucia Coppa, Benedetta de Falco, Nicola de Santis, Ugo Salerno, Mino…. e Orietta.

PRESENTAZIONE

Il libro di Francesco Fatica su “Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945″ che l’ISSES ha dato alle stampe agli inizi di quest’anno ha suscitato molto interesse. Ci siamo resi conto che stavamo aprendo un nuovo filone di indagine su alcune pagine del secondo conflitto mondiale che finora la storiografia ufficiale aveva totalmente ignorato o, quando era stata costretta a parlarne, lo aveva fatto in modo riduttivo e spesso menzognero. Per approfondire ed ampliare gli argomenti affrontati dal libro era pertanto giusto far seguire un convegno di studi, che è stato reso possibile grazie all’interessamento dell’on. Antonio Rastrelli, presidente della Regione Campania. In questo volume abbiamo raccolto sia le relazioni e gli interventi di coloro che hanno partecipato ai lavori nella giornata dell’8 novembre 1998, sia le comunicazioni e le testimonianze che ci sono pervenute. Consideriamo di essere solo all’inizio. La superbia degli angloamericani, usciti vittoriosi dalla guerra, è stata ampiamente superata dalla faziosità di quegli italiani che, tramando nell’ombra durante il conflitto, sono usciti allo scoperto all’approssimarsi delle armate “liberatrici” e, dopo aver occupato il potere, hanno inflitto vendette di ogni genere a chi era colpevole di aver servito la Patria e l’Onore fino all’ultimo. Ma, andando ancora oltre nella loro protervia, si sono preoccupati di falsare la storia e di colpire la memoria condannando all’oblio le ragioni dei vinti. Con le nostre modeste forze stiamo adoperandoci per portare alla luce qualcosa di quanto si è voluto occultare e disperdere.
Il Presidente dell’ISSES Uccio de Santis

MARIA PIGNATELLI E IL MIF

Relazione di Benedetta de Falco

Benedetta de Falco è giornalista del “ROMA” e de “IL GIORNALE DI NAPOLI”, sulle cui pagine scrive di politica e cultura. E’ segretaria di redazione del periodico culturale IL CERCHIO. Ha particolarmente approfondito il tema del ruolo della donna e della condizione femminile durante il Ventennio e la RSI. Su tale argomento sta raccogliendo materiale per una monografia di prossima pubblicazione.

