II^ PUNTATA ‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA ) DI OLIVIERI GIANCARLANTONIO A 100 ANNI DALL”ENTRATA DELL’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA E DALLA LEGGENDA DEL PIAVE


II^ PUNTATA ‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA ) DI OLIVIERI GIANCARLANTONIO A 100 ANNI DALL”ENTRATA DELL’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA E DALLA LEGGENDA DEL PIAVE

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‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA ) DI OLIVIERI GIANCARLANTONIO
racconto in cinque puntate – novella verità
Buone vacanze e Buona lettura !


anteprima di web – in esclusiva

4 novembre 1918 : bollettino della vittoria. – YouTube 

II^ PUNTATA ‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA ) DI OLIVIERI GIANCARLANTONIO A 100 ANNI DALL’ENTRATA DELL’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA E DALLA LEGGENDA DEL PIAVE
   
 
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Napoli
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foto tratte dal web – fronte italiano 1915 / 1918
SOLDATI DELLA BRIGATA CATANZARO 
 
[ seconda puntata ]
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‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA )
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[ PAG. N. 04 ]

In giugno consegnate stellette,fregi e mostrine furono strutturati in un battaglione di cinque compagnie, costituito perlopiù da meridionali di tutte le regioni ma in maggioranza calabresi,meridionali erano anche i graduati e gli ufficiali di truppa,almeno fino ai sottotenenti,che più in su lo stato maggiore savoiardo non si fidava,forse memore di quanto Cialdini aveva fatto ai meridionali qualche anno prima.

Zù Franciscu evocò poi la consegna della bandiera,i soldati schierati rispondere ad una voce “lo giuro” alla domanda “lo giurate voi?”,lui assegnato alla compagnia comando,era proprio nel drappello che ritirò la bandiera e sottolineò il brivido che gli percorse la schiena all’urlo d’hurrà! del battaglione.

Sussurrò piano in dialetto stretto, quasi parlando tra sé e sé, “..m’aggrizzanu‘i carni puru mò ca ci piensu”(1) e come se rivivesse quel momento e sempre come parlando a sé stesso aggiunse “..pure picchì a st’ùra sù tutti muorti..”(2).

Prima di dare lo sciogliete le righe un’ufficiale comunicò,che erano destinati a completare l’organico del 141° reggimento,che col 142° costituiva la brigata Catanzaro già in linea sul fronte dell’Isonzo nel Friuli,che faceva parte della 3° armata al comando del Duca Emanuele Filiberto dei Carignano Aosta,cugino mal sopportato dei Savoia regnanti.

La brigata costituita nell’immediato anteguerra a Catanzaro Lido,era composta per la maggior parte da calabresi era strutturata su due reggimenti di fanteria il 141mo ed il 142mo ed era al fronte dalla fine di giugno,aggregata alla terza armata e subito impiegata al monte S.Michele sul fronte isontino,tra la bassa piana del fiume Isonzo ed il fiume Tagliamento.

Il battaglione,coi soldati equipaggiati con le armi individuali e l’affardellamento autunnale l’11 luglio prese una tradotta militare,che da Pinerolo lo porterà in Friuli nelle immediate retrovie del fronte,il viaggio durò tre giorni per l’intasamento ferroviario,al termine del quale arrivarono a Palmanova,centro sinergico delle retrovie italiane sul fronte del basso Isonzo,meglio noto come fronte del Carso.

Subito inquadrati e senza nessuna sosta si diressero marciando a S.Maria la Longa un pò più a nord,paese a ridosso del fronte dove aveva anche sede il comando del 141°al quale erano aggregati,seppero poi,che il paese era anche la loro sede principale di riposo nei turni di avvicendamento dal fronte.

Man mano che procedevano incrociavano altri reparti venire nel senso inverso,con gli uomini visibilmente provati alcuni feriti ma,che non risparmiavano battute a loro che procedevano verso il fronte,giunsero a S.Maria la Longa dopo due ore di marcia a sera inoltrata,si sistemarono in un baraccamento enorme,che come tanti altri era stato costruito apposta per le truppe,per transito e per sosta.

