IO VOTO NO – ALTRE NEWS : COSENZA Roberto Matragrano nuovo presidente Confartigianato Imprese Calabria – L’inganno dei padroni del mondo – Spengler – Articolo de “La Verità”


IO VOTO NO – ALTRE NEWS : COSENZA Roberto Matragrano nuovo presidente Confartigianato Imprese Calabria –  L’inganno dei padroni del mondo – Spengler – Articolo de “La Verità”

IO VOTO NO – ALTRE NEWS : COSENZA Roberto Matragrano nuovo presidente Confartigianato Imprese Calabria –  L’inganno dei padroni del mondo – Spengler – Articolo de “La Verità” [ “AZ.” – 20.11.’16 ]

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DAGLI AMICI DI CONTROCORRENTE
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—-Messaggio originale—-
Da: “Controcorrente” <info@controcorrentedizioni.eu>
Data: 17/11/2016 17.45
A: “Controcorrente”<info@controcorrentedizioni.eu>
Ogg: L’inganno dei padroni del mondo

L’inganno dei padroni del mondo
 
 
Come si può ben vedere dall’articolo più sotto, scritto da Federico Rampini su «la Repubblica» di martedì 15 novembre 2016, la critica compatibile dei liberali adesso riconosce, sebbene a denti stretti, con mille reticenze e con enorme e complice ritardo, ciò che ne La sinistra del capitale e dell’alta finanza e ne L’immagine sinistra della globalizzazione, Charles Robin e io avevamo scritto, da una prospettiva molto più coerente e incisiva di quella di Rampini, in tempi non sospetti. Adesso, dopo Brexit e Trump, è facile per i portavoce dei padroni del mondo dire certe cose. Fino a sei mesi fa lo era molto meno e per questo, ancora una volta, siamo stati avanguardie rispetto a scenari oggi concretizzati. Già l’anno scorso al Convegno Tradizionalista di Gaeta, con questi due libri e con le nostre relazioni anticipammo e profetizzammo dinamiche oggi pienamente visibili da tutti… Ma elementi di mistificazione ci sono ancora. Toccherà individuarli e smascherarli.
Paolo Borgognone
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Da Brexit a Trump l’inganno delle élite dietro alla crisi dell’Occidente
Nel nuovo libro di Federico Rampini un’analisi delle cause della crescita dei populismi
 
