FALCONE – BORSELLINO IO NON DIMENTICO : E LE SOLITE COMMEMORAZIONI UFFICIALI NON MI INTERESSANO – TUTTA LA VERITA’


FALCONE – BORSELLINO IO NON DIMENTICO  : E LE SOLITE COMMEMORAZIONI UFFICIALI NON MI INTERESSANO – TUTTA LA VERITA’ 

UNA BUONA LETTURA E A PRESTO ! anteprima di web servizio tra breve in rete
FALCONE – BORSELLINO IO NON DIMENTICO  : E LE SOLITE COMMEMORAZIONI UFFICIALI NON MI INTERESSANO – TUTTA LA VERITA’ 
[ “AZIMUT-NEWSLETTER” : 23/05/2017 ]
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
IN QUESTO NUMERO – TUTTA LA VERITA’ [PER LEGGERE TUTTO VED :OLTRE]
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IN VETRINA
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CI RISIAMO – L’ULTIMA DELLA UE OVVERO EURSS ( UNIONE EUROPEA DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE ) – POSCIA PIU’ CHE IL COMUNISMO POTE’ IL TURBOCAPITALISMO…..
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La tassa sulla casa è la più odiata dagli italiani. L'ordine della Ue: "Rimettetela". Ecco chi riguarderà  COMUNISMO  E TURBOCAPITALISMO…..
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++ Ue a Italia, reintrodurre Imu per redditi alti ++
Gli ordini del Quarto Reich

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FALCONE – BORSELLINO IO NON DIMENTICO  : E LE SOLITE COMMEMORAZIONI UFFICIALI NON MI INTERESSANO – TUTTA LA VERITA’
[ “AZIMUT-NEWSLETTER” : 23/05/2017 ]
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PRIMO PIANO
 
GRAN BRETAGNA : ORRORE TERRORE E SANGUE
L'omaggio alle vittime della strage di Manchester © AP
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( da messaggio su facebook )

…orrendo attentato a Manchester, reso ancora più odioso dal fatto che vede coinvolte, come vittime, bambini ed adolescenti. In compenso l’Occidente che fa? Applica sanzioni alla Russia, muove guerra al laico Assad, riprende con la politica di isolamento nei confronti dell’Iran sciita, appoggia i musulmani sunniti bosniaci ed albanesi contro la Serbia baluardo della cristianità, vende armi per miliardi di dollari alle monarchie sunnite wahabite del Golfo e si trastulla con le marcette arcobaleno. C’è qualcosa di profondamente losco in tutto questo…

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IN COPERTINA
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QUALE MAFIA. La verità sulla morte di Giovanni Falcone e Paolo …

26 mag 2012 – Caricato da malagiustizia

La verità sulla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino Di Antonio Giangrande Leggi i libri e le …

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 LE SOLITE COMMEMORAZIONI UFFICIALI NON MI INTERESSANO
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Mattarella, Falcone sempre attento alla solidita' delle prove © ANSA
 

  Il metodo di lavoro di Giovanni Falcone era “dinamico con la convinzione – condivisa con altri colleghi, tra cui Paolo Borsellino, di quanto fosse importante il lavoro in pool, e la scelta del maxiprocesso per condurre in giudizio, condannare e sanzionare globalmente il mondo della mafia, muoveva da questo proposito”. Lo ha detto il presidente Sergio Mattarella aprendo il Plenum straordinario del Csm. “Inizialmente non compresi da qualcuno, i suoi criteri rispondevano pienamente al carattere della funzione del magistrato. Aveva ben presente il valore dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura. Anche per questo era attentissimo, per la credibilità dello Stato e della Magistratura, alla consistenza degli elementi di prova raccolti. Non a caso, diceva che occorre distinguere un’ipotesi di lavoro da elementi che sorreggano l’esercizio dell’azione penale. Questo scrupolo – ha concluso Mattarella – conferiva alle sue inchieste grande solidità nella verifica dibattimentale”.

     Falcone conosceva “l’importanza del lavoro in pool che ha condiviso con Paolo Borsellino” e soprattutto “aveva ben presente il valore dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura”. Lo ha sottolineato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aprendo oggi a Roma il Plenum straordinario del Consiglio superiore della magistratura. “Giovanni Falcone – ha aggiunto il capo dello Stato – era inoltre attentissimo alla consistenza del materiale di prova” e “questo scrupolo conferiva grande solidità alle sue inchieste”.

