UN “NO” PER LA LIBERTA’ E LA SOVRANITA’ – GLI ARTICOLI ( dal “SECOLO d’ITALIA” ) – LEHNER SU COSENTINO E ALTRO


UN “NO” PER LA LIBERTA’ E LA SOVRANITA’ – GLI ARTICOLI ( dal “SECOLO d’ITALIA” ) – LEHNER SU COSENTINO E ALTRO

UN “NO” PER LA LIBERTA’ E LA SOVRANITA’ – GLI ARTICOLI ( dal “SECOLO d’ITALIA” ) – LEHNER SU COSENTINO E ALTRO [ “AZ.” – 19.11.’16 ]
 
IN COPERTINA
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[ “AZIMUT” : I QUATTRO E LA QUADRIGLIA  ] – quadriglia 1 Ballo figurato a coppie contrapposte, dal ritmo vivace, con numerose figure || Musica con cui si balla tale danza 2 SPORT In alcuni giochi di palla, insieme di quattro giocatori che formano una squadra 3 ant. Piccola schiera di armati che combatteva staccata da ogni altro corpo || Gruppetto di cavalieri che combattevano uniti nelle giostre e nei tornei | Formazione militare in ordine chiuso costituita di tante righe di quattro uomini ciascuna, a contatto di gomito [“AZIMUT” : I QUATTRO CHE MENANO LE DANZE….]

LA QUADRIGLIA – ballo di originine francese eseguito da … – YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=pSBpiPLPR4U

08 gen 2011 – Caricato da Luciano Flamminio

Coro folk “Tommaso Coccione” di Poggiofiorito (CH) – Italia – Direttore M° Camillo Coccione – Maestro …

 
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Risultati immagini per il conto alla rovescia è iniziato “SI” E “NO” – ” CONTO ALLA ROVESCIA ” [ forza “No” ] – 4 DICEMBRE ALLE PORTE – AIUTATECI A DIFENDERVI ! PER IL “NO” E UN FRONTE UNITO DI CONCORDIA NAZIONALE [ bussate alle porte degli indecisi ] – PRIMA L’ITALIA AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE PER IL “NO” [ contattate i nostri connazionali all’estero ] – Per una nazione libera e un paese sovrano:il  “NO” !
grazie
 
l'immagine del profilo di Lorenzo Fabio Romano
PRIMA L’ITALIA
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Politica
IL FONDO – tratto dal “Secolo d’Italia”
in questo numero – dal quotidiano – altri 5 articoli [ vedi : oltre ]
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La post-verit�? Non l’ha inventata Trump, ma l’Europa dei Lumi

La post-verità? Non l’ha inventata Trump, ma l’Europa dei Lumi

giovedì 17 novembre 2016 

La parola dell’anno, secondo l’Oxford Dictionary, è post-verità (post-truth) e sta ad indicare un clima e un atteggiamento che danno lo stesso valore a un fatto vero e a un’opinione. Una scelta dettata dall’era Trump. Nella sua accezione negativa, il linguaggio della post-verità è attribuito in politica ai populisti, nella sua accezione positiva è il portato, assolutamente democratico, dei dibattiti in rete dove chiunque apra un account o un profilo fb si autopromuove al rango di opinionista. In ogni caso un fenomeno con cui fare i conti.

Alcuni opinionisti hanno fatto notare, e non senza ragione, che demonizzare la post-verità per dare addosso ai leader populisti è un boomerang: infatti il valore delle emozioni, delle suggestioni, delle mozioni degli affetti in politica è innegabile e difficilmente cancellabile. Inoltre la cultura occidentale è immersa nel paradigma del logos, del verbo, del ragionamento, della parola che manipola la realtà anche senza puntare alla verità. Un dibattito vecchio quanto la storia della filosofia.

Inoltre i difetti della post-verità non sono inferiori a quelli del credo ideologico, in virtù del quale le verità venivano sbandierate in modo assertivo e fideistico senza prendersi cura non solo dei fatti ma anche della loro dimostrazione. Che l’era post-ideologica conosca dunque una sorta di verità “liquida”, adattabile alle circostanze e anche allo show più seguito del momento, è in fondo la naturale conseguenza dellascomparsa di ogni forma di dottrina e ortodossia nel campo del pensiero politico.

Tra l’altro il fenomeno non è neanche così nuovo come si vorrebbe. Christian Salmon nel suo libro “La politica nell’era dello storytelling” (di cui Repubblica oggi pubblica un estratto) racconta lo scontro tra il giornalista Ron Suskind e un consigliere di George W.Bush, il quale nel 2004 lo apostrofò così: “Voi credete che le soluzioni emergano dalla vostra giudiziosa analisi della realtà osservabile. Non è più così che funziona realmente il mondo. Noi siamo un impero adesso e quando agiamo creiamo la nostra realtà. E mentre voi studiate questa realtà noi agiamo di nuovo e creiamo altre realtà nuove. Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, non resta altro che studiare quello che noi facciamo”.