Inizio con una considerazione che si è fatta strada in me proprio durante questa mattinata di studio. La clandestinità fu una necessità, nata dalle persecuzioni rivolte a chi professava gli ideali del Fascismo, fu una condizione che si impose a chi non rinunciava all’Idea. Dunque fu una scelta dettata dalla necessità. Compiuta questa premessa dirò che ciò che più mi sorprende è che un gran numero di persone all’indovina dell’8 settembre del 1943 sentirono la necessità della clandestinità, o cioè per essere più chiari e scoprire tutte le carte, un gran numero di persone avevano un’Idea che non volevano tradire. Ed è proprio l’Idea non tradita che, nonostante tanta storiografia di parte, salva queste persone da tanti gratuiti commenti negativi. Tra le persone che sentirono la clandestinità una necessità ci furono molte donne, tante, tantissime donne con un’Idea. Alcune di queste si riunirono nel MIF, il Movimento Italiano Femminile Fede e Famiglia, che nei primi anni in cui operò fu un movimento di solidarietà clandestina. Sono trascorsi trenta anni dal 10 marzo del 1968, giorno in cui morì in un tragico incidente stradale, nei pressi di Cosenza, la principessa Maria Pignatelli di Cerchiara: la fondatrice e l’anima del MIF. Nata a Firenze il 24 marzo del 1894 aveva sposato in seconde nozze il principe Valerio Pignatelli. Alcuni giorni prima di morire aveva cercato di consegnare, alla signorina Emanuela Travo di Cosenza, l’archivio del MIF del quale era stata la segretaria generale fin dalla sua fondazione. Non avendola trovata in casa incaricò l’avv. Ugo Verrina, ultimo legale del MIF a Cosenza, di espletare le formalità necessarie per il deposito degli atti nel locale Archivio di Stato, deposito che venne regolarmente effettuato nel novembre del 1969. Maria Pignatelli ed i suoi collaboratori avevano prestato particolare attenzione al resoconto dell’attività del MIF costituendo un Archivio. Fin dai primi mesi di vita il movimento si preoccuperà della propria “memoria”, sia ponendo particolare cura alla tenuta del materiale documentario, cura che più volte sarà raccomandata alle sedi periferiche, sia compilando minuziosi resoconti di ogni piccola attività. Le 93 buste dell’Archivio del MIF, depositate come dicevamo poc’anzi nel 1969, restano per oltre un decennio nei depositi dell’Archivio di Stato di Cosenza, e nessuno si preoccupa di consultarle o utilizzarle anche perché, a primo acchito, esse appaiono di scarso interesse storico ed archivistico. In realtà esse celavano una realtà sconosciuta e insospettabile. Ma andiamo con ordine. La nostra storia ha inizio il 16 aprile 1944 a Gargnano, sul lago di Garda, al tempo dimora e sede del capo del governo della RSI Benito Mussolini. Qualche giorno prima la principessa, dopo aver attraversato le linee nei pressi di Cassino, munita di un salvacondotto americano aveva raggiunto Roma con il pretesto di visitare i figli gravemente malati. E’ giusto chiedersi come mai la principessa tentava di raggiungere Roma. Bisogna andare indietro di qualche anno, a quando le sorti della guerra volgevano al peggio e lo Stato Maggiore dell’esercito ed il segretario del PNF, Scorza, progettarono un piano per la resistenza ad oltranza alle spalle del nemico in caso di invasione. Fu deciso di istituire, in accordo con il Duce, un reparto speciale le “Guardie ai Labari” ed al comando di tale organizzazione venne designato il principe Valerio Pignatelli. All’indomani dell’8 settembre questa organizzazione ebbe necessità di ricevere istruzioni dal Duce e così fu scelta Maria Pignatelli che, in quanto donna, avrebbe sortito meno sospetti. Nella capitale la principessa si recò da alcuni amici e da lì, a cura dell’ambasciata tedesca, venne trasportata in aereo a Gargnano, dove finalmente incontrò Benito Mussolini. Su questo colloquio, fino ad oggi, non è trapelato nulla, ad eccezione di alcune supposizioni mai avallate da prove concrete. Ma durante il primo congresso nazionale del MIF, tenutosi a Roma dal 3 al 5 gennaio 1950, la principessa “Il MIF nacque nell’aprile del 1944 sulle sponde di un lago. Là ci fu detto che a quelle donne italiane che erano state sole a non tradire si sarebbe dato il più alto riconoscimento e intanto ci si dava il più alto dei compiti: tener viva la fiamma ed intorno ad essa riunire e collegare gli italiani non dimentichi a compiere atti di solidarietà, fu detto: ritrovatevi nell’assistenza!”. E fu proprio in quegli stessi giorni, strana coincidenza, che venne istituito il SAF, Servizio Ausiliario Femminile della R.S.I. La coincidenza del periodo, la sostanziale identità di intendimenti e di compiti, la esclusiva composizione femminile, fanno pensare che nelle intenzioni di Benito Mussolini, i due movimenti dovevano essere quasi due facce della stessa medaglia, destinato l’uno alle terre occupate, l’altro ai territori della R.S.I. Al rientro da Roma la principessa fu arrestata a Napoli e condotta, dopo ripetuti trasferimenti, al campo di Rimini dal quale evase trovando ospitalità in territorio vaticano, in casa della famiglia Gattoni. Sarà lì che, intorno alla principessa e a monsignore Silverio Mattei, si cominceranno a riunire un gruppo di donne con l’intento di organizzare azioni comuni per dare assistenza agli ex appartenenti alla R.S.I. Fu pertanto solo nel 1946, e precisamente il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, che il MIF, elesse i suoi organi statutari: venne eletta in consiglio nazionale per la regione Campania Anna Dinella, di cui parleremo più avanti. Tra i primi compiti del MIF, che è opportuno ribadire agì durante i primi anni in semi clandestinità, fu quello di cercare le superstiti ausiliare che poi quasi sempre confluirono nel movimento. Il primo gennaio 1948 iniziarono le pubblicazioni, sotto la direzione di Amedeo Ambrosi, del giornale “Donne d’Italia”. Il periodico intendeva essere l’organo di collegamento tra i comitati locali e dare spazio a quanti, tra scrittori e giornalisti, erano caduti in disgrazia avendo essi mantenuto fede agli ideali fascisti. Il ruolo politico svolto dal MIF fu in più di una occasione scomodo e oggetto di discussione con il MSI di Almirante, anche se molti iscritti al MIF erano poi anche iscritti al Movimento Sociale Italiano. Ma la collaborazione tra MIF e MSI verrà sancita più tardi, il 13 marzo 1952, da donna Rachele Mussolini, quando ella era presidente della Giunta Esecutiva Centrale del MIF. Ma il campo dove meglio di ogni altro il Movimento Italiano Femminile espresse appieno le proprie potenzialità fu indubbiamente quello educativo-assistenziale, in cui investì la quasi totalità delle sue energie. Il MIF tese dunque ad un duplice intervento: da una parte l’assistenza morale, giuridica e materiale agli ex appartenenti alla R.S.I., imprigionati in seguito a giudizio emanato dalle Corti di Assise Straordinarie (erano state istituite con Decreto Legislativo Luogotenenziale n.142 del 22 aprile 1945), e dall’altra l’aiuto ai latitanti e ai fuoriusciti dei quali venne favorito l’espatrio, se non addirittura il cambio di identità. Nell’Archivio di Stato di Cosenza infatti vi sono depositate le dettagliate relazioni che riguardano proprio le richieste di aiuto per i detenuti politici. L’assistenza ai detenuti consisteva nell’invio agli stessi di pacchi contenenti generi di prima necessità, sigarette, indumenti vari, oggetti di uso personale, sia nell’assistenza legale gratuita al fine di provvedere all’inchiesta di revisione del processo, alla difesa in prima istanza, al ricorso in Cassazione, alle richieste di grazia e libertà condizionale. All’assistenza diretta si preferì quella attraverso le famiglie con una specie di “madrinato” teso a favorire i contatti umani. Molti dei prigionieri una volta usciti dal carcere furono poi reinseriti nella società grazie alle stesse famiglie che se ne continuarono a prendere cura. Tra gli assistiti del MIF c’erano anche uomini molti noti: il maresciallo Rodolfo Graziani, il gen. Adami Rossi, Valerio Borghese, Edvini Dalmas Dini, comandante delle truppe aviotrasportate della RSI, Clemente Graziani, poi leader di Ordine Nuovo e la giovane Carla Costa, l’agente “volpe azzurra” del Servizio Speciale autonomo. Nel gennaio del 1950 il Pontefice Pio XII concesse udienza alle appartenenti al MIF lodandone l’attività svolta. Infatti se il MIF poté nascere ed operare nei primi difficili anni ciò fu dovuto soprattutto alla collaborazione di larghi strati della gerarchia e del movimento cattolico. Chiese, canoniche, conventi furono più volte luogo di rifugio e di asilo per quanti ancora temevano le insidie della piazza o il giudizio dello stato democratico. Il MIF ebbe a Roma ed a Napoli nuclei di azione molto incisivi, anche come numero di soci. A Napoli nel 1948 infatti le iscritte erano 163, oltre ad un folto gruppo di nobili signore che erano moglie o figlie di uomini politici molto in vista all’epoca. Un dato certo è che molto fu fatto a Napoli e in Campania, soprattutto grazie alla completa dedizione di Anna Dinella, segretaria regionale del MIF. Non è stato semplice ricostruire l’esatta composizione del Comitato del MIF di Napoli. Attraverso i ricordi di alcune iscritte ho saputo che era così composto: Maria del Pezzo di Cajanello, presidente, consigliere Aristea Tosti Roberti, la duchessa Marika de Giovanni di Santa Severina, alla quale più tardi passò la presidenza, Virginia Vitolo, Elena Sgrosso, Maria Monticelli, Elena Rega, Maria Matthieu, Margherita Ferrari, Ulla Grifeo Gravina, Lilla Barbieri, Vittoria Capece Galeota, Adriana Guercia, Anna Montinari, Ninì Morone, segretaria della sede del MIF di Portici, Anna Tilena, la duchessa Zagari con le due figlia, Pia Gobbi. Inoltre partecipavano ad alcune riunioni: Laura Leonetti di Santojanni, la marchesa d’Aquino, Foscarina Borsaro Frongillo, Anna Buonocore, la duchessa Bice Caracciolo d’Acquara, la principessa Maria Caracciolo di Vietri. La sede del MIF era stata concessa gratuitamente dall’allora sindaco di Napoli Buonocore e si trovava all’interno del Maschio Angioino. Da lì partivano tutti gli interventi del gruppo napoletano del movimento. Aristea Tosti ricorda: “Andai insieme con Maria Matthieu, Anna Dinella e Marika de Giovanni al Carcere di Procida a visitare 21 detenuti che gli inglesi avevano fatto prigionieri. Per attrarre l’attenzione, in quanto erano stati dimenticati, facevano lo sciopero della fame”. Ed infatti nei giorni seguenti l’On. Gianni Roberti, su spinta del MFI, fece una interrogazione parlamentare all’allora Ministro della Giustizia Grassi. I giovani poi furono scarcerati. Nel penitenziario di Procida all’epoca di fatti, siamo negli anni ’48-’50, vi erano molti detenuti politici per i quali il MIF si adoperò: Bonino Bonci, federale di Novara, Giulio Baghino, ufficiale della X MAS, che fu poi deputato nelle file del MSI ed è attualmente presidente nazionale dell’Associazione Combattenti della RSI, Domenico Pisani colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana ed il colonnello Rocchi prefetto di Perugia che, una volta scarcerato per intervento del MIF, fu ospitato in casa della contessa Zagari. Il MIF aiutò anche Giuseppe Pizzirani, l’ex segretario del P.F.R., che venne a Napoli appena uscito dal penitenziario di Livorno. Francesco Fatica proprio nel volume “Mezzogiorno e Fascismo clandestino” ricorda che Maria Monticelli si adoperò personalmente per cercare le salme dei soldati della R.S.I. fucilati dagli anglo-americani a Nisida la mattina del 31/5/1944 e che erano state “trasportate al Cimitero della Pietà di Napoli, con la formale qualifica di Ignoti ed il cartello “Non si tocca – Interrato dal Comando Alleato”. A loro sarà data cristiana sepoltura solo nel 1953. Numerose furono le feste di beneficenza per raccogliere fondi ed aiutare le famiglie cadute in disgrazia. Con questi fondi fu aiutata (memoria Tosti) la famiglia di Domenico Tilena, ultimo segretario del Partito Fascista di Napoli, all’epoca rinchiuso a Procida. Il legale del MIF era l’on. Nando di Nardo che prestava gratuitamente la sua opera prodigandosi per scarcerare i detenuti politici segnalati dal Movimento. In più di una occasione alle riunioni del MIF erano presenti Rachele e Vittorio Mussolini che all’epoca vivevano ad Ischia. Il ruolo del MIF fu dunque determinante per quanti furono imprigionati, emarginati, perseguitati per la loro fede politica. Questa massiccia mobilitazione volontaria femminile si spiega solo se si pensa che durante il fascismo la donna fu spinta a ricoprire un ruolo molto incisivo nell’ambito della società: una donna, non solo moglie e madre, ma anche lavoratrice e soprattutto membro attivo ed indispensabile della Nazione. Questa dunque in sintesi la storia del MIF contenuta nelle polverose e dimenticate carte dell’Archivio di Cosenza e raccolta da Roberto Guaraschi nel volume “La lampada e il fascio”. Questa fu la storia che fece dire ad Alessandro Pavolini: “Bisogna essere stati perseguitati, oppure avere avuto contro di se la massa, per capire che cosa valga una donna nella vita di un uomo”. Concludo ricordando le parole scritte dalla principessa Pignatelli in una circolare inviata nel 1952 a tutte le sedi periferiche del MIF. La principessa Pignatelli aveva infatti ribadito l’importanza dell’Archivio quale elemento indispensabile per elaborare la memoria storica del MIF: “So che a tutte voi è caro che del MIF resti la storia. Negli archivi delle varie sezioni resteranno le relazioni dettagliate con i nomi e le lettere, ma in una pubblicazione destinata al lettore anonimo noi vogliamo cogliere quello che è stato il senso profondo della nostra organizzazione, ispirata alla solidarietà tra gli uomini. Ed io penso e credo che voi tutte la pensiate come me che, anche attenendosi alla massima esattezza, ci sia materia per una storia viva di questi anni dolorosi”.