Durante il rancio i sergenti di compagnia comunicarono ai soldati che stavano di fatto in zona di guerra e il mattino seguente,alle quattro il battaglione si sarebbe diretto a marce forzate verso il fronte per dare il cambio ad altri reparti,perciò sveglia alle tre appello e via e nessuno poteva togliersi la divisa.

L’aria era scossa da boati simili a tuoni di diversa intensità anche se attenuati e distanti,che proseguirono per tutta la notte insieme a bagliori simili a lampi,come se vi fosse un temporale in arrivo erano tuoni e boati sordi e minacciosi,che non promettevano nulla di buono ed impedivano il sonno.

Alle quattro il battaglione inquadrato per compagnie si mise in marcia nella direzione dei bagliori,i boati  erano ormai continui,raggiunsero i reparti che li precedevano incrociandone altri,presto la pista s’intasò di truppe,carriaggi trainati da muli alcuni con la croce rossa,obici e cannoni d’ogni calibro trainati da trattori e tutti che volevano la precedenza sulla strada.

Zù Franciscu in testa con la compagnia-comando dopo gli ufficiali notava frequenti pattuglie di carabinieri ai bordi della pista,abituato a vederli nei paesi tra i civili si chiese cosa facessero lì anche loro in grigioverde,il corto fucile con la baionetta ripiegata a tracolla,la bandoliera senza sciabola,il cappellone a vela senza il pennacchio ad osservare,come testimoni muti il transito dei soldati.

La pista s’era ristretta e si procedeva in fila indiana in ambedue i sensi,per cui si poteva osservare meglio chi veniva all’incontrario,erano uomini stanchi,sporchi,provati,molti erano laceri e feriti fasciati o bendati l’aria inebetita,venivano dalle prime linee e loro li andavano a sostituire,questo vedere abbassò molto il morale del battaglione che si ammutolì,per cui i graduati incitavano i soldati a cantare.

In tre ore di marcia furono all’Isonzo in magra,in quel tratto ambedue le sponde del fiume erano in mano agli italiani,l’attraversarono su delle semplici passerelle poste dal genio,Zù Franciscu fece un paragone col fiume del suo paese osservando,che era  “cum’ì rinacchie i Crati a rà stagione”(3),cioè una pietraia assolata estiva,percorsa da piccoli rigagnoli d’acqua.

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traduzioni delle citazioni dialettali

[(1)  “..mi viene la pelle d’oca anche adesso che ci penso..”

(2)  “..anche perché adesso sono tutti morti..”

(3)  “..come le pietraie del Crati in estate..”]

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[ PAG. N. 05 ]

L’ altra sponda era alta sul letto del fiume e coperta da vegetazione fitta, senza accorgersene si trovarono in un’ampia galleria con l’ingresso nascosto dalla macchia arbustiva che,in mezz’ora di marcia li condusse in un camminamento profondo e largo,con tanti cartelli indicatori,presidiato da carabinieri e truppe varie.

I carabinieri provvedevano anche a smistare i reparti in arrivo indirizzandoli là dove indicava il ruolino di marcia,più avanti nel camminamento si aprivano diversi imbocchi con cartelli indicatori,portavano alle varie linee di trincee  di fronte al nemico,presero quello con l’indicazione  esplicita “141°Catanzaro -S. Michele”.

Ora ci si muoveva solo in trincea,man mano che avanzavano i boati divennero scoppi,crepitii,spari prossimi e ben distinti per cui si procedeva distanziati e con la testa bassa,la trincea spesso biforcava le direzioni ma loro per non sbagliare prendevano sempre quella indicata da,141° Catanzaro- S. Michele,il mondo delle trincee era lì in attesa del loro arrivo.

Giunti alla loro trincea,trovarono a presidiarla gli altri reparti del 141° reggimento,alle varie compagnie venne assegnato il tratto di trincea da occupare e difendere ed ad ogni uomo una mansione,fu dato poi il riposo inteso come potersi poggiare alle pareti o accosciarsi o sedersi per terra,sempre però con l’arma al piede ed in stato d’allarme,un graduato gridò “Ragazzi benvenuti alla vostra villa al fronte”.

