10 FEBBRAIO SOLO IL RICORDO MA ESULI E DISCENDENTI SEMPRE INASCOLTATI CHE IN VENEZIA GIULIA – ISTRIA – DALMAZIA – FIUME “VOGLIO TORNARE A CASA MIA” !


10 FEBBRAIO SOLO IL RICORDO MA ESULI E DISCENDENTI SEMPRE INASCOLTATI CHE IN VENEZIA GIULIA – ISTRIA – DALMAZIA – FIUME “VOGLIO TORNARE A CASA MIA” !

anteprima di web – servizio tra breve in rete
F O I B E 
[ “AZIMUT”NEWSLETTER” : martedì, 10 febbraio 2015 ]
 
“AZIMUT” – NAPOLI. – NOI SCEGLIAMO DI RICORDARE – AI GIOVANI E’STATO NEGATO DI SAPERE – DEVONO CONOSCERE TUTTA LA VERITA’ NASCOSTA IN OGNI SCUOLA E UNIVERSITA’…..
 

OGGI – 10 FEBBRAIO SOLO IL RICORDO MA ESULI E DISCENDENTI SEMPRE INASCOLTATI CHE IN VENEZIA GIULIA – ISTRIA – DALMAZIA – FIUME “VOGLIO TORNARE A CASA MIA” !

[ IN QUESTO NUMERO : AL CAPO DELLO STATO “VADA ALLE FOIBE” – LA LETTERA – vedi:oltre ]
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[ “AZ.” ] – << 10 FEBBRAIO GIORNO DEL RICORDO >>
QUEL CHE CI PRESENTERANNO LE CRONACHE DI QUESTO NOSTRO – ITALIANO – “GIORNO DELLA MEMORIA” – L’ORDINARIO RACCONTO DELL’IPOCRITO RITUALE DEL RICORDO NELLE ISTITUZIONI NON CI RIGUARDA E NON LO TRATTEREMO. AMMESSO CHE I MEDIA, USCENDO DALL’ORDINARIETA’ E DALLA SUFFICIENZA, NE PARLINO ( CON QUALCHE MINUTA E SPICCIOLA POLEMICA ) NEPPURE CIO’ CI INTERESSA. ABBIAMO SOLLECITATO L’OMAGGIO, L’ONORARE E IL RACCOGLIMENTO SULLE FOIBE MA DALLE FOIBE LA CLASSE POLITICO-DIRIGENTE SI TIENE, SEMPRE, ALLA LARGA. QUESTA REPUBBLICA E’ PIENA DI “SCHELETRI NEGLI ARMADI”. C’E’ DA VERGOGNARSI – TRE VOLTE VERGOGNA ! (martedì, 10 febbraio 2015)
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NON SOLO LE BELVE DEL PASSATO – GLI EREDI DELLE BELVE ROSSE SONO TRA DI NOI – NESSUNA PARI VENDETTA . BASTA RINNOVARE IL MARCHIO DELL’INFAMIA ! ! !
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10 Febbraio, Giornata del Ricordo – Video Dailymotion 

18 feb 2011

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Io non scordo – 10 febbraio 2008 – YouTube 

11 feb 2008 – You need Adobe Flash Player to watch this video. … Corteo Ancona 10 febbraio 2008 giornata del ricordo – Duration: 9:54. by giskardrev 1,813 views …. Giorno del “RICORDO” – Duration: 7:26. by Italo Coglievina 497 views.

 
LA SHOAH D’ITALIA 
CRIMINI CONTRO L’UMANITA’ ESENTATI 
DA UNA NORIMBERGA 
Vae victis – Guai ai vinti. – ALL’ANTICA >> REGOLA >> DI SEMPRE COME RISPONDERE ? NON NOBIS DOMINE “Non a noi, o Signore, ma al tuo nome da’ gloria” [ da  versetti mediani del Salmo 113 (Antica Vulgata) o dell'”incipit” del Salmo 115 –  Non nobis domine non nobis è incisa su una lapide incastonata nella facciata lato lago di Garda del Municipio di Salò ]
LA SHOAH D’ITALIA 
F O I B E 
10 FEBBRAIO GIORNO DEL RICORDO LA SHOAH D’ITALIA…..
 
TITO  E “COMPAGNI DI MERENDE”….
TRA I << “VINCITORI” & MASSACRATORI” >>
[ “AZ.”- A TITO – CON SODALI DEL COMUNISMO IUGOSLAVO – NON E’ STATO MAI INTENTATO UN GIUDIZIO DA NESSUNA  CORTE DI GIUSTIZIA INTERNAZIONALE. –  ANZI A LUI FURONO CONSEGNATE PARTE DELLA VENEZIA GIULIA -. DALMAZIA – ISTRIA – FIUME E VISSE SOTTO LO SCHERMO PROTETTORE DEGLI ALLEATI; E, POI,  DI TUTTE LE NAZIONI OCCIDENTALI ]
 

OGGI – 10 FEBBRAIO ESULI VENEZIA GIULIA ISTRIA – DALMAZIA – FIUME “VOGLIO TORNARE A CASA MIA” !


[“AZ,”-NEWS”]
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F O I B E  ( nostro ultimo servizio in rete )
10 FEBBRAIO GIORNO DEL RICORDO LA SHOAH D’ITALIA 
FOIBE ESODO E MASSACRI A ORIENTE D’ITALIA TRA I TANTI CRIMINI CONTRO L’UMANITA’ ESENTATI 
DA UNA NORIMBERGA 
 
T E R R A   I T A L I A N A
 
Voglio tornare, voglio tornare
          G  D            C           G
Voglio tornare, voglio tornare a casa mia!
G       D          C                         G
Istria, Fiume e Dalmazia: né Slovenia, né Croazia!
G     D             C                            G 
Terra rossa: terra istriana... 

Ultima Frontiera – Ritorno in Istria – YouTube

11 apr 2013 – Caricato da Archivio Non Conforme

Unofficial music videoclip by Ultima Frontiera performing “Ritorno in Istria”. … Versiamo per terra i …

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“VOGLIO TORNARE A CASA MIA” !
 
ESULI E DISCENDENTI SEMPRE INASCOLTATI CHE IN VENEZIA GIULIA – ISTRIA – DALMAZIA – FIUME “VOGLIO TORNARE A CASA MIA” !
 
[ IL DOPPIO NEFANDO TRADIMENTO DELL’ITALIETTA TREMEBONDA SENZA SPINA DORSALE E SENZA DIGNITA’ ( USA A PAGARE DAZIO ED IN BALIA DI VASSALLI – VALVASSORI – VALVASSINI DEMOCRISTI E COMUNISTI ) PRIMA CON TITO IN VITA E DOPO LO SMEMBRAMENTO DELLA IUGOSLAVIA ]
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[ TRATTO DA WIKIPEDIA – ENCICLOPEDIA LIBERA ]

Il trattato di Osimo, firmato il 10 novembre 1975, sancì lo stato di fatto di separazione territoriale venutosi a creare nel Territorio libero di Trieste a seguito del Memorandum di Londra(1954), rendendo definitive le frontiere fra l’Italia e l’allora Jugoslavia.

Esso concluse la fase storica iniziata nel 1947 con il trattato di pace, allorquando si decise la cessione alla Jugoslavia di gran parte dellaVenezia Giulia (Fiume e le isole del Quarnaro, la quasi totalità dell’Istria e gli altopiani carsici a est e nord-est di Gorizia) e la creazione del Territorio libero di Trieste comprendente l’attuale provincia di Trieste e i territori costieri istriani da Ancarano a Cittanova (oggi rispettivamente in Slovenia e Croazia). La mancata attivazione delle procedure per la costituzione degli organi costituzionali del TLT impedì di fatto a quest’ultimo di nascere. La successiva cessione del potere di amministrazione civile del TLT rispettivamente all’Italia (zona A) e Jugoslavia (zona B) creò le condizioni per gli sviluppi successivi che portarono al trattato di Osimo.

Storia 

Nel trattato le questioni riguardanti la salvaguardia dell’identità della popolazione di lingua italiana in territorio jugoslavo (in gran parte diminuita dopo l’esodo della maggioranza degli italiani) vennero demandate alla stesura di ulteriori protocolli d’intesa. Lo stesso vale anche per la popolazione di lingua e cultura slovena che vive in territorio italiano.

Per il suo contenuto questo trattato venne avversato da parte delle popolazioni coinvolte, soprattutto dagli esuli italiani che hanno sempre sostenuto di essere stati abbandonati dall’Italia.

Furono attuate alcune lievi rettifiche del confine. In particolare sul Monte Sabotino ritornò all’Italia la cresta di cima fra la vetta e i ruderi della chiesa di San Valentino: l’Italia in cambio costruì una strada internazionale per collegare il Collio sloveno a Nova Gorica sulle pendici di quel monte.

Fu ratificato dall’Italia il 14 marzo 1977 (Legge n. 73/77) ed ebbe effetto con l’11 ottobre dello stesso anno.

Dopo il distacco dalla federazione jugoslava di Slovenia e Croazia, nei cui confini sono compresi i territori inerenti al trattato di Osimo, alcuni esuli e qualche politico italiano misero in discussione la validità del trattato stesso, ma l’Italia rapidamente riconobbe Slovenia e Croazia come legittimi successori degli impegni internazionali della Jugoslavia, comprendendo pure il trattato di Osimo per le rispettive parti di competenza.