IL RITORNO DELLA MEMORIA. UNA MESSA A PUNTO METODOLOGICA E DI STORIA DELLA STORIOGRAFIA SUL DISSENSO CLANDESTINO NEL MERIDIONE (1943-1945)

Intervento di Stefano Arcella

Stefano Arcella – Funzionario Amministrativo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, collabora -in qualità di ricercatore- con la Fondazione Evola di Roma per la quale ha curato la pubblicazione delle lettere di Julius Evola a Benedetto Croce che ha consultato presso l’Archivio Croce. Editorialista della pagina ��Kultura” del quotidiano IL TEMPO – Edizione di Napoli (1994-’96), pubblicista, ha collaborato con le riviste Italia Settimanale (Roma), Futuro Presente (Perugia). Vie della Tradizione (Palermo), Il Cerchio (Napoli ), Hyria (Nola), L’Alfiere (Napoli) e col mensile Il Monitore (Napoli). Ha collaborato con la cattedra di Diritto Romano dell’Università “Federico II” di Napoli. E’ autore di numerose pubblicazioni.

Sommario

1. – La letteratura memorialistica sul dissenso clandestino nel Meridione d’Italia (’43-’45) e i suoi rapporti col revisionismo storiografico.

2. – Lo stato della ricerca storica sul fascismo e, in particolare, sul fascismo clandestino nel Mezzogiorno d’Italia. Il problema dell’accesso alle fonti storiche.