  Ricordare nell’Aula del Consiglio superiore della magistratura la strage di Capaci, con l’assassinio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, “assume il significato di ribadire l’importanza fondamentale dell’azione di contrasto delle forze giudiziarie e delle forze dell’ordine” alla mafia. Lo ha sottolineato il presidente Sergio Mattarella aprendo il Plenum straordinario del Csm a Roma. Il ricordo di Giovanni Falcone, i cui 25 anni dalla strage cadono domani, “non deve trasferirsi in una celebrazione rituale” perché, ha aggiunto il presidente, “lo spirito e i criteri del suo impegno” rimangono validi. Falcone diceva, e questo è valido ancora oggi che “la mafia non è invincibile ma è un fenomeno terribilmente serio”.

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TUTTA LA VERITA’ 
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Falcone e Borsellino, ecco tutta la verità su quelle due stragi …

lanuovasardegna.gelocal.it › Sardegna

15 mar 2011 – Falcone e Borsellino, ecco tutta la verità su quelle due stragi Qui sopra i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sotto Giuseppe Ayala nei …

verita’ sulle stragi falcone-borsellino: uccisi dai comunisti – Facebook

Tutto confermato da Valentin Stepankov, il quale ha detto anche che, dopo la morte di …Falcone, venne ucciso a Capaci, in una strage in cui furono utilizzati …

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Capaci 25 anni dopo: parla l’autista di Falcone sopravvissuto all …

www.tgcom24.mediaset.it › Cronaca › Sicilia

44 min fa – Con Falcone vivo avremmo forse sconfitto la vera Mafia, non quella di chi spara” … Ai microfoni di Tgcom24 le rivelazioni di Giuseppe Costanza: “La verità che è stata ricostruita non è sufficiente. … Quel pomeriggio Giuseppe Costanza è a bordo della stessa auto su cui viaggia il …. “Non è del tutto corretto.

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VERITA’ SULLE STRAGI FALCONE-BORSELLINO: UCCISI DAI COMUNISTI

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I giudici Giovanni Falcone e Paolo BorsellinoI giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