Ma perché i movimenti antisistema si trovano più a loro agio nel contesto artificiale e artificioso della post-verità? SecondoPierluigi Battista perché si fondano sulla cultura del complotto, sulla negazione delle verità ufficiali e sulla convinzione, non dimostrata, che vi sia una “cupola” che nasconde la verità per propagandarne un’altra del tutto contraffatta e utile al potere. Un’analisi che coglie nel segno ma che riguarda i populismi solo perché essi sono gli ultimi in ordine di tempo a battersi contro l’establishment. In realtà gridare al complotto, inventare di sana pianta una narrazione demonizzante sulla classe dirigente, diffondere l’idea che i governanti sono in raltà i peggiori traditori del loro paese fu uno dei procedimenti attraverso cui le “società di pensiero” dell’epoca illuminista prepararono il terreno alla Rivoluzione francese. Un’operazione di gigantesca disinformazione studiata dal sociologo reazionario Augustin Cochin e raccontata in un libro ormai introvabile, “Meccanica della Rivoluzione” (Rusconi, 1971).

Come si vede, il linguaggio della post-verità ha natali antichi e padrini eccellentissimi (grazie ai quali ancora si attribuisce a Maria Antonietta una frase, quella sulle brioche, che la regina non pronunciò mai). Le sue origini giacobine lo collocano a sinistra ma si tratta di uno strumento trasversale perché, una volta adattato il meccanismo alle società di massa, ciascuno se ne può impadronire e può piegarlo al proprio tornaconto, all’interno dell’eterno duello tra popolo ed élites.

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Nicola Cosentino condannato a nove anni di carcere 
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Nove anni a Cosentino per concorso esterno in associazione camorristica

Nove anni a Cosentino per concorso esterno in associazione camorristica

giovedì 17 novembre 2016 L’ex sottosegretario del Pdl Nicola Cosentino è stato condannato a nove anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per concorso esterno in associazione camorristica. La sentenza del tribunale di S. Maria Capua Vetere è stata appena letta in aula. Il processo lo vedeva imputato per concorso esterno in associazione camorristica in quanto ritenuto dalla Dda il “referente nazionale del clan dei Casalesi”. In aula erano presenti numerosi parenti di Cosentino, tra cui i due figli gemelli, che hanno sempre assistito alle udienze degli ultimi mesi. Prima che il collegio lasciasse l’aula ci sono state le ultime schermaglie tra l’accusa sostenuta dal pm Alessandro Milita e la difesa dell’imputato rappresentata da Stefano Montone e Agostino De Caro. «Per anni – ha detto durante la replica il sostituto procuratore – Cosentino è stato il rappresentante politico sul territorio casertano e non ha mai detto nulla contro il potere dei Casalesi. Questo è sintomo di mafiosità. Questa è cultura del sospetto», ha controreplicato duramente De Caro.

Il verdetto dei giudici

Il collegio del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, presieduto da Giampaolo Guglielmo (a latere Rosaria Dello Stritto e Pasquale D’Angelo), ha anche condannato Nicola Cosentino alla interdizione legale per il periodo della condanna e alla misura di sicurezza della libertà vigilata di due anni, da scontare dopo la pena. I giudici hanno escluso inoltre l’ipotesi del riciclaggio, concernente il presunto cambio da parte di Cosentino degli assegni bancari consegnatigli da emissari del clan; l’ipotesi era ricompresa in quella principale di concorso esterno. I magistrati hanno poi ritenuto la sussistenza della colpevolezza dell’ex sottosegretario fino all’8 dicembre 2005, mentre per il pm Alessandro Milita – che durante la requisitoria aveva chiesto 16 anni di carcere – le condotte incriminate sarebbero andate avanti dal 1980 fin quasi ai giorni nostri. Le motivazioni saranno depositate entro il termine di novanta giorni.

Le perplessità della difesa di Cosentino

«È una sentenza che non mi convince. La valuteremo. Sono convinto che Cosentino non abbia commesso il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, aspettiamo le motivazioni». Così l’avvocato Agostino De Caro, uno dei difensori di Nicola Cosentino, dopo la condanna dell’ex sottosegretario ed ex coordinatore del Pdl campano a nove anni di reclusione. Per il pm Alessandro Milita, la sentenza “rende merito al grande lavoro della Dda, sia dei colleghi attualmente in servizio sia da quelli che iniziarono l’inchiesta”. La sentenza, gli hanno chiesto i cronisti, getta un’ombra sulla politica casertana? «È riduttivo dire un’ombra», è stata la risposta del pm. Circa un’ora prima della lettura della sentenza Cosentino ha lasciato l’aula per tornare nell’abitazione di Venafro (Isernia) dove si trova agli arresti domiciliari.

