UNA NOVELLA FANTASCIENTIFICA E DI FANTAPOLITICA : IMMAGINIAMO CHE AL POPOLO SIA CONCESSO PRENDERE LA PAROLA INNANZI ALLE CAMERE – BUONA LETTURA !


UNA NOVELLA FANTASCIENTIFICA E DI FANTAPOLITICA : IMMAGINIAMO CHE AL POPOLO SIA CONCESSO PRENDERE LA PAROLA INNANZI ALLE CAMERE – BUONA LETTURA !

UNA NOVELLA FANTASCIENTIFICA E DI FANTAPOLITICA : IMMAGINIAMO CHE AL POPOLO SIA CONCESSO PRENDERE LA PAROLA INNANZI ALLE CAMERE – BUONA LETTURA ! [ “AZIMUT-NEWSLETTER” : LUNEDI’, 16 DI GENNAIO 2017 ]
 
 

 
16 GENNAIO 2017
<< Quando la verità non è più libera, la libertà non è più reale >>
 
IN COPERTINA [ da “azimut archivio online” ]
Quel che “non s’ha da dire”…NOI LO DICIAMO
[ L’inconfessabile verità ]
L’UNICA E VERA RAGIONE DELLA << – GRANDE CRISI – >>
 La vecchia e la gallina, vota le barzellette piùbelle e invia la tua: partecipa alla sfida!  
“AZIMUT” NAPOLI  … CI SVUOTANO LE TASCHE…CI SVUOTANO LA VITA…”
“AZIMUT” NAPOLI – l’euro ovvero l’europlire, come l’amlire, L’UNICA E VERA RAGIONE DELLA  << – GRANDE CRISI – >> 
 
Azimut” – associazione. — << – “Spoliazione” & “Dilapidazione” – >>  — LA “GALLINA DALLE UOVE D’ORO” PER I POCHI  E LO “SPETTRO DELLA MISERIA” PER TUTTI — “EUROPLIRE”, MONETA IMPOSTA E DI “OKKUPAZIONE”  DELLE ANONIME << – GRANDI CONSORTERIE – >> : QUOTATA A DUEMILA EX LIREITALIANE, NON NE VALE NEPPURE MILLE; ( . . . )  — [ tratto dal sito – blog ]
 
 

07/11/2011 [ parte prima ]

Discussione generale sul Rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato

[ UNA NOVELLA FANTASCIENTIFICA E DI FANTAPOLITICA : IMMAGINIAMO CHE AL POPOLO SIA CONCESSO PRENDERE LA PAROLA INNANZI ALLE CAMERE – BUONA LETTURA ! ]

   [ Camera dei Deputati – Seduta del martedì, 8 novemmbre 2011| Vicepresidente di turno ( omissis ): ha chiesto la parola l’on.le Popolo,per dichiarazione di voto, ( non) ne ha facoltà. ]

On.le Popolo – Signor Presidente, colleghi tutti, profitterò, per l’occasione della discussione all’ordine del giorno, di andare oltre e alla radice, mi occuperò perciò  della   <<  – grande crisi –  >>  , delle linee di politica economica e della possibile “ricetta” .
 
    Le “tempeste finanziarie” che,  ormai, oltre – e più – il ciclicamente, si abbattono – “devastando” – sulle diverse  << – economie reali –  >> ,  indifferentemente  che siano totalmente – o meno – allineate alla cosiddetta  << – globalizzazione  – >>  , ci pongono innanzi  al problema dei problemi – ineludibile –  d’una riconsiderazione della struttura del mercato e delle articolazioni politico-sociali.  <<  – … I fatti dimostrano che la crisi ( . . . ) parte da molto lontano: ci sono le difficoltà dell’America di Obama, la crescita incontenibile dell’economia e della finanza cinese, il fallimento dell’unione politica europea…L’Italia è più colpita di altre nazioni europee per via di un debito pubblico esploso nella prima repubblica ( … ) –   >>  (*) ; e, noi, aggiungiamo – crisi –  che  viene da molto più lontano ( non si va ad analizzare, oltre il recente – lontano, alla radice di quel che ha preceduto la conflagrazione in essere ) ; comunque sia, il dibattito in corso – per quanto attiene alla politica economica – in presenza della  << –  grande crisi –  >>  ( onde porvi freno ) , in verità, sembra ancorarsi al  contingente ( causa, forse, l’emergenza su emergenza ); e poco si discute di strategie, definitive, per il governo dell’economia; a parte l’insufficienza delle dispute ( 1 ) su “risorse – sprechi”  ( il rapporto alterato per via – principalmente – delle erogazioni e/o assegnazioni,  cosiddette a “fondo perduto” ,  resta, tuttora, un tema sommerso ); a parte il “viziato” discutere ( 2 ) delle derivazioni e,  per quanto riguarda l’occidente, del c.d. “male americano”  ( l’ipèrbole dell’uso socialista del liberismo, infatti, è argomento totalmente sottaciuto ); a parte ciò, e altro,  bastando un solo esempio,  ad interrogarsi: <<  – linea del riassetto –  >>  o  <<  – linea dello sviluppo –  >> ? Premesso che le scelte economiche non sono mai ( poichè non possono esserlo ) scelte matematiche; ove, però, ci si spingesse sino alla decisione – una scelta squisitamente politica – ci si ritroverebbe col problema, a monte, di come realizzarla : l’inesistenza d’una “unità e concordanza di principi, istituti e fini negli interventi” e la carenza di governabilità delle imprese, e – quindi –  di quella, nel complesso, del sistema ( le riforme, da sempre invocate, che non decollano ).
 
    In un tale contesto – la provvisorietà – ciò che distingue il congiunturale e lo strutturale diviene, per forza di cose, pura accademia e restano, in toto, le deficienze nonchè le storture del potere politico ed economico che furono, a suo tempo, ben descritte, e già denunciate, trent’anni  – e più – orsono ( 3 ). Politica congiunturale e politica strutturale,  <<  – ristrutturazione finanziaria –  >>  e  <<  – ristrutturazione industriale –  >>  ,  << –  piani di settore –  >>  ; se ne discute ( ? ) in tutta Europa e se ne discusse, molto, in Italia,  dopo il balzo di produzione – derivante dal c.d.  << –  miracolo economico –  >> , dagli anni sessanta agli anni ottanta, ma – a tutt’oggi – senza un nulla di fatto, essendo che la linea prevalsa  – ora non più possibile  per l’introduzione dell’euro – fu quella, a suo tempo,  del “ripiegamento” a stampare e distribuire carta moneta : i cosiddetti flussi a copertura della spesa pubblica, e non solo, perchè – pure – a sostegno delle aziende, ogni qualvolta andavano in crisi; e, infatti, il dibattito – a suo tempo –  sul  << –  sistema –  >>  si manifestò impotente, affogato dalla politica della spesa pubblica, in gran parte monopolizzato tra due virtuali “posizioni estreme” : il “pretenzioso”  modello del neo capitalismo ( la cogestione ) e una visione interclassista ( Amintore Fanfani ed altri ) ovvero  la partecipazione ( 4 ) che si accettava solo “obtorto collo” ( ma che ha avuto scarso sviluppo – in Italia e come altrove ); e il “fumoso” modello di neo anticapitalismo  ( 5 ) all’ Enrico Berlinguer ( fuori da ogni esperienza comunista realizzata ma fuori da ogni esperimento di tipo socialdemocratico ) , di cui – anche perchè mai meglio definito – si perse, presto, traccia; e che consisteva – nell’ambito della sinistra –  in una singolare terzietà ( era, dunque, la <<  – terza soluzione –  >>  ? ). 
 