VERITA’ SULLE STRAGI FALCONE-BORSELLINO: UCCISI DAI COMUNISTI 
Consigliato dai lettori di Freedom24
di Gennaro Ruggiero
Geronimo, alias Paolo Cirino Pomicino, nel suo libro bomba “Strettamente Riservato”, fa alcune considerazioni. In pratica si sofferma su alcune coincidenze molto preoccupanti. Infatti, pare che Giovanni Falcone, avrebbe dovuto incontrare, qualche giorno dopo la sua morte, il procuratore di Mosca Valentin Stepankov, che indagava sull’uscita dalla Russia di grosse somme di denaro esistenti nelle casse del PCUS.
Tutto confermato da Valentin Stepankov, il quale ha detto anche che, dopo la morte di Falcone, nessuno gli ha mai piu’ chiesto nulla.
Eppure Falcone aveva informato allora Andreotti che il suo interessamento era stato sollecitato dal presidente Cossiga qualche mese prima. Falcone, venne ucciso a Capaci, in una strage in cui furono utilizzati materiali abbastanza insoliti per la mafia e più consueti, invece, per le centrali del terrorismo internazionale.
Tutte le conoscenze che Falcone aveva sui flussi di denaro sporco passarono allora a Paolo Borsellino che, a sua volta, secondo l’annuncio dato da Scotti e Martelli in Tv, avrebbe dovuto assumere la guida della Procura nazionale antimafia. Fu la sua condanna a morte. Due mesi dopo Borsellino saltò in aria
alla stessa maniera di Falcone.
Il Giornale il 3 novembre 2003, raccontava che Giovanni Falcone, il simbolo della lotta alla mafia, prima di morire si stava occupando dei finanziamenti del Pcus al Partito comunista italiano: o meglio del riciclaggio di soldi, tanti soldi, che nella fase di dissolvimento dell’Urss lasciavano Mosca attraverso canali riconducibili al Pci. Per questo motivo Falcone si era già incontrato con l’allora procuratore generale russo Valentin Stepankov che su questo stava concentrando tutta la sua attività. Falcone è stato ucciso alla vigilia di un nuovo e decisivo incontro sollecitato dallo stesso Stepankov.
Ci sono telegrammi con oggetto : «Finanziarnenti del Pcus al Partito comunista italiano».
L’ambasciatore Salleo comunica al Ministero a Roma: “Il Procuratore generale della Federazione russa, Stepankov, mi ha fatto pervenire lettera con cui, facendo riferimento a colloqui da lui a suo tempo avuti con i magistrati Falcone e Giudiceandrea (ndr, il procuratore capo di Roma) mi informa della sua intenzione di effettuare nel periodo 8-20 giugno p.ve una missione di cinque giorni a Roma nel quadro della inchiesta sui finanziamenti del Pcus al Partito comunista italiano”.
C’era solo un motivo per cui il magistrato russo sollecitava la collaborazione di Giovanni Falcone; dopo averne apprezzato la competenza negli incontri precedenti: Falcone era l’unico in grado di accertare l’eventuale coinvolgimento della «criminalità organizzata internazionale», cioè della mafia (o delle mafie), nel riciclaggio del tesoro sovietico.
Falcone, vale la pena ricordarlo, da poco più di un anno ricopriva il ruolo di direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia. Era stato chiamato da Claudio Martelli, allora Guardasigilli. Da quel momento attorno gli era stato fatto il deserto. Quei mesi prima della strage di Capaci, Falcone aveva visto bruciare la sua candidatura a procuratore nazionale anti mafia dai suoi nemici al Palazzo di giustizia di Palermo e dentro la magistratura: al Csm al momento di scegliere il «superprocuratore» tre membri laici del Pds gli preferirono Agostino Cordova. I due governi, vale sempre la pena di ricordare, presieduti da Giulio Andreotti dal ‘90 al ‘92, con il ministro dell’Interno Enzo Scotti e i due ministri socialisti alla Giustizia, prima Giuliano Vassalli e poi Martelli che aveva voluto Falcone al suo fianco, avevano emanato un numero impressionante di provvedimenti contro la mafia. Per ricordarne alcuni: dal mandato di cattura per decreto legge che riportò dietro le sbarre i grandi mafiosi del primo maxi processo istruito a Palermo dallo stesso Falcone, alle norme anti-riciclaggio, al varo della Dna, la Direzione nazionale anti mafia.
Curiosamente gli uomini di questi due governi che più si erano esposti nella guerra dichiarata dallo Stato alla mafia, con la sola eccezione di Vassalli, saranno tutti travolti da Tangentopoli, e il premier, Andreotti, addirittura accusato di essere il baciatore di Totò Riina, il puparo della mafia e il mandante di un omicidio (quello di Mino Pecorelli).
Da quando Falcone aveva accettato l’incarico al ministero, Martelli si era trovato a sostenere uno scontro pressoché quotidiano con il Consiglio superiore della magistratura. Questo era il clima che ha avvelenato la vita di Falcone, prima di Capaci. Racconta Enzo Scotti: «Lo aveva visto pochi giorni prima che partisse per Palermo, era giù di tono. Era stanco e avvilito.
Finora degli incontri tra Falcone e il giudice Stepankov si era saputo per sentito dire. Il primo a parlarne è stato l’ex ministro dc Cirino Pomicino nel suo libro “Strettamente riservato” . «L’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga » spiega Cirino Pomicino «mi ha raccontato che fu lui a chiedere a Falcone
di indagare, su quel flusso di denaro del Pcus che usciva dall’ex Unione sovietica ». Andreotti ha confermato di aver visto i «telegrammi riservatissimi» giunti alla Farnesina nel maggio del ‘92. Adesso c’è la prova documentale.
Nel primo, quello dell’11 maggio, è indicato con precisione il periodo in cui Stepankov intendeva venire in Italia, tra «l’8 il 20 giugno», per indagare su finanziamenti de Pcus, mafia e Pci. Il procuratore generale russo rispondeva positivamente anche alla richiesta di assistenza giudiziaria avanzata dal magistrati romani che indagavano su Gladio Rossa (inchiesta poi frettolosamente archiviata).
Per l’incontro con Falcone non ci sarà tempo, poco prima delle 18,30 del 23 maggio una gigantesca carica di esplosivo lo ha fermato per sempre.
Del 27 maggio 1992, quattro giorni dopo la carneficina, è il secondo telegramma «urgentissimo» e «riservatissimo»dall’ambasciata di Mosca alla Farnesina, questa volta firmato da Girardo. Valentin Stepankov non può far altro che esprimere l’«amarezza» e il «profondo dolore », e prega di portare le condoglianze ai parenti delle vittime. Ma tramite la nostra ambasciata, dopo aver sottolineato come fosse stato in programma di lì a poco il loro incontro, Stepankov non rinuncia a ricordare Falcone «quale degno cittadino dell’Italia, uomo di alto impegno professionale e morale».
Peccato che i due telegrammi «urgentissimi» non abbiano mai attirato l’attenzione della commissione parlamentare Antimafia, presieduta da Luciano Violante e Vice presieduta dal democristiano Paolo Cabras: nel ‘93 preferirono mettere sotto processo la Dc e Giulio Andreotti.
E oggi si vuole accusare Silvio Berlusconi e i suoi fedelissimi. Ma allora tutta la storia, perché è di storia che stiamo parlando non di leggenda, che fine ha fatto?
Allora è vero che c’è una regia politica dietro tutta la vicenda Spatuzza & Co.
Purtroppo stavolta non ci sono Falcone e Borsellino, magistrati veri ed imparziali, ci sono solo quelli che come allora accusarono a vuoto Andreotti; ma adesso chi saltarà in aria? E chi lo farà, visto che l’unione sovietica è morta?
Ma non è morto anche il comunismo? O ci sono i residui bellici ancora vivi?
Lascio al lettore analizzare le notizie storiche che mi sono permesso di riportare in questo articolo.
su Freedom24 il 13 Maggio 2010
 