Fu il primo trattato internazionale i cui negoziati per l’Italia non vennero curati dal Ministero degli Affari Esteri. Per evitare problemi durante le fasi preliminari garantendo la massima riservatezza, l’incarico venne infatti affidato dal governo ad un dirigente del Ministero dell’IndustriaEugenio Carbone.

Firmatari

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 Trieste e il MSILa prima grande battaglia su scala nazionale del MSI fu incentrata tutta sulla “questione di Trieste” e approdò a un risultato sostanzialmente positivo, dopo che, negli anni Cinquanta, in tutta la Penisola si registrarono grandi manifestazioni popolari, per lo più guidate dall’ organizzazione giovanile e che mobilitò una gran massa di studenti e di lavoratori. Si chiudevano le scuole, si organizzavano i cortei, si urlava dietro a un tripudio di tricolori, ci si scontrava con la celere. Sarà opportuno ricostruire i fatti.

Il trattato di pace siglato al termine della seconda guerra mondiale aveva previsto l’ istituzione del così detto “Territorio Libero di Trieste” che doveva diventare uno stato sovrano. La costituzione dello stato libero sarebbe divenuta operante quando il consiglio di sicurezza dell’ O.N.U. si fosse accordato sulla nomina del governatore. Ma il progetto abortì ben presto. Il “Territorio Libero” di Trieste” sarebbe stato diviso dalla “zona A” (amministrata dal governo militare alleato) e dalla “zona B” (amministrata dalla Jugoslavia). Nel 1948 ci fu una dichiarazione degli Alleati (Francia, Gran Bretagna, e Stati Uniti) che riconobbe all’ Italia il diritto di riottenere l’ amministrazione dell’ intero territorio, su cui non aveva mai perso la sovranità, visto il fallimento del progetto del territorio libero. Le cose rimasero così fino al 1954, quando su un Memorandum d’ Intesa, stipulato dall’ Italia insieme a Jugoslavia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, si stabilì che, dal momento che non era stato possibile costituire il territorio libero, si sarebbe dovuto procedere a una soluzione provvisoria attraverso l’ assunsione dell’ amministrazione della zona A da parte dell’ Italia, lasciando alla Jugoslavia quella della sola zona B. Un vero e proprio diktat (come fu chiamato) che l’ Italia non avrebbe mai douto firmare, non avendo mai rinunciato alla sua sovranità e creando invece così uno status diverso per i cittadini italiani residenti nei due territori. Del resto, per giunta, la Jugoslavia non rispettò mai i confini assegnati, occupando militarmente vasti territori e non rinunciando poi a rivendicarli arbitrariamente. Da qui l’ opposizione del MSI che fece della “Trieste italiana” la sua bandiera di lotta per molti anni. Addirittura, sulla scia di una fulgida tradizione (l’ esempio mitico di D’ Annunzio era lì ben presente) non mancarono velleitari progetti di una vera e propria azione militare di nuovi “arditi”, magari guidati dal principe Junio Valerio Borghese: ma i tempi erano irrimediabilmente cambiati, come del resto le condizioni stesse della questione triestina. Comunque, scriveva ad esempio il Comandante ad un irredentista triestino, Carlo Rangan, il 16 maggio 1949, quando già egli aveva dato al problema la priorità dell’ azione:”Con molto ritardo rispondo alla vostra lettera indirizzatami a Regina Coeli e che mi ha raggiunto in libertà, presso la famiglia. Il lavoro a cui sono obbligato, dopo quattro anni di assenza, è enorme…Purtroppo la vostra amata Patria è duramente provata e avedole staccato Trieste e tutta la Venezia Giulia (Pola, Fiume, Pirano, Parenzo, Rovigno, Lussimpiccolo e Cherso) è una piaga riaperta nel cuore di ogni Italiano degno di questo nome… Voi potrete essere sicuro ogni mia attività sarà per l’ avvenire, come fu per il passato, volta esclusivamente al bene della nostra Italia. E mi sarà caro avere a fianco, come collaboratori nella dura opera che ci attende, quanti buoni Italiani hanno ancora fede e in particolare i Triestini, la cui battaglia dobbiamo condurre fino alla vittoria”. Ma indubbiamente le grosse manifestazioni di quegli anni ebbero il merito di imporla all’ attenzione generale in maniera energica e convinta a livello popolare spinsero a “tener duro”; pungolarono, sostennero i vari governi centrali che si succedevano nel dover affrontare il probema e, in sostanza, giocarono un ruolo decisivo nell’ ottenere il risultato definitivo della città di Trieste ritornata all’ Italia. Così, per l’ occasione, ricostruisce gli eventi triestini Ciro Manganaro: “Le prime manifestazioni di protesta violentemente represse si ebbero a Trieste il 15 settembre 1947. Ma i primi veri disordini scoppiarono il 20 marzo 1952, quando la polizia civile, agli ordini degli ufficiali inglesi, reprime duramente, con una brutalità mai registrata, la popolazione radunatasi in Piazza dell’ Unità. Il prefetto Palutan, il quale, dal suo ufficio, aveva osservato al violenza ingiustificata della Polizia contro la folla, scende in piazza ad esprimere la sua indignazione agli ufficiali inglesi. La manifestazione, che doveva essere una protesta contro Tito e il regime jugoslavo in Istria, si trasforma in una aperta e unanime ribellione contro gli inglesi occupatori, creando una fattura insanabile fra la popolazione della città e il governo militare alleato. Sono le tre giornate di passione triestina. Il bilancio è di ben 157 feriti (di cui 51 della polizia civile) e 61 arrestati. Imponenti manifestazioni di solidarietà si registrano a Milano, Roma e Napoli. Il 5 novembre 1953 il comportamento del generale Winterton e l’ atteggiamento della popolazione civile suscitano vasto risentimento fra la popolazione. Un gruppo di studenti, che manifesta per l’ Italia presso la chiesa di S. Antonio nuovo, subisce una violenta aggressione da parte della Polizia. La chiesa è invasa e diverse persone ferite. Cadono uccisi Antonio Zavadil e lo studente quindicenne Piero Addobbati. Nel pomeriggio, durante la cerimonia di riconsacrazione della chiesa, la polizia carica i fedeli accorsi numerosi per assistere al rito religioso. All’ imbrunire duemila persone, in piazza dell’ Unità, reclamano l’ esposizione del tricolore imbrunato, ma saranno dispersi dalla polizia. L’ indomani l’ esasperazione raggiunse l’ acme. Cortei di cittadini sboccano da tutte le strade verso piazza dell’ Unità. La polizia, di fronte alla marea crescente di popolo, teme di essere travolta e reagisce aprendo il fuoco. Cadono l’ universitario Francesco Paglia, l’ ex partigiano Saverio Montano, il sedicenne Leonardo Manzi e il marittimo Elio Bassa”. Sarebbero dovuti passare due decenni, da quegli anni cinquanta pieni di manifestazioni popolari in tutt’ Italia per Trieste italiana, perchè ci fosse poi il poco onorevole accordo di Osimo, nel 1974, allorchè l’ Italia rinunciava definitivamente alla “zona B” e pure ai territori tutt’ intorno alla città, non ottenendo in cambio proprio niente, neanche la restituzione delle zone che erano state assegnate alla conferenza di pace, con in più la partecipazione ad attività imprenditoriali miste, che andavano regolarmente a favore di aziende jugoslave. Ancora, di contro ad ampie autonomie e liberalità accordate alla minoranza slovena in territorio italiano, non si ebbe niente di particolare per i cittadini italiani in territorio jugoslavo (l’ Istria e la Venezia Giulia) che restarono abbandonati alla loro condizione senza libertà nè politica, nè sociale. E’ da ricordare che l’ unica opposizione al trattato di Osimo degli anni Settanta (“una vergogna”) è venuta dal MSI con un impegno in parlamento a tratti veemente e appassionato, proporzionale all’ ennesima dimostrazione di incapacità, sudditanza e ossequio nella fattispecie dei responsabili governativi, non coronato praticamente da nessun risultato pratico, a differenza del riottenimento della città di Trieste di vent’ anni prima, ma ugualmente significativo per i tratti ideali a cui seppe elevarsi. Proprio non si può biasimare l’ impostazione di questo trattato e certo non si può non condannarlo, pur sforzandosi in un’ impossibile ipotetica obiettività, essendo dato di fatto la profonda italianità di quelle terre abbandonate al loro triste destino. Ma almeno la città di Trieste è incondizionatamente italiana, un dato piccolo ma significativo; i morti per “Trieste italiana” sappiano che almeno in questo il loro sacrificio non è stato vano. E veniamo ora ad analizzare talune dichiarazioni dei parlamentari missini in occasione del dibattito parlamentare per la ratifica del trattato di Osimo che ci sono parse particolarmente significative, non prima di aver riportato la frase di Alcide De Gasperi in un comizio di Trieste nel 1949: “Ora sono qui per darvi, come ostaggio per l’ avvenire della mia persona, con i componenti del governo da me presieduto, per il ritorno all’ Italia di Trieste e di tutto il territorio dello Stato Libero di San Giusto, di Sistiana, di Timavo e Cittanova”; e quelle di Aldo Moro, presidente del consiglio firmatario del trattato di Osimo, rilasciate alla camera dei deputati il primo ottobre 1975: “La decisione è stata presa, com’ è naturale, guardando insieme agli interessi nazionali e alle esigenze della vita internazionale…Sotto il primo profilo, è certo vero che c’ è una rinuncia italiana…ma…adeguare lo stato di diritto alla stato di fatto comporta delle contropartite di carattere economico-sociale”. Dissero i parlamentari missini.
On. Franco Franchi: “Oggi, se lo farete, sarà un tradimento, e lo dico senza gridare e lo dico sapendo cosa vuol dire; ed il popolo italiano saprà che voi avete tradito se oserete portare avanti questo intento. Sarà un tradimento e sarà un atto di follia, un atto di autolesionismo, che non sarà di nessuna utilità a questo popolo, ma di gigantesca mortificazione. Avete dato la prova di come si continui a rinunciare alla dignità come uomini e come partiti; ma come popolo, come Stato, come Nazione avevate il dovere di rappresentare tutto intero il popolo italiano. Non potevate farlo, non siete riusciti a farlo, perchè non siete nati per difendere la dignità e l’ interesse di questo popolo, e siete capaci soltanto di ignobili baratti commerciali, o che gabellate per tali, per cedere fette del nostro territorio in nome di una cupidiglia di servilismo che continua, purtroppo a caratterizzarvi. Noi non ci conteremo, non avremo paga la coscienza per il solo fatto di aver parlato. Continueremo a lottare con gli strumenti che la legge ci dà, con gli strumenti che la democrazia ci dà, con la forza che il popolo italiano ci dà, per impedirvi questo misfatto”.
On. Giovanni Artieri: “L’ Italia vi guarda, l’ Italia che non è il paese ufficiale e illusorio da voi rappresentato, ma il paese reale che soffre e giudica. E’ un’ Italia che voi non conoscete e che attende dal prossimo futuro le condizioni per riparare lo scempio e lavare dal volto della Patria l’ onta delle vostre decisioni”.