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Giancarlo Lehner – 

dalla parte di Nicola Cosentino 

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——– Original Message ——–

Subject: Lehner: dalla parte di Nicola Cosentino
Date: Fri, 18 Nov 2016 08:18:04 +0000
From: Giancarlo Lehner 
To:  ( . . . )

Nel corso della XVI legislatura, insieme ad una mezza dozzina di deputati, sostenni l’esigenza di restituire al Parlamento il diritto-dovere costituzionale di legiferare anche in materia penale, disegnando, ad esempio e finalmente, una norma nitida e precisa del concorso esterno, il reato fantasma che si aggira da anni, a mo’ di spada di Damocle, su quanti fanno politica, commercio o imprenditoria in certe regioni italiane. 

La Camera, a stragrande maggioranza pidiellina, lasciò cadere quella che più che una mozione era un imperativo categorico del Legislatore degno di tal nome, confermando l’inadeguatezza politica, culturale e morale della gran parte dei cosiddetti rappresentanti del popolo di destra e di sinistra, cioè i veri responsabili del ventennale squilibrio istituzionale caratterizzato dallo straripamento della corporazione togata, ascesa da Ordine a Potere.

Pur nutrendo fiducia tutt’altro che infinita nella magistratura italiana, voglio sperare che nei gradi successivi verranno riconosciute le ragioni di Nicola Cosentino. 

Lo dico perché, avendolo conosciuto e valutato, lo considero persona stimabile e perbene.

Giancarlo Lehner 

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Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere
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Renzi, ma che combini? La riforma costituzionale è già incostituzionale

Renzi, ma che combini? La riforma costituzionale è già incostituzionale

giovedì 17 novembre 2016 –

Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. La politica italiana ne ha viste e fatte tante, ma la riforma costituzionale viziata da incostituzionalità non s’era mai vista neanche da noi. Almeno fino all’avvento di Matteo Renzi che per la fregola di sfornare una purchessia si ritrova ora in mano un problemino non da poco che va ad aggiungersi alle incongruenze e contraddizioni di cui già abbonda il testo firmato dal ministro Maria Elena Boschi. È successo, infatti, che qualcuno si è accorto il testo approvato dal Parlamento ed in attesa di conferma popolare non può entrare in vigore dal momento che, come ha spiegato il leghista Roberto Calderoli, «non consente il rinnovo di un organo costituzionale quale il Senato».

Calderoli: «La riforma costituzionale confligge con gli statuti regionali»

Il nodo è questo: ove mai la riforma costituzionale superasse il referendum del prossimo 4 dicembre, il nuovo Senatosarebbe composto in gran parte (85 su 100) da esponenti regionali che saranno designati secondo modalità rinviate ad una legge ordinaria. Una mezza porcheria, ma ci può stare. Il problema sorge però con le cinque regioni a statuto speciale –Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Val d’Aosta – che espressamente vietano di cumulare nella stessa persona il ruolo di consigliere regionale a quello di parlamentare. Ne discende che il futuro Senato non potrà essere rinnovato se non dopo la modifica degli Statuti di queste cinque regioni. Sembra facile, ma non lo è perché ogni Statuto può essere modificato dal Parlamento solo con legge costituzionale e sentito il parere delle regioni interessate. Insomma, non proprio una procedura velocissima: «Almeno un anno», è la previsione di Calderoli.

La Finocchiaro (Pd) fa finta di niente: «E noi li cambieremo»

La spiacevole scoperta ha ovviamente spiazzato governo, Pd e maggioranza parlamentare. Qualcuno, nel partito di Renzi, ha tentato di metterci una pezza parlando di automatico recepimento nei cinque Statuti regionali dell’esito del referendum popolare, ma – a lume di Costituzione – la strada è impraticabile. Tanto è vero che, seppur implicitamente, a dare ragione alle perplessità di Calderoli è stata la relatrice del testo Boschi, la senatrice Anna Finocchiaro, la quale pur tra mille distinguo e non senza imbarazzo ha dovuto ammettere che per superare l’impasse «occorrerà una modifica degli statuti». Ovviamente, per la Finocchiaro «non c’è niente di straordinario». A suo giudizio, tutto si ricomporrà: «A meno che – ha aggiunto – non ci sia qualcuno che pensa possibile che ci siano regioni a statuto speciale che non vogliano mandare i propri rappresentanti a comporre il Senato. Francamente mi pare improbabile che il Friuli o la Sicilia rinuncino a sedere in Parlamento con i propri rappresentanti ed a esercitare i poteri conseguenti». E meno male che la riforma costituzionale di questi signori dovrebbe servire a ridurre tempi, costi e poltrone.

