4 DICEMBRE”TUTTE LE CAMPANE” : 2 PUNTI DI VISTA – E’ UN’ALTRA COSTITUZIONE ( LUIGI FERRAJOLI “CONTRO” ) REFERENDUM 100 VOLTE NO ( MANIFESTO DEL CESI ) E ALTRO


4 DICEMBRE“TUTTE LE CAMPANE”   : 2 PUNTI DI VISTA – E’ UN’ALTRA COSTITUZIONE ( LUIGI FERRAJOLI “CONTRO” ) REFERENDUM 100 VOLTE NO ( MANIFESTO DEL CESI ) E ALTRO

 

SCHIERATI
PER UNA SCELTA DI CAMPO
SIAMO PER IL “NO”
 
 
[ “AZIMUT” ] – 4 DICEMBRE“TUTTE LE CAMPANE”   : 2 PUNTI DI VISTA – E’ UN’ALTRA COSTITUZIONE ( LUIGI FERRAJOLI “CONTRO” ) REFERENDUM 100 VOLTE NO ( MANIFESTO DEL CESI ) E ALTRO 
[ “AZ.” – 7.11.’16 ]
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“NO” – FERMA IL DECLINO DELLA PATRIA ! 4 DICEMBRE 2016 – IL NOSTRO APPELLO
Inno del Regno delle Due Sicilie – Zampogne d’Abruzzo – YouTube
[ “AZ.” ] – FERMA IL DECLINO DELLA PATRIA ! 4 DICEMBRE 2016 – IL NOSTRO APPELLO [ “AZIMUT-NEWSLETTER” : 6 NOVEMBRE 2016 ] – “AZIMUT” ASSOCIAZIONE CULTURALSOCIALE NAPOLI – Associazione Azimut, Naples, Italy. – – https://azimutassociazione.wordpress.com  – LO SCETTRO APPARTIENE AL POPOLO SOVRANO – FERMA IL DECLINO DELLA PATRIA ! – ( …) “…la ciccia della riforma costituzionale di Renzi sta tutta nel nuovo articolo 117. Se il 4 dicembre vinceranno i “Sì”, infatti, il principale effetto sarà il completamento del percorso iniziato con i governi Monti e Letta: il completo e assoluto asservimento dell’Italia all’Ue. Un rischio di cui non troverete traccia sul quesito referendario(..)Chi racconta che la nostra Nazione non possa fare diversamente in quanto membro dell’Ue, dice balle. ( …) Ciò vuol dire che una Costituzione che conservi margini di sovranità nazionale è possibile. Basta volerlo.Qui non è questione di destra o sinistra, renziani o antirenziani, ma della sovranità dell’Italia. Difendiamola.” [IL “ROMA” – 3 NOVEMBRE 2016 – Almeno 117 motivi per difendere l’Italia – stralci dall’articolo di Gianluca Pettinato] – REVISIONE COSTITUZIONALE [  VOTA NO ] – NESSUN DORMA –  

Arturo Stenio Vuono :  presidente di “Azimut” – Napoli – 
team azimut online:  Fabio
Pisaniello webm. adm. des. – 
Uff. Stampa Associaz. “Azimut” :   Ferruccio Massimo Vuono – 

https://twitter.com/AssAzimut – [  VOTA NO ] –

“AZIMUT” ASSOCIAZIONE CULTURALSOCIALE NAPOLI –

Associazione Azimut, Naples, Italy. – 
“AZIMUT” – VIA P. DEL TORTO, 1 –  80131 NAPOLI 
[ ex : Prima Traversa Domenico Fontana ) 
TEL. 340. 34 92 379 / FAX: 081.7701332 – 
azimutassociazione@libero.it –  

associazioneazimut@tiscali.it –  an.arenella@libero.it – massimovuono@libero.it –  [ PER IL NO ] – VISITA IL SITO – REPETITA IUVANT : SE DOPO AVERCI LETTO ANCORA L’ARZIGOGOLO – L’ESERCIZIO DEI SE O MA – E FARETE I BASTIANCONTRARI – IL SOTTO : IL SOTTO CHE FACCIAMO NOSTRO…..( E PAOLO BARNARD, CHIARAMENTE, DIXIT : “…So bene che non siete capaci di reagire, non lo fareste neppure ad appiccarvi fuoco, inutili vigliacchi. Non mi scrivete…” ) – prossimamente in rete – “NO” – FERMA IL DECLINO DELLA PATRIA !

