IV^ PUNTATA ‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA ) DI OLIVIERI GIANCARLANTONIO A 100 ANNI DALL’ENTRATA DELL’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA E DALLA LEGGENDA DEL PIAVE


IV^ PUNTATA ‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA ) DI OLIVIERI GIANCARLANTONIO A 100 ANNI DALL’ENTRATA DELL’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA E DALLA LEGGENDA DEL PIAVE


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‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA ) DI OLIVIERI GIANCARLANTONIO
racconto in cinque puntate – novella verità
Buone vacanze e Buona lettura !
 
 

anteprima di web – in esclusiva

 
 
‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA ) DI OLIVIERI GIANCARLANTONIO A 100 ANNI DALL’ENTRATA DELL’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA E DALLA LEGGENDA DEL PIAVE
   
 
  Associazione Culturalsociale “Azimut”
Napoli
associazioneazimut@tiscali.it – azimutassociazione@libero.it
NON C’E’ BISOGNO DI RISCRIVERE LA STORIA – E’ SUFFICIENTE FARE CONOSCERE TUTTI I FATTI PER RISTABILIRE LA VERITA’ !
foto tratte dal web – fronte italiano ( 1915 – 1918 )
 
UFFICIALI DELLA CATANZARO E SCENA DI GUERRA
 
[ quarta puntata ]
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‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA )
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PAG. N. 12

Zù Franciscu cosi fece anche se a malincuore,verso metà gennaio finita la licenza ripartì per la guerra,dopo qualche giorno era a S. Maria la Longa al comando del 141°,esibì la licenza con tanti timbri e visti e venne indirizzato a S. Elia nel basso Carso dov’era di riposo la sua unità,trovò un passaggio su un camion della sussistenza diretto da quelle parti e giunse finalmente al suo reparto.

Rivide con piacere i commilitoni,Salvatore e gli altri veterani l’accolsero calorosamente e l’aggiornarono sui fatti del battaglione da quanto era partito circa un mese,si erano alternati turni di riposo pure lunghi a turni di linea,perlopiù a presidio di trincee,posti avanzati,campi trincerati,azioni occasionali di disturbo,morti ce n’erano stati eccome pure per queste attività,ma niente di paragonabile alle carneficine degli assalti.

Dopo Gorizia le località ricorrenti del fronte avevano nomi strani e con Monte Santo e Monte S. Gabriele  comparivano nomi come Lad Bregom,Hudi Log,Lukatic,località per le quali morire sulla via di Trieste,c’era poi il problema della lingua,la popolazione civile con cui erano a contatto non parlava più italiano,ma croato o sloveno,loro non la capivano e  né erano capiti questo ingenerava diffidenza e sospetti reciproci.

Le linee del fronte ora non erano contrapposte ma compenetrate,talvolta il nemico era di fianco od anche alle spalle quasi sempre molto vicino,frequenti gli scontri e le scaramucce nelle retrovie,si diffuse la psicosi della spia e primi ad essere sospettati di sabotaggi e simpatia col nemico erano croati e sloveni,sul territorio il controllo dei carabinieri e dell’esercito divenne ossessivo e capillare alla ricerca di spie ed infiltrati,lo era ogni civile potenzialmente.

Ci furono retate e perquisizioni in una di esse,si trovarono armi in un capanno,l’ufficiale in comando voleva far fucilare 63 civili fermati,una mediazione ottenne invece la decimazione per cui vennero fucilate solo 4 persone,forse innocenti ma insomma questo era il clima molto teso,in particolare i soldati erano al limite della resistenza stanchi,demoralizzati,con i nervi a fior di pelle.

Il 141° intanto andava e veniva da Hudi Log,una di queste località slovene posta ai margini dell’altipiano tra Gorizia e Trieste,i soldati la chiamavano Malubosco o Boscomalu ed aveva la sfortuna in quell’inizio 1917 di essere considerata strategica per la conquista di Trieste,era quindi diventata un campo di battaglia in cui  italiani e ungheresi si dilaniavano.