di Federico Rampini
 
 
Il mondo sembra impazzito. Stagnazione economica. Guerre civili e conflitti religiosi. Terrorismo. E, insieme, la spettacolare impotenza dell’Occidente a governare questi shock, o anche soltanto a proteggersi. Senza una guida, abbandonate dai loro leader sempre più insignificanti e irrilevanti, le opinioni pubbliche occidentali cercano rifugio in soluzioni estreme.
La vittoria di Brexit nel referendum in Gran Bretagna che ha sancito l’uscita dall’Unione europea. I messaggi radicali di Donald Trump. Le derive autoritarie in Polonia e Ungheria. Che si tratti di fenomeni durevoli o transitori, passeggeri o irreversibili, tutti hanno un elemento in comune: alla paura si risponde con la fuga indietro, verso il recupero di identità nazionali. Si cerca di alzare il ponte levatoio. Di isolarsi da tutto il male che viene da «là fuori».
È una reazione comprensibile. È normale cercare di proteggersi dall’inaudita violenza di attentati terroristici di matrice islamista sul suolo europeo: un’escalation che dopo Charlie Hebdo ha colpito ancora Parigi nel novembre 2015, Bruxelles nel marzo 2016, Nizza nel luglio 2016. L’America non è immune. Ed è normale cercare una via d’uscita dalla stagnazione economica ultradecennale, che ha reso i figli più poveri dei genitori.
Immigrazione e globalizzazione, sono i due fenomeni sotto accusa. Il grande tradimento delle élite spinge alla ricerca di soluzioni nuove… oppure antichissime. Quel tradimento è reale.
Per élite intendo un ceto privilegiato che estrae risorse dal resto della società, per il potere che esercita direttamente: politici, tecnocrati, alti dirigenti pubblici nella sfera di governo; capitalisti, banchieri, top manager nella sfera dell’economia. Più coloro che hanno un potere indiretto attraverso la formazione delle idee, la diffusione di paradigmi ideologici, l’egemonia culturale: intellettuali, pensatori, opinionisti, giornalisti, educatori. Ci sono dentro anch’io.
Il tradimento delle élite è avvenuto quando abbiamo creduto al mantra della globalizzazione, abbiamo teorizzato e propagandato i benefici delle frontiere aperte: e questi per la maggior parte non si sono realizzati. Quando abbiamo continuato a recitare un’astratta retorica europeista mentre per milioni di persone l’euro e l’austerity erano sinonimi di un grande fallimento.
Il tradimento delle élite si è consumato quando abbiamo difeso a oltranza ogni forma di immigrazione, senza vedere l’enorme minaccia che stava maturando dentro il mondo islamico, un’ostilità implacabile ai nostri sistemi di valori.
Il tradimento delle élite è continuato praticando l’autocolpevolizzazione permanente, una sorta di riflesso pavloviano ereditato dai tempi in cui ”noi” eravamo l’ombelico del mondo: come se ancora oggi ogni male del nostro tempo fosse riconducibile all’Occidente, e quindi rimediabile facendo ammenda dei nostri errori.
Il tradimento delle élite ha giustificato ogni violenza contro di noi riconducendola ai nostri peccati ancestrali; e così ha illuso che il mondo possa tornare ”in ordine” se soltanto l’Occidente si pente e imbocca la retta via.
Il pensiero politically correct, dominante fra i tecnocrati, le élite e tanta parte della sinistra di governo, ha continuato a recitare la sua devozione a tutto ciò che è sovranazionale. Tutto ciò che unisce al di là delle frontiere è stato considerato positivo per definizione: trattati di libero scambio, organizzazioni multilaterali. Si è reso omaggio sempre e ovunque alla società multietnica, senza voler ammettere che questo termine in sé non vuol dire niente: «società multietnica » non ci dice qual è il risultato finale, il segno dominante, il mix di valori che regolano una società capace di assorbire flussi d’immigrazione crescenti. Da tempo gli Stati Uniti sono multietnici; lo è l’India; lo è il Brasile; lo è la Russia; lo sono la Turchia e l’Iraq con le loro minoranze armene o curde. E noi, a chi vogliamo assomigliare?
Può sembrare anacronistica l’attuale riscoperta, da destra, di un modello russo. Ma è anche questa una conseguenza del «tradimento delle élite ».
Alle paure di un’opinione pubblica angosciata dalla stagnazione economica e dal terrorismo, l’establishment globalista e ottimista ha risposto recitando a oltranza la stessa fiaba a lieto fine: «E dopo avere abbattuto le frontiere vissero per sempre felici e contenti ».
Se ormai ci credono in pochi, la colpa non è di Putin. Più in generale, per molti decenni abbiamo raccontato che in questo mondo sempre più connesso lo Stato-nazione è superato; e quindi, implicitamente, lo stesso esercizio della sovranità popolare che aveva fondato la democrazia su basi nazionali viene condizionato e limitato da forze superiori. Salvo scoprire che queste «forze superiori» non sono né oggettive né naturali; producono risultati che avvantaggiano pochi, sempre gli stessi. Come stupirsi, allora, se una parte di noi perde fiducia nella democrazia stessa?
«Non hanno dimenticato nulla. E non hanno imparato nulla». Si dice che Charles- Maurice de Talleyrand, celebre figura della Rivoluzione francese e del periodo napoleonico, diede questa definizione dei nobili esiliati, quando tornarono in patria con la Restaurazione del 1815. Evitiamo che quella frase finisca per descrivere anche la nostra generazione, il nostro tempo.
(Questo testo è tratto dall’introduzione del libro “ Il tradimento”, Mondadori)
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TRATTO DAL WEB
l'immagine del profilo di Roberto Matragrano [ “AZ.” – 20.11.’16 anteprima di web – tra breve in rete ]
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ROBERTO MATRAGRANO È IL NUOVO PRESIDENTE DI CONFARTIGIANATO IMPRESE CALABRIA

Nov 18, 2016AttualitàEconomia

E’ stato eletto il nuovo Presidente di Confartigianato Imprese Calabria: Roberto Matragrano, classe 1943,  titolare di un’azienda di successo nella produzione di apparecchi per protesi ed ortopedia, operante nel cosentino.