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27 ottobre ( . . . )

Non sono modifiche, è un’altra Costituzione

La legge di revisione costituzionale Renzi-Boschi investe l’intera seconda parte della Costituzione: ben 47 articoli su un totale di 139. Non è quindi, propriamente, una “revisione”, ma un’altra costituzione, diversa da quella del 1948. Di qui il suo primo, radicale aspetto di illegittimità: l’indebita trasformazione del potere di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138, che è un potere costituito, in un potere costituente non previsto dalla nostra Costituzione e perciò anticostituzionale ed eversivo.
La differenza tra i due tipi di potere è radicale: il potere costituente è un potere sovrano, che l’articolo 1 attribuisce al “popolo” e solo al popolo, sicché nessun potere costituito può appropriarsene; il potere di revisione è invece un potere costituito, il cui esercizio può consistere soltanto in singoli e specifici emendamenti onde sia consentito ai cittadini, come ha più volte stabilito la Corte Costituzionale, di esprimere consenso o dissenso nel referendum confermativo alle singole revisioni. È una questione elementare di grammatica giuridica: l’esercizio di un potere costituito non può trasformare lo stesso potere del quale è esercizio in un potere costituente senza degradare ad eccesso o peggio ad abuso di potere.
Ma ancor più gravi sono la forma e la sostanza della nuova costituzione. Per il metodo con cui è stata approvata e per i suoi contenuti, questa legge di revisione è un oltraggio non tanto e non solo alla Costituzione del 1948, ma al costituzionalismo in quanto tale, cioè all’idea stessa di Costituzione.
Innanzitutto per il metodo. Non è con i modi adottati dal governo Renzi che si trattano le costituzioni. Le costituzioni sono patti di convivenza. Stabiliscono le pre-condizioni del vivere civile, idonee a garantire tutti, maggioranze e minoranze, e perciò tendenzialmente sorrette da un consenso generale. Servono a unire, e non a dividere, dato che equivalgono a sistemi di limiti e vincoli imposti a qualunque maggioranza, di destra o di sinistra o di centro, a garanzia di tutti. Così è stato per la Costituzione italiana del 1948, approvata dalla grandissima maggioranza dei costituenti – 453 voti a favore e 62 contrari – pur divisi dalle contrapposizioni ideologiche dell’epoca. Così è sempre stato per qualunque costituzione degna di questo nome.
La costituzione di Renzi è invece una costituzione che divide: una costituzione neppure di maggioranza, ma di minoranza, approvata ed imposta, però, con lo spirito arrogante e intollerante delle maggioranze. È in primo luogo una costituzione approvata da una piccola minoranza: dal partito di maggioranza relativa, che alle ultime elezioni prese il 25% dei voti, corrispondenti a poco più del 15% degli elettori, trasformati però, dalla legge elettorale Porcellum dichiarata incostituzionale, in una fittizia maggioranza assoluta, per di più compattata dalla disciplina di partito e dal trasformismo governativo di gran parte dei suoi esponenti, pur apertamente contrari. Insomma, una pura operazione di palazzo. E tuttavia questa minoranza ha imposto la sua costituzione con l’arroganza di chi crede nell’onnipotenza della maggioranza: rifiutando il confronto con le opposizioni e perfino con il dissenso interno alla cosiddetta maggioranza (“abbiamo i numeri!”), rimuovendo e sostituendo i dissenzienti in violazione dell’articolo 67 della Costituzione, minacciando lo scioglimento delle Camere, strozzando il dibattito parlamentare con “canguri” e tempi di discussione ridotti in sedute-fiume e notturne, ponendo più volte la fiducia come se si trattasse di una legge di indirizzo politico, ottenendo l’approvazione in un clima di scontro giunto a forme di protesta di tipo aventiniano, fino all’ultima, gravissima deformazione del processo di revisione: il carattere plebiscitario impresso al referendum costituzionale dal presidente del Consiglio che lo ha trasformato in un voto su se stesso. Non si potrebbe immaginare un’anticipazione più illuminante di quelli che saranno i rapporti tra governo e parlamento se questa riforma andasse in porto: un parlamento ancor più umiliato, espropriato delle sue classiche funzioni, ridotto a organo di ratifica delle decisioni governative. Del resto, sia l’iniziativa che l’intera gestione del procedimento di revisione sono state, dall’inizio alla fine, nelle mani del governo; laddove, se c’è una questione di competenza esclusiva del Parlamento e che nulla ha a che fare con le funzioni di governo, questa è precisamente la modifica della Costituzione. L’illegittima mutazione del referendum costituzionale in un plebiscito era perciò implicita fin dall’origine del processo di revisione e strettamente connesso a un altro suo profilo di illegittimità: al fatto che il potere di revisione costituzionale, proprio perché è un potere costituito, ammette solo emendamenti singolari e univoci, i quali soltanto consentono che il successivo referendum previsto dall’articolo 138 avvenga, come ha più volte richiesto la Corte costituzionale, su singole e determinate questioni, e non si tramuti, appunto, in un plebiscito.
Si capisce come una simile revisione – quali che fossero i suoi contenuti, anche i più condivisi e condivisibili – meriti comunque di essere respinta, soltanto per il modo con cui è stata approvata. Giacché essa è uno sfregio alla Costituzione repubblicana, dopo il quale la nostra costituzione non sarà più la stessa perché non avrà più lo stesso prestigio. Le costituzioni, infatti, valgono anche per il carattere evocativo e simbolico del loro momento costituente quale patto sociale di convivenza. Questa nuova costituzione sarà percepita come il frutto di un colpo di mano, di un atto di prepotenza e prevaricazione sul Parlamento e sulla società italiana. Sarà la costituzione non della concordia ma della discordia; non del patto pre-politico, ma della rottura del patto implicito in ogni momento costituente: indipendentemente dai contenuti.