In un fazzoletto di terra di non più di 100 metri per 300 cosparso di doline e forre(1) naturali,s’era creato una sorta di girone infernale fatto di trincee,camminamenti,casematte,gallerie disposte anche su più d’un livello  e collegate tra loro e con le forre,insomma un groviglio di buchi dove italiani ed ungheresi,vicinissimi tra  loro, ne occupavano una parte e si scannavano per occuparlo tutto.

Più che una lotta era un corpo a corpo quasi a contatto dove stare nascosti per colpire e non farsi colpire, doline e forre erano ricoveri,depositi e cimiteri,insieme a topi (che alla napoletana,chiamavano zoccole) resi giganti per abbondanza di carne,laceri,luridi,inebetiti con un pasto al giorno ma neanche un goccio d’acqua ogni tanto un colpo di grosso calibro,faceva volare in aria e poi ingoiava nel buco scavato decine di soldati.

Da marzo l’attività militare a Hudi Log era man mano aumentata,i reparti s’avvicendavano più di frequente le azioni erano più mirate e decise a sloggiare il nemico,giunsero nuove brigate costituite di recente,come la Bologna e la Cosenza,(2)a metà aprile il fuoco dell’artiglieria italiana si fece intenso e continuo,loro capirono che questo preludeva a qualcosa di grosso.

Stavolta tutta la Catanzaro era impegnata in un’ unico progetto tattico,sfondare la linea Lukatic-Hudi Log e favorire l’aggiramento dell’Hermada,altro nome  fatidico un colle ultimo ostacolo per Trieste, così almeno diceva il comando,si và all’ìassalto Lukatic è preso d’ impeto alla baionetta si conquista poi quota 219 del Vallone di Selo,il che rende indifendibile  per gli ungheresi Hudi Log che è abbandonato.

Quando la Catanzaro entra nel campo trincerato,coi fanti della Salerno e della Cosenza(2),non c’è reazione i nemici sono rintanati nelle gallerie,nelle caverne,nelle doline,soldati ed ufficiali insieme,al riparo dal tiro dell’artiglieria italiana,abbrutiti,rintronati come istupiditi,con intorno morti e feriti orrendamente mutilati, vogliono solo arrendersi,a Hudi Log vengono catturati più di mille tra soldati ed ufficiali,decine di cannoni ed una quantità di armi leggere e munizionamento.

Ma non c’è avvicendamento né riposo i reparti provati  vengono solo arretrati,riorganizzati e rimandati in linea,c’è fretta d’incunearsi nel varco aperto e d’aggirare l’Hermada ed è ancora la Catanzaro a spingere lo sforzo insieme alla Cosenza ma la difesa austriaca,su linee già predisposte,è micidiale ed ai primi di giugno la spinta offensiva della 3° armata si esaurisce.

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note

[ (1) Forre e doline:cavità carsiche naturali scavate dall’acqua,come le foibe

(2) Cosenza:Brigata costituita a gennaio del 1917,formata dal 243° e 244° reggimenti.]

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PAG. N. 13

La controffensiva austriaca  recupera molto terreno perso i giorni prima,ma pur stremati, senza rincalzi e rifornimenti le brigate Catanzaro e Cosenza resistono,impediscono al nemico di dilagare fino a S. Martino ed al Calvario,la 10°battaglia dell’Isonzo esaurita la fase offensiva diviene difensiva decine di migliaia di morti altrettanti feriti e nessun progresso significativo.

A fine giugno dopo 45 giorni di fronte e 1000 tra morti e feriti la Catanzaro viene mandata a S. Maria Longa a riposo,gli dicono lungo e meritato,ma le promesse non pagano più l’aria,per dirla in gergo militare è di disfattismo,tutto è motivo di mormorio iniziando dal cibo,basterebbe qualche diversivo e qualche licenza in più,la risposta dei comandi è invece più carabinieri e più repressione,fioccano consegne ed arresti.

Si vuole ignorare che la morale del fante è cambiata,l’assuefazione all’orrore l’ha cambiata,il soldato non dà più nessuna idealità ai sacrifici richiestigli,depreda,non rispetta i prigionieri,compie sciacallaggio sui morti non solo nemici,Zù Franciscu narra di un capitano caduto ad Hudi Log,cui avevano tagliato l’anulare per rubargli l’anello con brillante che portava,in quell’inizio del luglio 1917  S. Maria la Longa era una polveriera, i sottufficiali se ne accorsero e riferirono.