Era pomeriggio inoltrato quasi sera,radio fante annunciò che il rancio quella sera non sarebbe arrivato, in compenso arrivavano e numerosi i colpi d’artiglieria nemici,con obiettivo proprio le loro trincee ,spesso una pioggia di sassi e terriccio li investiva,per le granate che esplodevano prossime ai bordi della trincea.

La trincea non era dritta ma a zig-zag,20-30 metri diritti lineari e una svolta e così via,questo per limitare i danni prodotti da una bomba che la centrava o dal fuoco d’infilata dei nemici che vi penetravano,scalette a pioli erano poggiate alle pareti e c’erano vani laterali adibiti agli usi più vari,quali alloggi ufficiali e truppa, centri di comando e comunicazioni,depositi,latrine e altro,sul fondo erano posti assi di legno e pietrisco.

 In genere dalla trincea principale se ne diramavano altre per usi diversi,la vita in trincea era regolata da tante norme,alcune sensate altre strane ed incomprensibili,presto scoprirono  però che tutte le regole si riducevano ad una sola,impedire ai soldati di pensare tra un’ assalto e l’altro,aiutati in ciò dalle razioni di grappa molti abbondanti e frequenti,che venivano distribuite.

Sia come sia l’entusiasmo era intatto,non vedevano l’ora di battersi,la morte gli era ancora conosciuta,nè conoscevano l’orrore che li attendeva e col quale avrebbero dovuto convivere chissà per quanto tempo, sapevano solo una cosa il nemico era lì davanti,in una  trincea di fronte alla loro a non più di 150  metri e lo dovevano annientare,distruggere.

“..nu mmù scuordu mai chiru 27 ‘i lugliu..”(1),disse Zù Franciscu,rievocando il primo assalto,non sapeva e non lo saprà mai che stavano partecipando alla seconda battaglia dell’Isonzo e nemmeno sapeva che di battaglie avrebbero dovuto combatterne altre undici in poco più di due anni,dodici in tutto, anche se la prima se l’erano persa, tutte lì o nei dintorni,alla conquista di un bosco,di una trincea,di una quota,di un fosso o di un’altura.

I fischietti dei comandanti di compagnia diedero il via a quell’assalto il primo,i soldati balzarono all’aperto gridando e seguendo gli ufficiali attraverso i reticolati,subito si scatenò l’inferno,fuoco di fucileria,crepitii di mitraglia,scoppi di bombe,granate di mortai,poi qualcuno avvertì che era stata occupata la trincea nemica,il comandante ordinò di tenerla e d’inseguire il nemico in fuga.

Zù Francisco non partecipò all’assalto,era a disposizione del maggiore comandante come staffetta porta-ordini,alla bisogna perciò doveva uscire allo scoperto facendo la spola per il campo di battaglia portando ordini e disposizioni anche perché le trincee erano ancora senza  linee telefoniche da campo,allora poteva vedere direttamente  sul terreno gli effetti dell’ assalto,meglio di chiunque altro osservatore.

I morti aggrappati o riversi sui reticolati fermati in pose innaturali,distesi sul terreno supini con le braccia aperte  o contratti e contorti col viso colmo di dolore o anche di stupore,vide lo strazio delle ferite,i più recisi dalla mitraglia,che da vicino è proprio una falce lo taglia il corpo,quando dovette strisciare e passare vicino ad essi li riconobbe tutti erano tanti,come pure i feriti che chiedevano aiuto con lamenti strazianti.

Col buio scese come una tregua di fatto tra le due parti,si recuperarono i feriti,si fece l’appello,la conta dei morti,si mangiò qualche galletta,ci si riorganizzò e si fece il bilancio del giorno,che era di 43 morti,24 feriti e 7 prigionieri fatti nella conquista della trincea nemica,da loro appresero che davanti non avevano austriaci ma ungheresi aggiunse Zù Franciscu “…ì vicinu eranu figl’ i mamma cum’ à nua..”.(2)

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traduzioni delle citazioni dialettali

[(1)  “..non lo dimenticherò mai quel 27 di luglio..”

(2)  “..da vicino erano figli di mamma come noi..”]