Ma sono precisamente i contenuti l’aspetto più allarmante della nuova costituzione. Si dice che con essa viene superato il bicameralismo perfettamente paritario. È vero. Ma il superamento del bicameralismo perfetto avviene con la sua sostituzione con un monocameralismo sommamente imperfetto. Imperfetto per due ragioni.
In primo luogo perché la seconda Camera non è affatto abolita, ma sostituita da un Senato eletto non dai cittadini, come vorrebbe il principio della sovranità popolare, ma dai Consigli regionali “in conformità” – non è chiaro in quali forme e grado – “alle scelte espresse dagli elettori”, e tuttavia dotato di molteplici competenze legislative. Contrariamente alla semplificazione vantata dalla propaganda governativa, ne seguirà un’enorme complicazione del procedimento di approvazione delle leggi. Basti confrontare l’attuale articolo 70 della Costituzione composto da una riga – “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” – con il suo nuovo testo, articolato in sette commi lunghi e tortuosi che prevedono ben quattro tipi di leggi e di procedure: a) le leggi di competenza bicamerale, come le leggi costituzionali, le leggi di revisione costituzionale, le leggi elettorali e altre importanti e numerose leggi sull’ordinamento della Repubblica; b) tutte le altre leggi, di competenza della Camera ma a loro volta differenziate, a seconda del grado di coinvolgimento del Senato nella loro approvazione, in tre tipi di leggi: b1) le leggi il cui esame da parte del Senato può essere richiesto da un terzo dei suoi componenti e sulle cui modificazioni la Camera si pronuncia a maggioranza semplice in via definitiva; b2) le leggi di cui all’articolo 81 4° comma, le quali vanno sempre sottoposte all’esame del Senato, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data di trasmissione; b3) le leggi di attuazione dell’articolo 117, 4° comma della Costituzione, che richiedono sempre l’esame del Senato e le cui modificazioni a maggioranza assoluta dei suoi componenti sono derogabili solo dalla maggioranza assoluta dei componenti della Camera.
All’unico procedimento bicamerale attuale vengono dunque sostituiti quattro tipi di procedure, differenziati sulla base delle diverse materie ad esse attribuite. È chiaro che questo pasticcio si risolve in un’inevitabile incertezza sui diversi tipi di fonti e procedimenti, ancorati alle diverse ma non sempre precise e perciò controvertibili competenze per materia. Il comma 6° del nuovo articolo 70 stabilisce che «i Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza». Ma come si risolverà la questione se i due presidenti non raggiungeranno un accordo? E comunque l’incertezza e l’opinabilità delle soluzioni adottate rimangono, e rischiano di dar vita a un contenzioso incontrollabile su questioni di forma che finirà per allungare i tempi dei procedimenti e per investire la Corte Costituzionale di una quantità imprevedibile di ricorsi di incostituzionalità per difetti di competenza.