Nel contempo si sviluppava, sul piano degli studi, ma con scarsa informazione  – presso la pubblica opinione –  non dipendendo, certo, dai promotori ( per via ch’era materia – tabù ) , una diversa opzione ( 6 ) : l’evolutivo modello di neo corporativismo; una  <<  – scuola  –  >>   che si avvalse dell’Istituto di Studi corporativi e della   <<  – Rivista di Studi corporativi –  >>  ,e, in versione giornalistica, per essere ospitata sul quotidiano “Secolo d’Italia”, ( organo ufficiale, allora, dell’ex Msi ); ovvero il  corporativismo che superava il corporativismo , in una visione socializzatrice, che non fosse solo per una semplice cogestione, comunemente indicato come la  <<  – terza via –  >>  , per uscire – gradatamente – dalla  <<  – economia salariale –   >>  ;  e proiettarsi, per il tramite d’una convivenza – nell’impresa – di tutte le categorie impegnate nella produzione, oltre il limite della formula  ( capitale – lavoro ), già conosciuta e sperimentata ( ma interrotta nella sua evoluzione ), tanto da consentirsi al capitale stesso di divenire strumento-credito; cosicchè la  finalità della  <<  – socializzazione –  >>    ( 7 )  che, però, non ebbe uva vera proiezione politica  e  una buona accoglienza nel mondo economico, sviluppandosi – prevalentemente – sul terreno sindacale  c.d.  “minoritario”;  epperò, a tutti gli effetti,   una  <<  – scuola –  >>  , su basi solide, non di estemporanee elaborazioni, che si inseriva – riguardando il passato e teorizzando per il futuro – nel dibattito per decidere sui tipi della società. Vi rientrava il Pareto ( 8 ), per i già risvolti decisivi sul piano della realtà politica ( ma per giungere ad una composizione armonica tra gli aggregati della categoria politico-sociale e le combinazioni della categorie economica ); Lionello Robbins, tra Altri, per la dissolta equazione di “economia pura ( di per sé ) uguale materialismo” ( ma per fissarne i parametri d’uso, da parte delle istituzioni politico-economico-giuridiche,  e in quantochè i risultati che vi dipendono – semmai – toccano il giudizio – e le revisioni – sulla produzione, distribuzione, circolazione e consumi ); Ugo Spirito ( 9 ) , per il passaggio – del corporativismo – dal “datori di lavoro e lavoratori ravvicinati”  alla loro fusione in una  <<  – proprietà unica dell’azienda –  >>   ( ma per depurarlo dal suo successivo  <<  – problematicismo –  >>  che, sul piano filosofico, non consentiva il risolvere: il suo  << –  pensare è obiettare –  >>  che, trasferito all’attività pratica, e delle scelte, avrebbe potuto dire il “rischio paralizzante” ); e Giovanni Gentile, per il  <<  – nuovo umanesimo –  >>  e il   <<  –  lavoro soggetto –  >>  ( ma per inverare ciò che, sul piano filosofico, cioè il  << –  pensare è giudicare –  >>  , contraddistingue il suo  <<  – attualismo –  >>   ; il fare politica ch’è concorrere a governare : non solo porre, proporre ma  risolvere e superare ); e, non per ultimi, i Santi Romano e i Cesarini Sforza, per quanto si riferisse alla “tessitura giuridica” della nuova  <<  – istituzione –  >>  , così “partorita”, nella realtà sociale italiana. E di tale   <<  – scuola –  >>  non ci si è – mai – giovati, neppure ci si giova – oggi – quando più � in atto la fase acuta della “crisi” , avendo il dovere del “non escludere”, che, invero, non è solo – e soltanto – una crisi di  <<  – economia –  >> .
 
    Che vi sia stato /che  è l’imperdonabile errore del pregiudizio, a discriminare detta  << –  scuola –  >>  , lo dimostra il fatto che le insufficienze dell’individualismo, piuttosto che a ripararvi e, invece, la “demonizzazione del liberismo”,  tutto ciò ha consentito un  <<  – collettivo –  >>  del marxismo reale, in violazione di tutte le leggi  dell’economia, sbarrando il passo alla rivoluzione d’una  nuova  <<   –  economia sociale di mercato –   >>  ; d’altronde, e non c’era bisogno della “caduta del muro di Berlino” per dimostrarlo,  per prima già s’era manifestato come l’apparato comunista occupasse il posto della classe operaia ( 10 ) e che, per bocca del cecoslovacco Ota Sik, si certificasse la sua impotenza allo sviluppo che, comunque sia, era più efficiente nel sistema capitalistico ( 11 ); che, in generale, nel suo complesso, il marxismo non assicurasse  agli operai un più alto livello di vita e che le forme di sfruttamento avevano portato ad una “alienazione più grande che in tutti gli altri sistemi sociali”; nessun equivoco, in proposito, tant’è che Bernard Henri Lévi, uno dei nuovi filosofi francesi, chiariva come tutto ciò  non dipendesse da una crisi del marxismo ma che il comunismo era fatto proprio così ( 12 ); e come lo si confermasse, clamorosamente, esplicitamente, da parte di Mosca : mantenersi e non uscire dalla linea, pena il caos ideologico e politico, o l’epilogo indicato da qualche  <<  – fratello amico –  >>   ( convegno agosto ’70, così si ribadiva – ad esempio – da parte dello storico, marxista, l’ungherese Lackò ); e vale la pena, peraltro, ricordare come – invece – lo spagnolo Carrillo ( per la teoria – alibi della crisi ) , coinventore – unitamente a Berlinguer – della cosiddetta variabile  –  <<  – eurocomunismo –  >>  ,  l’eventuale nuovo corso ideologico del marxismo, confessasse – tuttavia – l’assenza d’una “ricetta”  ( per “uscirne” ) dato il “processo che ha bisogno di tempo, di molti anni”.  A ben vedere, le cose non stavano proprio così e ne venne l’esito.
 
    Fatto l’esempio , tipicamente italiano ( non che ne siano stati indenni altri paesi europei ), è deprimente dovere constatare, a decenni di distanza, come all’Ue – e in ogni paese dell’Ue – non si sia risolto che, essendo , ormai da secoli,  la moneta – carta sostituitasi alla moneta – oro, e con la ritenuta crisi delle stesse teorie keynesiane ( che non rappresentano – mai –  una soluzione strutturale ; e d’altronde non è, come nel 1929,  e la crisi “morde”, in termini nuovi, su  << –   prezzi – debito sovrano – fiducia –  >>  ), alla Bce tocca – non autorità politica – occuparsi, esclusivamente, dell’equilibrio monetario ( la   <<  – stabilità –  >>  ) ma nei limiti che si basano sul  <<  – rapporto –  >>  tra il flusso reale dei beni – servizi e quantità di moneta offerta; eche moltiplicarne, eventualmente, la quantità – all’occorrenza – è possibile se, analogamente, avviene per detti beni e servizi ( l’equazione di Fischer, unanimemente acccettata come  <<  – norma –  >>   , per l’introduzione del metodo matematico – statistico nella moderna economia ) ; che l’estromissione dei governi nazionali, stante l’assenza di un  << –  governo europeo –  >>  , dalle politiche di supervisione economico-monetaria – però – non ha fatto raggiungere, e  la  <<  – stabilità –  >>  del potere di acquisto della moneta, e la stabilità di  <<  – velocità della circolazione –  >>  ; e che, con la disarmonia tra produzione e moneta, senza un qualsiasi decisore-programmazione, a parte l’aspetto della congiuntura, la crisi è tutta strutturale. E, dunque, “fuori  da ogni realtà è il semplice e puro riferimento a teorie monetaristiche”.
 