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[ PAG. N. 06 ]

S’attendeva un contrattacco che non ci fu e i reparti furono lanciati ancora in avanti verso un nemico,che si credeva debole e vulnerabile era invece ben trincerato in posti dominanti,man mano rinforzo dopo rinforzo il battaglione venne impiegato tutto nel nuovo attacco,reiterato più volte quel giorno e nei giorni a seguire ma che ogni volta falliva sanguinosamente.

Ai primi d’agosto la spinta italiana,sul fronte del basso Isonzo cessò,il 141° fu citato nel bollettino di guerra del Comando Supremo ed ebbe un’ encomio speciale per la conquista della trincea,aveva avuto 131 morti e 42 feriti in meno di dieci giorni,erano quasi tutti del battaglione di Zù Franciscu,peraltro la trincea presa al nemico fu fatta saltare ed abbandonata perché troppo esposta al tiro avversario.

Rimasero in linea qualche altro giorno e poterono guardarsi intorno,erano a ridosso d’un pianoro di pietra bianca,brullo in salita,con sullo sfondo una serie di colli declivanti verso sud,in primo piano il S. Michele un bastione lungo con quattro cime ben distinte,alto poco più di 200 metri,che sovrastava tutto paesaggio e uomini sbarrando la strada per Gorizia e Trieste,contro di esso si erano accaniti nei giorni passati.

Zù Franciscu osservò  “..unn’ era mancu nù cuozzu ma ni parià nà muntagna granni chi l’avia ccù nnua”(1),il sole gli sorgeva alle spalle lo batteva tutto il giorno e vi tramontava contro,incuteva apprensione e timore ma ciò che più li demoralizzava in quel momento era vedere i morti lì insepolti da giorni,che per sicurezza non potevano recuperarsi.

La loro vista feriva la pietà cristiana di quei contadini-soldati del Sud non avvezzi alla morte anonima ed a buon mercato della guerra,sopportavano tutto fame,sporcizia,privazioni non questo,s’originò un mormorio che rasentò la protesta intervenne il cappellano militare,accorso dalle retrovie,che convinse il comando a concordare una tregua di poche ore per il recupero.

Erano impreparati non c’era neppure una barella,come se in generale i morti non dovessero recuperarsi,ma sia pure con difficoltà raccolsero i corpi o ciò che ne restava,che portati in trincea,ricomposti alla meglio e  benedetti dal cappellano furono avviati a braccia nelle retrovie,mentre la tromba suonava il silenzio fuori ordinanza.

Erano soddisfatti di ciò che avevano preteso,lo ritenevano giusto ed onorevole per i compagni caduti,meno soddisfatti erano i comandi di battaglione e reggimento,che ritenevano invece d’aver dovuto cedere ad una forzatura della truppa cosa intollerabile,può darsi che da allora il 141° venne considerata un’unità da tenere sotto controllo,restia alla disciplina e turbolenta.

Eppure farà sempre il suo dovere fino  alla fine e sarà una delle unità più decorate dell’esercito,d’altronde si era appena meritato un’ encomio formale,ma si sa bene i pregiudizi sono duri a morire e quelli  sui calabresi duravano dall’unità d’Italia,teste dure,inclini all’illegalità ed al brigantaggio potenzialmente criminali.

Pregiudizi e dicerie messi su postumi,ad accreditare la tesi che i Savoia col Piemonte avevano affrancato le popolazioni del Sud dalle barbarie,liberandole dall’odiato Borbone,onde non far apparire com’era la realtà impietosa e cruda,un’annessione forzata ed un’aggressione gratuita,ma questo né Zù Franciscu né gli altri terroni lo sapevano.

Giunse un battaglione fresco della brigata Salerno  a rilevarli,rientrarono perciò a Santa Maria la Longa dove poterono ripulirsi,spulciarsi,rifocillarsi,avere indumenti puliti ed il soldo della paga ( 89 centesimi lordi che si riducevano a 10 centesimi netti,la differenza era trattenuta per vitto,alloggio,vestiario e varie,questo  povero fantaccino pagava pure per morire ) e dalle 18,00 alle 24,00 andare in libera uscita.