L’ unico provvedimento preso fu raccomandare agli ufficiali di girare a gruppi armati mimetizzando gradi e galloni,intanto durante un servizio di recapito dispacci al comando di brigata la motocarrozzetta adibita al servizio saltò su una mina,il conducente morì mentre Zù Franciscu ne uscì malconcio ma vivo e fu ricoverato all’ospedale militare di Udine,dove ne ebbe per molto tempo.

Il 15 luglio arrivò l’ordine che la Catanzaro doveva ritornare in linea,i soldati sentendosi traditi contestarono i sottufficiali,s’accese una discussione con loro e tra gli stessi fanti,chi voleva opporsi all’ordine ricevuto chi no,il trambusto in breve s’estese a tutto il campo fino al paese di S. Maria,intervennero carabinieri ed ufficiali ci furono degli spari e caddero un tenente e due carabinieri.

Scoppiò il finimondo,la protesta s’armò anche di mitragliatrici si sparava su ufficiali e commilitoni,furono presi di mira  i Comandi reggimentali ed anche una villa nei pressi dove risiedeva D’Annunzio(1) (in servizio al vicino  campo  aviazione),ci  furono altri feriti e morti a notte intervennero due compagnie di carabinieri con autoblinde e due cannoni autocarrati,che al mattino sedarono l’ammutinamento.

Il bilancio fu terribile,negli scontri caddero due ufficiali e nove tra soldati e carabinieri,furono fermati 120 fanti,quattro trovati col fucile ancora caldo ed altri ventiquattro estratti dalla decimazione della  VI/142° e dei 120 fermati furono fucilati la notte alla luce dei fari di alcuni camion in moto,contro il muro di cinta del cimitero di S Maria la Longa e seppelliti in una fossa comune pronta senza nomi,i fermati superstiti vennero deferiti alla Corte Marziale.

Il plotone d’esecuzione era formato da commilitoni,i carabinieri erano dietro con le mitragliatrici per fare  fuoco sul plotone in caso di rifiuto,chi assistette disse che la scarica andò a vuoto,allora ci fu chi tentò di scavalcare il muro del cimitero e fuggire su questi e sul mucchio spararono le mitragliatrici,fu un vero e proprio massacro,più che un’esecuzione.

D’Annunzio,che volle esserci vide i corpi ammucchiati scompostamente nella fossa senza onore e coperti di sterpi provò pietà per quei giovani vittime dell’ottusità gerarchica e del destino,rabbia per chi negava a dei soldati comunque caduti l’identità e gli rese l’onore e la gloria,raccolse rami verdi d’acanto e ne coprì i corpi e scrisse per quei militi ignoti anti litteram,parole di rara intensità umana e letteraria(2).

Quel giorno stesso l’intera brigata intruppata,scortata da carabinieri,autoblinde,reparti di cavalleria e anche da un paio d’aerei venne ricondotta al fronte,pecore al macello col capo chino ed il passo stanco,come un funerale,qualcuno gridò “ traditori “ai militari di scorta,ci fu pure chi buttò via in modo plateale il caricatore quasi a dire“ basta alla guerra “,risultato altre esecuzioni sommarie almeno dieci.

Lo stesso Cadorna si rese conto che in una unità,i cui reggimenti avevano meritato la medaglia d’ oro e di argento alle bandiere,numerosissime decorazioni individuali,innumerevoli encomi e almeno ventitremila  tra morti e feriti ( su circa settemila effettivi ) in due anni di guerra,se accadevano turbolenze e sommosse le responsabilità non potevano essere solo e semplicemente dei soldati.

La brigata fu attestata alla foce dell’Isonzo a S. Canziano estremità occidentale del fronte,zona malsana e paludosa della bassa friulana dove la malaria e la dissenteria la facevano da padrone,non c’erano trincee  ma tende piantate in mezzo ai canneti ed alle alte erbe palustri,i comandi i servizi e gli ufficiali s’erano accantonati nelle case del paese,abbandonate dalla popolazione slovena.