    Era già, totalmente, strutturale – per l’Italia – allorchè  il deficit  complessivo – nel 1978 –  previsto per il bilancio dello Stato, il primo ma più che un campanello d’allarme – ai fini della sostenibilità – , si andava stimando a ben 36.780 miliardi in ex lireit. ( a parte il fabbisogno – standard , per gli Enti Locali : in altri 15.500 ? ); e si era alle prese, a suo tempo, per il reperimento – in più – di risorse, intorno ai 1.000, occorrenti – si diceva – per le progettate, calmieratrici, ristrutturazioni finanziarie.
    Si riprese, in quel tempo, a parlare di  “programmazione” dopo che, a partire dai primi anni  sessanta ( con l’avvento del primo centrosinistra ), s’era manifestata  <<  – velleitaria o dilettantsca –  >>  ( così da Alberto Chilosi ), nell’intenzione – anche – di intraprendere un discorso del come si potesse ripianare il debito pubblico ; una questione che si riteneva – ancora – da affrontare ma che, poi, fece sistema ( ereditato ai nostri tempi ). Romano Prodi la condizionava al doversi “dare delle regole chiare e certe per operare” e, data la situazione, della durata di   <<  – dieci o quindici anni –  >>  ; sempre il Chilosi, dell’università di Pisa, considerava che “l’estendersi incontrollato della mano pubblica” aveva creato, da tempo, un tessuto privato da “pubblicodipendente”  e, nel contempo, un potere politico “privatodipendente” ( e  c’era  l’assenza di meccanismi di intervento  – con norme da stabilirsi a priori ); la confindustria, ad opera del professore Innocenzo Gasparini ( presidente del comitato scientifico degli imprenditori ), ipotizzava che vi fosse – prima – <<  –  il quadro di  grandezze macroeconomiche –  >>  per concretizzare, poi,  una  <<  – programmazione settoriale –  >>  , e la redazione di “programmi finalizzati”, i cui risultati per le priorità indicate dalle parti sociali; Guido Carli, l’allora governatore della Banca d’Italia, nell’ambito della “programmazione”, indicava – per la massa debitoria delle imprese – che il rischio passato dall’imprenditore alle banche, ne conseguisse fosse  possibile, perciò, anche la  <<  – responsabilità –  >>  e la  << –  gestione –  >> – da parte degli istituti di credito impegnati e della quota parte, interessata, del sistema imprenditoriale; e si convenì, pertanto, sulla  costituzione di <<  – società consortili –  >> ( 13 )  , preposte alla più idonea risoluzione ( tra le banche e coloro che – come imprenditori – avrvano voluto o sopportato la trasposizione ), che furono possibili solo per un quiquennio ma senza interessare il circuito delle medie e piccole imprese. A parte che, già, con il  << -rapporto –  >>  Reviglio, una fotografia – impietosa – dell’immissione dei flussi di carta – moneta, s’imponeva, tra l’altro, d’interrompere,  seppure nel contesto dell’urgenza  ( si parlava – anche – nelle more, del c.d.  << – piano triennale –  >>  ), la sistematica violazione dell’art. 81 della costituzione ( ovvero la predisposizione di impegni – senza copertura finanziaria – della spesa pubblica ),  ci fu – solo – il coraggio di pochi ( come da parte dell’Istituto di Studi corporativi ) a dissentire, controcorrente; e per convenire – solo – in parte – su tali metodologie, e per porre la questione, la “programmazione impossibile”,  d’una doppia assenza : la mancata scelta economica per la quale operare, l’inesistenza di istituti operativi  idonei a realizzarla ( mirando, in primis, all’aumento del reddito come dell’occupazione ); in sostanza – si sosteneva – come parlare di  <<  – programmazione –  >>  ( 14 ) , se non chiaro uno schema generale di riferimento , in un contesto – ancora – di “regime ad economia mista” ?  e come farla ( allora ) ,  senza  “rivederlo” ( neppure lo è per l’oggi ), essendo la prima condizione una riforma – prioritaria e strutturale – dell’intero sistema ? Mutatis mutandis, per l’oggi, tenuto conto dell’avvenuta – successiva – “archiviazione” della intera “problematica” ( una rinuncia suicida ) , ritroviamo – direttamente o indirettamente – , alla riproposizione del “quadro immutato”  ( con i dovuti aggiornamenti ), che, necessitando di soluzioni – non più rinviabili – , si presenta con tesi da parte di chi – a distanza di decenni – calca, ancora, la scena e di coloro  che non sono più – o perchè “appartati” –  per avere lasciato “eredi”, “discepoli”  e  i “continuatori”; con l’aggravante, ai nostri giorni, del perseverare nell’emarginazione – l’estromettere la diversità di vedute – d’una qualsiasi alternativa all’ordinaria  <<  – normalizzazione –  >>  .  ( continua )

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I GOVERNI SONO ESPRESSIONE DEI POPOLI E NON PER “DESIDERATA DI MERCATI” (sic!): ITALIA, SVEGLIATI E REAGISCI! ADESSO BASTA!!! 2/2 pagine

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 [ LEGGI NOTE ]

(*) così sul quotidiano “il Giornale” di Milano – già il 31 agosto c.a. – il direttore Sallusti.
( 1 )  v. articoli – il  “Roma” ( Vincenzo Nardiello ) : 18.8.’11 ( “della manovra” ); 28.8.’11 ( su “Europa e crisi economica” ) ; 30.8.’11 ( “dell’euro” ); 17.9.’11 ( “delle privatizzazioni” ); 27.9.’11 (  “esistere non resistere” ) .
( 2 ) v.  articolo – il “Roma”  (  Vincenzo Nardiello ) : 18.10.2008 ( su “crisi e America” )  e successivo , quasi in contradditorio, il 19.10.2008, di Giulio Di Donato.
( 3 ) v. M. D’ANTONIO : <<  – La costituzione di carta –  >>  ; Milano, 1977 ;  A. LOMBARDO : <<  –  La crisi delle democrazie industriali , 1968-1976  –  >>   ; Firenze, 1977; F. GIANFRANCESCHI :  << –  Il sistema della menzogna e la degradazione del piacere –  >>  ; Milano, 1977.
( 4 ) v. A. FANFANI : <<  – Capitalismo, Socialità, Partecipazione –  >>  ; Milano, 1976;   A.R.E.L. ( Agenzia di Ricerche e Legislazione ) : convegno a Reggio Emilia ( il 25 maggio 1979 – sul tema  <<   – Stato e Industria in Europa –  >>  ) , tenuto da esperti della DC, in cui si trattò – anche – l’argomento della  << –  economia sociale di mercato –  >>  ma in chiave classista.
( 5 )  v. Intervista  a  “La Repubblica” ( agosto 1978 ) ; E. BERLINGUER: <<   – Il  compromesso nella fase attuale –  >>  ; sta in “Rinascita”, n. 32 del 24 agosto 1979; M. TALAMONA :  <<  – Berlinguer e le sue idee economiche  –  >>  , in “Il sole 24 Ore”, del 25 agosto 1979;  <<  – Progetto di Tesi per il XV Congresso Nazionale del P.C.I. –  >>  , Roma , 20-25 marzo 1979, in   <<  – L’Unità-Documenti –  >>  del 10-12-1978;  <<  – breviario dell’austerità operaia –  >>  , distribuito dal P.C.I. , nel marzo del 1978.
( 6 ) v. articoli di GIUSEPPE CIAMMARUCONI , stanno in  << –  Secolo d’Italia  –  >>  :  <<  – Sindacalismo e classismo  –  >>  ( 24-3-1977 ) ;  <<  –  La esigenza della economicità –  >>  ( 15-4-1978 ) ;  “Dalla  <<  – corporazione proprietaria  –  >>   alla <<  –  impresa proprietaria  –  >>  ” ( 30-6-1979 ) ;  <<  – La  ristrutturazione del salario –  >>  ( 11-4-1978 ) ;  << –  La fabbrica a chi lavora  –  >>  ( 9 e 30-6-1979 ) ;  <<  – Fatica senza fatica  –  >>  (  30-9-1981 ) ;  <<  – La riforma della impresa –  >>  ( 14-7.1978 ) ;  <<  – Come produrre –  >>  ( 30-9-1979 ) ;  <<  – Sciopero sì, sciopero no –  >>  ( 31-5-1981 ) ;  <<  – Ristrutturazione finanziaria o ristrutturazione industriale ? –  >>  ( 26-5-1978 ) ;  —- <<  – Le due illusioni: piani di settore e finanziamenti –  >>  ( 30-8-1978 ) ;  <<  – Il punto sindacale  –  >>  ( 16-3-1979 ) ;   <<  – Un vuoto da colmare –  >>  ( 30-4-1979 ) ;  —- <<  – Il solito imbroglio –  >>  ( 29-2-1980 ); stanno – anche – riordinati, sistematicamente, nella successiva elaborazione – lavoro coordinato, aggiornato e integrato ( dallo stesso ) – in   <<  – No al salario –  >>  ; Roma, 1981 ( edito da C.U.S.I. – Comitato Unitario Sindacati Indipendenti ).
( 7 )  v. testo integrale dello Schema in:  <<  –  Rivista di Studi corporativi –  >>  ; n. 2 del 1973; G. CIAMMARUCONI :  <<  –  La impresa proprietaria –  >>  ; Roma 1975; relazione al D. Lgl. 12.10. 1944, n. 861 per la  <<  – Socializzazione delle imprese –  >>  . Sta in F. GALANTI, op. cit. – .
( 8 ) v. T. COLONNA:   <<  – Critica dei concetti fondamentali dell’economia – Dottrina del profitto corporativo –  >>  ; Torino 1940.
( 9 ) v. U. SPIRITO :  <<  – Il corporativismo –  >>  ; Firenze, 1970;  pag. 351 e segg. – U. SPIRITO:  <<  – La corporazione mangia i sindacati –  >>  ; sta in  <<  – Critica Fascista  –  >>   , 15 ottobre 1933 ( antologia a cura di Gabriele De Rosa e Francesco Malgeri; Roma, 1980 ) ; v. l’intervista ( di Ugo Spirito ) : in   <<  – TG 1 –  >>  del 29 aprile 1979, ore 20.
( 10 ) v. G. MARTINET :  <<  – I cinque comunismi –  >>  , Milano 1974.
( 11 ) v. O. SIK :  <<  – Quale comunismo –  >>  ; Bari 1977.
( 12 )  Sta in  <<  – Prospettive nel Mondo –  >>  ; n. 15-16 settembre-ottobre del 1977, pag. 52.
( 13 ) v. la Legge 5-12-1978, n. 787. Dispone, l’art. 1, che  <<   – previa autorizzazione della Banca d’Italia e anche in deroga a norme di legge e di statuto, gli istituti di crediito a medio e lungo termine che esercitano il credito industriale e le aziende di credito possono partecipare con sottoscrizioni di azioni e associarsi in partecipazione a società consortili per azioni…delle imprese emittenti…  >>  . La Legge, integrata con l’art. 5 del D.L. 30  gennaio 1979, n. 26, scaduta il 29 dicembre 1981.
( 14 ) v. G. CIAMMARUCONI :  <<  – Corporativismo e programmazione in Italia  –  >>  ; Roma, 1965.
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La << –  grande crisi -> [ parte seconda ]
 
