LA STORIA – I CONTI NON TORNANO NELLA “VULGATA” SULLA MORTE DEL DUCE [ TRATTO DAL WEB ]


LA STORIA – I CONTI NON TORNANO NELLA “VULGATA” SULLA MORTE DEL DUCE [ TRATTO DAL WEB ] 

[ “AZIMUT-NEWSLETTER” : VENERDI’, 18 MARZO 2016 ] 
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LA STORIA – I CONTI NON TORNANO NELLA “VULGATA” SULLA MORTE DEL DUCE [ TRATTO DAL WEB ]
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STORIA

16/03/2016 10:42

I fori di proiettile e quello che non torna nella “vulgata” sulla morte del Duce

Il “Teorema Alessiani”, un’indagine troppo a lungo trascurata

I fori di proiettile e quello che non torna nella "vulgata" sulla morte del Duce

La dinamica raccontata non può essere quella vera: ecco le prove scientifiche che dimostrano decenni di menzogne

“Mettiamoci nei panni del Medico Settore: se avesse denunciato l’effettivo orario delle 7,30 (alias 6,30), la seppure iniziale risoluzione della mandibola avrebbe condotto ad un calcolo retrogrado di 48 ore di rigor più, quanto meno, un’altra ora per il rilasciamento: totale 49. Il decesso (già lo dissi) si riconduce alle 6,30 (5,30 ora legale); ecco perché sorvola sul trattar dell’ora della morte anche nella monografia illustrata dell’agosto ’45. Resta tuttavia una carenza non veniale per un medico-legale il non esprimersi sull’ora del decesso quantunque presuntiva; volerne giustificare l’omissione diventa tentativo non onesto di facilissima identificazione intenzionale”.

È ancora uno stralcio dal “Teorema Alessiani” che chiarisce come è tecnicamente, scientificamente impossibile far risalire la morte del Duce al pomeriggio del 28 aprile 1945. E poi c’è la malafede, perché non viene formulata dal medico che effettuò l’autopsia alcuna ipotesi sull’ora presunta della morte, il che non può e non deve succedere. E poi: se di esecuzione capitale si trattasse, noi avremmo sul corpo i fori dei proiettili in linea più o meno retta sul torace, con colui che spara posizionato di fronte a colui che viene ucciso. Il tramite dei proiettili attraverso il corpo avrebbe una direzione più o meno lineare. E invece i proiettili fanno invero strani movimenti. Naturalmente in questo caso parliamo di quelli esplosi contro di lui quando Mussolini era in vita, esulano dunque da questo esame quelli esplosi contro il suo corpo già morto, a piazzale Loreto per esempio, quando vennero esplosi colpi persino sui cadaveri. Cerchiamo di superare l’orrore che questa scena suscita, ci dobbiamo sforzare di essere lucidi e di non farci prendere dall’emotività, che pure sarebbe comprensibile. Ragioniamo dunque solo in termini scientifici. Vediamo. I colpi in questione sono nove. Il lettore stia bene attento a come si trovano posizionati sul corpo del Duce. Un colpo ha il foro di entrata sul fianco destro, “fuoriesce – dice Alessiani – dalla parte supero-esterna del gluteo omolaterale, in modo tangenziale assumendo su sagoma umana verticale, un angolo di 45 gradi”.

Un altro colpo possiamo vederlo sul margine esterno dell’avambraccio destro, angolazione minima. Il terzo è all’altezza della clavicola destra, sopra, nella parte carnosa che si trova proprio sopra la clavicola: “180 gradi – precisa Alessiani – su sagoma eretta”. Un quarto foro lo troviamo sotto il mento, parte destra: la sua direttrice è dal basso verso l’alto; il proiettile non uscì, dunque non vi è foro di uscita rimanendo la pallottola all’interno del cranio: “Novanta gradi perfetti su sagoma eretta”, precisa Alessiani.

Il quinto colpo è in entrata sul margine destro dello sterno, all’altezza del secondo spazio intercostale, con percorso obliquo e foro di uscita sul dorso, “45 gradi sul piano intra-toracico”. È questo il proiettile che ruppe l’aorta. Ancora, all’altezza della spalla sinistra si possono notare quattro colpi d’arma da fuoco piuttosto ravvicinati: Alessiani ne riproduce, sui suoi disegni, una distanza più regolare di quanto appaia in realtà sulle foto. Questa imprecisione tuttavia non diminuisce di un millimetro la valenza dell’esame che il medico ne fornisce. Alessiani dice che il disegno che ne risulta ricorda “un quattro di quadri coricato”, i realtà i quattro fori non sono a distanza così precisa tra loro, in ogni caso parliamo di quattro fori di entrata ai quali corrispondono i quattro di uscita sul dorso abbastanza in linea.

Nove fori, nove colpi inferti in vita. Posizionati in maniera disparata l’uno dall’altro salvo per i quattro alla clavicola. Un’esecuzione prevede una dinamica del tutto diversa da quella prospettata dall’esame qui riferito. Alessiani parla di “polispazialità per angolazioni che testimoniano una chiarissima polispazialità per angolazioni da inclinazioni diverse per armi sparanti come se il bersaglio fosse estremamente mobile in tempi successivi brevissimi”.