On. Mario Tedeschi: “Il nostro NO rimane consacrato, perchè voi passerete, ma la nazione resta e partendo da questo NO potremo ricominciare”.

On. Ferruccio De Micheli Vitturi: “Ho parlato, signor Presidente, forse per l’ ultima volta, in questo Parlamento, non soltanto come cittadino italiano che trent’ anni fa ha perso il diritto di vivere nella propria terra, e la cui famiglia si è battuta per generazioni per le due redenzioni, ma anche come cittadino italiano che avrebbe il diritto di poter credere nel proprio Governo. Alla conclusione di questo dibattito mi esprimerò con un voto che sarà al tempo stesso di dolore e di sdegno, ma di commiserazione”.
On. Renzo De Vidovich: “Mi consenta, onorevole ministro degli affari esteri, di contestare anche sul piano storico, per aver vissuto in prima persona il dramma del 1953 con l’ onorevole Petronio, allora tutti e due giovanissimi, ciò che ella ha affermato circa il ritorno di Trieste all’ Italia. Io voglio ricordarle, onorevole ministro, che non è per l’ azione del Governo italiano che Trieste è tornata all’ Italia. Trieste è tornata all’ Italia perchè il 5 e 6 novembre 1953 noi, gioventù nazionale di Trieste, siamo scesi nelle piazze di Trieste e abbiamo avuto sei morti e centocinquantatrè feriti perchè gli “alleati” inglesi e americani ci hanno sparato addosso senza tanti complimenti. Non c’ erano comunisti insiema a noi a combattere gli yankees, non c’ erano gli uomini di sinistra: eravamo solamente noi. Abbiamo sempre detto che con noi c’ erano Italiani di tutti i partiti, anche se poi quando uno moriva o veniva colpito in tasca trovavano la tessera della Giovane Italia, della Goliardia Nazionale e del Movimento Sociale Italiano. Ma noi continuiamo a dire che in piazza c’ erano tutti gli Italiani, anche se avevamo la sfortuna di cadere solo noi. Ricordo Pierino Addobbati, dalmata come me, che faceva parte del mio gruppo: era il più giovane e fu il primo che cadde; ricordo Francesco Paglia, segretario della Goliardia Nazionale, segretario della Giunta dell’ Intesa studentesca di cui assuzi la responsabilità il 6 novembre 1953, dopo la sua morte. Ricordo Nardino Manzi, facente parte di uno dei gruppi degli attivisti più splendidi del Movimento Sociale Italiano; Erminio Bassa, lavoratore della nascente CISNAL, Saverio Montano, Antonio Zavadil e altri centocinquantatrè feriti. Fummo noi e me ne assumo la responsabilità – l’ amico Petronio è presente e me ne può dare atto – che deliberatamente, sapendo che voi ci avreste negato le armi che pure avevate portato a Trieste ed erano dislocate in vari posti, facemmo la sortita contro il governo militare alleato; fummo noi che determinammo con il sangue il ritorno di Trieste all’ Italia. E se il 26 ottobre dell’ anno successivo vi affrettaste a firmare il memorandum d’ intesa, fu perchè avevamo dato un anno di tempo e il 26 ottobre era ormai vicino a quel 4 novembre in cui saremmo insorti. Lo dicemmo responsabilmente: io ero così ingenuo che ne feci addirittura un manifesto firmato. Dicemmo chiaramente che i governi italiani non erano all’ altezza della situazione – quelli di ieri non erano poi tanto diversi da quelli di oggi – noi saremmo scesi in piazza, avremmo cacciato gli americani e gli inglesi – di cui volevamo essere alleati, non servi – e ci saremo conquistati quella libertà nazionale che era il simbolo e la continuazione del Risorgimento… Chiudo questo mio intervento dicendo quello che già avevamo scritto nel 1954 su un pezzo di Carso murato al confine di Muggia: A Muggia termina la Repubblica Italiana, ma l’ Italia continua!”.
(capitolo tratto da
“Storia del Msi” 1992,
di Giuseppe Puppo)
 
 
 
ECCO COME CERCARONO DI INSOZZARE LA PAGINA DELL’IRREDENTISMO TRIESTINO – IL MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO E IL RITORNO DI TRIESTE ALL’ITALIA
 
LINK
 
 
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Storia di Trieste – Wikipedia 

it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Trieste

Passa a L’occupazione alleata e il Territorio libero di Trieste  – Il giorno 8 ottobre 1953 gli … contro che a favore del ritorno di Trieste all’Italia.

Il ritorno di Trieste all’Italia – Il Post 

www.ilpost.it/2014/10/26/trieste-italia-jugoslavia/

26 ott 2014 – La mattina del 26 ottobre del 1954, esattamente 60 anni fa, i soldati italiani entravano a Trieste per la prima volta dopo dieci anni. Quel giorno …

1954 il ritorno di Trieste all’Italia – YouTube 

02 giu 2012 – Caricato da Fondazione Giorgio Perlasca

immagini del ritorno di Trieste all’Italia nel 1954 5 ottobre 1954 A Londra viene l’ accordo per il …

Il ritorno all’Italia[modifica | modifica wikitesto]

Il memorandum di Londra e la restituzione di Trieste all’Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Memorandum di Londra (1954).

Nel mese di dicembre 1953 iniziarono le riunioni ad alto livello per risolvere la questione triestina, ormai sfociata nel sangue. I margini di manovra apparivano, inizialmente, piuttosto angusti. Tito fece sapere che qualsiasi soluzione che avesse mutato lo status quo esistente a svantaggio della Jugoslavia non sarebbe stata accettata, mentre gli italiani erano fermi alle condizioni contenute nella dichiarazione anglo-americana dell’8 ottobre.[72]. L’atteggiamento jugoslavo si ammorbidì tuttavia a seguito della promessa degli angloamericani di contribuire al finanziamento, con venti milioni di dollari e due milioni di sterline, di un porto nella zona B. Anche la posizione dell’Italia, grazie ad un approccio più realistico alla questione di Trieste del nuovo primo ministro Scelba e del suo ministro degli esteri Piccioni, favorì il raggiungimento di un accordo.[73]

Il 5 ottobre 1954 il problema venne definito con un protocollo d’intesa, firmato a Londra dai rappresentanti di Stati UnitiRegno UnitoItalia e Jugoslavia, (e per tale ragione noto comeMemorandum di Londra), mediante il quale il Territorio Libero di Trieste fu spartito sulla base delle due zone già assegnate, salvo alcune rettifiche territoriali. La Jugoslavia riuscì infatti a modificare leggermente la linea di spartizione a suo vantaggio di circa 11 km², annettendo alcuni villaggi del comune di Muggia ed arrivando così sino ai monti che sovrastano la periferie meridionali della città. Nel primo pomeriggio dello stesso giorno, a Trieste, il generale Winterton diede annuncio dell’accordo per radio e una folla festante si riversò in Piazza dell’Unità d’Italia.[74]. Tre settimane più tardi (26 ottobre 1954) le truppe italiane fecero il loro ingresso in città. Nel Memorandum di Londra non venne comunque citata la sovranità: venne concessa l’amministrazione civile rispettivamente dell’Italia sulla zona A e della Jugoslavia sulla zona B.

In tal modo Trieste dovette rinunciare a una provincia sufficientemente estesa e si ritrovò stretta in un lembo di terra che ne ridusse le potenzialità economiche. Fu deciso il mantenimento di un porto franco in città e fu imposta la tutela delle minoranze etniche residenti nelle due zone. La polemica storica e politica fu rivolta in particolare contro il Partito Comunista Italiano che, secondo alcuni storici, aveva avuto in passato un atteggiamento acquiescente nei confronti di Josip Broz Tito e di Stalin.[75].