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TUTTA LA VERITA’ ( Giuliana Grimaldi )
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tratto dal web

Riccardo Tessarini).

Quel pomeriggio Giuseppe Costanza è a bordo della stessa auto su cui viaggia il giudice, ma non al posto del conducente. Falcone quel giorno ha voglia di guidare e si è messo al volante, con la moglie seduta al suo fianco. Una deroga al protocollo che avviene spesso, una deroga che costa la vita al nemico numero uno della Mafia e che al contrario salva quella dell’autista giudiziario.
Venticinque anni dopo Costanza mette insieme iricordi di quel periodo e le sue valutazionipersonali: “Da quando Falcone abitava a Roma si sentiva tranquillo, camminava anche senza la scorta. Io stesso gli avevo fatto preparare un’auto per la Capitale, per potersi muoversi liberamente. Anche altri magistrati facevano come lui, credo senza autorizzazione visto che dopo l’attentato di Capaci nessuno di loro ha più guidato personalmente l’auto. Quando Falcone non andava in giro da solo, guidavo io, e lui si sedeva davanti. Questo perché il clima era tranquillo, non c’era la tensione di quando viveva a Palermo”.
Perché allora colpire Falcone durante una breve trasferta a Palermo e perché farlo in maniera così vistosa, quando si trova insieme agli uomini della scorta?
“Quella mattina mi telefonò alle 7 di mattina per dirmi del suo arrivo. La scorta che rimase vittima veniva raggruppata al momento, non era dedicata, dall’84 al 91 a seguirlo costantemente siamo stati in pochi. Di solito aveva una scorta organizzata al momento con gli uomini disponibili. Ne è prova il fatto che sulla macchina sulla quale viaggiava lui non voleva forze dell’ordine: sulla sua auto non è mai salito un poliziotto. La settimana prima dell’attentato, venendo a Palermo,mi aveva fatto una comunicazione importantissima. Mi disse: “È fatta, sarò il procuratore nazionale anti mafia”. E mi invitava a prendere il brevetto di pilota perché avremmo dovuto muoverci con un piccolo elicottero, un Mosquito. A qualcuno però, questo scenario fece paura, Falcone con la nuova carica che stava per ricoprire era pericoloso. Dopo il fallito attentato all’Addaura (il 21 giugno 1989, ndr) stava collaborando con dei magistrati elvetici e stava facendo indagini su diversi conti cifrati in Svizzera. Ritengo che l’attentato di Capaci sia stato un depistaggio per colpire l’uomo e addossare la colpa alla cosiddetta Mafia. Il problema è allora un altro: capire di quale Mafia stiamo parlando… Hanno addossato la colpa alla delinquenza locale, hanno preso la manovalanza, ma la mente credo che si debba ancora scoprire”.
Perché allora uccidere poco dopo anche Paolo Borsellino?
“È stato fatto saltare in aria per lo stesso motivo: perché stava subentrando a Falcone. Troppi fatti collimano e vanno in questa direzione. Venne a trovarmi in ospedale e mi disse che stava seguendo le stesse indagini di Falcone e che a quel punto sarebbe stato lui il procuratore nazionale anti mafia. Questa è stata la sua condanna”. 