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note

[ (1) D’annunzio:poeta interventista e volontario,nella nota seguente è riportato il sincero e rattristato omaggio ai fucilati della Catanzaro a S.Maria la Longa nel luglio 1917:

(2) Dissanguata da troppi combattimenti, consunta in troppe trincee, stremata di forze, non restaurata dal troppo breve riposo, costretta a ritornare nella linea del fuoco, già sovversa dai sobillatori come quel battaglione della Quota 28 che aveva gridato di non voler più essere spinto al macello, l’eroica Brigata “Catanzaro” una notte, a Santa Maria la Longa, presso il mio campo d’aviazione si ammutinò. (…) La sedizione fu doma con le bocche delle armi corazzate. Il fragore sinistro dei carri d’acciaio nella notte e nel mattino lacerava il cuore del Friuli carico di presagi. Una parola spaventevole correva coi mulinelli di polvere, arrossava la carrareccia, per la via battuta: “La decimazione! La decimazione!”. L’imminenza del castigo incrudeliva l’arsura (…) Di schiena al muro grigio furono messi i fanti condannati alla fucilazione, tratti a sorte nel mucchio dei sediziosi. Ce n’erano della Campania e della Puglia, di Calabria e di Sicilia: quasi tutti di bassa statura, scarni, bruni, adusti come i mietitori delle belle messi ov’erano nati. Il resto dei corpi nei poveri panni grigi pareva confondersi con la calcina, quasi intridersi con la calcina come i ciottoli. E da quello scoloramento e agguagliamento dei corpi mi pareva l’umanità dei volti farsi più espressiva, quasi più avvicinarmisi, per non so qual rilievo terribile che quasi mi ferisse con gli spigoli dell’osso. I fucilieri del drappello allineati attendevano il comando, tenendo gli occhi bassi, fissando i piedi degli infelici, fissando le grosse scarpe deformi che s’appigliavano al terreno come radici maestre. Io traversavo il muro col mio penoso occhio di linee; e scoprivo i seppellitori anch’essi allineati dall’altra parte con le vanghe e con le zappe pronti a scavare la fossa vasta e profonda. Non mi facevano male come gli sguardi dei condannati alla fossa. I morituri mi guardavano. I loro sguardi smarriti non più erravano ma si fermavano su me che dovevo essere pallido come se la vita mi avesse abbandonato prima di abbandonarli. Gli orecchi mi sibilavano come nell’inizio della vertigine, ma era il ronzio delle mosche immonde.

Siete innocenti?

Forse trasognavo. Forse la voce non passò la chiostra de’ miei denti. Ma perché allora il silenzio divenne più spaventoso, e tutte le facce umane apparvero più esangui? E perché l’afa del mattino d’estate s’approssimò e s’appesantì come se il cielo della Campania e il cielo della Puglia e il cielo della Calabria e il cielo di Sicilia precipitassero in quell’ardore fermo e bianco?

Siete innocenti? Siete traditi dalla sorte della decimazione? Si, vedo. La figura eroica del vostro reggimento è riscolpita nella vostra angoscia muta, nell‘osso delle vostre facce che hanno il colore del vostro grano, di quel grano grosso che si chiama grano del miracolo, o contadini. Siete contadini. Vi conosco alle mani. Vi conosco al modo di tenere i piedi in terra. Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti. La legione tebana, la sacra legione tebana, fu decimata due volte. Espiate voi la colpa? O espiate la Patria contaminata, la stessa vostra gloria contaminata? Ci fu una volta un re che non decimava i suoi secondo il costume romano ma faceva uccidere tutti quelli che nella statura non arrivassero all’elsa della sua grande spada. Di mezza statura voi siete, uomini di aratro, uomini di falce. Ma che importa? Tutti non dobbiamo oggi arrivare con l’animo all’elsa della spada d’Italia? Il Dio d’Italia vi riarma, e vi guarda. I fanti avevano discostato dal muro le schiene. Tenevano tuttora i piedi piantati nella zolla ma le ginocchia flesse come sul punto di entrare nelle impronte delle calcagna. E, con una passione che curvava anche me verso terra, vidi le loro labbra muoversi, vidi nelle loro labbra smorte formarsi la preghiera: la preghiera del tugurio lontano, la preghiera dell’oratorio lontano, del santuario lontano, della lontana madre, dei lontani vecchi. (…) Le armi brillarono. (…) M’appressai. Attonito riconobbi le foglie dell’acanto (…). Recisi i gambi col mio pugnale. Raccolsi il fascio. Tornai verso gli uomini morti che con le bocche prone affidavano al cuor della terra il sospiro interrotto dagli uomini vivi. E tolsi le frasche ignobili di sul frantume sanguinoso. Chino, lo ricopersi con l’acanto. Gabriele D’Annunzio ]