Capoluogo del Friuli-Venezia Giulia[modifica | modifica wikitesto]

Tornata italiana, i governi democristiani del tempo si preoccuparono di fornire alla città strumenti adeguati di sviluppo economico: nel 1955 fu istituito un Fondo di rotazionedestinato al credito agevolato per gli imprenditori delle province di Trieste e Gorizia, e, tre anni più tardi, venne approvata dal Parlamento nazionale una legge per la costruzione di nuove infrastrutture viarie e per l’ampliamento del porto (1958). Nel 1963, l’attuazione di una Regione a statuto speciale (già prevista fin dal giugno 1947), il Friuli-Venezia Giulia, e la scelta di Trieste come suo capoluogo, diede nuova linfa all’economia locale, favorendo la creazione di numerosi posti di lavoro legati all’Amministrazione pubblica. Anche la fondazione dell’Italcantieri, la cui sede fu fissata a Trieste (1966), e altri investimenti dell’IRI «…funsero da efficaci ammortizzatori sociali, permettendo di mantenere artificialmente elevato il livello occupazionale…»[76]

Tali provvedimenti legislativi non riuscirono tuttavia ad frenare il declino della cantieristicatriestina, delle attività portuali e delle industrie presenti sul territorio anche in pieno boom economico. Alcuni fattori negativi concorsero ad impedire uno sviluppo accettabile dell’economia cittadina: l’eccentricità della sua ubicazione geografica, la concorrenza degli scali jugoslavi (soprattutto di Fiume), l’esiguità del proprio entroterra carsico, il carattere assistenziale delle erogazioni statali. Sul finire degli anni sessanta il porto triestino era secondo solo a Genova per merci caricate e scaricate, ma l’80% di esse era costituito dapetrolio, il cui trasporto produceva guadagni modesti rispetto a quello di altre mercanzie. A cavallo fra gli anni sessanta e settanta iniziò a svilupparsi anche il commercio legato al movimento frontaliero. Si trattava generalmente di esercizi di piccole e medie dimensioni che davano lavoro a un numero limitato di triestini e che pertanto potevano assorbire solo in parte la manodopera che non trovava più sbocco in un’industria in crisi. In questo clima gravido di incognite e di frustrazioni vennero firmati gli accordi di Osimo.

Dal trattato di Osimo alla nuova Europa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trattato di Osimo e Lista per Trieste.

Sin dall’inizio degli anni settanta si erano andati intensificando gli incontri ufficiali fra rappresentanti del governo italiano (con il coinvolgimento, in un’occasione, anche del massimo esponente del PCI) e di quello jugoslavo per affrontare e risolvere amichevolmente i vari problemi ancora irrisolti fra i due paesi, e, in primis, quello relativo al riconoscimento reciproco delle frontiere vigenti, de facto, fin dal 1954. Fra il febbraio 1971 e il marzo 1975 si ebbero incontri fra l’allora ministro degli Esteri Aldo Moro e il suo omologo Tepavac, seguito da una visita ufficiale di Tito; fra il ministro degli Esteri Giuseppe Medici e Tito; fra il Capo di Stato jugoslavo e il direttore generale del Ministero dell’Industria Eugenio Carbone e, infine, fra Enrico Berlinguer e Tito. La firma del trattato avvenne il 10 novembre 1975 ad Osimo per impulso anche degli Stati Uniti d’America. Gli americani caldeggiavano infatti una sempre più stretta collaborazione fra la non allineata Jugoslavia e l’Europa comunitaria ed atlantica in funzione antisovietica.

Nel trattato veniva:

  • Ufficializzata la frontiera fra i due paesi tracciata fin dal 1954;
  • Riaffermata esplicitamente la tutela delle rispettive minoranze etniche contemplata dalMemorandum di Londra[77]
  • Prevista una zona industriale a cavallo della frontiera fra la Slovenia e l’Italia che in parte si sarebbe estesa nello stesso comune di Trieste
  • Prevista la costruzione di alcune infrastrutture (strade, valichi autostradali, ecc.) fra ilGoriziano e il territorio sloveno limitrofo.

Allorché si conobbero i termini del trattato, si scatenò a Trieste la protesta spontanea di gran parte della cittadinanza, mai consultata né prima né dopo la firma degli accordi. Particolare scalpore suscitò la rinuncia ufficiale dell’Italia a terre considerate storicamente ed etnicamente venete, anche se, all’epoca, la massima parte della popolazione autoctona italofona, ivi residente, aveva scelto la strada dell’esodo. L’opinione pubblica moderata e conservatrice rigettò anche la creazione della summenzionata area industriale che, sorta alle porte della città, si sarebbe popolata (a detta dei triestini) di jugoslavi che avrebbero successivamente gravitato su Trieste snaturandone l’italianità. Anche alcune forze di sinistra si rivelarono profondamente critiche su quest’ultimo punto, adducendo l’impatto negativo che avrebbe avuto un’area di questo tipo sull’ambiente umano e sull’ecosistema carsico.

La protesta trovò espressione nella Lista per Trieste, partito dalle radici nazionaliste e autonomiste, con frange ecologiste. Era guidata da Manlio Cecovini. Perno del suo programma politico era l’istituzione di una zona franca integrale che finì col comprendere l’intera provincia di Trieste. Fra il 1978 e il 1983 ottenne delle notevoli affermazioni elettorali, riuscendo a scavalcare persino, in taluni casi, i partiti nazionali più importanti e ottenendo fra il 20% circa e il 33% circa dei suffragi. Nel 1987 grazie anche all’appoggio del PSI, riuscì a far eleggere deputato l’avvocato triestino Giulio Camber mentre, nel decennio successivo, con una forza elettorale alquanto ridimensionata, sostenne ripetutamente Forza Italia. La Lista per Trieste non ottenne da Roma, né ha ottenuto ancora, la zona franca “allargata” tanto agognata, ma è riuscita nel proposito di bloccare definitivamente la costituzione dell’area industriale alle porte della città, prevista dall’Accordo Economico annesso al Trattato di Osimo. Inspiegabilmente la Jugoslavia non fece nulla per imporre il rispetto di tale Accordo dopo la ratifica parlamentare del trattato (1977). Solo nel Goriziano furono portate a compimento alcune delle infrastrutture progettate.

Nel 2004 con l’ingresso della Repubblica di Slovenia nell’Unione europea e ancor più con l’entrata del paese nello spazio Schengen, nel dicembre 2007, Trieste è finalmente uscita dal suo isolamento. Da tale data infatti i confini italo-sloveni hanno cessato praticamente di esistere[78].

 
 
[ TRATTO DA WIKIPEDIA – ENCICLOPEDIA LIBERA ]
 

La mattina del 26 ottobre del 1954, esattamente 60 anni fa, i soldati italiani entravano a Trieste per la prima volta dopo dieci anni. Quel giorno la città cessava di essere un territorio amministrato dalla comunità internazionale e tornava a fare parte dell’Italia. Era la fine di un complicato contenzioso diplomatico cominciato alla fine della Seconda guerra mondiale e oggi quasi dimenticato, che aveva diviso l’Italia e la Jugoslavia di Tito e che alla fine avrebbe portato quasi duecentomila italiani a vivere in territorio jugoslavo.

La questione orientale

Nella primavera del 1945 la Seconda guerra mondiale stava per arrivare alla sua conclusione militare, ma restavano ancora aperte una serie di questioni. Una di queste, naturalmente, era quale sistemazione dare ai confini europei terminata la guerra. L’Italia, considerata uno dei paesi aggressori, avrebbe dovuto compiere una serie di rinunce territoriali. Le più ovvie – e quelle su cui c’era poco da discutere – erano le colonie: Eritrea, Somalia, Etiopia, Libia e le isole del Dodecaneso. C’erano speranze di poter mantenere una qualche forma di mandato sulla Libia, dove abitavano circa 150mila italiani.

Meno realisticamente, in quei mesi si parlava anche del desiderio francese di annettere la Valle d’Aosta e di quello austriaco di annettere l’Alto Adige. Ma la questione più complicata era quella dei territori al confine orientale tra l’Italia e quelle che oggi sono Slovenia e Croazia: qui c’erano città a chiara maggioranza italiana, come Trieste, mentre nei vicini territori dell’Istria e della Dalmazia c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia. L’Istria era divenuta parte dell’Italia dopo la Prima guerra mondiale e nel 1924 lo era diventata anche Fiume (la città famosa per la grottesca “impresa” di Gabriele d’Annunzio).

Tutti questi territori, nell’intervallo tra le due guerre, furono amministrati duramente e le popolazioni slave locali furono represse e osteggiate in ogni modo dal governo fascista e dalle squadracce locali. Le lingue diverse dall’italiano erano di fatto vietate in molti posti e gli attivisti e politici slavi subivano spesso veri e propri raid punitivi. La politica di italianizzazione forzata divenne ancora più crudele durante la guerra, quando ai pestaggi si sostituirono le deportazioni in Germania e le fucilazioni. La repressione non riuscì però a cambiare la realtà di quella regione, dove la popolazione di lingua slava (croato e sloveno) rimase mischiata con quella di lingua italiana. In molte città costiere, come Fiume, Pola e Zara, c’era una chiara maggioranza italiana, mentre nei sobborghi e nell’entroterra la maggioranza era di lingua slava.