“L’attentato di Capaci è stato un depistaggio per colpire l’uomo Falcone e addossare la colpa alla cosiddetta Mafia. Ma di quale Mafia stiamo parlando?”

GIUSEPPE COSTANZA, AUTISTA DI GIOVANNI FALCONE

Ha trascorso otto anni con il giudice Falcone. Come lo ha conosciuto e quali funzioni ha ricoperto per lui? Quale rapporto avevate sviluppato?
“Conobbi Falcone nel 1984 quando facevo ancora il parrucchiere. All’epoca non sapevo chi fosse. In quel periodo l’aria a Palermo era irrespirabile, gli omicidi continui e tutti di persone eccellenti: dal giudice Chinnici (che aveva inventato il Pool antimafia e che conoscevo perché veniva a fare la barba nel mio negozio), al commissario Ninni Cassarà, passando per il magistrato Gaetano Costa. Quanti morti ho visto a Palermo… Nel 1984 venni chiamato dal dottor Falcone: mi fece alcune domande personali, ma di fatto aveva già tutte le riposte, aveva fatto controlli sulla mia storia. Mi chiese di fargli da autista. E per otto anni feci da suo autista e referente a Palermo: gli organizzavo gli spostamenti e comunicavo con la sua scorta”.
Qual è il suo ricordo del Falcone uomo?
“Con noi era una persona normale, quando rivestiva la sua carica era inavvicinabile. Non permetteva a chicchesia di chiedergli una cortesia perché cortesie e favori non ne faceva. Dimentichiamoci che Falcone possa aver fatto qualche favore, era refrattario. Se qualcuno si permetteva di chiedergli un favore, cambiava ufficio, cambiava strada, troncava il discorso. Mi diceva sempre che chiedere favori è controproducente perché prima o poi c’è da ricambiarli, si è in debito quindi non ne chiedeva e non ne faceva. La Mafia non è solo quella che spara, ma è quella che ti fa i favori e poi ti ricatta per riaverli indietro. Il fatto che dopo 25 anni da Capaci non si sia costituito di nuovo il pool antimafia è molto grave. Si dice che le idee di Falcone camminano sulle nostre gambe, ma non è così: sono rimaste solo parole”.
Dopo il 23 maggio 1992 si è detto più volte che lei è sopravvissuto per miracolo, per una serie fortuita di coincidenze, perché il dottor Falcone aveva voluto guidare e andare davanti con la moglie. Si è sentito in colpa per essere sopravvissuto?
“Mi hanno fatto sentire in colpa. Sono vivo sicuramente perché guidava lui, ma se avessi guidato io sarebbero morte altre quattro persone. Oltre me sono sopravvissuti altri tre agenti che stavano dietro la mia macchina. Lui guidava come un cittadino comune, noi autisti professionisti, invece, guidiamo tallonandoci parallelamente e così facendo, avremmo occupato tutte e tre le corsie della strada. In quel caso tutte e tre le auto sarebbedro finite contemporanemente sul punto dell’esplosione. L’attentato era fatto per Falcone, ma tecnicamente gli esecutori hanno sbagliato perché non pensavano che alla guida ci fosse lui stesso”.
La sua vita dopo il 23 maggio 1992 è stata stravolta. A quali funzioni è stato adibito? Perché nel libro si è definito “abbandonato”?
“Quando ripresi servizio dopo la strage non sapevano cosa fare di me. Tecnicamente ero un dipendente civile del Ministero della giustizia, nello specifico ero conducente di automezzi speciali. Non essendo più idoneo alla guida, mi hanno messo a fare fotocopie e a portare questo e quello, salvo poi degradarmi a portiere, sempre presso il tribunale a Palermo. Vedendo che nessuno aveva voglia di ascoltare la mia versione dei fatti, nel ’94 mi sono incatenato alla cancellata di Palazzo di giustizia con il cartello “Vittima della mafia e dello Stato”: mi sono dovuto mortificare per attirare l’attenzione. Volevo dire: sono vivo ma perché allora vengo emarginato? Adesso a 70 anni sono in pensione e vado nelle scuole a raccontare i fatti. Perché si faccia luce, perché i ragazzi sappiano una verità che non è mai emersa. Ora si cominciano a vedere certi atteggiamenti: quello che io racconto a qualcuno inizia a interessare… Vediamo cosa emergerà da queste mie dichiarazioni. Non posso fare nomi, ma sono convinto che si debbano individuare altri soggetti diversi dalla manovalanza che ha organizzato la strage”.
Lei ha ammesso che avrebbe preferito morire quel 23 maggio e almeno vedersi riconosciuto l’onore che è spettato alle vittime…
“Non è del tutto corretto. Ho detto che avrei preferito morire al posto di Falcone. Con lui vivo avremmo forse sconfitto la Mafia. La vera Mafia, non quella di chi spara. La verità che è stata ricostruita non è sufficiente. Siamo stati depistati. Sono stati arrestati dei latitanti che erano a casa loro: Totò Riina venne scoperto dopo l’attentato. Ma se un latitante è ricercato e poi lo trova nel suo territorio vuol dire che prima non si era voluto guardato nella sua zona, che qualcuno lo proteggeva. Dopo l’attentato è stato arrestato. Qualcuno doveva pagare. Ha ricevuto ordini di compiere l’attentato e lo realizzato, ma la mente…”
A che punto siamo nella lotta alla Mafia? Cosa Nostra è ancora potente?
“La lotta non è finita. I mafiosi stanno aspettando tempi migliori, vivono nell’ombra e stanno modificando la loro natura. La mafia è ovunque. Non bisogna più pensare che sia confinata a Palermo o alla Sicilia. Quella mentalità c’è dappertutto, non per nulla Falcone puntava il dito contro certi colletti bianchi e proprio per questo è stato ucciso: non era tollerabile che continuasse a indagare(…) 
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ALTRE NEWS
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tratto da “il GIORNALE” di MILANO
 