Ma c’è soprattutto una seconda ragione, ben più grave e di fondo, che rende inaccettabile il monocameralismo imperfetto introdotto da questa revisione: la trasformazione della nostra democrazia parlamentare, provocata dalla legge elettorale maggioritaria n. 52 del 6 maggio 2015, in un sistema autocratico nel quale i poteri politici saranno interamente concentrati nell’esecutivo, e di fatto nel suo capo, ben più di quanto accada in qualunque sistema presidenziale, per esempio negli Stati Uniti, dove è comunque garantita la netta separazione e indipendenza del Congresso, titolare del potere legislativo, dal Presidente. Il sistema monocamerale infatti, in una democrazia parlamentare, implica un sistema elettorale puramente proporzionale, in forza del quale i governi e le loro maggioranze si formano in maniera trasparente in Parlamento, quali frutti del dibattito e del compromesso parlamentare, e restano costantemente subordinati alla volontà della Camera della quale il governo è espressione. Solo così il monocameralismo è un fattore di raffor­zamento, anziché di emarginazione del Parlamento: solo se l’unica Camera – la Camera dei deputati – viene eletta con un sistema elettorale perfettamente proporzionale, in grado di rappresentare l’intero arco delle posizioni politiche, di garantire perfettamente l’uguaglianza del voto, di riflettere pienamente il pluralismo politico e, soprattutto, di assicurare costantemente la presenza e il ruolo di controllo delle forze di minoranza e di opposizione. È stato solo questo il monocameralismo proposto in passato dalla sinistra: quello che, grazie alla massima rappresentatività ed efficienza decisionale dell’unica Camera, alla sua composizione pluralista e alla forza delle opposizioni, assicura quella che chiamavamo la “centralità del Parlamento”, cioè il suo ruolo di indirizzo politico e di controllo sull’attività del governo quale si conviene a una democrazia parlamentare.

Fonte: https://www.left.it/…/non-sono-modifiche-e-unaltra-costitu…/

 
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4 DICEMBRE“TUTTE LE CAMPANE” : 2 PUNTI DI VISTA – REFERENDUM 100 VOLTE NO ( MANIFESTO DEL CESI )
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REFERENDUM 100 VOLTE NO , IL MANIFESTO DEL CESI