Le trattative

Con la resa di Italia e Germania, al confine orientale si svolse una specie di gara. Le truppe alleate anglo-americane, che risalendo l’Italia erano sfociate nella pianura padana, cercarono di raggiungere il più rapidamente possibile la frontiera con la Jugoslavia. Dall’altro lato, le truppe del leader comunista Tito cercarono di avanzare altrettanto velocemente. Anche se nessuno all’epoca lo ammetteva apertamente, in molto pensavano che il punto dove i due eserciti si sarebbero incontrati avrebbe segnato la nuova frontiera tra i due paesi. La gara fu vinta, in sostanza, dagli jugoslavi. Le truppe di Tito riuscirono a occupare Fiume, Pola e gran parte dell’Istria. In quei mesi circa 11 mila italiani vennero uccisi in una serie di ritorsioni e processi di “defascistizzazione”: molte delle persone uccise vennero sepolte nelle fosse carsiche chiamate “foibe”. Le truppe di Tito riuscirono ad arrivare anche a Trieste, dove però scoprirono che erano appena arrivati i soldati neozelandesi del generale Bernard Freyberg. Il 9 giugno le truppe jugoslave lasciarono Trieste e la situazione si stabilizzò. In sostanza: le truppe alleate erano riuscite a occupare una zona poco più larga dell’attuale confine tra Italia e Jugoslavia. Correndo molto più rapidamente, l’esercito di Tito era riuscito a occupare gran parte di quella che fino al 1924 era considerata “Italia”. La questione, a questo punto, diventava di competenza dei diplomatici.

Il 3 settembre del 1943 l’Italia aveva firmato un armistizio, cioè un documento “preliminare” di resa, annunciato pubblicamente l’8 settembre. Per considerare del tutto conclusa la guerra era necessario firmare un trattato di pace complessivo che riguardasse tutti i paesi coinvolti. I ministri degli Esteri e i capi di governo dei vari stati si incontrarono in una serie di conferenze tra il 1945 e il 1946. I ministri degli Esteri (o più spesso, i funzionari dei loro ministeri) delle potenze vincitrici principali – Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Sovietica – preparavano dei documenti su ogni questione aperta. Le varie parti peroravano la propria causa, si raggiungeva un accordo e solo a quel punto la questione veniva chiusa. Quella italo-jugoslava era uno dei temi più complessi. Non c’era soltanto il problema delle complicate divisioni etniche e linguistiche da rispettare, ma anche il fatto che Italia e Jugoslavia erano ai due lati della divisione tra mondo occidentale e blocco comunista.

In sostanza bisognava determinare dove sarebbe passato il confine tra Italia e Jugoslavia. I più favorevoli all’Italia erano gli americani, che proposero una linea che lasciava al nostro paese gran parte dell’Istria. L’Unione Sovietica, molto più vicina alla Jugoslavia, propose un confine che lasciava Trieste e parte di Gorizia alla Jugoslavia. La Francia propose una via di mezzo, molto vicina all’attuale confine, che sembrava anche l’opzione più realistica. Non perché rispettava le divisioni linguistiche, ma perché seguiva il confine effettivamente occupato dagli eserciti nei mesi precedenti. Furono momenti drammatici per l’Italia che si trovava anche a dover gestire la transizione da monarchia a repubblica, e un’economia in gravissima difficoltà. Nel frattempo furono inviate commissioni per studiare la situazione sul confine orientale; e furono organizzate manifestazioni più o meno propagandistiche per dimostrare che la popolazione del posto era da una parte piuttosto che dall’altra.

Alla fine del 1946 la questione italo-jugoslava era divenuta per molti un peso che intralciava la soluzione di altre e ancora più importanti questioni, come la sistemazione di Vienna, quella di Berlino e della Germania divisa. Venne deciso che il confine avrebbe seguito la linea francese, che consegnava alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana – in sostanza tutta l’Istria. Circa centomila italiani finivano così in Jugoslavia e alcune decine di migliaia di slavi finivano in Italia. Non solo: Russia e Jugoslavia si erano opposte con tale forza al fatto che Trieste divenisse italiana che per ottenere il loro assenso al piano di pace fu necessaria un’invenzione spericolata. Trieste e il suo circondario sarebbero divenute un Territorio Libero, amministrato dalla comunità internazionale. Gli stessi alleati avevano stabilito che la maggioranza assoluta degli abitanti di questa zona era di lingua italiana e così in molti ritennero che l’escamotage del Territorio Libero fosse solo un modo per ritardare di qualche tempo il ritorno del territorio all’Italia.

La teoria si dimostrò però molto presto in conflitto con la situazione sul campo. Più di metà dell’area del futuro Territorio Libero faceva parte di quelle zone che l’esercito jugoslavo aveva occupato nel 1945 e Tito aveva fatto capire che i soldati jugoslavi non se ne sarebbero andati a meno che costretti con le armi. Così venne deciso di dividere il Territorio Libero in due aree. La Zona A, con Trieste e circa 300 mila abitanti (gran parte italiani), amministrata dagli alleati. E la Zona B, con circa 60 mila abitanti, la maggioranza sempre italiana, amministrata dagli jugoslavi. Con il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 questa situazione venne legalmente sanzionata e per i sette anni successivi cominciò un lungo stallo.

260px-Territorio_libero_di_Trieste_carta

Di fatto gli alleati avevano intenzione di abbandonare la Zona A quanto prima. Non solo era costoso mantenere un contingente militare per controllare il Territorio Libero, ma l’occupazione aveva anche esasperato gli animi e ci furono numerosi incidenti, anche con morti e feriti, con gruppi di nazionalisti italiani. Di fatto però, fino a che al governo ci fu De Gasperi, l’Italia non affrettò mai il passaggio di consegne tra amministrazione internazionale e governo italiano. Il timore era che non appena gli alleati avessero ceduto la Zona A, gli jugoslavi si sarebbero annessi, anche formalmente, la Zona B che già controllavano di fatto, insieme ai 50 mila italiani che la abitavano. Per anni il governo italiano cercò di trovare la soluzione per far sì che anche la Zona B venisse tolta alla Jugoslavia. Non ci riuscì e il 5 ottobre 1954, con al governo Mario Scelba, venne firmato il Memorandum di Londra con cui veniva accettata la situazione di fatto. Il 26 ottobre Trieste ritornò italiana.

[ TRATTO DAL WEB ]
  • L'“impresa di Fiume”
 
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AL CAPO DELLO STATO
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Arturo Stenio Vuono
Da: azimutassociazione@libero.it
6-feb-2015 

comunicazione – informazione

VIA FAX – ADDI’ 6 FEBBRAIO 2015

Presidenza della Repubblica

Palazzo del Quirinale, 00187 Roma – Piazza del Quirinale – Tel. 06.46991; Fax 06.46993125
Telex 06620022 – Ind. internet: www.quirinale.it


Presidente della Repubblica

SERGIO MATTARELLA

ESIMIO PRESIDENTE.
LA PRESENTE, PER VIVA PREGHIERA, NEL CONFIDARE CHE ELLA ACCOLGA L’ISTANZA CHE SEGUE : COME PER LE FOSSE ARDEATINE E PER Stefano Taché VADA ALLE FOIBE E RICORDI PURE Stefano Mattei , ARSO VIVO NEL ROGO DI PRIMAVALLE A ROMA.
 
CON DEFERENTI OSSEQUI.
IL CITTADINO ARTURO STENIO VUONO
NAPOLI
[ Telfax : 081.7701332 – cell. 340 – 3492379 ]
 
[rapporto – risultato di comunicazione :  6.FEB. 2015 12:15 –  1782 TX da memoria 0646993125 – P. 1 –  OK ]
( testo conforme )
 
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10 FEBBRAIO GIORNO DEL RICORDO 

LE CELEBRAZIONI

 
 
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Foibe, domani Mattarella alla Camera per “Giorno del ricordo”

Foibe, domani Mattarella alla Camera per “Giorno del ricordo”

di com/gat – 09 febbraio 2015 16:26fonte ilVelino/AGV NEWS

 
Domani 10 febbraio, alle ore 16.30, nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si terrà la Celebrazione del “Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata”. Aprirà la cerimonia il Presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Antonio Ballarin. Successivamente prenderanno la parola la giornalista Lucia Bellaspiga, il Sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova e la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini. L’intervento di chiusura sarà della Presidente della Camera, Laura Boldrini. Nel corso dell’iniziativa verranno premiate le scuole vincitrici del concorso nazionale “La Grande Guerra e le terre irredente dell’Adriatico orientale nella memoria degli italiani”, promosso dal Miur. La cerimonia terminerà con un momento musicale – pianoforte e viola – di Aleksandar Valencic e Francesco Squarcia, che eseguiranno tre brani: Giuseppe Tartini Pirano D’Istria, “Didone abbandonata”, sonata in sol minore op.1 n.10; Astor Piazzolla, “Ave Maria”; Vittorio Monti, “Csàrdàs”. L’appuntamento, oltreché sulla webtv della Camera, sarà trasmesso in diretta tv su Raidue a cura di Rai Parlamento.