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De Luca alla presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi

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De Luca: “Bindi infame, da ucciderla”. Poi spiega: parole rubate da Matrix

De Luca: “Bindi infame, da ucciderla”. Poi spiega: parole rubate da Matrix

giovedì 17 novembre 2016 

Quello che fece la Bindi è stata una cosa infame, da ucciderla. Ci abbiamo rimesso l’1,5%, il 2% di voti. Atti di delinquenza politica. E non c’entra niente la moralità, era tutto un attacco al governo Renzi”. Così Vincenzo De Luca in un’intervista a “Matrix”, andata in onda mercoledì sera su Canale 5 e di cui è stata diffusa ora una sintesi, riferendosi alla presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, che lo aveva inserito nella lista dei “candidati impresentabili” poco prima delle elezioni regionali del 2015.

Il 29 settembre De Luca è stato assolto “perché il fatto non sussiste” dalle accuse legate alla vicenda del Sea Park, il parco marino mai realizzato a Salerno, processo per il quale l’Antimafia inserì il suo nome tra i cosiddetti ‘impresentabili’. “Esprimo piena soddisfazione e rispetto per la magistratura. Era questa la vicenda per cui una avventurosa parlamentare ci aveva presentato come ‘impresentabili’. Oggi ci presentiamo a testa alta”, scrisse dopo l’assoluzione su Twitter il presidente della Regione Campania. La vicenda degli “impresentabili” segnò un altissimo momento di tensione nel Pd. De Luca definì “infame ed eversiva” l’iniziativa della collega di partito, arrivando addirittura a presentare una denuncia-querela contro di lei, poi archiviata dal gip di Roma. Secondo l’ex sindaco di Salerno, Bindi aveva “danneggiato in maniera pesante e consapevole il Pd a 24 ore da un voto importante. Nei Paesi civili che si rispettano impresentabili sono coloro che hanno una condanna definitiva, e non quelli che stanno sullo stomaco a qualcuno”. Accuse “inaccettabili” secondo la presidente dell’Antimafia, che riscosse ampia solidarietà tra i colleghi di partito e chiese l’intervento degli organi interni di garanzia del Pd: “Le accuse che ci sono state rivolte non sono un fatto personale ma toccano il cuore delle istituzioni”.

Il video di Matrix è stato poi sconfessato dallo stesso De Luca che ha definito chiusa la vicenda con Rosy Bindi. “Non c’era e non c’è alcun problema con l’on. Bindi, nei cui confronti, al di là di ogni differenza politica, riconfermo il mio rispetto oltre ogni volgare strumentalizzazione”. Sul video mandato in onda da Matrix De Luca ha aggiunto che rappresenta “l’ennesimo atto di delinquenza giornalistica”, rispetto al quale “verificheremo con l’ufficio legale gli estremi della querela a fronte di una evidente violazione della privacy e violenza privata”. Le parole usate da De Luca contro Rosy Bindi sarebbero emerse al termine dell’intervista: “Il giornalista ha tirato fuori il suo tablet chiedendomi, mentre gli operatori smontavano i cavalletti delle telecamere, se poteva mostrarmi quanto aveva affermato in una precedente trasmissione l’ospite Vittorio Sgarbi sull’onorevole Bindi. Abbiamo parlato di Sgarbi, e commentato insieme, sorridendo e facendo battute, quel video che non conoscevo”.

Non si sono fatte attendere le reazioni alle parole di Vincenzo De LucaDebora Serracchiani ha definito “inaccettabili” i toni usati, augurandosi che De Luca presenti le scuse. Il vicesegretario del Pd Guerini ha espresso solidarietà a Rosy Bindi. Il deputato Ginefra twitta “io sto con Rosy Bindi”. Claudio Fava, di Sinistra italiana, sottolinea che “De Luca parla come un camorrista”. Infine Francesco D’Uva, deputato M5S in commissione antimafia, trova vergognosi i toni usati dal governatore della Campania.