3. – Le fonti: testimonianze, documenti d’archivio, letteratura storiografica.

4. – Mito della Resistenza e mito del tradimento. Etica ed estetica del fascismo clandestino. Movimento di individualità ” forti ” ed “eterodosse”. Identità nazionale e identità meridionale.

Quando ho letto il libro di Francesco Fatica Mezzogiorno e Fascismo clandestino (1943-1945) e ho, poi, avuto modo di conversare con l’Autore, mi sono reso conto del rilievo che contributi come questo hanno ai fini di una corretta revisione della ricostruzione storiografica sulla storia del Meridione fra il 1943 e il 1945 nel quadro più complessivo della storia nazionale di quegli anni. Si tratta di una letteratura memorialistica che, nel rilevare aspetti inediti o, quantomeno, poco noti di quel periodo storico, può essere inquadrata in quel complesso e variegato fenomeno culturale che si qualifica come ” revisionismo storiografico ” accezione di cui va recuperato il significato positivo in termini di rilettura, correzione, revisione -sulla base di un approccio rigoroso alle fonti storiche- delle vicende che hanno segnato un popolo e, più propriamente, il mondo intero, in un determinato momento storico, tragico e cruciale per le sorti politiche, culturali ed economiche sia dell’Italia che dell’Europa. Certo, la memorialistica non è, di per sé, sufficiente per impostare una ricostruzione della storia di quegli anni su basi veramente scientifiche, ossia rigorosamente documentate, senza subire condizionamenti ed apriorismi ideologici. Essa va integrata con altre fonti in un quadro complessivo ove -e questo è il compito dello storico- lo sforzo di analisi critica sappia coordinare i dati in una visione d’insieme che riveda, ove ciò sia necessario, i luoghi comuni delle versioni oleografiche che hanno connotato la storiografia ufficiale dal dopoguerra ad oggi e abbandoni le tendenze apologetiche, di qualunque segno ideologico, per attenersi alla verità dei fatti, in piena autonomia scientifica dalle interferenze proprie a interessi politici ben determinati e che storicamente sono stati soprattutto quelli propri al potere politico dominante. Questa letteratura, dunque, pur non esaurendo il compito né il contenuto della ricerca storica, è funzionale ad un processo di revisionismo storiografico, soprattutto quando trattasi di testimonianze che emergono dopo 50 anni di silenzio dovuto al particolare clima di intimidazione e di conformismo antifascista che ha segnato un lunghissimo dopoguerra nella seconda metà di questo secolo. Una funzione, dunque, quella della letteratura memorialistica, sussidiaria rispetto alla ricerca storica ” pura” ma preziosa, poiché consente al ricercatore l’accesso ad una molteplicità di informazioni, di notizie, di dati che lo aiutano a calarsi nella particolare temperie culturale, nella specifica atmosfera psicologica di quel momento storico, poiché nella ricostruzione dei fatti sussiste sempre il rischio di cadere nell’astrazione, ossia di perdere di vista l’elemento vivo della storia, che è l’uomo coi suoi stati d’animo, la sua psicologia, l’educazione ricevuta in un determinato periodo e in un dato contesto ambientale, le sue spinte ideali unitamente ai suoi concreti interessi legati all’appartenenza ad un determinato ceto sociale. Orbene, questo fenomeno “revisionista” al quale contribuiscono vari filoni, dalla memorialistica alla ricerca archivistica, alla letteratura, va, però, compreso nelle sue motivazioni di fondo, quale segno del mutamento dei tempi, di un graduale e faticoso rinnovamento culturale in cui ad una visione faziosa, parziale degli eventi, frutto di rancori e di risentimenti propri a chi è stato coinvolto in vicende recenti o relativamente tali, subentra lentamente un approccio più distaccato e sereno, più pacato e riflessivo, lontano dalle foghe apologetiche di ogni segno ideologico.