L’imprenditore è stato eletto con voto unanime nel corso del consiglio direttivo della federazione regionale che ha nominato anche i due vicepresidenti che lo affiancheranno, Liberata Soriano , imprenditrice del settore orafo e già presidente di Confartigianato Imprese di Vibo Valentia e Pasquale Napoli.

Dopo i doverosi ringraziamenti il neo Presidente ha tracciato le primissime finalità che intende raggiungere, puntando ad un dialogo effettivo con il Governo centrale al fine di sburocratizzare il mondo imprenditoriale in relazione a quello bancario al fine di ottenere un credito facilitato anche per le piccole realtà.

Non stupisce la nomina di Matragrano in quanto incarnerebbe il modello imprenditoriale per eccellenza ovvero colui che è cresciuto da sé e si è fatto strada nel corso degli anni. La sua azienda infatti è la migliore testimonianza delle sue larghe vedute e di alcune componenti essenziali, come l’ambizione e il sacrificio.

E’ su questa linea che intende lavorare per favorire le piccole imprese calabresi che ultimamente fanno sempre più fatica ad emergere nel contesto nazionale.

Il neo Presidente sarà chiamato per i quattro anni seguenti a capire le dinamiche territoriali e sociali tutelando i diritti dell’uomo-imprenditore calabrese.

SARA FAZZARI

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DAGLI AMICI DI CONTROCORRENTE
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Da: “Controcorrente” <info@controcorrentedizioni.eu>
Data: 18/11/2016 15.56
A: “Controcorrente”<info@controcorrentedizioni.eu>
Ogg: Spengler, il falso pessimista che stimava Mussolini ma non amava il nazismo – Articolo de “La Verità”

Spengler, il falso pessimista che stimava

Mussolini ma non amava il nazismo

 

Articolo de “La Verità” sul libro di Alain de Benoist

 “Quattro figure della Rivoluzione Conservatrice tedesca”

 

venerdì 11 novembre 2016

Nel 1925, André Fauconnet poteva scrivere: «Dalla fine della guerra mondiale, nessuna opera filosofica ha avuto, nell’Europa centrale, una risonanza paragonabile a quella di Spengler». Il discorso è appena esagerato. La pubblicazione del primo volume del Tramonto dell’Occidente, nell’aprile 1918, alcuni mesi prima della fine della prima guerra mondiale, fece l’effetto di un fulmine a ciel sereno. L’eco incontrato in Germania, in particolare, fu fenomenale, come testimonia il numero di libri e opuscoli pubblicati a loro volta per rispondergli, commentarlo, incensarlo o criticarlo. Una delle ragioni di questo successo, come osservò Ernst Cassirer, fu incontestabilmente il titolo del libro, ispirato a Spengler da un’opera di Otto Seeck pubblicata alla fine del XIX secolo.Violentemente criticato da Heinrich Rickert e Otto Neurath, trattato da «triviale carogna» (triviale Sauhund) da Walter Benjamin e da «Karl May della filosofia» da Kurt Tucholsky, Spengler fu al contrario salutato da Georg Simmel, cui aveva inviato una copia del suo libro, come l’autore della «filosofia della storia più importante dopo Hegel», il che non era un piccolo complimento. L’opera produsse grande impressione anche su Ludwig Wittgenstein il quale approvava il pessimismo di Spengler, come pure le grandi linee del suo metodo, sull’economista Werner Sombart, cosi come sullo storico Eduard Meyer che, dopo una discussione di cinque ore con l’autore del Tramonto dell’Occidente, divenne suo ammiratore e amico. Max Weber fu meno impressionato, ma invitò comunque Spengler a prendere la parola nel quadro della sua settimana di sociologia all’Università di Monaco nel dicembre 1919. Quanto a Heidegger, che cita spesso Spengler pur non avendogli mai dedicato uno studio esaustivo, pronunciò nell’aprile del 1920, a Wiesbaden, una conferenza su Il tramonto dell’Occidente.L’idea centrale dell’opera, che si inscrive al contempo nella tradizione della Kukturkritik tedesca e in quella del «pessimismo culturale», è che l’umanità non abbia un obiettivo prestabilito, un’idea direttrice, un piano organizzativo più di quanto non ce l’abbiano «le orchidee o le farfalle». L’umanità è «o un concetto zoologico o un vuoto nome» (…). Non c’è dunque una «storia dell’umanità» nel senso di un processo omogeneo. Ci sono solo storie separate corrispondenti alle diverse culture, il cui sviluppo e declino obbediscono alle stesse leggi. «Per lui», come scrive Lucian Blaga, «una cultura è un organismo reale, dotato di un’“anima” specifica, la quale si distingue radicalmente dall’anima individuale di ciascuno degli uomini che costituiscono la collettività».In una celebre pagina del Tramonto dell’Occidente, Spengler si paragona a Copernico. Come quest’ultimo aveva fatto abbandonare la posizione geocentrica a favore dell’eliocentrismo, egli si propone di abbandonare l’europeocentrismo che ha predominato fino a quel momento. Egli distingue dunque otto grandi culture umane, tra le quali la cultura araba (o «magica»), di cui rivendica la scoperta. L’anima dell’Antichità greca è definita «apollinea», quella della cultura occidentale «faustiana». L’anima faustiana ha come simbolo lo spazio tridimensionale infinito; l’anima apollinea, il corpo isolato (lo spazio limitato); la cultura russa, la pianura senza limiti; la cultura cinese, il cammino nella natura e la cultura araba, lo spazio-volta.Paul Valéry dichiarava nel 1919: «Ora noi civiltà sappiamo di essere mortali». Spengler afferma con forza la stessa cosa. Respingendo la convenzionale divisione Antichità-Medioevo-Modernità, egli distingue tre grandi periodi della vita delle culture, corrispondenti alla nascita, allo sviluppo storico e alla vecchiaia seguita dalla morte. Come le piante o le specie animali, le grandi culture dispongono dunque di una morfologia che va di pari passo con uno sviluppo interno che percorre sempre le stesse tappe: nascita, maturità, vecchiaia e morte. La ripetizione di questi stili non ha niente a che vedere con l’Eterno Ritorno di cui parla Nietzsche, ma è piuttosto un memento finis che va nel senso di una ineluttabile immanenza della fine: «Vi è una giovinezza e una senilità nelle civiltà, nei popoli, nelle lingue, nelle verità, negli dèi, nei paesaggi – come vi sono querce e pini, fiori, rami e foglie, giovani e vecchi […]. Ogni civiltà ha le proprie, originali possibilità di espressione che germinano, si maturano, declinano e poi irrimediabilmente scompaiono»