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Il Wall Street Journal analizza gli scenari del referendum

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«Dopo Brexit e Trump, dal referendum può arrivare il “vaffa” italiano»

«Dopo Brexit e Trump, dal referendum può arrivare il “vaffa” italiano»

giovedì 17 novembre 2016 

A chi tocca, dopo Brexit e Donald Trump, assestare il terzo calcione negli stinchi dell’establishment finanziario che tiene i fili della globalizzazione? All’Italia, naturalmente. Almeno questo è quel che prevede – con molti dubbi e mille cautele, in verità –  l’autorevolissimo Wall Street Journal, autentica “bibbia” per affaristi e finanzieri di tutto il mondo, che ha pubblicato una corposa analisi di Simon Nixon dedicata al nostro referendum confermativo del prossimo 4 dicembre. “Non c’è due senza tre”, sembra dire il Wsj, sebbene il giornale eviti accuratamente i toni apocalittici usati sia in occasione del referendum britannico sia nelle recentissime elezioni Usa, entrambe vinte dagli schieramenti populisti.

Il Wall Street Journal analizza gli scenari del referendum

Ma l’Italia, com’è noto, fa sempre storia a sé e oggi individuare in casa nostra chi sia il populista è impresa non da poco: il duo Grillo-Salvini, schierati per il “No”, o il premier Matteo Renzi, che invece implora il “Sì” sparando a palle incatenate contro una fantomatica “casta” di parlamentari che poi è la stessa che gli regge il governo? «I sondaggi – scrive il Wsj – attualmente mostrano che il “No” è leggermente in vantaggio, anche se circa un quarto degli elettori è ancora indeciso», spiega Nixon. Ma il vero problema – aggiunge – è che «da mesi» i dirigenti europei «avvertono in privato di considerare l’Italia come il più grande rischio per la stabilità finanziaria dell’Eurozona ed anche i mercati cominciano a subodorare problemi: lo spread col Bund si è allargato oltre 1,6 punti percentuali». Ci risiamo con i mercati che condizionano la democrazia e con lo spread che conta più della sovranità popolare. Dalla vittoria del “No” al referendum, scrive infatti Nixon, deriverebbe «lo scenario peggiore». Quale? «Renzi potrebbe ascoltare la richiesta di continuare o essere costretto a formare una nuova coalizione fino alle elezioni nel 2018». Ma il giudizio dei mercati, per il Wall Street Journal, sarebbe ugualmente severo poiché «interpreterebbe la sua sconfitta come la prova che Roma è incapace di riforme, sollevando dubbi sulla possibilità che l’Italia possa mai ritrovare la crescita necessaria per mettere il suo debito del 135 per cento del Pil su un passo sostenibile». Ma c’è anche un secondo scenario, del tutto alternativo al precedente, e che parte dal presupposto che «il referendum in realtà non è importante affatto».

«Decisivo sarà il ruolo della Bce»

E allora? «La verità potrebbe essere nel mezzo», azzarda Nixon, che ipotizza a questo punto il seguente (terzo) scenario: «L’Italia potrebbe cavarsela dopo il referendum, protetta dalla coperta antincendio del programma di acquisti della Bce» ma «il vero choc potrebbe arrivare dopo, quando diventerà chiara l’incapacità dell’Italia di riformarsi». Tutto dipende, per il Wsj, dalla ripresa dell’Eurozona e dal ritorno dell’inflazione al suotarget come atteso. Se accadrà – spiega Nixon –  «per la Bce sarà più difficile giustificare il proseguimento del quantitative easing (cioè l’acquisto dei titoli in scadenza del debito pubblico italiano, ndr)» e «potrebbe continuare a comprarebond italiani solo grazie ad un chiaro assenso politico», cioè tedesco. A quel punto, conclude Nixon, «arriverebbe quello che l’Eurozona ha cercato di evitare: Roma sarebbe costretta a gettarsi alla mercè di Berlino».

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Matteo Salvini a Pier Carlo Padoan

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«Ministro, quanto costa un litro di latte?». E Padoan fa scena muta (video)

«Ministro, quanto costa un litro di latte?». E Padoan fa scena muta (video)

giovedì 17 novembre 2016 

Quanto costa un litro di latte, un litro di benzina o la retta dell’asilo nido? A sottoporre a questo “test” il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan è stato il leader leghista Matteo Salvini nel corso del confronto sul referendum a Porta a Porta. Esame cui il ministro non ha saputo rispondere, limitandosi, aprendo una cartella che teneva in mano, a dire che avrebbe dovuto chiedere alla moglie perché “da quando faccio questo mestiere non vado più a fare la spesa”. Immediata, e ironica, la risposta di Salvini che ha osservato come il ministro “deve sfogliare le tabelle per sapere quanto costa il latte. Come fa – ha aggiunto il segretario della Lega – a gestire l’economia del Paese se deve guardare le tabelle per saperlo?”. Alle domande di Salvini ha invece risposto il ministro Maria Elena Boschi, soccorrendo il collega: «Il latte cost 1,30 o 1,60, a seconda se sia fresco o a lunga conservazione».