Il “CESI – Centro di studi politici ed iniziative culturali” con sede a Roma, fondato dal professor GAETANO RASI, presidente onorario, ed attualmente presieduto dal professor Franco Tamassia, ha costituito tra i propri soci un “Comitato Costituenti per il NO al referendum costituzionale” composto dal sottoscritto vicepresidente Nazzareno Mollicone e dai componenti del consiglio direttivo Mario Bozzi Sentieri (giornalista e scrittore), Carlo Alberto Biggini (imprenditore) Edoardo Burlini (esperto finanziario) Giuliano Marchetti (commercialista) Cristiano Rasi (funzionario bancario).
I costituenti del Comitato hanno diffuso un “Manifesto” in cui affermano che una “democrazia compiuta” che attui ed integri le disposizioni e lo spirito della Costituzione Repubblicana non può avvenire mediante le cosiddette riforme sottoposte al parere del popolo italiano dalla maggioranza parlamentare (peraltro dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale) che sostiene il governo Renzi le quali invece peggiorano il procedimento legislativo, non riducono i costi reali della politica, compromettono – mediante la parallela approvazione della legge elettorale definita “Italicum” – la sovranità popolare ed indirettamente le libertà democratiche, restringono la partecipazione diretta da parte dei cittadini con le modifiche introdotte alle proposte di legge d’iniziativa popolare ed ai referendum, indeboliscono l’equilibrio tra i poteri costituzionali.
I costituenti del Comitato del NO propongono invece che un nuovo governo, a seguito di un apposito incarico dal presidente della Repubblica e di una specifica delega, indica l’elezione su base proporzionale di un’apposita “assemblea costituente” per riformulare la Costituzione alla luce dell’esperienza maturata, della nuova situazione nell’ambito della Comunità Europea, dell’avvio di un funzionamento partecipato delle istituzioni mediante il coinvolgimento del “Paese reale” al fine di realizzare una “democrazia compiuta”. Non si tratta quindi di una posizione “conservatrice” ma invece della volontà di modificare la Costituzione con il consenso popolare per una migliore partecipazione alla gestione della cosa pubblica da parte delle categorie produttive della Nazione.
Il Comitato dei Costituenti per il NO si propone di collaborare con tutte quelle organizzazioni e comitati che intendono respingere la modifica costituzionale sottoposta al referendum perché pasticciata e pericolosa per gli equilibri istituzionali: ciò ovviamente senza alcuna rinuncia ai suoi postulati per una nuova Costituzione veramente rappresentativa del popolo italiano.

IL MANIFESTO

Il Comitato Costituenti per il NO rivolge un appello agli italiani per respingere la riforma della Costituzione imposta al Parlamento e all’Italia dal Governo Renzi per abolire i residui di sistema democratico ancora esistenti nel Paese ormai in balia di una crisi epocale.Il Comitato Costituenti per il NO si attiva per la ricostruzione dell’Italia sulla base di una democrazia compiuta, cioè di una democrazia, che per la chiarezza e la categoricità delle sue istituzioni sia integrale espressione del volere dei cittadini attraverso istituti che li rappresentino nelle loro idee, nelle loro esperienze e capacità e nelle loro prospettive per il futuro.

Ecco le motivazioni giuridiche e politiche del nostro NO.

1.Motivazioni giuridiche

•È una riforma sostanzialmente illegittima In primo luogo perché è stata prodotta da un Parlamento eletto con una legge elettorale (Porcellum) dichiarata incostituzionale dalla Corte competente. In secondo luogo perché toglie potere a questo stesso Parlamento illegittimo dal momento che la Costituzione viene riformata mortificando la partecipazione dei parlamentari che hanno accettato le imposizioni del Capo del Governo sotto la minaccia dello scioglimento delle Camere e la conseguente perdita del vitalizio.•Peggiora il procedimento legislativo – Peggiora la formazione delle leggi perché la rende più eterogenea e complessa moltiplicando fino a dieci i procedimenti legislativi. •Non riduce i costi autentici della politica – I costi del Senato, previsti dalla riforma, sono ridotti solo di meno di un quinto. Permangono invariati i costi della struttura burocratico-organizzativa del Senato come istituto. Gli emolumenti riguardanti i senatori sono sostituiti dalle diarie e dai rimborsi per i viaggi e le permanenze a Roma dei delegati delle Regioni e dei Comuni. – Viene annullata la rappresentanza diretta da parte dei cittadini in quanto i “nuovi senatori” non sono liberi di esprimersi secondo coscienza e nell’interesse generale, ma impegnati, con sostanziale mandato imperativo, rivolto alla tutela degli interessi localistici. Il nuovo meccanismo costituzionale mortifica il ricambio della classe dirigente e radica la dipendenza dalle oligarchie di vertice del Partito che li esprime.