1.2 Fino a pochi anni orsono la storia del XX secolo e soprattutto quella fra le guerre mondiali nonché dell’ultimo conflitto bellico è stata narrata secondo le convenienze politiche dei gruppi di potere dominanti, legati allo schieramento politico-militare uscito vincente dal II conflitto mondiale. Ma per narrare la storia -quella vera, basata sull’approccio documentato, sullo spoglio delle fonti storiche- e, soprattutto, acquisire una coscienza storica più matura, devono trascorrere almeno 40-50 anni dagli eventi oggetto di ricerca e di approfondimento. Solo uno sguardo distaccato, lontano dalle passioni suscitate da quei fatti, può infatti, essere capace di ricostruire, con lucidità, il complesso intreccio delle forze e delle motivazioni che hanno generato quelle vicende. Ciò è tanto più vero ove si consideri che gli effetti politici del II conflitto mondiale (il patto di Yalta, la guerra fredda, il Muro di Berlino), sono durati fino a pochi anni orsono, determinando un clima politico-culturale del tutto sfavorevole ad una ricerca storiografica veramente libera. Il revisionismo nasce quindi da una necessità storica e culturale, quella di rivedere, con autentica autonomia scientifica lo svolgersi degli eventi, poiché col trascorrere degli anni, era sempre più avvertito negli ambienti scientifici, il disagio di uno studio storico subalterno alle ” verità” preconfezionate dal potere politico e soprattutto dai grandi apparati culturali (Università statali, case editrici, RAI-TV ) dominati o largamente condizionati dall’egemonia culturale che il P.C.I., attuando la strategia gramsciana della conquista culturale della società civile, era riuscito a realizzare nel corso di alcuni decenni. E questo disagio riguardava, comunque, non solo l�Italia ma l’ Europa e particolarmente la Germania dove il ” senso di colpa ” legato al fenomeno storico del nazionalsocialismo e dei suoi crimini aveva determinato una rimozione dei misfatti commessi da altre nazioni e nel nome di altre ideologie e, dunque, il rifiuto di una considerazione complessiva dei genocidi e delle violazioni dei diritti umani che hanno segnato questo secolo. La tesi di Ernst Nolte sul comune carattere totalitario del nazionalsocialismo e del comunismo sovietico e quelle di Renzo De Felice volte al riconoscimento di una base di largo consenso del fascismo-regime negli anni �30 e della crisi dell’identità nazionale aperta delle vicende dell’8 settembre ’43, hanno squarciato la cappa di conformismo che da decenni bloccava l’evoluzione della ricerca storica in Europa. E le polemiche suscitate da queste nuove tesi storiografiche testimoniano della subalternità della cultura ” ufficiale” rispetto alle oligarchie politiche dominanti. Poi, i mutamenti geopolitici intervenuti sullo scenario mondiale ( dissoluzione dell’URSS, caduta dei regimi comunisti dell’Est europeo, crollo del muro di Berlino, riunificazione della Germania ) hanno radicalmente innovato il clima storico-culturale, con forti ripercussioni anche in Italia e con la possibilità di ripensare più liberamente la storia europea e italiana di questo secolo. Il libro di De Felice “Rosso e nero” -con la rilettura delle tristi vicende dell’8 settembre e la denunzia coraggiosa della crisi dell’identità nazionale apertasi in quel tragico momento- nonché il recente contributo di Sergio Romano sulla guerra di Spagna, sono segni eloquenti dello sviluppo di questa tendenza storiografica che non accetta più di vedere il bene e il male rigidamente divisi, l’uno incarnato tutto da uno schieramento politico-militare e l’altro rappresentato esclusivamente da quello opposto, ma tenta di cogliere la complessità della storia, coi suoi intrecci diplomatici, le sue contraddizioni politiche, i retroscena economici, ma anche i risvolti psicologici, gli stati d’animo, le pulsioni ideali, i crimini e le stragi di tutte le parti in causa del II conflitto mondiale. Si delinea, dunque, un nuovo clima culturale, di maggiore autonomia dello studio storico dalle egemonie politiche e culturali consolidate. Ma le cose stanno veramente in questo modo? O non vi sono ancora resistenze, ostracismi, rimozioni che intralciano l’evoluzione della ricerca? Questi interrogativi conducono subito al problema dell’accesso alle fonti storiche e informative. In un convegno svoltosi a Roma, presso la Biblioteca Nazionale Centrale, nel gennaio 1997, promosso dall’Associazione Culturale Heliopolis, sul problema dell’accesso alle fonti storiche e informative, vennero denunciati, da parte dei relatori, gli ostruzionismi che -sia nell’ambito degli archivi statali, sia in quelli privati ed anche nell’ambito delle fonti informative- si frappongono tuttora al progresso della ricerca storica in Italia. Chi scrive ebbe modo in quel convegno di narrare la storia e le difficoltà del percorso di ricerca che aveva condotto alla consultazione delle lettere di Julius Evola a Benedetto Croce. Era stato necessaria una interrogazione parlamentare sulle resistenze che, inizialmente (la vicenda andò avanti per circa un anno) l’Archivio Croce aveva frapposto alla pubblicazione di quelle lettere (poi pubblicate col suo consenso), come esempio emblematico delle difficoltà della ricerca storica in Italia. Emersero poi altri esempi significativi, come quello concernente le difficoltà di accesso alle fonti informative sulle vittime civili dell’attentato di Via Rasella. (E il problema non si limitava alla storia del XX secolo, ma investiva ben altri campi specialistici, come l’archeologia, per la quale il prof. Finzi ebbe a sottolineare il monopolio delle fonti archeologiche che, talvolta, si verifica in certe cerchie specialistiche). Analoghe problematiche vennero affrontate, sempre nel gennaio ’97, nel corso di un convegno svoltosi a Napoli sul tema “Revisionismo storiografico e pluralismo culturale”, promosso dall’Associazione Culturale Flumen. Recentemente, Luciano Garibaldi ha riportato la testimonianza di una Funzionario, Archivista di Stato, la dottoressa Carucci, la quale denunciava il peggioramento delle condizioni della ricerca storica in Italia, dal momento che l’accesso alle fonti archivistiche riservate -ossia una particolare categoria delle fonti archivistiche- è stato, con una recente disposizione, subordinato all’autorizzazione del Ministero degli Interni, ossia un organo politico che sostituisce la competenza precedente della Giunta Archivistica che era un organo tecnico composto da storici e da archivisti. Come se ciò non bastasse, è stato anche soppresso il parere, in materia, del Direttore dell’Archivio Centrale dello Stato. Per cogliere la gravità di queste recenti innovazioni normative si consideri che tuttora le lettere di Claretta Petacci a Mussolini sono coperte dal segreto di Stato poiché, secondo la motivazione ufficiale del provvedimento di segretazione �la signora aveva l’abitudine di occuparsi di affari di Stato”. Pertanto, agli studiosi e al pubblico è preclusa tuttora la possibilità di conoscere il contenuto di quell’epistolario. Siamo, dunque, in presenza di una problema che è, sì, culturale ma è soprattutto politico, poiché è evidente che un organo squisitamente politico decide di autorizzare o meno l’accesso alle fonti riservate sulla base di criteri politici, cioè della convenienza politica del momento. Viene in tal modo gravemente limitata la libertà di ricerca e lo sviluppo degli studi, poiché al potere politico sarà facile far conoscere solo quei documenti ” riservati” che è interessato a divulgare, condizionando in partenza la direzione e l’orientamento della ricerca. Il potere politico reagisce, in questo modo, allo sviluppo del revisionismo storiografico, quasi in una sorta di riflesso condizionato, di istinto di conservazione di un equilibrio culturale da difendere a costo di occultare la verità storica, deformare i fatti, disperdere le tracce documentali scomode. Ma è lecito chiedersi: i problemi della ricerca storica e del ritardo, della lentezza del suo sviluppo sono esclusivamente questi o ve ne sono altri, interni agli stessi autori delle fonti e in particolar modo agli autori della letteratura memorialistica? Occorre quindi, per dare una risposta a tale domanda, operare una ricognizione delle fonti sul dissenso clandestino nel quadro più generale della storiografia sul fascismo. Chi esamini la letteratura memorialistica sul dissenso clandestino fascista nel Mezzogiorno (1943-1945) e, in particolare, su quello napoletano, noterà agevolmente due caratteristiche: la prima è la lentezza con la quale queste testimonianze-preziose per la ricostruzione storica- sono emerse, sintomo eloquente del clima politico e culturale che ha segnato l’Italia nel lunghissimo dopoguerra