 

COSA SONO LE NAZIONI

Le culture esistono nel loro grado più alto quando l’anima che le porta conferisce loro (e diventa essa stessa) una forma. Una nazione si definisce come un popolo portato dallo stile di una cultura.«Una civiltà muore quando la sua anima ha realizzato la somma delle sue possibilità», scrive Spengler, proponendo così una visione entelechica della storia [nella filosofia di Aristotele, l’entelechia è una realtà che ha raggiunto il pieno grado del suo sviluppo]. Ogni vera tradizione reca in sé la propria fine: l’immanenza della fine è la condizione sine qua non della storia. è anche il fondamento della concezione tragica della vita. Quando la tradizione e l’«anima» perdono la loro potenza, suona l’ora della civilizzazione, che è anche quella del declino. Nella civilizzazione, la vita sociale si concentra nelle grandi città, in seno alle quali le folle anonime non hanno più alcuna possibilità di «essere-in-forma». Il cittadino sradicato dell’epoca delle città mondiali si definisce come un nuovo nomade […]Un altro tratto delle civilizzazioni morenti è che hanno, appunto, anzitutto paura della morte: «Meglio morire che essere schiavi, dicono i vecchi contadini frisoni. Rovesciate questo aforisma e avrete la formula di tutte le civilizzazioni tardive». Il passaggio dallo stadio della civiltà a quello della civilizzazione ha avuto luogo nel IV secolo per il mondo greco-latino, nel XIX secolo per la cultura occidentale. L’Europa inizia infatti il suo tramonto nel momento stesso in cui l’ideologia del progresso e le filosofie ottimistiche (Comte, Spencer, Marx) sono al culmine. In Occidente, la civilizzazione si identifica sociologicamente con il dominio della borghesia, politicamente con la vittoria del parlamentarismo e dei partiti, economicamente con il predominio del denaro. Il «tramonto dell’Occidente» coincide con quella che Walter Rathenau definiva «meccanizzazione del mondo» e Kurt Breyzig «meccanizzazione dell’anima». Viene allora l’epoca del «cesarismo» – esemplificata tanto da Lenin quanto da Mussolini – che è anche quella dell’imperialismo, del materialismo, della supremazia della tecnica, della tecnocrazia, delle manipolazioni ad opera della stampa. L’Occidente estende il suo dominio nel mondo intero, ma non esporta più la sua civiltà, bensì la sua civilizzazione. […]