E poi c’è quel colpo sotto il mento. Se il bersaglio fosse in piedi di fronte a chi spara, se fossimo di fronte a una “esecuzione”, come potrebbe andare, un proiettile, a colpire la parte sottostante del mento? Vediamo ancora Alessiani: “Il colpo sotto il mento, in piena verticalità di tramite, esclude il bersaglio all’impiedi, quello al fianco, che simula addirittura un colpo sparato dall’alto, una orizzontalità dell’arma. La soluzione è quella di una colluttazione con tentativo di disarmo del soccombente, iniziale”.

Il medico si dilunga poi in tecnicismi che, per quanto utili, è impossibile dettagliare qui. Diremo dunque, sintetizzando, che ricostruisce una dinamica di colluttazione, di contrasto, che – come abbiamo sommariamente visto fin qui – ben spiegherebbe i fori di cui abbiamo parlato. Di certo è del tutto da escludere, in ogni caso, la possibilità di una “esecuzione” così come ce l’hanno propinata per decenni.

I proiettili inoltre, lo abbiamo accennato in una precedente puntata di questo speciale, non sono tutti appartenenti alla stessa arma. I quattro colpi alla clavicola vennero sparati da una mitraglietta, al contrario degli altri esplosi invece da una pistola. Dice Alessiani che essi “sono senz’altro di raffica a bruciapelo” e aggiunge: “è caratteristica delle mitragliette la distanzialità dei loro effetti già nel modesto allontanarsi del bersaglio. Potrebbero essere stati esplosi da persona intervenuta a dar manforte allo sparatore di pistla e che per non colpirlo ha indirizzato la raffica sulla spalla sinistra del soccombente, unica regione di questi, ancora scoperta durante la colluttazione oppure per altre contingenze che fanno presupporre nella fattispecie la presenza e l’intervento di una quarta persona (C. Petacci), ragione volontaria o involontaria  deviante l’arma in eccentricità”. È chiaro che – e lo dice lo stesso Alessiani – quanto a ciò che accadde e alle esatte modalità della colluttazione, siamo nel campo delle possibilità/probabilità. Ma sulle vicende sopra esposte si è nell’ambito dell’analisi scientifica, e non si può sostenere il contrario di ciò che dicono le prove.

 

Contraddizioni e bugie, esami condotti male e resoconti superficiali: per rendere ancora più difficile la ricerca della verità

E anche le foto dell’epoca raccontano un’altra storia

Gli abiti intatti, il mancato esame della salma prima della preparazione sul tavolo settorio: troppe stranezze aleggiano su quel giorno di aprile

“Fermarsi solo sull’apprezzamento della polispazialità dei colpi d’arma da fuoco inferti al Mussolini e dunque non conformi a una esecuzione capitale è ingiusto verso di me e quest’opera; andiamo dunque ad indagare altre componenti dimostrative; le più importanti”. Al fine di rendere più precisamente possibile al lettore i contenuti della sua indagine, Alessiani riferisce anche elementi utili circa la polvere da sparo, facendo anche le opportune distinzioni del caso tra vari tipi di polveri. Qui dobbiamo accelerare, però, e dunque siamo costretti, almeno per ora, a sorvolare anche su quanto riferisce Alessiani riguardo a Claretta Petacci, sul corpo della quale come sappiamo non venne effettuato alcun esame nell’aprile del 1945. Ne parleremo nella prossima puntata. Stringendo, Alessiani ripercorre le vicende dei corpi basandosi sulle foto successive alla morte, dunque quelle di piazzale Loreto e poi dell’obitorio, rilevando – come abbiamo avuto modo di dire – che gli abiti di Mussolini sono intatti, non presentano fori, e che dunque probabilmente è stato rivestito dopo la morte. Il lettore ricorderà la faccenda dello stivale rotto, probabilmente calzato a forza con il rigor già in corso. Ne parlammo anche quando trattammo l’eloquente lavoro di indagine di Giorgio Pisanò, nell’aprile del 2014. Così come abbiamo già riferito circa il “tatuaggio” prodotto dalla polvere da sparo sul corpo in caso di esplosione ravvicinata. A questo proposito, Alessiani nel prosieguo del suo lavoro spiega con precisione e in maniera estremamente tecnica il comportamento dell’alone escoriativo emorragico, dell’ustione, del tatuaggio, dell’affumicatura e così via, cosa non riproponibile qui non avendo a disposizione lo spazio di un manuale di medicina legale. Possiamo però riferire come ancora una volta il medico torna su un tema essenziale, denunciando che “non esiste la descrizione dello status del cadavere quale ispezione pre-autoptica, che avrebbe dovuto descrivere anche i vestimenti nelle loro alterazioni tissutali”. Ne abbiamo già parlato, una faccenda gravissima.

Nella prossima puntata di questo speciale tenteremo di chiudere – almeno per il momento, ma questa storia è talmente brutta e complicata che difficilmente si riuscirà mai a metterci la parola fine – questo speciale sul lavoro di Aldo Alessiani e andremo a vedere anche le deduzioni del medico sulla vicenda della Petacci. Poi esamineremo altri documenti, renderemo ancora altre testimonianze, faremo altre considerazioni. La verità esatta di come andarono le cose in quel giorno del 28 aprile del 1945 forse non sapremo mai, troppe le contraddizioni, spesso forse orchestrate proprio per confondere le acque e rendere sempre più difficile la ricerca della verità.  Ma almeno sapremo come di sicuro non può essere andata.

emoriconi@ilgiornaleditalia.org

Emma Moriconi

 
 
 
 
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