dal ’45 ad oggi, un clima di paura -per chi aveva combattuto nello schieramento perdente- e quindi di riluttanza a narrare vicende di cui era stato direttamente partecipe o, ancor più, protagonista. Una riluttanza comprensibile perché -a voler parlare chiaro- la II guerra mondiale, considerata sotto il profilo dei suoi effetti politici e militari, ha avuto una durata lunghissima, per circa 45 anni. Si dovranno attendere gli eventi del 1989-1992, per vedere la crisi dell’ordine di Yalta, accentuata poi dalla unificazione tedesca e dalla crisi balcanica. L’Italia -che durante la “guerra fredda” era sulla “linea del fuoco” fra i due blocchi- ha risentito fortemente di questa situazione storica. La stessa Costituzione della Repubblica è la risultante della mediazione fra i due filoni politico-culturali che avevano i loro referenti in diversi stati stranieri: l’URSS da una parte, il Vaticano e gli USA dall’altra. L’antifascismo, con tutta la sua carica di enfasi, è stato la mitologia e il cemento ideologico della Repubblica, una sorta di ” dogma ” che condizionava ab origine la cultura nazionale e la stessa produzione storiografica. Chi scrive ricorda molto bene lo scandalo e il clamore che accompagnarono, all’inizio, gli studi “eterodossi” di De Felice il quale osava dire che il regime fascista, per un certo arco temporale, aveva aggregato intorno a sé un consenso di massa, argomento, peraltro, non nuovo, già sostenuto dal neofascismo post-bellico, ma che lo storico sosteneva con ben diverso spessore scientifico e con uno sguardo ben lontano dalle passioni ideologiche. E’ in questo clima che si spiega la riluttanza di molti testimoni a raccontare vicende vissute in prima persona con una precisa e clandestina scelta di campo. C’è poi una seconda peculiarità che riguarda i contenuti stessi di questa memorialistica. Dalla lettura dei racconti si evince una gran dovizia di notizie sui profili psicologici e morali dei vari protagonisti, sugli stati d’animo, sul momento del coraggio individuale -poiché il fascismo clandestino al Sud fu soprattutto un movimento di forti individualità- sulle difficoltà e le persecuzioni subite dal movimento. Quello che non appare con chiarezza è la portata e la consistenza dell’attività di sabotaggio delle retrovie angloamericane compiute dai vari gruppi clandestini. Si prenda, ad esempio, la figura del Marchese Marino de Lieto, di cui ci parla l’architetto Antonio De Pascale nella sua memoria. Essa è emblematica della connotazione etica ed estetica del fascismo clandestino nel Mezzogiorno, come movimento di forti individualità che hanno assimilato ed interiorizzato la lezione di d’Annunzio sul rapporto tra estetica e politica e che hanno quindi il culto del “bel gesto”, dell’azione individuale nel segno dell’eroismo, del sacrificio; un’azione è “bella”-in quella prospettiva ideologica- perché in essa si esprime e si esalta il valore dell’individuo che si distingue dalla folla. Marino de Lieto è un personaggio particolare: ufficiale superiore della Marina Militare, con all’attivo alte onorificenze al valore, guadagnate sempre in battaglia durante la I guerra mondiale in cui si era distinto per “azioni spettacolari”. Quest’uomo, dopo l’arrivo a Napoli degli angloamericani, inizia una guerra ” privata”, misteriosa, di cui teneva all’oscuro persino gli amici del movimento clandestino. Si allontanava per intere settimane, senza che nessuno sapesse dove andava e a fare cosa. Solo di qualche iniziativa del de Lieto è testimone il de Pascale, ma, per il resto, tutto è, ancora oggi, avvolto nel mistero. Se si legge con attenzione la memoria di De Pascale, si scorge non solo per il marchese de Lieto, ma anche per tutto il movimento, nel suo complesso, questa ” zona d’ombra”, concernente la concreta attività di probabile sabotaggio delle retrovie del ” nemico”. Mancanza di dati, di notizie da riferire o riluttanza a dire tutto? Non è un problema da poco, perché la ricostruzione storiografica ha, in questa letteratura memorialistica, una delle sue fonti più preziose, anche se da vagliare con rigore critico. La mia personale convinzione -maturata attraverso la lettura di questo tipo di fonti- è che ancora molto ci sia da raccontare al fine di un esauriente inquadramento storico del contributo militare del fascismo clandestino nel Mezzogiorno. Ed anche quando si aprono squarci di verità, essi danno luogo a nuovi interrogativi. Risulta, ad esempio, dalla memoria di Antonio de Pascale, che gli agenti segreti della RSI venivano paracadutati sui Monti Lattari o nell’area di Licola ma poco o nulla è detto sugli sviluppi di queste operazioni militari (e sulla loro maggiore o minore incisività) che rispondevano, evidentemente, a dei progetti, con obiettivi ben precisi. Altro esempio è il racconto del convegno segreto di Montecolino nel libro ” Decima Flottiglia nostra…” di Sergio Nesi, ove la dovizia di particolari sui contenuti dell’incontro fra Alleati, Tedeschi ed esponenti militari della RSI non è affiancata da altrettanta dovizia sulle fonti di cognizione atte a documentare la veridicità dell’incontro medesimo. Su questo aspetto, l’ Autore rimane nel vago ” In quella stanza a Montecolino -egli scrive- la discussione dovette essere certamente animata, ma nulla è trapelato oltre le battute iniziali surriferite filtrate attraverso una porta socchiusa, se non il parere assolutamente negativo che di quel piano diedero i plenipotenziari americani “. “Filtrate attraverso una porta socchiusa”: una affermazione vaga, forse volutamente imprecisa per far luce su una vicenda importante sia per la storia della RSI, sia anche per inquadrare meglio il contesto politico, diplomatico e internazionale in cui collocare il ruolo e le possibilità del fascismo clandestino al Sud. E c’è anche tutto un altro aspetto, non secondario, da approfondire: il fascismo clandestino ha come suoi esponenti i fascisti eterodossi che durante il Ventennio erano stati espulsi o comunque allontanati dal PNF. Sono loro, nel Sud -e non gli ex gerarchi- ad assumersi, in un momento storico difficilissimo, l’onere e i rischi -che vedevano come un “onore”- di guidare il fascismo clandestino: un segno eloquente di discontinuità politica fra il regime fascista e il movimento clandestino ’43-’45, a dimostrazione di come questo nuovo fenomeno fosse l’ incipit del neofascismo. Il movimento fascista, liberatosi dalla incrostazioni delle mediazioni che lo avevano connotato nel Ventennio, ritornava alle origini ma le sviluppava in modo nuovo, originale, con una accentuazione del momento sociale ( nella RSI), e di quello “etico” ed “estetico”. Quanto alle fonti archivistiche esse sono consistenti: rapporti dei CC.RR., dei prefetti e dei Questori, notizie acquisite e trasmesse dai servizi di informazione del Regno del Sud. Tutta la letteratura storiografica in materia è ampiamente fondata su questa tipologia di fonti. Basta consultare, ad esempio, i contributi di Giuseppe Conti, per verificare come le note in calce siano piene di riferimenti ai documenti dell’Archivio Centrale dello Stato. Occorrerebbe, però, una consultazione capillare dei documenti di quel periodo conservati negli Archivi di Stato dei capoluoghi di provincia dell’Italia Meridionale, per verificare se fossero pervenute ai Prefetti notizie riservate sui vari movimenti e gruppi clandestini del Meridione e, in caso affermativo, in che misura e con quali contenuti. Sarebbe interessante, infatti, avere un quadro più esauriente e dettagliato di questi fermenti politici che connotarono l’Italia Meridionale di quegli anni, anche e soprattutto sotto il profilo militare, dell’attività dei sabotaggi messi in atto contro le retrovie alleate. A tale riguardo, una ricognizione dei documenti dell’Archivio di Stato di Caserta -zona probabilmente interessata da atti di sabotaggio- e dell’Archivio di Stato di Napoli -città in cui era, a quanto risulta, il “vertice” del movimento fascista clandestino al Sud, come anche degli Archivi di Stato di altre città meridionali (Cosenza, in particolare, per i documenti del MIF già esaminati in sede accademica ma che meriterebbero una ulteriore ricognizione)- potrebbe risultare molto proficua, anche in caso di una esiguità delle fonti, perché, comunque, contribuirebbe ad avere una visione più chiara della reale entità di questo fenomeno politico. Se sarà il caso, eventualmente, di ridefinirne e ridimensionarne la portata, ebbene lo si faccia, ma è tempo, ormai, di recuperare la verità su questo aspetto poco noto della storia del Mezzogiorno. E se, invece, dovessero risultare risvolti sorprendentemente rilevanti di questo dissenso politico, sarà il caso di acquisirli alla memoria storica nazionale.