    La contrapposizione, a livello planetario, già tra individualismo e collettivismo (15 ) , oggi riesplode in un nuovo e differente antagonismo – mutatis mutandis – che condiziona tutta la realtà della politica economica; è il conflitto, in senso geopolitico, tra paesi  ex egemoni – evidentemente in declino – , e quelli – ovviamente – emergenti in crescita – , che ne mostra la precisa misura e una chiara manifestazione; e che non significa, semplicemente, solo uno scontro tra il vecchio occidente e la nuova compagine cinese. Da una parte si distingue l’oscillante ed esitante linea europea, non proprio omogenea con l’andamento statunitense, e dall’altra l’incalzare – anche – dell’India e del Brasile; al riparo, temporaneamente, gli interessi della ex imperiale Gran Bretagna e della Russia ex sovietica che si corazzano – o almeno così credono – con una sorta di conduzione autarchica; nel mentre Africa e arabi restano – a tutt’oggi – un’incognita per sviluppi, ancora in embrione, di influenze – tutte – non egemoni e non definitive. Quì, da noi,  come in tutta Europa, ad ognuno la sua “formula”, per la risoluzione dell’avanzante   << – grande crisi – >> ,  non si può prescindere da un problema centrale ovvero  che, a tutt’oggi, manchi la “ricetta” ; e, cioè, il mancato approdo a un’etica della proprietà, e per l’uso delle grandi risorse, e per l’agire dell’impresa – ch’è la cellula produttiva d’ogni società – , almeno nella parte del globo che abitiamo e governiamo;  non è tanto, quì – da noi -,  ad impensierirci, come – erroneamente – si può credere,  una questione di   << – programmazione economica –  >>  , che viene dopo  e per conseguenza, quanto – alla base –  per l’appunto il discorso, mancato, del ricondurre la proprietà all’etica e dalla quale far discendere i mezzi per il fine; una questione, come si vede, di condotta umana ( 16 ) ; e ciò sia a livello microeconomico sia a livello macroeconomico.
 
 Ogni qualvolta si dibatta dell’impresa, se più o meno competitiva o – in mancanza – del ( suo ) “non stare nel mercato”,  una costante è il trascurare che l’effetto domino, in embrione,  d’una  eventuale catena di piccoli, medi o grandi  fallimenti – come per le croniche inefficienze di ogni paese – può provocare,  per quota parte, l’arcinoto – oggi supercitato – il <<  – default –  >>  , e non viceversa, essendo per risultante  pil – debito pubblico; tanto per essere più chiari l’esito derivante dal rapporto tra capacità del prodotto interno lordo e indebitamento dello stato per colmarne i deficit.
 
 E dopo l’etica della proprietà, è il discorso centrale sull’impresa che, per  assicurarsi una reale competitività e produttività, non può basarsi unicamente  sull’imprenditore – esclusivista dei mezzi di produzione; e, quindi, non potendo consolidarsi sull’estraneazione – da ogni processo partecipativo  ( e non solo agli utili , ma della gestione ) –  delle maestranze; in una cornice di <<  – capitalismo produttivo –  >>  , diversamente da quello di “carta” e “finanziario” – che ha deviato da ogni regola ed esonda – ,  una sovrastruttura – sempre più anonima – d’intermediazione speculativa e parassitaria, s’è vero – com’è vero – che occorre sviluppo e crescita, bisogna che ciò si realizzi dalle fondamenta, e non dal “tetto” ovvero non per via degli invocati provvedimenti dall’alto, sempre integrativi e mai sostitutivi; in tal senso, e data la premessa, non è certo la filosofia del profitto che va contestata ma da modificarsi – semmai – la filosofia del sistema economico-consumistico, “rigido”,  di cui l’impresa non vorrebbe fare a meno.
 
 A riprova di ciò c’è che, da sempre, l’economia politica – differentemente  dalla politica economica – non subisce giudizi di valore. Che fare ? e come uscirne ?  come operare per il futuro prossimo venturo ? e come superare il nodo della dicotomia consumismo finalistico – finalismo sociale ?  Serve, per quanto ci riguarda, e a nostro avviso, l’Ue , in piena autonomia,  ha il diritto-dovere di dare buona prova di sé,   un  << – modello europeo –  >> , in economia,  perciò  – prioritariamente,  un <<  – governo europeo – >>  , in politica, che sovrintenda alle regole; regole, nuove, passando al discorso giuridico, che siano il frutto d’una codificazione per un sistema politico comune. D’altronde che il sistema politico, per ognuno dei paesi dell’unione europea – tuttora “distinti e distanti” – affasciati solo dalla moneta unica e – in subordine – da una, pletorica,    costituzione – dichiarazione d’intenti, sia da realizzarsi per il tramite di comune codificazione, altro che la raccolta – a gazzetta – di contigenti   << –  direttive –  >>   – spesso e volentieri innaturali -, o per  datate risoluzioni, in gran parte sterili , è pacifico ed  è fatto acclarato; in tale ambito, si converrà, necessita – anche – l’aggiornamento per il diritto dell’economia; e, ritornando a bomba, urge di più – per una logica della precedenza – il (ri)modellamento dell’impresa ch’è problema connesso, strettamente, non solo a quello del competere – in concorrenza e libertà – , non solo al produrre – nella prospettiva degli utili -, così da garantirsi – pure – un risultato sociale, e, ciò, assolutamente, non è utopia. 
 
Un passaggio, oggi tanto più necessario per il premere della  <<  – grande crisi  –  >> – ch’è illusorio solo considerare come una fase transitoria – , onde pervenire dall’attuale telaio d’intrapresa  a una più moderna struttura economico-sociale; e tale svolgimento, epocale, operante in un quadro di finalismo continentale , e programmato nell’ambito d’una effettiva unione politico-costituzionale; Il quadro, cui accenniamo, è infatti il “terreno”  che assegna la forza vitale alle trasformazioni e, dunque, vieppiù all’evoluzione dell’impresa – e non solo – , consente e legittima l’autonomia del sistema sociale; autonomia, beninteso, non contrapposizione; e, cioè, l’articolazione,  entro uno Stato confederale di decisori , nel quale – pure –  e non da soli, partiti e sindacati vi concorrano ma non per occuparlo.  ( continua )
 
[ LEGGI NOTE ]
 

( 15 ) sulle tesi antagonistiche, vedi : A. SMITH : <<  – Economia politica e politica economica –  >> ; Milano, 1971.
( 16 ) sull’etica come scienza della condotta umana, vedi: N. ABBAGNANO  : << –  Dizionario di filosofia –  >>  ; Torino, 1961 , pag.352. 

Le regole di politica economica [ parte terza ]
 
Se il mondo cambia, s’è indubitabile che ciò avvenga pure – come si suol dire – per i corsi e i ricorsi , parimenti per le dottrine economiche che vanno e vengono ( 17 ) , quali per tale intreccio le idee di base accettabili ? La problematica investe, come si vede, l’essenza stessa delle regole di politica sociale e politica economica; il guardare alla storia – che non sia storicismo o mera esercitazione di storiografia  – ci porta, in premessa, a dovere constatare ch’è la realtà del  passato e del presente, nulla escluso, come del dopo che si può  e deve prevedere – per come seguirà -, a caratterizzare l’ebollizione dalla quale individuare il  permanente ovvero l’enucleazione delle idee di base, e le regole di politica economica che – a nostro avviso – ne derivano, anche – e sopratutto – per risolvere i problemi del nostro tempo. 
 