 

IMMAGINE ERRATA

Resta il fatto che l’immagine del «tramonto dell’Occidente» ha continuato a essere utilizzata per alimentare il rimprovero fatto a Spengler di sostenere una dottrina colma di «fatalismo» e, soprattutto, di «pessimismo». Questo rimprovero è fondato? Spengler vuole essere in effetti anzitutto un «realista», e il pessimismo cui si richiama è cosa del tutto diversa dal «pessimismo vile delle stanche animucce, che temono la vita e non sopportano la visione della realtà». Su questo punto, si è lungamente intrattenuto in un testo pubblicato nel 1921, poco prima dell’uscita – il 20 maggio 1922 – del secondo volume del Tramonto dell’Occidente.Spengler respinge subito l’accusa di pessimismo, «ingiuria con cui gli eterni vegliardi perseguono ogni pensiero destinato ai pionieri di domani». Dirà, certo, che l’ottimismo non è altro che una pigra viltà che non ci si deve attendere una redenzione, né una speranza da coltivare: soltanto i sognatori credono che esista una via d’uscita. Ma un vero pessimismo implicherebbe che non ci siano più obiettivi da raggiungere. Spengler pensa, al contrario, che l’uomo occidentale ne abbia ancora così tanti che è piuttosto il tempo a rischiare di mancargli. Anche se corrisponde alla stadio finale della nostra civiltà, la fase che viviamo oggi resta grandiosa: è «quella che il mondo antico ha conosciuto nell’intervallo tra Canne e Azio». Non c’è dunque ragione di disperare. Bisogna soltanto che ci sia sintonia tra gli sforzi che si dispiegano, gli obiettivi che ci si prefigge e le possibilità celate nel momento storico che si vive. Probabilmente, le possibilità architettoniche dell’Europa sono esaurite. Non avremo più un Goethe, uno Shakespeare, un Botticelli, un Wagner. Ma avremo nuovi Cesari, così come aveva predetto un autore francese misconosciuto del XIX secolo. Quale sarà il loro ruolo? Sarà anzitutto di mettere termine alla politica partigiana, e di farla finita nello stesso tempo con la «dittatura del denaro»: «La spada sconfiggerà il denaro, la volontà del signore assoggetterà di nuovo la volontà del pirata». Il che implica che si debba rifare della politica un rapporto di forze: «Una potenza non può essere distrutta che da un’altra potenza, non da un principio, e non ce n’è un’altra contro il denaro».Spengler non raccomanda dunque affatto la rinuncia, l’ascesi negativa davanti all’ineluttabile kali-yuga. Non si accontenta nemmeno, come Evola, di voler «cavalcare la tigre». Non professa la disperazione romantica di un Gobineau. Essere «pessimista» con il pretesto che la nostra cultura si avvicina alla fine equivale a non voler più vivere con il pretesto che un giorno moriremo. Spengler sottolinea inoltre che se c’è un determinismo globale che pesa sulla cultura, non c’è un determinismo individuale. L’uomo ha sempre la possibilità di restare fedele all’idea che si fa di se stesso. Un «partito preso vitale» è sempre possibile. È ciò che Spengler chiamerà la «scelta di Achille»: «Meglio una vita breve, piena d’azione e gloria, piuttosto che un’esistenza prolungata, ma vuota» […]

 