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PAG. N. 14

Erano battuti giorno e notte dall’artiglieria,in particolare era preso di mira il paese,la notte dopo l’arrivo furono centrate le sedi della sussistenza e i comandi di battaglione con molti morti tra gli ufficiali,era come se il nemico tirasse su obiettivi segnalati,intanto lo Stato Maggiore trasferì tutti i comandi dei reggimenti, mentre diversi comandi di battaglione furono deferiti alla Corte Marziale coll’accusa d’inettitudine al comando.

A fine luglio Zù Francisco,fu dimesso dall’ospedale di Udine e tornò alla compagnia comando del reparto, aveva  saputo dei fatti di S. Maria e temeva che il suo amico Salvatore,testa calda com’era fosse rimasto coinvolto,al comando un capitano di quelli nuovi gli comunicò che aveva avuto i gradi di caporalmaggiore e  aggiunse con un risolino “L’hai scampata bella”,lui ignorò il sarcasmo e rispose con un’ impeccabile “ agli ordini”.

Era fine luglio,faceva la spola tra S. Canziano ed i comandi di compagnia recando comunicazioni,dispacci, ordini,la motocarrozzetta non era stata più integrata perciò o andava a piedi o usufruiva di passaggi con i mezzi disponibili,zanzare e sanguisughe erano implacabili e non davano tregua di giorno e di notte,rivide Salvatore con gioia perché era salvo,gli chiese della rivolta e lui gli narrò come l’aveva vissuta.

Gli spiegò che s’era originata in un baraccamento del 141°,dalla discussione tra un sottoufficiale ed alcuni soldati circa il rientro al fronte in cui s’intromise la ronda,un tenente e due carabinieri che fermarono due soldati per sedizione,i due fuggirono e furono inseguiti,ne seguì un trambusto che si spostò all’esterno,altri si unirono e si fece una folla ci furono poi del colpi di fucile con dei feriti.

Loro del 4° battaglione non c’entravano perché non erano al campo,il 15 mattino erano stati mandati con autocarri allo scalo di Palmanova per scaricare un treno merci tornando solo in serata,al rientro al campo non si entrava e dall’esterno s’udivano grida,spari,esplosioni,videro l’arrivo dei carabinieri con le autoblinde ed i cannoni e solo al mattino,a calma ristabilita,poterono rientrare nei loro baraccamenti.

Era come se nulla fosse successo,ma pattuglie di carabinieri ed ufficiali passarono in tutti gli alloggiamenti a controllare fucile e caricatore d’ogni soldato,chi venne trovato col fucile caldo o il caricatore mancante di proiettili veniva arrestato,con quelli noti per aver partecipato alla rivolta,furono arrestati  circa 150 militari, di cui 28 condannati a morte e gli altri deferiti al Tribunale Militare di Guerra.

Una sola compagnia del 142°sollevatasi in blocco fu decimata la 6°,ma non in pubblico col reparto schierato com’era d’uso,bensì sulla base degli elenchi di fureria,ad indicare che i comandi avevano paura d’ulteriori disordini ed i condannati furono fucilati di notte,da un plotone della stessa compagnia decimata lontano dal campo,dal paese e dai reparti,malgrado che la motivazione base dell’escuzione era l’esempio.

Si salutarono,Zù Franciscu l’abbracciò e gli raccomandò di stare attento,che nei giorni a venire s’andava di nuovo all’ attacco,stando al contenuto dei dispacci che recapitava e dei discorsi che sentiva al comando, recò poi ai comandi di battaglione un’informativa,che avvertiva della possibile presenza sul loro fronte di pattuglie d’incursori tedeschi e di spie tra i civili sloveni.