2.Motivazioni politiche  •Compromette la sovranità popolare e le libertà democratiche – In combinazione con la nuova legge elettorale (Italicum) già approvata, espropria la sovranità al popolo e la consegna a una minoranza parlamentare che solo grazie al premio di maggioranza si impossessa di tutti i poteri. Il Capo del Governo non avrà più una reale opposizione. Di fatto viene instaurato un Regime peggiore di quello a Partito unico in quanto la maggioranza artificiale conferita al Partito di maggioranza relativa annullerebbe la funzione degli altri Partiti che tuttavia, permanendo in Parlamento, darebbero la falsa idea di una democrazia pluripartitica.

•Restringe la partecipazione diretta da parte dei cittadini.Perché triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare. •Compromette l’equilibrio tra i poteri costituzionali Perché mette gli organi di garanzia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale) in mano alla falsa maggioranza prodotta dal premio.•Mantiene sostanzialmente il bicameralismo paritario Il bicameralismo viene mantenuto ma più complesso proprio perché il Senato ha una nuova composizione. I nuovi conflitti di competenza tra Stato e Regioni, tra Camera e nuovo Senato, andranno a vantaggio delle forze del separatismo che prevarranno su quelle dell’unità. I Senatori, non dovendo confrontarsi in maggioranza e minoranza sulla base di valori politici, rappresenteranno solo le rispettive entità locali e i loro interessi a scapito dell’interesse nazionale inutilmente rievocato: nel nuovo art. 67 i parlamentari non rappresenteranno più la Nazione.

3.Unico rimedio: un Parlamento costituente

•Il cambiare tanto per cambiare potrà solo peggiorare la situazione Se vince il SÌ non ci sarà un miglioramento ma un peggioramento della situazione italiana. Questo sarà l’unico cambiamento. Il Governo sarà prepotente alla Camera e il Senato inciderà nelle decisioni costituzionali, comunitarie e di bilancio. Si aggraveranno i problemi che già affliggono l’Italia: più immigrazioni senza controllo, più disordine pubblico, più disoccupazione, più miseria, più disparità sociali, più conflitti sociali, più scioperi, più debito pubblico, più isolamento europeo e internazionale. Questa riforma conserva e rafforza il potere esecutivo a danno del potere legislativo abbandonando il Paese nelle mani di una oligarchia che bloccherà il ricambio politico e sociale.
•L’attuale Costituzione non può essere riformata che in peggioL’attuale Costituzione non può essere riformata che in peggio perché, con il pretesto della stabilità, il Governo cercherà solo di rendere stabili gli interessi dei suoi componenti e la loro permanenza al potere.Chi vuole salvaguardare la Costituzione “più bella del mondo” deve tenere presente che è anche la più ambigua e lacunosa (e pertanto la più inapplicata e disapplicata) a cominciare dalla genericità del criterio che dovrebbe difendere l’esercizio della sovranità da parte del Popolo (art. 1), passando per la non applicazione, parziale o totale, per esempio degli artt. 43, 45, 46, 47, fino all’assenza di principi che garantiscano la vera e reale rappresentatività democratica nelle leggi elettorali (art.56). Tali lacune e genericità hanno permesso il Porcellum e l’Italicum dichiarati dalla Corte costituzionale parzialmente incostituzionali perché redatti sulla base di arbitrarie allusioni a principi inesistenti. La storia insegna che molti governi non democratici (quelli che si vorrebbe scongiurare) si sono pacificamente instaurati grazie a Costituzioni ambigue e lacunose ed a leggi elettorali che alterano la reale rappresentanza popolare.
•Votare NO per far riprendere il dialogo fra italiani e perla rinascita dell’Italia Gli italiani dicono: – NO perché vogliono partecipare effettivamente alla vita politica e alla scelta dei propri rappresentanti; – NO perché vogliono che le leggi sul lavoro vengano poste dai loro rappresentanti politici e sindacali e non vengano imposte dalle multinazionali a un governo fantoccio; – NO perché vogliono che i produttori italiani si possano confrontare alla pari sui mercati europei e internazionali; – NO perché vogliono contare veramente in Europa e nel mondo.