GUARDARE AVANTI

Bisogna qui evidentemente citare le pagine finali de L’uomo e la tecnica: «Dobbiamo proseguire con coraggio, fino al termine fatale, la strada che ci è tracciata. Non c’è alternativa. Il nostro dovere è di radicarci in questa posizione insostenibile, senza speranza, senza possibilità di sostegno. Stare in piedi, stare in piedi, sull’esempio di quel soldato romano il cui scheletro è stato ritrovato davanti a una porta di Pompei e che, durante l’eruzione del Vesuvio, morì al suo posto perché nessuno era andato a dargli il cambio. Ecco la nobiltà. Ecco la grandezza. Una fine onorevole è l’unica cosa di cui un uomo non può essere defraudato». In definitiva, l’etica avrà l’ultima parola: «Chi è degno di qualcosa finirà col trionfare». Perfino nella sua apparente rigidità, il sistema spengleriano è dunque, almeno per le anime forti, un rimedio al pessimismo […].Il memento finis che è alla base della filosofia della storia di Spengler costituisce anche il fondamento di un’etica eroica – nella misura stessa in cui nessun progetto può oltrepassare i limiti assegnati dalla storia.Allo stesso modo, quando raccomanda il «prussianesimo», è anzitutto a uno stile che Spengler si riferisce – l’etica del dovere, a base di impersonalità attiva e di senso dell’onore – e non a un’appartenenza storica o a un luogo di nascita. È ugualmente in questo senso che oppone il «socialismo etico», di carattere «romano-prussiano», al «socialismo economico», ossia al marxismo, che non è altro che un «capitalismo dal basso».Il «socialismo prussiano» cui egli si richiama è un socialismo dei doveri, non delle rivendicazioni. Non è tanto una dottrina economica quanto uno stile di vita fondato anzitutto sul servizio e il contegno, lo stile impersonale e lo spirito comunitario. Per gli individui come per i popoli, si tratta di «mettersi in forma» per mezzo di un principio. Ora, la libertà interiore la si attinge solo nella disciplina e nel servizio: «Questa è la nostra libertà: essa ci affranca dal giogo dell’individualismo e dalla sua economia arbitraria». Il socialismo prussiano deve essere portato dalla volontà di potenza dell’anima faustiana che cerca di mettere in forma la massa per darle uno stile. La Prussia è dunque per Spengler un «mito» ideologico ancor più che una realtà storica: ci sono «prussiani» ovunque. Su questa base, Spengler denuncia il liberalismo («l’Inghilterra interiore») e il capitalismo («il dominio del denaro»): «Ognuno per sé: questo è inglese; ciascuno per tutti: questo è prussiano» […].Stabilitosi a Monaco a partire dal 1911, Spengler ebbe tutto il tempo di seguire la nascita e lo sviluppo del movimento nazionalsocialista. L’ostilità che gli manifestò sembra non essersi mai smentita. Dopo il putsch della Feldherrnhalle del novembre 1923, scrive a Elisabeth Förster-Nietzsche: «È un peccato per la giovane generazione essere caduta nelle mani di capi, di sciocchi, di arrivisti e peggio ancora, così inferiori!». In Neubau des Deutschen Reiches (1924), denuncia l’antisemitismo, come pure le «utopie e le tesi economiche infantili» dei Völkische, descritti come sognatori, eccitati che ragionano a colpi di slogans e idee romantiche senza capire che cos’è la politica, paragonandoli sin dalla prima pagina alla «gioventù dorata» della Rivoluzione francese. Lo stesso anno, rivolgendosi il 26 febbraio 1924 – il giorno stesso in cui inizia a Monaco il processo a Hitler – agli studenti di Würzburg membri dello Hochschulring Deutscher Art, dichiara che il popolo ha bisogno di un «vero eroe», non di un «eroe da operetta», mette in guardia i suoi ascoltatori contro un movimento politico in cui il lavoro intellettuale è stato sostituito dalle marce e dai cortei, poi conclude che «i trombettieri diventano raramente generali».Il 15 marzo 1927, scrive al germanista francese André Fauconnet (1881-1965), professore a Poitiers, uno dei primi autori a interessarsi a lui in Francia: «Sono del parere che la politica debba fondarsi sulla realtà e su un ragionamento lucido e non su sentimenti romantici […]. Non soltanto mi sono tenuto lontano dal movimento nazionalsocialista che ha guidato il putsch di Monaco, ma in quel momento ho fatto anche tutto il possibile, purtroppo invano, per impedirlo» […]. Sul piano delle idee, ciò che Spengler rimprovera al nazionalsocialismo è anzitutto di veicolare un’ideologia razzista. Il tramonto dell’Occidente, mettendo l’accento sul relativismo culturale, l’identità di struttura e l’incommensurabilità delle culture, aveva già scalzato le basi dell’etnocentrismo che è all’origine di questa dottrina. Nel secondo volume (1922), Spengler polemizza contro la «teoria razziale», descritta come un semplice materialismo e di cui coglie bene ciò che ha di antipolitico e soprattutto di antistorico. Spengler nega l’idea di una continuità biologica o razziale e afferma che non c’è mai stato un ideale di «purezza razziale», che questo ideale non è altro che un’invenzione delle folle eterogenee delle grandi città. Respinge la tesi di un meticciato corruttore, quella della superiorità assoluta di una razza particolare, quella di un legame esistente tra la «purezza razziale» e il valore delle realizzazioni culturali. L’insistenza con la quale i dirigenti della NSDAP sfruttano la nozione di razza li pone, ai suoi occhi, tra gli «handicappati razziali» […].«L’unità della razza», si leggerà in Anni decisivi, «è una frase grottesca […]. Chi parla troppo di razza, dimostra in tal modo di non averne più. L’importante non è la razza pura, ma la razza forte che un popolo possiede in sé». Allo stesso modo, per Spengler l’antisemitismo nasce dal risentimento e dall’invidia. Gli antisemiti, dirà, sono per l’appunto le persone che manifestano più frequentemente i tratti che attribuiscono agli ebrei. Quanto a lui, relativamente agli ebrei, raccomanda l’assimilazione. […]