Per uscire dal pasticcio del binomio etica – economia, occorre prima fare chiarezza.; compito, preliminare, se non arduo – per le note ragioni – , difficile ad inverarsi; altrettanto difficile, mettere mano al pasticcio dell’euro ( “consolidato”, così com’è ) ovvero per l’originaria immissione di cambio  ( il binomio moneta    unica – monete nazionali ) che, alla radice, ha “preparato” ( come, per l’Italia,  DA PRODI, QUANDO HA PERMESSO IL CAMBIO LIRA-EURO – >> ) – se vogliamo – tutti i rischi al  << –  default –  >>  ; quanto, e non per ultimo,  al pasticcio del binomio impresa – sistema, è ancor più difficile – se non “vietato” – uscirne Per intanto, a livello economico – che sconfina – vuoi o non vuoi – nel  politico , l’eurozona è totalmente sotto il tallone del  latino << –  cuius regio eius religio –  >>  ( di chi ? ) : l’antico precetto tedesco, “al tempo di Lutero, per il quale i sudditi  dei vari principi, dovevano adeguarsi alle scelte religiose del sovrano”; tanto per intenderci , s’è consentito l’accostamento, nell’attuale : le diverse  <<  – economie reali –  >>  , d’ogni singolo Stato, nel doversi uniformare a misure imposte ( da chi ? )  che, però, ufficialmente  sono – massimamente – influenzate dalle agenzie – rating ( v. “Standard  & Poors’s”, “Moody’s”, “Fitch Ratings”, con la “coda” d’ogni “zelante osservatorio”,  et similia ), piuttosto che dalla stessa Bce – un  << –  paradosso –  >>  – ;  e che fanno perno – ma chi controlla il controllore? (  <<  – quis custodiet custodes –  >>  : chi sorveglierà i sorveglianti ? ) – sulle dichiarazioni afferenti il c.d. “declassamento del debito”, le valutazioni sulla capacità d’essere – solidamente –  in grado, o meno, di fare fronte alle proprie esposizioni, sullo  << –  stato dell’arte –  >>  delle economie che, per così dire, vi “inciampano”; tutte cose che, per ogni Stato – in Europa – , finiscono – tra l’alternarsi di “scossoni” e “assestamenti”  alle borse, e risalite, o meno , dello spread ( come, per l’Italia, tra Btp e Bund ) – non  per registrare, puramente,  il rischio del fallimento bensì – lo diciamo chiaro e tondo – se non proprio a determinarlo, certamente a spingere  verso il  << –  default –  >> medesimo. 
 
Le preoccupazioni – in tal senso – sono ormai insorte, a livello così vasto, tanto da interessare anche chi, in Europa,  non ha dimestichezza con i nuovi termini della cronaca economica: e, in Italia, in particolare, influenzano l’investimento che teme di non essere più garantito, e scoraggiano, nella fattispecie, tutto il piccolo e medio risparmio – ove – ancora – in capacità di esercitarsi – ; e a vantaggio di chi pilota la corsa verso i c.d. “beni di rifugio” ( oro, argento, etc. ) che, in questi mesi, registrano dieci volte più del valore già quotato. Non c’è, insomma, allo stato,  chi possa andare – a parte l’esercizio delle polemiche da “fonti autorevoli ” -alla  supervisione e all’autorità di controllo che  riguardi l’operato d’un tale oligopolio, tutto privato e statunitense; e la veridicità  delle valutazioni,  circa l’affidabilità  creditizia – o meno – di società e Stati sovrani ( ? ) che emettano bond; e ci si mantiene, semplicemente, sulla difensiva che limita il “problema” nel sostenere, fuori da ogni istanza per il  << – primato della politica –  >>  , che “una governance più forte, permetterebbe di puntare agli eurobond”.
 
    Tout  ( per chi ? ) se tien ? nossignori ! Non quadra proprio nulla ? Premesso che a nessuno è dato ricondursi al proprio retroterra  per indugiarvi e attardarsi – solo – in memoriae; che a nessuno è concesso invocare, in nessun caso e per nessuna ragione,  il proprio –  <<  – L’ancièn régimè”  –   >>   ; forme di “onanismo politico”  che distolgono dalla ricerca dell’innovazione, dell’evoluzione; cioè  dello  << –  sblocco –  >>  e della soluzione, da dove ripartire ? Dal primo mattone ( il fulcro ), naturalmente,   della costruzione – comune  ch’è – e resta – l’impresa, e attorno a quel che vi ha ruotato / vi ruota ai nostri tempi. Ripartire, sì, non reiterare, proprio per guardare in avanti. L’impresa, chi ha incrociato ?  Enunciazioni storiche del prima, durante e dopo il suo apparire. Per prima, al sorgere del  << –  capitalismo –  >>  e del salariato, correlato al sopravvenire di fenomeni della società moderna, c’è il  <<   – sindacalismo –  >>  che si ritrova a teorizzare – come risposta alle forme del capitale – l’antitesi delle classi; il presupposto della lotta di classe ch’è il principio – inamovibile – del comunismo ( 18 ) , a prescindere, poi, da come – nei secoli scorsi – si sia dispiegato e indi disciolto; e, infine, con l’eccezione dell’attuale “anomalia cinese”: l’ibrido  del regime misto, la sola formula e la sola sopravvivenza del comunismo, riassunto  nel  << – capitalismo di stato –  >>  più “economia di mercato”. Secondariamente, ci sono i filoni del sindacalismo che, nel tempo – e sino ai nostri giorni – , hanno – sempre – teorizzato l’azione in subordine ad un principio ( ideologico ) : marxista, anarchico, cattolico, corporativo, riformista; e, ancora, quello che fu, invece, per l’autosufficxienza, come il  <<  – sindacalismo rivoluzionario  –  >>  di Georges Sorel, e – in un certo senso – come, per l’oggi, appare quello autonomo e  <<  – apolitico –  >>  ( ? ). Ma i sindacati, tutti, furono immersi e restano nel  << –  classismo –  >>  ; tant’è che, ancora, nel presente, il modello dell’impresa in cui ( per cui ) agiscono – in verità – s’identifica in quel che è,  ritenuto eterno ed immutabile, “il capitale e il lavoro in mani diverse” ; e, quindi, nel trasportarlo in società : del “lavoro oggetto dell’economia”. Esattamente, come da sempre, s’intende da parte dell’imprenditoria (classista) per l’esclusiva titolarità(della proprieta o di altro diritto ) dei mezzi di produzione ( il capitale ).
 
    Nell’avervi ricompreso – in detti filoni – il sindacalismo corporativo , significa soltanto e solo che, avendo la  << –  la collaborazione –  >>   eliminato la lotta ma mantenuta la classe,  si potrà – ma successivamente – dire diversamente; il  <<  –  sindacalismo nazionale –  >> di Filippo Corridoni , la dottrina – prefascista – del movimento interventista del sindacalismo italiano, infatti, si risolse nel sindacalismo corporativo  che procedeva, pari passo, con le leggi  <<  – ad hoc –  >>  e l’incidenza che ne derivavano per l’economia ( e segnatamente per l’impresa ). Si approdò, per l’appunto, dal “passaggio dalla rilevanza della nozione di atto di commercio alla rilevanza di nozione di impresa”, all’ordinamento che nasceva per l’enunciazione ( 19 )- tra il 1923 ed il 1926 ( e del 1927 – e non solo per la  <<  – Carta del Lavoro –  >>  ) – successivamente per la legislazione sindacale ( 20 ) , pervenendo – in ultimo – alla codificazione del 1942; per poi, solo sul piano dei principi ( dato i ben noti “impedimenti” a darvi corpo ) , dopo il 1943, lo sbocco ( 21 ) con l’istituto della socializzazione ( oltre la cogestione ) ed il superamento del  <<  – dualismo –  >> ( oltre la collaborazione )
 
[ LEGGI NOTE ]

(  17 ) vedi : J. ROBISON :   <<  – Ideologie  e scienza economica –  >> , Firenze 1966.
( 18 ) vedi :  <<  – Manifesto dei comunisti –  >>  ( 1848 ) e dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori  (1862 ) di Heinrich Karl  Marx.
( 19 ) v. L. MOSSA :  <<  – L’impresa nell’ordine corporativo –  >>  ; Firenze 1935.
( 20 ) v. M. CASANOVA :  <<  – L’impresa ( in generale )   –  >>  , sta in  <<  – Nuovissimo Digesto Italiano –  >>  ; Torino, 1962; VIII, pag. 351.
( 21 )  v. relazione che accompagnò la pubblicazione, nella Repubblica Sociale Italiana, del D.L. 20-12-1943, n. 853, avente per oggetto la  normativa per la <<  – Costituzione della Confederazione generale del lavoro, della tecnica e delle arti  –  >>  . Sta in: F. GALANTI :  <<  – Socializzazione e Sindacalismo nella R.S.I. –  >>  ; Roma, 1949.