Caro Presidente Mattarella

domani uno dei suoi primi atti sarà la presenza alla commemorazione del «giorno del ricordo» istituito nel 2004 dal Parlamento in memoria dei martiri delle Foibe e dell’Esodo che colpì 350 mila istriani, fiumani e dalmati.

Mi permetto di scriverle nella mia veste di presidente dell’associazione nazionale dalmata, ente culturale, che si batte per la verità sulle foibe e che nel 2009 ha organizzato la più completa mostra sull’argomento rimasto incredibilmente tabù per decenni. Quell’evento, autorizzato dal Ministero della Difesa, si è tenuto dal 29 gennaio al 21 febbraio 2009 nel salone delle bandiere all’Altare della Patria a riconoscimento della tragedia misconosciuta dal dopoguerra al 2004. La mostra è stata visitata da 16 mila persone, che hanno lasciato testimonianza scritta della loro presenza, e da essa si è ricavato che otto visitatori su dieci non conoscevano il dramma che si è svolto dal ‘43 al ‘46 al confine orientale d’Italia. Come Lei ben conosce le Foibe sono un fenomeno carsico che crea voragini profonde fino a 200 metri che diventarono la tomba per i nostri connazionali. Senza ombra di smentita si può dire che la prima “pulizia etnica” effettuata in Europa si verificò ai danni della nostra gente.

L’Esodo fu per anni una ferita aperta per la gente che, sradicata dai propri territori, perse una parte della sua storia per non rinunciare all’orgoglio di restare italiana. Un popolo privato delle sue radici e della sua storia, e successivamente oltraggiato dalla volontà di negare la memoria di questa immane tragedia per oltre 50 anni. Solo nel 2004 grazie all’istituzione della “legge del ricordo” la palese ingiustizia è stata in parte sanata nei confronti di questa comunità. La sua presenza alla cerimonia di domani dunque rende onore e giustizia alle migliaia di infoibati colpevoli, nella maggior parte dei casi, solo di essere italiani. L’auspicio di tutta la nostra collettività è che il ricordo di questa immane tragedia sia uno strumento di pacificazione per superare ritrosie attuali e antiche fratture causate da sentimenti nazionalistici oggi in parte annullati dal concetto di Europa unita. Speriamo che questa giornata non sia interpretata solo come un avvenimento che si esaurisce in 24 ore e che per evitare gli errori del passato le nuove generazioni vengano sensibilizzate soprattutto nelle scuole con la divulgazione più ampia possibile. Solo così l’Italia potrà dire di avere una memoria condivisa.Nel ringraziarla per la sua presenza mi auguro che il giorno del ricordo sia sempre più un evento sentito come proprio da tutti gli italiani.

Guido Cace Presidente Associazione Nazionale Dalmata

  • Giorno del Ricordo, Mattarella rimarrà in silenzio. Non è un …

    www.secoloditalia.it/…/giornoricordomattarella-rimarra-in-silenzio-non…

    28 min fa – Giorno del Ricordo, Mattarella rimarrà in silenzio. … Lascia perplessi il profilo scelto dal nuovo presidente Mattarella in occasione del Giorno del Ricordo. … altri luoghi del dolorore italiano, ma quest’anno, per la prima volta, …

  • Lascia perplessi il profilo scelto dal nuovo presidente Mattarella in occasione del Giorno del Ricordo. Non solo non si recherà in visita alle Foibe o negli altri luoghi del dolorore italiano, ma quest’anno, per la prima volta, un presidente della Repubblica si “trasferirà” dalQuirinale alla Camera per celebrare la ricorrenza. Apprendiamo infatti da un comunicato uffciale che il Capo dello Stato «presenzierà» il 10 frebbraio alla cerimonia commemorativa  che si terrà nella Sala della Regina di Montecitorio. Il termine “presenzierà” sta a significare che Mattarella assisterà all’evento senza prendere la parola. Rimarrà in silenzio. A questo punto, sarebbe stato meglio che non avesse “presenziato” , ma che avesse inviato un messaggio ai partecipanti. In tal modo, gli italiani avrebbero almeno conosciuto il suo pensiero sulla tragedia della nostra gente nel 1943, nel 1945 e nel 1947. Poi, a margine della manifestazione, il capo dello Stato potrà sempre rilasciare qualche dichiarazione ai giornalisti. Ma non sarà una comunicazione istituzionale e solenne.

    Un passo indietro rispetto a Ciampi e Napolitano

    Se così sarà, se il programma non verrà cambiato all’ultimo momento, la  conclusione è semplice: rispetto ai tempi di Ciampi e di Napolitano, il Giorno del Ricordo subirà nell’anno primo dell’era Mattarella, almeno a livello dei massimi vertici istituzionali, un triste passo indietro. Negli anni passati, i presidenti ricevevano al Quirinale scuole, esuli e famiglie delle vittime delle Foibe, pronunciando discorsi di alto profilo. Quest’anno invece il Presidente tacerà.Non pare proprio un buon segno di pacificazione storico-civile e di ricomposizione dei traumi della memoria. Dallo stesso comunicato di Montecitorio apprendiamo che l’intervento di chiusura sarà della Presidente della Camera, Laura Boldrini. E tanto basta.

  • di Corrado Vitale    09/02/15 ( “Secolo d’Italia” )
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2 

L CAPO DELLO STATO, COME PER LE FOSSE ARDEATINE E 

Stefano Taché, 

VADA ALLE FOIBE E RICORDI PURE Stefano Mattei ARSO VIVO NEL ROGO DI PRIMAVALLE – ALTRE NEWS ( “LETTERA A PAPA FRANCESCO DI GIUSEPPE DI BELLA” E ALTRO )

3 – 

LETTERA AL PRESIDENTE MATTARELLA 

EURASIA VLADIMIR PUTIN E LA GRANDE POLITICA EDIZIONI CONTROCORRENTE NAPOLI E RENZI 

 ROTTAMA MONTESQUIEU NOMINA MATTARELLA 
     [ SERVIZI GIA’ IN RETE ]         
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10 FEBBRAIO GIORNO DEL RICORDO 

LA CRONACA

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IL CALENDARIO DEGLI EVENTI
dal Comitato 10 febbraio per ricordare, anche a Vasto, la tragedia delle foibe e dell’esodo 

istriano, fiumano e dalmata, entrambe mercoledì 11 febbraio. 
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“Alle 9 – spiegano dal comitato – celebrazione al Monumento ai Caduti in piazza Caprioli con autorità civili, militari, religiose ed associazioni, e con la partecipazione di rappresentanze delle scuole medie della città; alle 10,30, invece, convegno di approfondimento alla Sala conferenze degli ex Palazzi Scolastici di corso Italia. Qui, sar� il professor Antonio Fares a raccontare ai ragazzi delle scuole superiori, quel pezzo di storia per anni sconosciuto ai più, e Magda Rover a testimoniare quanto lei stessa, esule istriana, ha vissuto”. A moderare entrambi gli eventi, Marco di Michele Marisi, responsabile del Comitato 10 Febbraio per il Vastese. Le celebrazioni sono state organizzate in collaborazione con Giovani In Movimento e Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, ed hanno ottenuto il patrocinio gratuito del Comune di Vasto e della Provincia di Chieti. Le manifestazioni tutte, sono realizzate senza alcun contributo economico pubblico.
“È un’operazione verità – ha tenuto a rimarcare Marco di Michele Marisi – quella che da anni con il Comitato 10 Febbraio stiamo portando avanti, e queste due iniziative sono inquadrate in un ampio calendario volto a far conoscere quel pezzo di storia del nostro paese che volutamente e colpevolmente per troppo tempo è stato tenuto nascosto. Migliaia e migliaia gli italiani che nel secondo dopoguerra venivano gettati nelle foibe, cavità carsiche che si inoltravano per decine e decine di metri nel sottosuolo, e che in altri casi invece venivano deportati in veri e propri campi di concentramento; così come sono stati altrettanti i nostri connazionali costretti ad abbandonare la propria terra per sfuggire alla follia dei partigiani di Tito e di quelli italiani. E dopo il sangue – ha chiosato il responsabile vastese del Comitato – il dimenticatoio: per un periodo lunghissimo di tempo, quella che è stata una vera e propria pulizia etnica degli italiani con l’unica colpa di essere appunto tali, è stata avvolta dal silenzio dei libri di scuola e peggio ancora delle istituzioni. Da qualche anno � ha aggiunto – con sforzi enormi e cercando di vincere la resistenza di chi vorrebbe continuare a nascondere quei crimini, stiamo raccontando un pezzo doloroso della storia italiana con lo scopo di costruire un’Italia che sappia promettere a se stessa prima che agli altri, che mai più nessun popolo subirà nell’indifferenza e nell’ostilità dei suoi fratelli, quello che ha subìto il popolo giuliano”.