Non che S. Maria la Longa offrisse molto,erano quattro case ed un’ insieme di baracche costruite ad hoc! per l’esercito,v’era comunque uno spaccio-salone gestito da militari,con un palco per spettacoli di varietà ed anche un casino con tanto di maitresse a gestirlo,con un netto distinguo tra la merce offerta alla truppa e quella riservata agli ufficiali, dai sottotenenti in su.

Arrivò un altro colonnello al 141°,nel rapporto al reggimento li lodò per l’encomio guadagnato e li redarguì per le proteste circa il recupero dei caduti,li esortò all’obbedienza più cieca agli ordini senza se e ma e dato che il comando operava per il loro bene,in futuro non erano ammessi mormorii e proteste,sottintese anzi in modo implicito,ma non tanto,che sarebbero state duramente represse.

Giunsero i rincalzi per le compagnie falcidiate,tutti emiliani e romagnoli ed il reggimento fu ristrutturato,si  istituì la compagnia zappatori e quella mortai-mitraglieri,Zù Franciscu restò alla compagnia comando del 4° battaglione quale portaordini compito che aveva ben assolto meritandosi la fiducia e l’ apprezzamento di tutti,anche se nelle trincee si posavano le prime linee telefoniche.

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traduzioni delle citazioni dialettall
[(1) “..non era neanche un cucuzzolo,ma ci sembrava una montagna,che ce l’aveva con noi..”]
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[ PAG. N. 07 ]

Tornarono in linea ad inizio settembre,alle pendici sud del S. Michele nel tragitto videro,che su una riva dell’Isonzo era in costruzione un’enorme campo con tante piazzole e cannoni di vari tipi ma tutti grossi, gli dissero che era una cannoniera(1)  e appena pronta avrebbe spazzato via i nemici,erano anche sorti lungo la strada tanti cimiteri gestiti dai diversi reggimenti che s’avvicendavano su quel tratto di fronte.

Intanto gli austriaci le cannoniere le avevano già e sparavano tanto,specie di notte tiravano corto sulle loro trincee e quando le centravano era una carneficina, di giorno poi i cecchini(2) sparavano su tutto ciò che spuntava dalle trincee,osservò Zù Franciscu “..eramu cumu viermi ‘mbruscinati ‘nterra notti e jurnu..”(3), terrorizzati e  rannicchiati a terra raggomitolati su sé stessi per il terrore e per non esporsi.

La guerra era cominciata in salita per il fante italiano,specialmente sul basso Isonzo più noto come Carso,gli austriaci stavano sempre una spanna più in alto di loro e facevano il tiro al piccione coi cannoni e coi fucili,  una novità erano le granate a frammentazione,erano tirate dagli obici ed erano piene di biglie di acciaio che  esplodevano in aria a 20-30 metri d’altezza,le bigliee proiettate verso il basso facevano una strage.

Tornarono nelle retrovie a fine settembre non c’erano stati combattimenti diretti,fece molti morti un colpo d’obice che centrò una trincea,altri pei cecchini e tanti feriti per schegge,ma non era la cosa peggiore.

La cosa peggiore era lo stare per giorni e settimane in fondo ad un buco piccolo e stretto,rintanati tra sporcizia e fetori come in una fogna,col caldo torrido,col gelo,con la pioggia o la neve senza riparo,senza sonno,senza acqua e cibo pure per giorni,con i pidocchi,le cimici e le pulci,tormentati dalla sete e smunti dalla dissenteria,intronati di grappa,col terrore dei colpi  d’obice,dei cecchini e degli assalti.

Cominciò un tran tran scontato,venti giorni al fronte ed altrettanti nelle retrovie,non sempre a S. Maria la Longa  anche in altre località,si fecero la terza e la quarta battaglia dell’Isonzo quasi una battaglia al mese, ognuna era l’ultima quella che doveva sbaragliare il nemico,ma ogni volta ritornavano con più morti,più paure e sempre meno convinzioni.

A novembre conquistarono alcune trincee nemiche sul crinale sud del S. Michele,nei dispacci recapitati da Zù Franciscu comparivano nomi nuovi,la battaglia s’allargava dal S. Michele al mare,abbarbicate ai piedi dell’altopiano carsico c’erano cinque armate,tutte impegnate a conquistare  il S. Michele per Gorizia o a difenderlo,a loro dissero che una volta sull’altopiano avrebbero potuto vedere l’ Adriatico  e Trieste.