AL REFERENDUM SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE RENZI-BOSCHI GLI ITALIANI VOTANO NO per potersi esprimere liberamente in un confronto genuinamente democratico e senza condizionamenti prestabiliti e pertanto chiedono la convocazione di un parlamento costituente eletto con un sistema proporzionale sulla base di una legge emanata da un governo a ciò delegato.

IL SERVIZIO CONTINUA
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4 DICEMBRE


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ALTRO ( tratto dal web )
IL NOSTRO SUD [ delle Calabrie ]
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Rosso: è il colore che ci viene in mente quando pensiamo alla cucina calabrese. Il peperoncino, la ‘nduja, la cipolla di Tropea sono i protagonisti della gastronomia dell’estrema propaggine peninsulare del nostro Paese. Ma la Calabria è questo e molto, molto altro. Montagne e colline racchiuse in 700 km di coste, una delle cucine regionali italiane più essenziali, semplici e povere ma allo stesso tempo dai sapori forti e dagli aromi ricchi. Terra e mare, pastorizia, pesca, agricoltura: tutto contribuisce a creare una cucina dal carattere netto e ben delineato. Ma vediamo insieme in quali piatti e prodotti si esprime al meglio la cucina calabra.

1) Lagane e ciciari ara cusentina: piatto poverissimo che viene da lontano, le lagane sono tra le prime tipologie di pasta attestata nei testi antichi: simili alle tagliatelle, ma impastate solo con acqua e farina, vengono cotte in acqua salata, e poi condite con un soffritto di olio, aglio e peperoncino e ceci, lessati a parte.

 
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4 DICEMBRE

2) Pasta e patate ara tijeddra: è la versione semplice della pasta ‘ncasciata o pasta a lu furnu, dove entrano in gioco salumi, uova sode, carne, caciocavallo e provola. Qui invece troviamo solo pasta, patate, sugo, formaggio e mollica di pane raffermo. La caratteristica di questo piatto è che gli ingredienti vengono cotti tutti insieme a crudo, prima sul fuoco, poi con un breve passaggio in forno, per gratinare il tutto con una bella crosta croccante.

3) Maccheroni col ferretto: è la classica pasta fresca delle regioni meridionali, a base di semola rimacinata di grano duro e acqua. Il ferretto, da cui prendono il nome, è lo strumento utilizzato ancora oggi per la preparazione di questo piatto. Anticamente, per creare il foro di questo formato di pasta, veniva utilizzato un piccolo giunco che si intagliava per renderne la sezione quadrata. I maccheroni sono conditi con sughi molto ricchi, come ragù di manzo, maiale o capra, oppure con la famosissima ‘nduja.

4) Licurdia: piatto poverissimo, questa zuppa può contenere diverse verdure, come scarola, bietole, asparagi o carote, in base alla zona in cui viene preparata. Ma l’ingrediente principale è la cipolla rossa di Tropea, protagonista assoluta con la sua forza e la sua dolcezza. Le verdure sono cotte con strutto e acqua per diversi minuti, una volta disfatte e divenute una succulenta crema, vengono disposte in un piatto, sopra fette di pane abbrustolito. Con peperoncino e pecorino a chiudere.

5) Frittole e curcuci: street food vero e proprio viene preparato in strada, davanti alle macellerie. Questo piatto è l’ulteriore riprova che “del maiale non si butta via nulla“. In capienti pentole, generalmente di rame, foderate di cotenna, dopo aver fatto sciogliere per bene il grasso, si gettano parti del collo, della guancia, i rognoni, il muso, la lingua, le orecchie, la pancia e tutte le altre parti povere del maiale difficili da inserire in altre preparazioni. Dopo una lenta e lunghissima cottura (da 6 a 8 ore), si avrà una carne impregnata di grasso e quindi morbidissima e tenera. I piccoli pezzi di carne rimasti sul fondo della pentola, la sugna e la cotenna, una volta solidificate, vengono recuperate e prendono il nome di curcuci (qualcosa di simile ai ciccioli). Possono essere conservati e utilizzati per insaporire altri piatti come per esempio i vermicelli o la polenta con i broccoli.