3.3 La letteratura, in materia, è ancora esigua: alcune memorie anche di tenore autobiografico, alcuni contributi specialistici molto documentati, ma siamo ancora lontani da una rigorosa, esauriente, ricostruzione globale del dissenso fascista clandestino che sciolga alcuni quesiti centrali, quali il rapporto coi progetti politici della R S I (non è ancora del tutto conosciuto, ad esempio, il contenuto del famoso colloquio fra Mussolini e la principessa Pignatelli a Gargnano nell’aprile del ’44 ), il legame fra certi fenomeni di rivolta -quali la Repubblica di Comiso- e i progetti di Pavolini che propugnava la tesi della militarizzazione del partito fascista repubblicano con la formazione di un esercito fortemente ideologizzato (vedi creazione delle Brigate Nere) in luogo dell’esercito nazionale, di impostazione ” patriottica “. Ed ancora: il grado di collegamento e di unità operativa, di raccordo strategico e tattico fra i vari gruppi fascisti clandestini operanti nel Meridione, il loro rapporto col cosiddetto movimento dei ” non si parte”, come è stato definito dalla letteratura storiografica in materia; sono tutti interrogativi irrisolti che, in quanto tali, dovrebbero stimolare la ricerca. La situazione degli studi storici, in materia, è comunque in evoluzione. Il fiorire delle pubblicazioni, sia nuove che riedizioni di testi da lungo tempo irreperibili, l’affiorare delle testimonianze, gli interventi della stampa con nuovi servizi giornalistici e lo stesso convegno di Napoli promosso dall’ I.S.S.E.S. con la partecipazione di studiosi qualificati, sono tutti segni di un rilancio di questi studi e, soprattutto, di un fermento culturale, di una nuova esigenza di riappropriarsi della memoria storica nazionale, ricomponendola nei suoi elementi costitutivi, fra i quali anche il fascismo clandestino del Sud Italia ha un suo ruolo ed un suo preciso rilievo storico. Ma non sarà forse proprio questo -nell’odierno panorama culturale- l’aspetto scomodo e non ” politicamente corretto”? Non sarà, in altri termini, il recupero alla storia di questo fenomeno taciuto dalla storiografia e da tutta la cultura ufficiale post-bellica a costituire un elemento dirompente di consolidati equilibri culturali e politici ? Su quali miti, su quali premesse si è fondata la cultura ufficiale in Italia negli ultimi 50 anni ? Questi interrogativi ci conducono direttamente ad un nodo cruciale per l’identità culturale italiana. Tutta la cultura italiana ufficiale post-bellica si è fondata sul “mito” della resistenza, della lotta partigiana antifascista ed antinazista, quale fonte della legittimazione ideologica del nuovo ordinamento istituzionale e politico. Ma questo equilibrio culturale, rimuovendo la memoria storica dell’altro schieramento italiano, quello dei vinti, di coloro che avevano combattuto nella RSI e nelle fila del fascismo clandestino meridionale, ha determinato una lacerazione del tessuto dell��identità nazionale, acuita dal disconoscimento della genuinità delle motivazioni ideali e patriottiche che spinsero molti italiani ad aderire alla RSI o a militare nei gruppi fascisti clandestini del Sud. Accanto al “mito” della resistenza, era fiorito, nel ’43-’45, un altro “mito”, quello del tradimento da parte del Re e di Badoglio, che era anche il mito dell’onore nazionale infranto sia per l’arresto di Mussolini, sia per l’armistizio dell’8 settembre -con tutto il corollario della fuga del Re e dei generali che abbandonarono Roma- sia ancora per la dichiarazione di guerra alla Germania da parte dell’Italia nell’ottobre del 1943. Chi si schierò a fianco dei Tedeschi era convinto di salvaguardare l’onore nazionale, la fedeltà alla parola data, propugnando quindi un’etica dell’onore, della fedeltà e della responsabilità che aveva come suo intento fondamentale quello della salvezza della Patria, la cui causa era identificata con quella del fascismo alleato con la Germania. Questa ideologia patriottica e questa posizione etica ebbero precise conseguenze sulla connotazione stessa del fascismo clandestino nel Meridione, che si distinse per il rifiuto sistematico a compiere attentati contro il nemico nei centri urbani, per evitare rappresaglie sulla popolazione civile, con una linea di comportamento ben diversa da quella che caratterizzò alcune formazioni partigiane in varie città d’Italia. Il famoso attentato di Via Rasella a Roma -in cui persero la vita anche civili italiani- è molto significativo a riguardo. Esempi salienti di questo orientamento del fascismo clandestino meridionale volto ad evitare la guerra civile al Sud, sono la rinuncia a compiere qualunque attentato a Togliatti -di cui si conosceva la residenza, in Via Brogia a Napoli,- e l’abbandono del progetto mirante al rapimento di Benedetto Croce in penisola sorrentina. Le direttive di Mussolini al riguardo e la convinta obbedienza ad esse dei gruppi fascisti clandestini del Sud, sono molto eloquenti di questo orientamento “patriottico” eticamente nobile, ma oggettivamente limitativo delle possibilità di azione e di manovra di tutto il movimento fascista clandestino del Sud Italia. E le prove di queste vicende sono ormai acquisite e consolidate nella letteratura memorialistica, dal libro di Francesco Fatica, al memoriale di Antonio de Pascale che nell’ultima intervista rilasciata a Francesco Fatica, ribadisce queste linee essenziali del movimento. Orbene, fino a quando la storiografia ufficiale accademica non riconoscerà l’importanza storica del mito del tradimento e dell’etica dell’onore quali chiavi di lettura del fascismo repubblicano -ufficiale al Nord, clandestino al Sud- e non recupererà alla storia la memoria di questo fenomeno clandestino meridionale coi suoi connotati “patriottici “, “etici ” ed “estetici” ( pongo questi termini fra virgolette poiché essi, nella prospettiva del fascismo clandestino di quegli anni, assumono una particolare valenza ), non potrà esservi ricomposizione della memoria storica nazionale né una effettiva pacificazione nazionale. E, in mancanza di tutto ciò, non vi saranno le basi per una autentica rifondazione dell’identità nazionale, intesa come consapevolezza che ricomprenda sia il mito della resistenza che quello del tradimento, ossia la autenticità, lo schietto convincimento degli Italiani di entrambi gli schieramenti. La verità è che il “mito” del tradimento si è tramandato nel corso delle generazioni andando a fondare, in termini culturali, un’altra Italia, un’Italia marginalizzata, rimossa, disconosciuta ma pur sempre reale, pur sempre vitale e che, in quanto tale, ha titolo, storicamente ed eticamente, ad essere parte integrante dell’identità nazionale. Una Nazione non può occultare o pretendere di distruggere una parte delle sue radici e delle sue memorie: un popolo che sia davvero maturo e che voglia proiettarsi verso l’avvenire fa i conti col proprio passato, conserva la sua memoria e nella ricomposizione dell’identità nazionale supera le antiche lacerazioni. E questo “mito” del tradimento, nonché l’etica “patriottica” che segnò il fascismo clandestino del Meridione hanno anche una funzione fondante la nuova identità meridionale nel quadro più ampio di quella nazionale, perché consentono di superare una visione di comodo del Meridione -consolidatasi dall’unità nazionale in poi- come una realtà segnata dal sentimento della sconfitta di fronte all’invasione dello straniero; il Meridione, quindi, come emblema della passività, della rinuncia, della rassegnazione. Recuperare alla storia la memoria e la connotazione “etica” del fascismo meridionale clandestino negli anni della occupazione angloamericana, significa dare un prezioso contributo per far maturare la consapevolezza di tutta una antica tradizione meridionale di vitalità, di coraggio, ma anche di indipendenza mentale e morale rispetto alle invasioni ed ai modelli culturali stranieri. E’ una operazione culturale fondamentale per enucleare, su nuove basi, l’identità culturale del Meridione d’Italia.