 I morti adesso erano tantissimi giacevano insepolti nella terra di nessuno,dilaniati dal cannone e calpestati negli assalti dai loro stessi compagni,si smembravano si appiattivano e deformavano,a terra il grigio verde si mischiava al grigio celeste creando un nuovo colore indefinito,questo era il panorama dalla trincea la pietà non c’era più neanche  per se stessi,figuriamoci pei morti,non c’era fondo al peggio.

Natale del 1915 li trovò di riposo a Nogarado,Zù Franciscu ricevette un pacco da sua mamma,c’erano calze e  maglie di lana fatte in casa coi ferri,turdilli e scalille(4) col miele,crocette di fichi al forno con le mandorle e una lettera che la mamma s’era fatta scrivere dal parroco della sua chiesa,diceva che pregava sempre per lui la  Madonna,che lo salvasse e che l’aspettava intanto gli mandava l’abitino(5) della Madonna della Sanità.

Lui l’aveva già l’abitino di S. Francesco di Paola dal quale non s’era mai separato,glielo diede sua madre quando partì in Brasile,fissò il nuovo alla maglia con la spilla da balia che fermava l’altro,era strano ma si sentì forte e rassicurato,fu come se fosse unito a sua madre e i santi da lei invocati gli stessero accanto a proteggerlo dal male,non esternava questo suo sentire ma spesso si faceva il segno di croce,specie quando il pericolo si percepiva di più.

A metà gennaio erano di nuovo in trincea,c’erano tanti nuovi arrivati nei confronti dei quali i vecchi erano protettivi,ne avevano visto morire tanti appena giunti per imprudenza ed inesperienza,se ne dispiacevano e cercavano di proteggerli con raccomandazioni,consigli e trasmettendogli parte della loro esperienza.

Ma i vecchi erano sempre meno ed erano molto legati tra loro,si sentivano più che amici fratelli di sorte, nel battaglione erano un riferimento del quale tener conto,un’anello non ufficiale della catena gerarchica ben  lo sapevano i graduati e gli ufficiali di truppa,in particolare Zù Franciscu era molto affiatato con un certo Salvatore di Messina,col quale si erano conosciuti nel consolato a Rio de Janero,anche lui un volontario accorso dall’estero.

Rispetto all’inizio il morale dei soldati era sceso e non di poco,vedevano diversamente il modo di fare la guerra erano più critici ritenevano stupidi ed insensati i reiterati attacchi frontali a posizioni ben fortificate e difese soprattutto senza risultati, avevano anche l’impressione che la loro vita non era molto considerata nelle logiche del comando e che venivano sacrificati troppo facilmente,spesso inutilmente.

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note e traduzioni delle citazioni dialettali

[(1)  cannoniera:grandi concentrazioni d’obici e cannoni da usare in massa sul nemico.

(2) cecchini:tiratori di precisione che dalle trincee sparavano su obiettivi singoli nemici.

(3) “..eravamo come i vermi a voltolarci a terra notte e giorno..”

(4) turdilli e scalille: dolci natalizi calabresi.

(5) abitino:scapolare di devozione in stoffa che si indossa sotto l’abito o al collo.]

 
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A PRESTO !
CONTINUA – SERVIZIO TRA BREVE IN RETE

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E. A. Mario, pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta (Napoli5 maggio 1884 – Napoli24 giugno 1961 )

Achille Beltrame, 'La partenza del Reggimento'Risultati immagini per e.a. mario

E. A. Mario e la canzone che divenne popolarissima: « Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio; / l’esercito marciava per raggiunger la frontiera / per far contro il nemico una barriera! / Muti passaron quella notte i fanti, / tacere bisognava e andare avanti. / S’udiva intanto dalle amate sponde / sommesso e lieve il tripudiar de l’onde. / Era un presagio dolce e lusinghiero. / Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero!” ».

‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA )

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Ferruccio Massimo Vuono
 

FINE SECONDA PUNTATA

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