 
La “ricetta” [ parte quarta ]
 
Quali, perciò, le linee  – da elaborarsi  – per fare fronte all’attualità di collassi indotti della produzione ? alla più recente compressione inarmonica dei consumi, per impoverimento ? e, quindi, all’inadeguatezza – antica e nuova – della   <<  – economia salariale –  >>  ?  Per dare risposte a ciò – e ad altro che n’è conseguenza – occorre – innanzitutto – convenire ( accordarsi )  sulla   <<  – esigenza della economicità al servizio dell’interesse sociale –  >>  , risolvere – sopratutto – la questione dell’incontro tra l’economico e il sociale: il presupposto che conduce, agevolmente, alla “ricetta”. 
 
Iniziamo col dire, alle conclusioni, che ci stiamo occupando del futuro e che, questi, può essere letto – anche – perchè   <<  – annunciato –  >>  ; e di quel che, ad esempio, pronunciò Karol Vojtyla con l’enciclica  <<  – Laborem exercens –  >>  ( circa il  <<  – lavoro e proprietà  –  >>  – III – 14  ) ; di certo sulla scia della  <<  – rerum novarum  –  >>  e della  <<  – quadrigesimo anno  –  >>   ( delle quali sono abbastanza note le  <<  – coordinate –  >>  : antimarxismo, “riforma del capitalismo”, collaborazione tra le classi, etc. ), ma sino a spingersi al sottolineare  la  << subordinazione del diritto alla proprietà privata, all’uso dei beni comuni e alla loro destinazione universale  –   >>  ( 22 ) ; se tradotto, in pratica che ” è l’uso dei mezzi che ne giustifica la proprietà, non è la proprietà che ne giustifica l’uso”  ( ciò non riecheggiava per la prima volta in Italia – come già abbiamo detto, e documentato,  in termini di  <<  – corporativismo socializzatore  –  >>  ) ; e, dunque, quali i riflessi per la “prima cellula” ( l’impresa ) ? Precede tutto, intanto, il “nuovo modo di produrre” ( 23 ) sul quale s’era interrogata – anche – l’imprenditoria e che, per quanto ci riguarda, è opportuno – vieppiù oggi – l’interrogarsi; e precedono le soluzioni che, via via, nel tempo, avevano tentato di dare una risposta : dalla Germania – da parte di non pochi imprenditori, con esperimenti di cointeressamento e di “partecipazione agli utili”, coinvolgendo le maestranze ( la cogestione ) -; alla Svezia ( con il tentativo dell’arcinoto  <<  –  piano Meidner  –  >>   ) – per il  <<  –  sindacato proprietario  –  >>  e riforma  ( 24 ) della proprietà  ( il  residuo di  <<  – collettivo –  >>  ) -; in America –  con formule di comproprietà ( 25 ) dei lavoratori ( accesso all’azionariato ) , seppure come eccezioni – ; in Polonia – con Lech Walesa ( a guida del movimento sociale indipendente – sindacato “Solidarnosc” ) ,  per  l’uscita dal sistema economico collettivista  ( la proprietà pubblica dei mezzi di produzione dello   <<  – Stato capitalista –  >>  , e l’alternativa di “partecipazione operaia” ( non solo per la “condizione salariale” ) – ; e bastano, crediamo, questi pochi e diversi esempi.
 
 C’è da dire che Walesa, alla ricerca della nuova formula, durante il suo viaggio a Roma ( 1981 ), ben rendeva l’idea, intanto, di come i lavoratori aspirassero al superamento della loro esclusione da un qualsiasi “processo produttivo partecipato”  ed uscire, come abbiamo detto,  dallo  <<  –  errore affascinante del marxismo –  >>  ( 26 ), e andare “oltre”  ( “Il padrone – dichiarò – è sempre la controparte per i lavoratori : ci sono padroni grandi, padroni piccoli  e padroni-Stato come nel caso della Polonia” ). Ci siamo occupati del “futuro” e, purtroppo, non c’è sintonia con il presente in quantochè detti “esperimenti”, nel bene e nel male, furono tentati – sì – ma furono, poi, non tanto abortiti quanto abrogati; si perdono, ormai, nella “preistoria”  e ne possiamo ben comprendere le ragioni.
 
 Cosicche, sic res stantibus, la “ricetta” resta incentrata – insita –  in quel che – considerando e riconsiderando –  abbiamo, sinora, esposto con le riflessioni, si direbbero non  <<  – ortodosse –  >>  , forse   <<  – eterodosse  –  >>  ( ? ) . In Italia, nella quasi assenza di simili esperienze, proprio – quì – da noi, si sviluppa – però – sul finire degli anni settanta, una rinnovata corrente di pensiero politico-sindacale che, in tal senso, riprende detta tematica economico-sociale e, in essa, il tema delle inevitabili, specifiche, implicazioni politiche e giuridiche; sopratutto, per merito del C.U.S.I. – il Comitato Unitario dei Sindacati Indipendenti ( 27 ) –  una sorprendente meteora nel panorama sindacale italiano, attorno al tema centrale della “impresa proprietaria”, della  <<  – impresa – soggetto –  >>  ; e – come affermava Giuseppe Ciammaruconi ( che n’era il segretario generale ) –  <<  –  il tema, ne siamo convinti, degli anni ’80, degli anni 2000 –  >>  , quello dell’impresa – e la sua evoluzione – come postulato dell’economia sociale. Ci si riprometteva – si disse – di “calarsi nella realtà” e reagire affinchè – così come concepita e trasformata – non la si mantenesse, ancora,  <<  – lontana da chi vive nella società industriale e dal rapporto tra sviluppo tecnologico e sviluppo umano; dalle premesse della rivoluzione robotica e della informatica –  >>  ; e tant’è che – si volle meglio aggiungere –  <<  – la realtà della politica italiana, realtà insopprimibile, è la realtà del prefascismo, è la realtà del fascismo, è la realtà dell’antifascismo, è la realtà del postfascismo –  >>  ; era, quindi, di tutto ciò il rintracciare i motivi onde risolvere i problemi e, perciò, nella fattispecie, quello della “cellula – impresa”. 
 
 Riprendendo il dibattito attorno alle coordinate della  <<  – economia corporativa –  >>  , di cui abbiamo già detto ( 28 ), e non solo circa la sua originaria e pregressa disciplina ( 29 ), nel raffronto con le c.d.   <<  – leggi naturali del capitalismo –  >>  , ne sortiva che la “separazione” fra le funzioni essenziali del processo produttivo ( la prestazione d’opera, la prestazione del capitale – il finanziamento -, l’investimento – la proprietà -, la combinazione di capitale e lavoro – l’impresa – ) , sia che fosse del capitalismo privato o di Stato, si rivelava tutt’altro che perfetta ( 30 ); nel frattempo, intervenuto il magistero di Giovanni Paolo II – a far luce, con la  già cennata lettera enciclica – sulla   <<  – centralità del lavoro –  >>  ( e non mancano – per l’oggi – stessi richiami di Papa Ratzinger –  Benedetto XVI ), si rendeva chiaro che la separazione tra titolarità dei beni capitali e titolarità  del lavoro , non potendosi proseguire sulla via del lavoro subordinato, doveva – invece – portarsi sulla contitolarità del capitale e del lavoro nell’ambito dell’impresa. Insomma s’era, per così dire, in buona compagnia, segnatamente per quanto – da noi – considerato attorno al dato etico dell’economia, dimostrandosi che c’era un sindacalismo – oltre l’attività pratica dell’azione – capace di muoversi ed elaborare tesi nuove, tra l’idealismo – attualismo – problematicismo, vanamente già tacciate di corporativismo  <<  – comunista –  >>  ed inutilmente stigmatizzato di “umanesimo scientifico”. Si confermava, nei fatti, la validità del  <<  – sindacalismo sociale –  >>  e il modello di impresa ( 31 ), ch’era rivendicato – la priorità -, nel rigetto totale dell’economia collettivistica e, in rapporto ad essa, nel trarre di quel che di buono – utile e compatibile – che rimaneva dell’economia capitalistica; e si confermava, altresì, la bontà di tutta una serie di scelte, che non si condizionavano all’homo oeconomicus ( 32 )  e che si riportavano ( rinnovavano ) alla concezione gentiliana del lavoro ( v. in  <<  – Genesi e struttura della società –  >>  ).
 