Quella delle spie tra i civili era una vecchia storia infondata ma che produsse piccole tragedie,giorni prima ne fu sorpreso uno che si muoveva guardingo nel canneto dell’attendamento e fucilato come spia salvo a  scoprire poi che era un poveraccio che recuperava nasse per anguille e pesci e non sapeva leggere i cartelli né italiani né sloveni.

In merito alla questione degli incursori tedeschi,da tempo era nota la presenza d’osservatori tedeschi sul fronte italiano dell’Isonzo,ma più sopra a nord nell’alta Carnia tra Tolmino e Caporetto non  versoTrieste, certamente però il nemico  stava preparando qualcosa.

A metà agosto la brigata lasciò il canneto e le zanzare e fu lanciata di nuovo all’attacco dell’Hermada,tra le truppe vi erano diversi casi di febbre malarica,ma non erano esentati né avevano licenza o assistenza fuori  d’una pillola di chinino al giorno,la consegna era che anche gli agonizzanti dovevano andare a combattere specialmente quelli della Catanzaro.

L’Hermada sulla via di Trieste era come il S.Michele sulla via di Gorizia,il piano d’attacco sempre lo stesso, noto a loro ed agli ungheresi che li aspettavano,prendere vallone Selo,ormai da giugno era la terza volta che lo prendevano e l’abbandonavano,aggirare l’Hermada ed isolarla spingendosi verso Duino per poi assaltarla e così fecero,d’impeto alla baionetta ma fu una carneficina,come al solito.

I giorni seguenti l’assaltarono ripetutamente l’Hermada ma avevano sempre più perdite,in una settimana di combattimento la brigata contava più di duemila tra morti e feriti,i quadri ufficiali e sottoufficiali distrutti, caduti a decine i resti di molte compagnie avevano al comando i soldati più anziani,la Catanzaro era senza uomini e senza quadri,asserragliata nelle trincee di Selo resisteva ed aspettava l’arrivo d’aiuti.

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PAG. N. 15

Arrivò invece il nemico,i passi divennero Termopoli,adesso erano gli ungheresi che morivano a migliaia,era dall’inizio della guerra che si ripeteva questo gioco tragico,gli italiani attaccavano per prima e quando si fermavano gli ungheresi contrattaccavano,ogni volta da ambedue le parti morti a migliaia,senza risultati.

Adesso i morti giacevano a mucchi da giorni amici e nemici confusi coprivano la terra,poltiglia flautolente di carne,sangue e terra dal puzzo orrendo e orrenda a vedersi,ogni tanto un colpo d’obice o di cannone alzava in aria melma ed arti,la pazzia era davanti a loro a portata di mano,dopo ci sarà qualcuno che l’avrebbe chiamata eroismo,può darsi commentò  Zù Franciscu e aggiunse,ma dov’era l’alternativa?

Malgrado  gli ungheresi si sacrificassero in attacchi frontali disperati non riuscirono a sloggiarli da Selo, però  l’Hermada inchiodò l’intera Terza  Armata e tutto il fronte carsico,Trieste era lì dinanzi a loro,che essendo in quota potevano vederla vicinissima,distinguerne il porto,le darsene,i moli,pure il fumo degli opifici,appariva sorniona ed indifferente,mentre a pochi kilometri a migliaia morivano per lei.

Più a nord la seconda Armata del generale Capello raggiunse l’obiettivo preposto e dopo furiosi e reiterati attacchi obbligò il nemico ad abbandonare l’altopiano della Baissinza occupandolo,l’obiettivo inessenziale era strategicamente secondario ma risultava propagandisticamente molto utile.

Ai primi di settembre il fronte si fermò d’ambedue le parti e calò un silenzio irreale,i soldati accovacciati e muti non avevano più nemmeno la forza di farsi ammazzare,l’undicesima  battaglia dell’Isonzo finiva così non per tattica o strategia ma per consunzione dei reparti,i superstiti erano senza energia,nessuno dei due eserciti aveva la sia pur minima capacità offensiva e nessuna fucilazione poteva rendergliela.