 

NOBILTÀ SPIRITUALE

In definitiva, per Spengler, la «razza» è un fenomeno puramente spirituale che segna una qualità del carattere, legata alla forma che si è acquisita, e dunque non ha niente a che vedere con la razza della medicina veterinaria dei teorici nazisti. La «razza» è un’anima che si realizza nella storia, uno stile, un modo d’essere, un atteggiamento davanti alla vita. Non ci sono razze superiori o inferiori, ma elementi superiori e inferiori in tutte le razze. Spengler oppone continuamente la «razza» che si possiede a quella cui si appartiene: «Una è l’etica, l’altra la zoologia». «Avere razza» significa comportarsi come il legionario romano le cui ossa sono state ritrovate davanti a una porta di Pompei e che morì in piedi perché, «in occasione dell’eruzione del Vesuvio, ci si era dimenticati di dargli il cambio», come si legge nelle ultime righe de L’uomo e la tecnica. In altri termini, «avere razza» vuol dire avere valore – appartenere a un’aristocrazia («Rasse ist Auslese»). Per questo, l’obiettivo che il nazionalsocialismo si è fissato, e cioè fare dell’intera Germania una «nazione di aristocratici», appare a Spengler grottesco: nessuna massa può essere aristocratica, è una contraddizione in termini59.È comprensibile che i Völkische, ossessionati dalla «razza» e dal «sangue», non abbiano apprezzato. D’altronde, avevano criticato Spengler sin dall’epoca di Weimar. Nel 1922, nella prefazione alla nuova edizione de La genesi del XIX secolo, Houston Stewart Chamberlain denuncia apertamente le idee del Tramonto dell’Occidente in nome del «pensiero razziale», il che gli consentirà di essere considerato nei circoli völkisch come un «anti-Spengler». Tre anni più tardi, nel 1925, Alfred Rosenberg rimprovera a Spengler di essersi energicamente pronunciato contro il «pensiero völkisch» e di non aver colto l’importanza della «questione ebraica» […].In occasione dei cinquanta anni di Spengler, mette di nuovo in guardia contro di lui: «Oswald Spengler non è un “maestro” di cui dovremmo seguire “pienamente e interamente” gli insegnamenti, come hanno potuto affermare alcune teste vuote. Al contrario, malgrado l’esattezza di un certo numero di sue critiche, egli appartiene al passato, un passato senza volontà». Sembra che lo stesso Hitler abbia manifestato, sin dal 1929, la sua ostilità alle tesi di Spengler, almeno a detta di alcuni della sua cerchia come Otto Wagener.Spengler denuncia anche nel nazionalsocialismo una nuova forma di «imperialismo di massa». Sappiamo che questo temine ha in lui un senso particolare: «La massa è l’informe assoluto che perseguita con il suo odio ogni specie di forma» (Il tramonto dell’Occidente). Incarnazione sociologica del nomadismo, la massa, essendo informe, è per natura antistorica. Ora, dice Spengler, il nazionalsocialismo concepisce essenzialmente la nazione come massa. Lungi dall’essere un nuovo Cesare, Hitler è solo il capo di un partito la cui legittimità viene «dal basso». È un «plebeo» nel senso che Donoso Cortés dà a questo termine, ossia un uomo che, invece di guidare le masse, si lascia guidare da esse, si fonda su di esse e sostituisce l’azione politica con una orchestrazione dell’entusiasmo. […] Contrariamente a Mussolini, per il quale prova ammirazione, Hitler, ai suoi occhi, non è un uomo di Stato-nato, ma soltanto un agitatore-nato. Il che equivale a dire che il nazionalsocialismo è destinato a fallire in quanto regime, esattamente per le stesse ragioni che gli hanno fatto avere successo in quanto movimento. […]