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“AZIMUT” – ACCADDE IN ITALY ( RACCONTO FANTASCIENTIFICO )
DA “TISCALI REDAZIONE”
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“L’ex premier: a Rignano c’è poco da fare, può prendere una zappa e trafficare nell’orto. Mattarella finisce agli arresti domiciliari al Quirinale. Di Maio per un giorno dimentica di cambiarsi d’abito”

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Ultimo giorno di sondaggi sul referendum. E girano cifre tali che, a crederci, non si capisce nemmeno perché il 4 dicembre si vada a votare. Diamola subito per vinta al NO e passiamo a altro. Renzi, ovviamente, si ritira a Rignano, la signora Agnese finalmente  va a fare scuola  ai bambini (aste e tabelline) e non va più alla Casa Bianca su tacchi a spillo, lo stilista Scervino può chiudere bottega, persa per sempre la sua testimonial più famosa. I bimbi Renzi ritrovano un papà. Papà che non può nemmeno scrivere le memorie tanto  è stata breve la faccenda. A Rignano c’è poco da fare, può prendere una zappa e trafficare nell’orto, qualche pomodoro, un mazzetto di patate, fagioli, cose così. Modeste.
Intanto a Roma si insedia un nuovo governo, che raccoglie il 72 per cento dei suffragi (tutti meno i grillini). Di Maio (ha avuto un nulla osta speciale da Grillo in persona) finalmente presidente, a palazzo Chigi, ogni due ore cambia il vestito grigio, ma sono tutti uguali e non se ne accorge nessuno. Salvini, come da suo desiderio, va all’Interno. Requisite tutte le navi passeggeri e traghetti: lunghe file di immigrati nei porti, esodo in massa verso le coste libiche, 800 mila extracomunitari verranno là sbarcati.
Dalla costa però l’esercito libico, da noi stessi addestrato (con Pinotti al comando?), prende a cannonate l’inconsueto convoglio. Allora Salvini decide di fare rotta su Malta, che prima va però occupata militarmente. Mattarella (formalmente capo dell’esercito in caso di guerra) non concede il permesso. Salvini decide quindi che tanto vale rimanere, lui e gli 800 mila extracomunitari, in vacanza nell’arcipelago greco. Si fa raggiungere dalla bella fidanzata Elisa e bordeggiano di isola in isola, placati e felici. Si sono perse sue notizie per sempre. Forse è ancora là.
A Roma, intanto, Claudio Borghi Aquilini vien dal mare è andato all’economia al posto di Padoan. Uomo deciso, come prima cosa ha mandato  una lettera a Junker, semplicissima, tre parole: andate a cagare. E così siamo usciti dall’Europa.
Mattarella finisce agli arresti domiciliari al Quirinale. Il suo ruolo viene svolto, da Genova, da Grillo, che non vuole lasciare casa sua. I servizi segreti, su ordine di Borghi Aquilini vien dal mare, hanno rintracciato presso un commerciante libanese i vecchi torchi della Banca d’Italia. Riportati in Italia, e installati direttamente nelle cantine del ministero, hanno cominciato a stampare lire, lunghe file di camion aspettavano fuori per le consegne (ma sono stati reclutati anche pony express). Le paghe, pubbliche e private, sono state immediatamente aumentate del 20 per cento. Le pensioni  sono state raddoppiate, ma progressivamente, partendo dal basso. La minima è stata portata a 4 mila euro. La legge Fornero abolita all’unanimità: si va in pensione a 52 anni, con raccomandazioni della Lega anche a 32. L’università è non solo gratis, distribuisce anche lauree a chiunque ne faccia richiesta, obbligatoriamente, entro tre mesi.
La prima nave petrolifera è arrivata nel porto di Genova. Borghi Aquilini vien dal mare ha mandato cinque camion pieni di lire per pagare il conto, ma non hanno accettato e se ne sono ripartiti. Primi distributori senza benzina sull’Autosole (tratto appenninico). Lunghe file di veicoli bloccati. Visti automobilisti affamati nei campi, qualche caso di rapina di salami e vettovaglie varie. Il vice di Salvini (sempre in giro per l�arcipelago greco con morosa e 800 mila extracomunitari), tale Calderoli, dentista, parla di primi casi di banditismo nelle campagne toscane e del viterbese.