 La  riemersa <<  – questione sociale –  >>  , tuttora più che mai irrisolta, riesplode – oggi – in termini immutati, e in parte nuovi, ad inizio di questo secolo ch’è s’è aperto all’insegna delle incongnite e della  conseguente <<  – confusione –  >>  ( politico-economico-filosofica ); era andata all’eclissi , ad opera dei più, con qualche eccezione – negli anni ottanta ( e al termine dello scorso secolo, solo apparentemente “accantonata”, per via di noti – avvenuti – “sconvolgimenti politici” )  – sia “a destra” che “a sinistra”; rispettivamente, nel contesto del progetto per una  <<  – Nuova Repubblica –  >>  ( v. Msi-Dn – poi An ) ed in quello per la   <<  – Grande Riforma –  >>  ( v. Psi ) : due opzioni – rispettivamente – il nazionale e il riformista , che, seppure da versanti diversi, si ponevano sul terreno comune del rinnovamento e della modernizzazione, e nel cui ambito si ritrovava  –  nell’occasione dei congressi di partito – l’eco – nella  << –  base –  >> – della problematica, anche, dell’impresa ( rispettivamente: spinta – “a destra” – sino alla  <<  – socializzazione –  >>  e, “a sinistra” , per la revisione del modello, in verità, che esitava, però, ad andare oltre il “partecipativo” – agli utili – e la compartecipazione alla gestione ); ciò avveniva, per via dell’inizio  del cammino di evoluzione della Destra – le cui vicende abbastanza note -, e per la Sinistra ( che voleva rappresentare il Psi ) grazie all’uscita dal marxismo e l’ispirarsi, unicamente, alla figura e a quanto già esercitato da Pierre – Joseph Proudon ( 33 ). Tutti gli altri, e in particolare le organizzazioni sindacali ( allora, come oggi, nella funzione di  << –  cinghia di trasmissione –  >>  della “forma – partito” ),  fermi al modello dell’economia salariale ( l’equazione : lavoro uguale – solo – salario; v. convegno di Pisa, dell’aprile 1978 ); e alla linea di “conquiste”,  di cui è fotografia la stratificazione verticale – del salario – con le varie indennità ( all’epoca, erano già in oltre 30 “voci” ) che si affiancano alla paga base, come risultato  ( e contropartita ) – è evidente – del “blocco” ( ad andare oltre la struttura di impresa ); e che, in tempi di espansione, pare appetibile ai lavoratori ma che, in tempi di contrazione, mostra tutti i limiti e la propria impotenza ( a suo tempo, infatti, con l’illusoria ed ingannevole formula :  <<  –  il salario-variabile-dipendente –  >>  ). 
 
Che la crisi non provenga da un “recente lontano” ma che venga da molto più lontano, invero, è provato – incontestabilmente –  da quel che, all’epca, ci si chiedeva :  <<  –  quale sarà, nel prossimo avvenire , il nuovo modello di sviluppo dopo quello del  lavoro, della redistribuzione, del garantismo ?  –  >>  .  Ed era, già, facile rispondere :  << –   forse, molto semplicemente, quello della  impossibilità della crescita economica. –  >>  ( v. Pietro Terna ). Nel mese del febbraio 1980 – già trent’anni orsono – era nella massima evidenza ed espressamente lo si affermava ( v. Roy Jenkins – a Strasburgo – presidente della Commissione C.E.E. – previsioni riguardo alla già iniziata  <<  – sfida delle nuove tecnologie –  >>  ) :  <<  –  Se guardiamo il futuro, ciò che ci aspetta è il crollo dell’ordine economico e sociale sul quale è stata costruita L’Europa del dopoguerra –  >>  ; e, oggi, dunque che dire ? Per quanto ci riguarda, noi riteniamo  che vi sia,  invece,  la prevalente – dominante – altra motivazione : l’avere, l’Europa, ricomposta se stessa sui modelli politico-sociali degli  anni  <<  – ’20 –  >>  ovvero facendo a meno dell’eccezione di quel che si definì la  <<  – ideologia italiana –  >>  ( seppure, come abbiamo avuto modo di dire, impedita nella sua evoluzione ). E, per l’oggi, dunque, che aggiungere ? Che, infatti, ciò che si deve risolvere è, per l’appunto, non tanto il  <<  – che cosa –  >>  e  << –  perchè –  >>  produrre ma sopratutto, semmai,  il  << –  come –  >>  produrre; per quale nuovo modello lavorano gli altri? Ma quali “lotte”? e quali  – soliti – <<  – patti sociali – >> ? 
 
Nelle considerazioni che abbiamo, sinora, sviluppato, riferendoci – prevalentemente – alle tematiche economico-sociali ( pur se non ci siamo negati – accennandovi per quanto fosse necessario  – a trattare delle implicazioni politiche e giuridiche ), è cosa ovvia che – seppure nel “silenzio” derivante dai limiti imposti alla trattazione – però non dimentichiamo che tale problematica non può non considerare tutto quel che – poi – è avvenuto, sul terreno politico ( e scarsamente su quello costituzionale ) : a partire dalla seconda metà degli anni novanta ad oggi ( ma di cui non ci occupiamo, dando per scontato che, da qualsiasi parte lo si osservi, comunque sia, ne sono conosciute – ampiamente e compiutamente – le “vicende” ). Ci limitiamo – solo – a dire, e lo dobbiamo dire, che dispiaccia o no ( a prescindere che, per il come e per quanto si sia manifestato, si condivida – o meno ), che qualcosa è avvenuto.
 
 La “discesa in campo politico – imprevista e determinante – dell’imprenditore” ( v. Silvio Berlusconi ), e “l’irrompere – tumultuoso ma moderato – dell’uomo di Cerignola ( v. Giuseppe Tatarella – alias “Pinuccio” – poi scomparso prematuramente ma che ha lasciato “eredi irriducibili” ), e “la crescita impetuosa – localistica ma non proprio di stretto respiro – del c.d. leghismo padano” ( v. Umberto Bossi ); cioè il sorgere e lo svolgersi d’una loro linea di alleanza, tuttora non a ciclo chiuso – checchè se ne dica -, per un nuovo   <<  – blocco sociale – >>  ch’era  , e ch’è , tra tutte le altre novità e proprie pecularietà, il contraltare al “partito del debito pubblico e della spesa pubblica”. E’ pur vero, in un certo senso, e per altre ragioni, che – come di recente ha scritto Gennaro Sangiuliano –   << – il centrodestra italiano è deludente, poteva rompere le catene del conformismo post comunista, con una grande riforma morale e civile. Non lo ha fatto, gettando alle ortiche un’occasione storica. Ci vorrebbe la sobrietà dei grandi conservatori: De Gaulle, Churchill, Giolitti …. La lezione di Prezzolini, Pareto, Mosca… ( . . . )  –  >>  ;  ma – anche di recente – il direttore del quotidiano di Milano  <<  – il Giornale –  >>  , Sallusti, in un suo editoriale, diceva che:  <<  – …la rivoluzione liberale promessa da Berlusconi è vero che è incompiuta ma non archiviata… –  >>  .
 

[ interruzione ] Vicepresidente di turno ( omissis ) :” On.le Popolo, sinora non l’ho interrotta, ma devo farle osservare che ha, per così dire, sconfinato; e mi auguro che Ella – e la invito a concludere – voglia, ora, almeno – al termine del suo intervento – rientrare in tema, quì oggi, per la verità, si dibatte di altro…” .
 