[ continua ]

——————————————————————
IL SERVIZIO VOLGE AL TERMINE – A PRESTO RISENTIRCI !
—————————————————————-
E.mail
 
————————————————————————————————————————————–
 
 

ASSOCIAZIONE CULTURALSOCIALE “AZIMUT” NAPOLI
 direzione responsabile: presidenza Associazione
team azimut online:  Fabio Pisaniello webm. adm. des.
Uff. Stampa Associaz. “Azimut”: 
 
Ferruccio Massimo Vuono

 

(Arturo Stenio Vuono – presidente di “Azimut” – Napoli)

“AZIMUT” – VIA P. DEL TORTO, 1 – 80131 NAPOLI

TEL. 340. 34 92 379 / FAX: 081 – 7701332
Noi, noi non navighiamo “a vista”…
          
INFORMATIVA AI SENSI DEL D.LGS. 196/2003. Si informano i destinatari della presente email che gli indirizzi sono stati forniti direttamente dall’interessato o, in alcuni casi, reperiti direttamente in internet. Inoltre tali indirizzi vengono utilizzati unicamente per le comunicazioni di carattere politico, culturale, economico, etc., dell’Associazione e non verranno nè comunicati, nè ceduti a terzi. I titolari possono, ai sensi dell’articolo 7 del D.lgs. 196/2003 richiedere la cancellazione; comunicando, nei modi d’uso, agli indirizzi di posta elettronica : ogni loro decisione in merito.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...