Di Maio, allarmato, telefona a Grillo. Consiglio: “Tutti in bicicletta, non rompessero i coglioni”. Di Maio nomina allora Virginia Raggi commissario straordinario agli approvvigionamenti. Lei rilascia un comunicato, è felice: “Bello, bello, bellissimoooo” e va in vacanza sul lago di Bracciano. Nessuno l’ha più vista. Un po’ sconcertato, Di Maio nomina allora Chiara Appendino. Lei arriva, dà  un’occhiata e dice: “Per prima cosa chiudiamo musei, asili e scuole. Non producono niente e consumano gasolio. Anche gli autobus, cosa girano a fare, a portare sfaccendati di qui e di là?, stiano in rimessa”.
Borghi Aquilini vien dal mare, ministro dell’economia, accusa gli operai della zecca di sabotaggio, compra una tuta usata a Porta Portese e va direttamente in cantina. Finalmente escono soldi in grandissima quantità, si devono usare anche i camion dell’esercito per distribuire quella massa di moneta.
Dai supermercati, però, sparisce prima la farina, poi il pane, quindi la carne. Grillo, di nuovo consultato: “Mangino lattuga, fa bene”. La Slunga chiude: non ha più niente da vendere e dalla direzione è arrivato l’ordine di non accettare  le lire, non le vuole nessuno. Primi assalti agli ultimi forni, ma anche a salumerie, negozi di hi-tech e calzolai.
Di Maio per un giorno dimentica di cambiarsi d’abito. La situazione si fa pericolosa, si avverte una certa elettricità nell’aria. Deve accadere qualcosa. E accade. Alle 5,30 del mattino un naviglio approda a Ostia. Ne scendono la Roberta Pinotti alla testa di duecento guerrigliere curde (da noi armate a suo tempo), al canto di “bella ciao”. Requisiscono auto e camion e partono per Roma, grandi applausi della folla. Entrano a palazzo Chigi, sempre cantando, e arrestano tutti, anche i fattorini. Di Maio viene spogliato, rivestito con la classica tuta arancione e abbandonato in un sottoscala. Finirà a Guantanámo, grazie a accordi con Trump, lieto di avere nuovi prigionieri.
Mattarella riprende in pieno i suoi poteri. Come primo atto manda una lettera di scuse a Junker. L’Italia rientra in Europa. Draghi manda un camioncino di euro per le prime necessità e la Bce si fa garante per i nostri acquisti all’estero. Il secondo gesto di Mattarella consiste in una telefonata a Rignano: “La prego, dottor Renzi, torni qui. A richiesta di tutti i gruppi politici (grillini esclusi) ho già firmato il decreto: è di nuovo presidente del Consiglio. Faccia in fretta, l’aspettiamo, c’è una tale confusione”.
Finale. Borghi Aquilini viene dal mare sembra si sia rifugiato in alta Valtellina, protetto da alcuni fidati leghisti. L’Appendino  è fuggita in Val d’Ossola, ma una squadra di vecchissimi partigiani (che avevano rifondato la vecchia Repubblica ossolana) l’ha già individuata e la sua cattura è  imminente. Virginia Raggi è proprio scomparsa, non la cercano nemmeno più.
Grillo, molto spaventato, ha chiesto asilo a Berlusconi a Arcore, ma è stato cacciato via dai servi. Sembra che vaghi, di casolare in casolare, fra Milano e Genova, mangia lattuga che ruba nei campi. Dibba ha tentato di raggiungere la Svizzera in motorino, ma è stato riconosciuto al valico di Chiasso, è in prigione a Como. Bersani alleva mucche a Bettola. Speranza ha aperto un bar al suo paese, ma è già fallito due volte. D’Alema ha chiesto asilo politico in Slovacchia, ma gli hanno detto di no. Tsipras, però, gli ha offerto un posto da bibliotecario a Salonicco. Molti altri (di destra e di sinistra), grazie a accordi con Putin, sono in viaggio su un treno blindato per la Siberia: saranno rieducati a cura dell’esercito sovietico. Molti non ritorneranno. La Meloni ha scelto un convento sull’Appenino.
 