LE ALTRE INIZIATIVE: 

E ALTRE INIZIATIVE: 

Il calendario di manifestazioni, tutte realizzate a titolo gratuito, messo a punto dalComitato 10 Febbraio nel Vastese ed in generale nella provincia di Chieti, è ampio. Venerdì 6 febbraio appuntamento a Casalbordino, alle ore 9 in largo delle Foibe, nei pressi del santuario della Madonna dei Miracoli: celebrazione con autorità civili, militari, religiose ed associazioni, patrocinata dal Comune di Casalbordino e dalla Provincia di Chieti. Stesso giorno, alle 11,30 però, celebrazione ufficiale in piazza Roma a Villalfonsina, sempre con il patrocinio del Comune e della Provincia. Sabato 7 alle 9, invece, è la volta di Scerni, in piazza De Riseis: anche qui manifestazione con le autorità, patrocinata dal Comune di Scerni e dalla Provincia di Chieti; sempre sabato 7, alle 11,30 in questo caso, identica iniziativa a Pollutri, in piazza Giovanni Paolo I, con il patrocinio del Comune di Pollutri e della Provincia di Chieti. Modalità diversa lunedì 9 alla Sala multimediale del municipio di Cupello che ha patrocinato l’iniziativa assieme alla Provincia: dalle ore 9,30, convegno dell’esule Magda Rover con le scuole del paese. Poi, alle 11, all’istituto comprensivo G. Rossetti, scuola primaria di Vasto, in via Bachelet, incontro con i bambini. Martedì 10, Giorno del Ricordo, invece, è a Chieti la manifestazione con autorità civili, militari, religiose ed associazioni: appuntamento alle 10 alla Villa Comunale pe

r la posa di una corona d’alloro, con l’intervento, tra gli altri, dell’esule Icilio Degiovanni. L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Chieti e dalla Provincia. Alle 12, sempre a Chieti, convegno all’Istituto Tecnico Statale Galiani – de Sterlich e successiva proiezione del documentario Foibe, martiri dimenticati. Penultimo appuntamento è a San Salvo. Per la verità, doppio appuntamento nella stessa città: alle ore 10,30 di giovedì 12, convegno all’Istituto d’istruzione superiore R. Mattioli con il professor Antonio Fares, ed alle 12 deposizione di una corona d’alloro al Monumento ai Caduti, in piazza Roma; entrambi gli eventi sono patrocinati dal Comune di San Salvo e dalla Provincia di Chieti. Ultima iniziativa è di nuovo a Chieti, lunedì 16 alle 11, all��Istituto d’istruzione superiore Luigi di Savoia.

di Redazione Zonalocale.it (redazione@zonalocale.it)

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RITORNO ALLA LIRA – PRIMA O POI SARA’ ! ! !

La ricordate la vecchia cara diecimila? Oggi approfittando della neve ho deciso di mettere un poco di ordine nelle scartoffie e ne ho trovate due diverse tipologie. Voi amici di una certa età, ricordate quante cose era possibile acquistarci?

foto di Alberto Vuono.
foto di Alberto Vuono.
foto di Alberto Vuono.
foto di Alberto Vuono.
 
[ da messaggio “postato” su facebook ]
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GLI ARTICOLI DELLA DOMENICA
 
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«Matteo ha tradito i patti Rischi di deriva autoritaria»

Berlusconi durissimo: «Svanisce il sogno di un progetto condiviso. E con il nuovo Italicum e il terzo premier non eletto dal popolo vengono meno le condizioni della vera democrazia»

Redazione – Dom, 08/02/2015 – 07:00

B erlusconi durissimo. Non un’uscita estemporanea. L’«adesso basta» viene deciso dopo un summit con i capigruppo Romani e Brunetta, con Toti, Bergamini e Ghedini e poi la decisione: Renzi addio. In un’intervista al Tg5 l’ex premier va giù duro: «Così è venuto meno il nostro sogno di un progetto condiviso ed anzi: per come si sta delineando la nuova legge elettorale, con una sola camera eletta dal popolo, con il terzo Presidente del Consiglio non eletto dagli italiani, avvertiamo il rischio che vengano meno le condizioni indispensabili per una vera democrazia che ci si possa avviare verso una deriva autoritaria». Deriva autoritaria di Renzi che ha stracciato il patto: «Non era questo il patto del Nazareno che volevamo, non era questo l’obiettivo che volevamo raggiungere insieme per il bene del Paese». E ancora: «È inaccettabile che il presidente del Consiglio impegni tutti gli sforzi del governo e del Parlamento per affrontare leggi certamente di rilievo ma che non hanno urgenza alcuna, stante la drammatica situazione in cui versa il Paese: povertà, disoccupazione, aumento delle tasse, immigrazione fuori controllo». Come a dire: le riforme, adesso, Renzi se le voti da solo. Un Renzi sleale: «Avevamo creduto di poter fare insieme le riforme istituzionali e la legge elettorale e di avere un presidente della Repubblica condiviso. Ma il Pd non ha rispettato i patti per interessi di parte».

È ragionevole pensare che questo amaro sfogo si tradurrà in una battaglia parlamentare sia sulle riforme sia sulla legge elettorale. Se sull’Italicum è più difficile fare opera d’interdizione, sul nuovo Senato il cammino della riforma è ancora lungo e in salita. «Valuteremo emendamento su emendamento», giura un big. In questi giorni il Cavaliere s’è macerato dal dubbio: mi conviene la trincea col rischio che Forza Italia resti nel fosso dell’irrilevanza o no? Renzi in queste ore fa il gradasso e dice di voler andare avanti da solo. In realtà, se è vero che i suoi numeri aumentano con tutti quelli che accorrono in aiuto al vincitore, è anche vero che la sua maggioranza è eterogenea. Alla corte di Renzi sta arrivando tutto e il contrario di tutto: da pezzi di Sel ai dissidenti grillini passando per le briciole rimaste di Scelta civica. Ovvero: numeri sommabili ma teste non sovrapponibili. Il tutto senza contare che, per adesso, la minoranza del Pd ha miagolato per la carezza di un capo dello Stato che a loro stava bene; ma domani potrebbe tornare a ruggire. Insomma, il mosaico di Renzi rimane multicolor e in Senato il premier è destinato a ballare. Che fare, quindi? L’uscita di Berlusconi, così tranchant, fa pensare che l’ex premier abbia deciso per il «vedo». Hai la maggioranza anche senza i nostri voti? Dimostralo… Una sfida. Qualcuno sostiene che nelle scorse ore Berlusconi abbia provato a riallacciare i rapporti con palazzo Chigi. Ma, dall’altra parte, sembra che i renziani abbiano riattaccato il telefono. Fino a ieri a trattare col braccio destro di Renzi era Verdini: era l’uomo di collegamento naturale visti anche gli ottimi rapporti personali tra Denis e Luca Lotti. Ora però, visto che Denis è preso di mira da molti azzurri chi ci parla con quelli di palazzo Chigi? I rapporti non si costruiscono né si cementano in quattro e quattr’otto. Risultato: il Cavaliere s’è sentito offeso e umiliato.

Così, ieri, Berlusconi riporta Fi decisamente all’opposizione contro la «sinistra». Più vicino alla Lega che non all’Ncd. E sulla coalizione il Cavaliere giura: «Il Paese ha necessità di riforme strutturali ben diverse da quelle proposte dalla sinistra. Lavorerò con rinnovato impegno perché il centrodestra possa ritornare unito e possa offrire al Paese quelle urgenti soluzioni che finché ho avuto l’onore di presiedere il governo avevano garantito agli italiani più benessere, più sicurezza, più libertà».

di Francesco Cramer

Roma

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Questa Europa scalda i cuori come un cda

Nata per interesse e non da conquiste o passioni comuni. Per coinvolgere i suoi cittadini deve azzararsi

Francesco Alberoni – Dom, 08/02/2015 – 

Perché l’Europa non è diventata una comunità, una patria per coloro che vi vivono? Perché, nonostante ci siano Parlamento, istituzioni, organi di governo e moneta unica, i Paesi che la compongono sono rimasti estranei l’uno all’altro forse più che nel passato? 

Perché le comunità con un forte senso di appartenenza nascono solo per conquista o per movimento. L’Impero romano è nato per conquista ad opera di una straordinaria élite capace di creare uno Stato e una civiltà. La Chiesa cattolica è nata da un movimento religioso che ha generato le sue istituzioni. L’islam è nato come movimento religioso che si è esteso per conquista.

L’Europa avrebbe potuto nascere se avesse vinto Napoleone sull’onda dell’entusiasmo della rivoluzione, creando una confederazione di Stati. Oppure se la Prima guerra mondiale l’avessero vinta gli imperi centrali: sarebbe stata un’Europa germanofona. Poi l’Urss pensò di unificarla col comunismo e Hitler col nazismo. Per fortuna vinsero gli anglosassoni e l’Europa divenne una sorta di protettorato anglo-americano.

Sul continente restarono tanti Stati senza nulla in comune. L’Unione Europea è stata costituita con questi Stati secondo il modello descritto dai teorici inglesi Hobbes e Locke, partendo dalle utilità, dagli interessi. La gente si accorge che le conviene accordarsi e allora fa un patto, un contratto e nomina degli amministratori. L’Europa è stata costruita dai governi come una società per azioni, senza passioni, senza emozioni, come insegnano i politologi ed i sociologi anglosassoni.

Ma costoro sbagliano, non è in questo modo che nascono le comunità viventi: la tua patria, il tuo partito, la tua chiesa, ciò che ami, di cui sei orgoglioso, per cui sei pronto a combattere. E quando manca questo profondo sentimento di appartenenza, questo radicamento collettivo, si sbriciolano anche tutti gli altri legami, tutti gli altri valori. Gli europei non hanno forza, non hanno speranze e si sentono prigionieri. Perché l’Europa non è mai nata, e per nascere dovrebbe ribellarsi, spezzare i vincoli che si è data e ricominciare da capo. 