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6) Mazzacorde alla cosentina: e dopo il maiale, l’agnello. Anche in questo piatto si recuperano le parti meno nobili dell’animale: polmone, milza, cuore, trippa, rete vengono tritati grossolanamente e avvolti nelle budella dell’agnello. Dopo una breve rosoltaura in olio e cipolla, si aggiungono pomodori, alloro e altre erbe aromatiche. Si accompagnano con peperoni e patate rosolati; per un secondo piatto tra i più tradizionali e ghiotti di questa terra.

7) Pescespada: a ricordarci che quella calabrese è anche cucina di mare, e qui, come nella vicina Sicilia, il protagonista diventa il pesce spada, ingrediente principale di diversi piatti. Può essere preparato allariggitana, con solo olio, aglio e prezzemolo; alla bagnarota, cotto a bagnomaria con limoni e capperi; arrostito e condito con salmoriglio, cioè una salsa a base di olio, acqua calda, aglio, prezzemolo e origano; oppure alla ghiotta, variante tipica del reggino (e del messinese), con pomodoro, capperi e olive.

4 DICEMBRE

8) Stoccafisso alla Mammolese: qui parliamo invece del pesce essiccato, un tempo parte integrante della dieta delle classi sociali meno agiate che non potevano permettersi il pescato fresco. In Calabria, lo stocco rientra in una miriade di ricette: si prepara con funghi, con fagioli, in insalata con limone e prezzemolo e in molti altri modi. Ma quello più importante rimane lo stocco alla Mammolese: in questo paese della provincia di Reggio, famoso per la lavorazione artigianale di questo prodotto, il merluzzo essiccato, rinvenuto in acqua, viene cotto con salsa di pomodoro, patate, peperoni e olive. Dal 1979, nel borgo medievale della cittadina, il 9 agosto si tiene una sagra dedicata a questo piatto.

9) Gelato alla crema reggina: come mote altre ricette della cucina italiana, la creazione di questo piatto viene fatta risalire ad una casualità, nella fattispecie a un pasticciere sbadato, che non avendo farina per legare una crema pasticciera, decise di utilizzare il rum. Consumata per lo più come gelato, questa golosa preparazione di colore rosa rientra nel catalogo dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali calabresi riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.

 

1010) Mostaccioli: originari di Soriano Calabro, ma ormai diffusi in tutta la regione, sono biscotti secchi, duri e compatti, preparati con miele e farina e a volte arricchiti con mosto caldo. I maestri mostacciolaririescono a dare all’impasto forme animali, floreali e antropomorfe e decorano le loro creazioni con variopinta carta stagnola, dando vita a vere e proprie opere d’arte. Se vi trovate in Calabria e state per acquistarne uno, probabilmente c’è aria di festa in giro. Sono dolci tipici delle fiere, delle sagre e delle ricorrenze patronali, pasquali e natalizie.

Articolo scritto interamente da: http://www.agrodolce.it

Articolo originale:http://www.agrodolce.it/2014/07/08/i-piatti-tradizionali-della-calabria/

Ci complimentiamo in oltre con Agrodolce.it per il fantastico e dettagliato articolo che valorizza la nostra terra..

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“AZIMUT” ASSOCIAZIONE CULTURALSOCIALE NAPOLI – IN RETE :
 direzione responsabile: presidenza Associazione
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 Uff. Stampa Associaz. “Azimut” :   Ferruccio Massimo Vuono 
(Arturo Stenio Vuono :  presidente di “Azimut” – Napoli)
 
REFERENDUM 4 DICEMBRE 2016
 

 

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