In meno di quindici giorni gli italiani avevano perso 145.000 soldati e gli ungheresi 85.000,mattanza senza precedenti in quella guerra,la brigata Catanzaro era più che dimezzata come la Salerno,le Murge e tutte le brigate della 3° Armata,Zù Franciscu narrò come molti soldati si trascinassero lenti allo scoperto verso le  retrovie,senza che dal nemico partisse un solo colpo d’alcunchè,Salvatore non era tra questi lui era restato da qualche parte alle pendici dell’Hermada,per sempre.

La brigata fu ritirata a S.Canziano e poi mandata a riposo a Bertiolo-Lonca nei pressi di Udine,per rincalzare gli effettivi e riorganizzarsi,comunque pur restando ancora un po’ in zona la Catanzaro non ritornerà più sul fronte del Carso,fine settembre la vede a Schio per poi trasferirsi in Val d’Aosta ed a Vallarsa sull’Arsiero  in Trentino,l’agognato fronte alpino quasi una villeggiatura,però alle spalle avevano il monte Grappa.

Ma il I e IV/141° non andarono colla brigata rimasero a Bertiolo-Lonca in Friuli alle dipendenze operative e  di servizio della Terza Armata,con compiti di pattuglia a ridosso delle linee di comunicazione del fronte e di sorveglianza e polizia sul territorio,da Palmanova ad Udine e da S.Canziano fin sulla Baissinza.

Appunto qui catturarono alcuni disertori rumeni,che furono tradotti al Comando d’Armata,con loro andò anche Zù Franciscu latore di un dispaccio,i rumeni riferirono al servizio informazioni di un’armata tedesca, che con grande segretezza si stava posizionando sull’arco di fronte tenuto dalla 2°e dalla 3° Armata,tra i paesi di Plezzo,Tolmino e Selo in pratica su tutto l’alto e basso Isonzo.

Si era al 10 ottobre e servizio a parte l’atmosfera al battaglione era molto rilassata,gli ufficiali li trattavano con più gentilezza e non c’era il clima opprimente tipo,o fai così o ti fucilo,la libera uscita la passavano ad Udine dove,malgrado la guerra,c’era qualche buon spettacolo e le case chiuse erano di un livello e di un’accoglienza ben diversa,che non i lupanari di S. Maria la Longa abituali per loro soldati.

Zù Franciscu non era un’ assiduo frequentatore di questi posti ma a volte,confidò,sentiva il bisogno di un contatto umano fuori dalla guerra e dai militari e cosa c’èra di meglio d’una donna disposta ad ascoltare quello che sentiva di confidarle,tante volte confessò di avere solamente parlato con alcune di loro e di essere stato ascoltato.

Non s’avvertiva comunque nessun segno d’allarme,non c’era il nervosismo tipico dell’attesa dell’attacco da fare o da subire o del rientro in linea,soprattutto gli ufficiali con il loro comportamento trasmettevano la sensazione che la tregua che stavano godendo sarebbe durata,sembrava quasi che la guerra fosse finita.

La motocarrozzetta era stata reintegrata al servizio,Zù Franciscu faceva la spola tra battaglioni e Comando d’Armata,non ci si fidava del telegrafo né del telefono più volte intercettati,recò i ruolini di trasferimento e trasporto dei battaglioni,mandati a ricongiungersi col resto della Catanzaro tra Trentino e Veneto,dovevano tenersi pronti a partire entro il 27 ottobre

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A PRESTO !
CONTINUA – SERVIZIO TRA BREVE IN RETE

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E. A. Mario, pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta (Napoli5 maggio 1884 – Napoli24 giugno 1961 )

Achille Beltrame, 'La partenza del Reggimento'Risultati immagini per e.a. mario

E. A. Mario e la canzone che divenne popolarissima: « Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio; / l’esercito marciava per raggiunger la frontiera / per far contro il nemico una barriera! / Muti passaron quella notte i fanti, / tacere bisognava e andare avanti. / S’udiva intanto dalle amate sponde / sommesso e lieve il tripudiar de l’onde. / Era un presagio dolce e lusinghiero. / Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero!” ».

‘ZU FRANCISCU. ( L’ALTRA STORIA )

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FINE QUARTA PUNTATA

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