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Un Partito della nazione non fa bene alla nazione

Così Matteo il non-riformista ha spento le pallide speranze che l’Italia diventi una democrazia compiuta

Piero Ostellino – Dom, 08/02/2015 – 1

Le pallide speranze che l’Italia diventi una democrazia compiuta, analoga alle grandi democrazie liberali dell’Occidente, si sono spente con:

1) il progressivo esaurirsi del bipolarismo centrodestra-centrosinistra, preludio della nascita di un bipartitismo perfetto fra una destra moderata di ispirazione tendenzialmente liberale e una sinistra moderata a ispirazione tendenzialmente socialista;

2) la nascita del governo Renzi, che è, poi, il Partito unico nazionale, un ircocervo frutto della conciliazione fra due inconciliabili concezioni della politica imposta dalle circostanze.

La rottura del Patto del Nazareno può rivelarsi il primo e augurabilmente decisivo passo verso il superamento delle condizioni citate, che ancora vincolano il Paese e ne condizionano le possibilità di realizzare le riforme necessarie.

Nel momento in cui il comunismo crollava nel mondo e da noi sotto il peso delle dure repliche della storia, si è realizzato, per una di quelle ironie della sorte delle quali è spesso ricca la storia dell’umanità, il disegno gramsciano di conquista del potere da parte della sinistra. Intendiamoci: conquista non realizzata dal Partito comunista, ma dalla cultura della sua retroguardia post-comunista. Hanno contribuito al suo successo la preventiva occupazione delle «casematte» della democrazia liberale, scuola, magistratura, sistema informativo; occupazione che ha spostato l’asse sociale e politico del Paese su soluzioni collettiviste e burocratiche. L’Italia non è diventata un Paese di socialismo reale, ma si è trasformata, quasi senza accorgersene, in una democrazia complessa e fragile, esposta a crisi di governo, prodotte dall’inconciliabilità degli opposti, che ne mettono in pericolo la stabilità e lo sviluppo economico. È scivolata quasi inavvertitamente lungo una china illiberale, verso una sorta di regime, che, di fatto, si sostanzia politicamente in un unanimismo retorico e, amministrativamente, in una burocrazia diffusa, entrambi insofferenti della competizione e dei conflitti fra concezioni diverse del modo di governare; le quali diversità, per dirla con Einaudi, sono il terreno sul quale si concreta e si sviluppa la democrazia liberale. Non sono, quindi, tanto in pericolo le nostre libertà politiche, economiche, sociali, quanto la possibilità di difenderle attraverso i principi ispiratori della democrazia einaudiana.

Che ci piaccia o no, siamo un Paese dominato da un eccesso di produzione legislativa; che alimenta una burocrazia la quale, per parte sua, limita le capacità di iniziativa dei suoi cittadini e di investimenti dall’estero. La vocazione collettivista e illiberale si manifesta con una legislazione che tutto pretende di regolare, e nel modo più sistematico e dettagliato. A diffondere la corruzione sempre più presente a tutti i livelli della macchina pubblica e contro la quale ha parlato anche il neo-presidente della Repubblica nel suo discorso di insediamento, è l’eccesso di regolamentazione, sono le occasioni create dalla stessa legislazione che la vuole combattere. Non siamo il popolo più corrotto del mondo; siamo quello maggiormente alle prese con licenze, divieti che riducono ogni forma di spontaneismo sociale ed economico grazie al quale sono nate e si sono sviluppate le libertà occidentali. È della delegiferazione e della deregolamentazione che avrebbe dovuto occuparsi il governo Renzi se avesse almeno un minimo di cultura riformista. Non lo ha fatto perché non è un riformista, ma è prigioniero, oltre che delle proprie ambizioni di potere, delle stesse corporazioni di cui è figlio e che infestano il Paese, prima fra tutte quelle che fanno capo alle svariate burocrazie sia centrali, sia periferiche.

piero.ostellino@ilgiornale.it

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IL FATTO DEL GIORNO

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IL BENZINAIO EROE È IN PERICOLO DI VITA

Alessandro Gonzato per “Libero quotidiano”

È finito sotto scorta Graziano Stacchio, il benzinaio che col suo intervento, lo scorso martedì sera, ha sventato la rapina alla gioielleria Zancan, a Ponte di Nanto. Per salvare la giovane commessa dalla minaccia delle armi di quattro banditi, Stacchio non aveva esitato ad affrontare un conflitto a fuoco, nel quale è caduto uno dei malviventi, Albano Cassol di 41 anni. Il questore di Vicenza, per proteggere il benzinaio e la famiglia da eventuali ritorsioni dopo la morte del nomade pluripregiudicato, ha disposto la sorveglianza ventiquattro ore su ventiquattro dell’abitazione e del distributore, divisi da pochissimi metri. Una pattuglia controlla ogni singolo movimento, pronta a intervenire in caso di pericoli. Il timore di possibili vendette, evidentemente, è concreto. Ma se il «cattivo» è davvero il benzinaio Stacchio, come certi giornali e alcuni commentatori sostengono più o meno apertamente, se in Veneto (il discorso potrebbe essere allargato anche ad altre parti d’Italia) non esiste alcun Farwest – termine utilizzato pure dal governatore Luca Zaia per descrivere l’incredibile escalation di criminalità degli ultimi tempi – perché il benzinaio è finito sotto scorta? Qualcuno ha ipotizzato, con un velo di polemica, che c’è da chiedersi se la stessa necessità sarebbe stata ravvisata anche a parti invertite: i parenti del pluripregiudicato sarebbero finiti sotto protezione per paura di reazioni da parte dei familiari o degli amici del benzinaio? Ad accertare la dinamica della sparatoria penserà la magistratura. Domani sarà effettuata l’autopsia sul corpo del rapinatore e ne sapremo di più sulle dinamiche che hanno portato alla morte del quarantunenne trevigiano. Per ora sappiamo che le prime analisi esterne sul cadavere parrebbero confermare la versione resa da Stacchio (al quale nel frattempo i carabinieri hanno sequestrato il fucile usato per sparare ai banditi e sospeso la licenza di caccia): Albano Cassol è stato colpito a una gamba, quindi si rafforza l’ipotesi che il gestore della pompa di benzina non abbia agito con intenti omicidi. Quel che è emerso sin da subito con chiarezza, è invece il passato del malvivente, costellato di episodi criminosi: «Cassol – riferisce Igor Gelarda, dirigente nazionale del sindacato di polizia Consap – Lo scorso martedì, insomma, non era la sua prima volta. «Cassol – prosegue Gelarda – era noto alle cronache e alle forze dell’ordine anche per una maxi rissa che nel 2000 costò a due carabinieri veneziani la frattura di naso, mandibole e costole�. Il dirigente del Consap pone un paio di domande che, negli ultimi giorni, sono sfuggite dalle labbra di molti vicentini: «Cosa ci faceva ancora libero? A finire iscritto nel registro degli indagati deve essere solo il benzinaio o pure il sistema che ha permesso che Cassol fosse in libertà?». Domande che sembrano non avere alcun senso per i familiari del nomade. L’ex compagna e suo padre chiedono di non essere attaccati. Vogliono giustizia. Sono pronti a denunciare chi, «come il sindaco di Abetone Joe Formaggio (è stato lui a far stampare le magliette in difesa del benzinaio, ndr)» ha usato «nei confronti nostri o di Albano termini che istighino a delinquere». I trascorsi criminali del loro caro li liquidano sostenendo che sì, «Albano aveva avuto un passato difficile, ma adesso stava lavorando regolarmente». Non mangiano e non dormono più, fanno sapere. Domani assisteranno all’autopsia. Quindi dovrebbero costituirsi parte civile e chiedere a Stacchio – indagato per eccesso colposo di legittima difesa – un risarcimento dei danni. I familiari di Cassol, che vivono nel campo nomadi di Fontanelle, vogliono inoltre precisare ai politici locali di essere pure loro «razza Piave», del posto insomma. Stacchio, intanto, ringrazia chi gli manifesta vicinanza e comprensione. Ribadisce che rifarebbe tutto. Che ha agito soltanto per difendere la cassiera del negozio: «Non mi sento né un giustiziere né un eroe» aveva detto. «Non avrei mai pensato di dover usare un’arma contro una persona. È stato terribile, mi dispiace».

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ALTRE NEWS

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L A REPUBBLICA DELLE BANANE [ “Azimut” ] – da messaggio “postato” facebook

Dino Simonelli ha condiviso la foto di TzeTze.
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DA CENTRO DI INIZIATIVE PER LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA

[ per leggere tutto – digita sui motori di ricerca ]

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Subject: Fwd: CIVG Informa N° 57
Date: Mon, 9 Feb 2015 12:15:33 +0100
From: “info@civg.it” <info@civg.it>
To: CIVG <info@civg.it>
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 direzione responsabile: presidenza Associazione
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Uff. Stampa Associaz. “Azimut”: 
 
Ferruccio Massimo Vuono

 

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( FINE )

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2 pensieri riguardo “10 FEBBRAIO SOLO IL RICORDO MA ESULI E DISCENDENTI SEMPRE INASCOLTATI CHE IN VENEZIA GIULIA – ISTRIA – DALMAZIA – FIUME “VOGLIO TORNARE A CASA MIA” !”

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