Di Maio e Renzi
Di Maio e Renzi
di Giuseppe Turani
18 novembre 2016
 
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“AZIMUT” – ACCADDE IN ITALY ( RACCONTO FANTAPOLITICO )
DA “TISCALI REDAZIONE”
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Durante la diretta in tv: “Quanto costa un litro di latte?”. Alla domanda del leader leghista, il titolare dell’Economia non sa rispondere, limitandosi a farfugliare

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Accadde verso la metà degli anni Settanta. Ospite di una Tribuna politica preelettorale, Lucio Magri, leader del Pdup – Partito di unità proletaria per il comunismo – si sentì rivolgere da un giornalista una domanda insolita: “Quanto costa un chilo di carne?”. Lo scopo del quesito era esattamente lo stesso che il leader leghista Matteo Salvini ha perseguito, con indubbio successo, domandando al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, quanto costa un litro di latte: dimostrare al popolo la distanza del politico dai bisogni della gente. Nel caso di Magri, questa distanza era aggravata da quel riferimento al “proletariato” che compariva nel nome del Pdup, nel caso di Padoan dal fatto d’essere il ministro le cui decisioni incidono più di tutte le altre sul portafoglio degli italiani. In entrambi i casi, i quesiti evocavano quel celeberrimo “Se non hanno più pane, che mangino brioches» che la tradizione attribuisce a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena e che è la sintesi proverbiale del disprezzo dei potenti verso i bisogni dei poveretti.Lotta di classe, mai passata di moda.Nulla di nuovo, insomma. Tuttavia a metà degli anni Settanta, quando i talk show non erano stati ancora inventati, e le tribune politiche erano regolate da norme cronometriche che le rendevano particolarmente soporifere, quella domanda provocatoria e sbarazzina al “leader proletario” fece un certo rumore. Lucio Magri era un bersaglio facile. Uomo di speciale bellezza, compariva nelle cronache politiche come in quelle mondane. Aveva avuto una lunga relazione con la contessa Marta Marzotto e frequentava, senza imbarazzo, fabbriche occupare e salotti. Non si scompose. Chiarì subito di non avere idea di quanto costasse un chilo di carne. “Vivo solo – spiegò – e non mi capita mai di comprare tanta carne tutta assieme. Quando vado dal macellaio compro una bistecca. Costa circa tremila lire”. Il gran gol di Salvini. Abbiamo citato a memoria perché di quell’episodio non c’è traccia nel Web e per ricostruirlo esattamente bisognerebbe svolgere una ricerca nelle teche Rai e nelle emeroteche. Il senso della risposta fu comunque quello che abbiamo appena riferito. La cosa sostanzialmente finì lì. Certo, Magri non fece una grandissima figura, ma se la cavò abbastanza bene. L’aspetto più sorprendente della identica vicenda occorsa al ministro Padoan una quarantina di anni dopo non è la sua ignoranza attorno al prezzo di un litro di latte, ma la sua reazione sorpresa e imbarazzata. Salvini è apparso un centravanti che segna un facile gol a porta vuota. “Non faccio più la spesa”. Padoan aveva a disposizione un’infinità di possibili risposte. Sul modello di Lucio Magri, per esempio, avrebbe potuto dire che lui il latte lo assume solo nella forma del cappuccino che prende la mattina al bar. E dire il costo del cappuccino (diamo per scontato che il ministro dell’Economia ne sia a conoscenza). Oppure avrebbe potuto anche buttarla “in caciara”, come si dice a Roma, e domandare a Salvini se sia in grado di dire quanti litri di latte sarebbe stato possibile comprare con le sanzioni miliardarie inflitte dall’Unione europea per la mancata riscossione delle multe inflitte agli allevatori, sostenuti dalla Lega, per lo sforamento delle “quote latte”. Invece niente. Se non quel nervoso scartabellare il dossier che aveva in mano e poi quel flebile: “Non faccio più la spesa”. Con Salvini trionfante che insiste domandando al ministro dell’Eeconomia – che ancora una volta tace – il costo di un pieno di benzina,  Bastonate e lazzi sul Web contro la casta distante dalla gente. Come era ovvio il Web si è scatenato. Il ministro Padoan è stato messo alla berlina. Il Paese ride di questa ennesima dimostrazione della distanza della Casta dal popolo. La politica si avvia ad archiviare l’infortunio come ennesima dimostrazione della goffaggine dei tecnici. E sicuramente nella figuraccia che il ministro ha fatto c’è anche questo aspetto. Ma ce n’è anche un altro che dovrebbe allarmare un po’ di più: l’incapacità di reagire con serenità e fermezza agli espedienti dialettici di un leader populista, la difficoltà a trovare un linguaggio altrettanto efficace.   In effetti che un uomo di 66 anni che da una vita fa il professore universitario non faccia la spesa, e non sappia esattamente quanto costa un litro di latte, non è né sorprendente, né scandaloso. Ci sarebbe da preoccuparsi se eventualmente non conoscesse il rapporto deficit / Pil o le dinamiche che determinano le variazioni dello spread. Come qualunque persona di buon senso è in grado di comprendere. Ma il buon senso è merce sempre più rara nei talk show come nel Paese.
di Giovanni Maria Bellu
17 novembre 2016
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REFERENDUM 4 DICEMBRE 2016

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