 

SVASTICHE AL POTERE

Hitler arriva al potere il 30 gennaio 1933. Quindici giorni più tardi, Spengler scrive al magnate della stampa Albert Knittel, presidente dell’Associazione degli editori di giornali tedeschi: «L’attuale ministero di carnevale ha dovuto infine darle, come a milioni di altri, una giusta opinione di H[itler] e H[ugenberg]». Il 5 marzo, dopo il nuovo successo elettorale della NSDAP, successivo all’incendio del Reichstag, esclama: «Adesso vedremo se Hitler è qualcosa di diverso da un trombettiere!».Il nuovo regime cerca allora, beninteso, di conciliarsi un certo numero di personalità conosciute e riconosciute. Per questo, probabilmente, il 17 marzo 1933 Goebbels invia un telegramma a Spengler proponendogli di intervenire alla radio alla vigilia del Giorno di Potsdam (il 21), durante il quale Hindenburg consegnerà i poteri nelle mani di Hitler. Spengler rifiuta. […]Nel luglio 1933, Spengler si trova a Bayreuth, dove assiste come tutti gli anni al Wagner festival. Il 26 spedisce a sua sorella un biglietto così concepito: «Rappresentazioni magnifiche. Ho avuto ieri una lunga conversazione con Gustav. Ritorno a Monaco sabato». «Gustav» è Hitler! Il colloquio che, contrariamente a quanto scrive Gilbert Merlio, non è stato sollecitato da Spengler, ma organizzato da Else Knittel, moglie di Albert Knittel e grande amica della famiglia Wagner, è durato un’ora e mezza, esattamente dalle 12,30 alle 14. Possediamo a questo proposito diverse testimonianze, a cominciare da quella della sorella di Spengler, secondo la quale la conversazione avrebbe riguardato la politica francese e le correnti esistenti all’interno della Chiesa evangelica. Spengler, in quella occasione, le avrebbe descritto Hitler in questi termini: «Un uomo affidabile, ma quando si è seduti di fronte a lui, non si ha nemmeno una volta l’impressione che abbia una qualche importanza».

 

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REFERENDUM 4 DICEMBRE 2016

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“SI” E “NO” – ” CONTO ALLA ROVESCIA ” [ forza “No” ] – 4 DICEMBRE ALLE PORTE – AIUTATECI A DIFENDERVI ! PER IL “NO” E UN FRONTE UNITO DI CONCORDIA NAZIONALE [ bussate alle porte degli indecisi ] – PRIMA L’ITALIA AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE PER IL “NO” [ contattate i nostri connazionali all’estero ] – Per una nazione libera e un paese sovrano:il  “NO” !
grazie
 
Risultati immagini per la postazione telematica della libertà azimut 
“AZIMUT” ASSOCIAZIONE CULTURALSOCIALE NAPOLI – IN RETE :
 direzione responsabile: presidenza Associazione
[ forza “No” ] 
bussate alle porte degli indecisi ]
 
[ contattate i nostri connazionali all’estero ] 
grazie
 

[ “AZ.” – 20.11.’16 ]

REFERENDUM 4 DICEMBRE 2016

COUNTDOWN AL 4 DICEMBRE BUSSATE ALLE PORTE DEGLI INDECISI CONTATTATE I CONNAZIONALI ALL’ESTERO  UN “NO” PER L’ITALIA ! 
[ “AZ.” – 20.11.’16 ]
 

FINE INTERVENTO

 

 

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1 commento su “IO VOTO NO – ALTRE NEWS : COSENZA Roberto Matragrano nuovo presidente Confartigianato Imprese Calabria – L’inganno dei padroni del mondo – Spengler – Articolo de “La Verità””

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