    Popolo : “Mi affretto, Signor Vicepresidente, e prendo atto del suo crùccio al solo, fastidioso,  sentir parlare di “altro”…, perciò concludo ma è un peccato : avrei, meglio, sviscerato come – oggi – in questa aula non si tratti d’una “partita giocata in due”, neppure in tre – quattro – cinque, dato e considerato il subentrare nella “querelle”, almeno così viene presentata, a tutt’oggi, di interventori – già in parte troppo tempestivi ed in parte, seppure, tardivi – che ne hanno più interesse dei definiti e c.d. “contendenti” stessi. Ho ampiamente dimostrato che, alla radice, il  << – problema – >> , è altro.
 
 Riprendo e, velocemente. concludo”. E noi vi aggiungiamo, senza entrare – molto – nel merito di quanto sopra ( non s’è fatto o s’è stati impediti a farlo ? – ma questo è altro problema ),  in breve, che : la “rivoluzione liberale” , quanto la “riforma morale”, s’intendono – è vero con la ripulsa del “collettivo scaduto” – se pure provvedendo per le “insufficienze dell’individualismo” ( di cui ci siamo occupati ); che, in quanto alle emergenze, per prima cosa,  e per quanto riguarda le famiglie, è tuttora possibile che siano rimesse in grado di accantonamenti, utili a un  <<  – capitale di avvio –  >>  dei giovani all’età adulta;  che, per le “grandi questioni”,  presidenzialismo – bipolarismo – federalismo, comunque sia, sono entrati nella coscienza degli italiani e non è detto che possano – facilmente – essere “azzerati”; che, poi, non a caso, all’interno d’una tale coalizione maggioritaria – oggi come oggi – maggiore coerenza e lealtà risultano – chiarissimamente – in ambito delle anime  di originaria provenienza, rispettivamente, missina e socialista ( di cui abbiamo già accennato ), e che non subiscono il “richiamo delle sirene”, e che, in sostanza, non sono disponibili per la comoda – facile  rincorsa alla  <<  – restaurazione –  >>  ; che, in ogni caso, all’eventuale prova elettorale, sia che Berlusconi decida di partecipare direttamente o indirettamente, difficile è il pensare che non  ancora ci si ritroverebbe con un “fronte articolato” , composto come sinora è, e con tutte le motivazioni che muovono – attualmente – il Popolo della Libertà ( ma non solo : con quelle della Lega al nord – che ne ha ben donde – degli artigiani indipendenti, piccoli imprenditori e piccoli proprietari in agricoltura, “operai evoluti”, etc.; e con quelle, non meno valide, delle c.d. “correnti minori”, nell’attuale centrodestra, dentro o fuori il PdL,  che rifiutano – come i cattolici – il ritorno all’arcinoto <<  – centrismo pendolare –  >>  o che non intendono – come i tanti liberali e i risorgimentali – farsi “risucchiare”, a sinistra, dal  risorgente  <<  – cattocomunismo –  >>  e dal vetero “antagonismo rosso” ); che non è detto sia, definitivamente, preclusa l’attuazione, di cui si parla, della  <<  – triangolazione strutturale –  >>  : le riforme di costituzione, giustizia e fisco. Che, per quanto ci riguarda, non è impossibile pensare che ne vengano, poi, ad includersi, in dette riforme,  le direttrici che abbiamo delineato per la produzione e l’impresa. Tutto, insomma, è possibile e, nonostante, tutto,  solo se lo si voglia.
 
Grazie, Signor Presidente, grazie a tutti voi colleghi, ho concluso.
 
[ LEGGI NOTE ]
( 22 )  v. la lettera enciclica   <<  – LABOREM EXERCENS  –   >>  del Pontefice Giovanni Paolo II del 14 settembre 1981 (  <<  –  L’Osservatore Romano  –   >>  n.213 del 16-9-1981 )
( 23 ) v. G. VARASI:   <<  –  Padroni di cambiare. Ruolo e motivazione del nuovo imprenditore  –  >>  ; Milano, 1976.
( 24 ) v. R. MEIDNER :  <<  –  Il prezzo dell’uguaglianza. Piano di riforma della proprietà industriale in Svezia  –  >>  : Cosenza, 1976; R. MEIDNER:  <<  –  Capitale senza padrone. Il progetto svedese alla formazione collettiva del capitale  –  >>  ; Roma, 1980.
( 25 ) v. – ad es. – : “Gli azionisti della Rath Packing  , una società statunitense di conserve animali, approvarono un programma mediante il quale i propri dipendenti  ricevevano il 20 per cento dei loro salari in azioni ordinarie per la durata di due anni e al termine del periodo venivano a possedere il 60 per cento del capitale della società medesima ( The Rast Packing Company, Prospectus in December 30, 1980 ).
( 26 ) v. K. KORNUNG :  <<  –  Un errore affascinante : il marxismo  –  >>  ; Roma, 1979.
( 27 ) Il C.U.S.I.  ( Comitato Unitario Sindacati Indipendenti ) fu costituito, per iniziativa dei Sindacati Sociali ad esso aderenti, il 12 gennaio del 1979; i  <<  – Sindacati Sociali –  >>  furono le organizzazioni di categoria del sindacalismo indipendente; sul piano operativo, seppure non raggiunto l’obiettivo della massima espansione – su tutto il territorio nazionale -, ebbero una forte presenza in Lazio e Campania ( nei settori della scuola, sanità, trasporti, pubblico impiego e metalmeccanicoi ) ; ancora più forte nell’ambito delle organizzazioni dei senzalavoro – a Napoli  ( col “Sindacato Sociale Disoccupati” ) –  in cui l’intero Cusi rappresentò – anche – una delle più consistenti – se non la prima – “forza di lotta e di piazza” ( in specie, dopo il sismo ’80, e durante tutto il periodo delle trattative , governo  – disoccupati, con l’allora mimistro Foschi );  sta in :  <<  – 50 anni di Movimento – La storia del Msi vissuta da un militante –  >>   ; Napoli, 1994 ( Arturo Stenio Vuono ).  [ Arturo Stenio Vuono ne fu, a suo tempo, il responsabile del coordinamento ovvero il responsabile del comitato che raggruppava i sindacati sociali partenopei ]
( 28 ) v. L. AMOROSO :  <<  – Principi di economia corporativa –  >>; Bologna, 1938.
( 29 ) v. L’art. 811 del C.C., abrogato dall’art. 3 del D.Lgl. Lgt. 14-9-1944, n. 287, recitava :  <<  – Disciplina corporativa. I beni sono sottoposti alla disciplina dell’ordinamento corporativo in relazione alla loro funzione economica e alle esigenze della produzione nazionale –  >>  .
( 30 ) v. L. AMOROSO :  <<  – Le leggi naturali dell’economia politica –  >>  ; Torino, 1961.
( 31 ) v. Sulla problematica dell’impresa, v. G. AMORESE:  <<  – Rimeditiamo il concetto di impresa –  >>  ; sta in “Giornale dei dottori commercialisi” ; Roma, n.5; maggio 1979.
( 3 2 ) v. dibattito sul quotidiano “Secolo d’Italia” – 2 aprile 1978 ( Lino Di Stefano ) e 15 aprile 1978 ( Giuseppe Ciammaruconi ), a commento dell’ultimo saggio ( 1978 ) di Ugo Spirito su   <<  – Vilfredo Pareto –  >>  .
( 33 ) v. PIERRE – JOSEPH PROUDON :  <<  – Qu ‘est – ce que la propriete –  >>  ;  <<  – Philosophie dela misere –  >>  ;  <<  – Théorie de la propriété –  >>  ; 1866.  ( Il Proudon : “…partito dal pensiero degli economisti classici e da una critica intransigente della società borghese, egli arriva a una posizione politica assai distante da quella di Marx e alla contrapposizione al socialismo marxista…” – 
 
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“AZIMUT” ASSOCIAZIONE CULTURALSOCIALE NAPOLI – IN RETE :
 direzione responsabile: presidenza Associazione
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 Uff. Stampa Associaz. “Azimut” :   Ferruccio Massimo Vuono 
(Arturo Stenio Vuono :  presidente di “Azimut” – Napoli)
“AZIMUT” – VIA P. DEL TORTO, 1 –  80131 NAPOLI
[ ex : Prima Traversa Domenico Fontana )
TEL. 340. 34 92 379 / FAX: 081.7701332
FINE INTERVENTO 
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Un pensiero su “UNA NOVELLA FANTASCIENTIFICA E DI FANTAPOLITICA : IMMAGINIAMO CHE AL POPOLO SIA CONCESSO PRENDERE LA PAROLA INNANZI ALLE CAMERE – BUONA LETTURA !”

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