“Cari gay, vi amo e per questo vi dico la verità”

Faccia a faccia con Silvana De Mari, la dottoressa finita nel mirino della Procura di Torino per le sue frasi sugli omosessuali: “Sto sacrificando una carriera per dire ai gay che l’erotismo anale fa male alla salute”

Alessandra Benignetti – Lun, 22/05/2017 

Un’indagine per diffamazione e un procedimento aperto dall’ordine dei medici. Silvana De Mari, chirurgo, psicoterapeuta e scrittrice fantasy di successo, finita nel mirino della Procura di Torino per le sue controverse affermazioni sugli omosessuali, preferisce non parlare dei suoi problemi giudiziari, ma è decisa a difendere le sue posizioni, nonostante il polverone che si è sollevato attorno al suo caso.

L’abbiamo incontrata a Roma, dove ha parlato davanti ad una folta platea di giovani e famiglie, in un incontro, organizzato dall’associazione culturale Strapaese, intitolato “La realtà dell’orco”.

Le denunce la spaventano?

No, ma è difficile restare completamente indifferenti davanti a fiumi di odio.

Ha mai pensato di fare un passo indietro sulle sue affermazioni?

Ovviamente no.

Quindi continua a rivendicare il suo “diritto all’omofobia”?

Rivendico il mio diritto di dire che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre e, da medico, quello di affermare che la cavità anorettale non fa parte dell’apparato sessuale, e che chi la usa in modo improprio espone sé stesso e gli altri a complicanze. Se questa è omofobia, allora rivendico il diritto all’omofobia.

Dunque, secondo lei gli omosessuali non dovrebbero adottare bambini?

Affidare un bambino ad una coppia dove nessuno dei due ha l’istinto materno, perché nessuno dei due è femmina, è particolarmente grave. Lei si rende conto che i giudici di Firenze hanno dato in adozione una coppia di gemelline a due uomini scavalcando quattordici coppie composte da un padre e da una madre?

Appunto, in Italia i giudici hanno già riconosciuto questo diritto…

Se un giudice modifica la legge o la applica in maniera creativa ha annientato la base della democrazia, che è la separazione dei poteri .

Anche le unioni civili sarebbero inutili?

Il matrimonio non è un diritto, è un contratto che serve a proteggere le madri, la parte più debole della coppia. Per le unioni civili abbiamo spaccato una nazione. Ne hanno usufruito duemila persone e alcuni hanno già divorziato. Quali erano i diritti che prima non avevano? Chiunque può andare a trovare chiunque in ospedale, lo stesso nelle carceri, e così via.

Lei ha detto che l’omosessualità non è una condizione “normale”…

L’omosessualità non è genetica e non è irreversibile. È uno stile di vita che si sceglie e in cui si resta incastrati perché il nostro cervello è abitudinario. Moltissimi casi dimostrano che da questa condizione si può tornare indietro. Inoltre, dal punto di vista biologico praticare l’erotismo anale è perdente perché non determina la sopravvivenza della specie e causa malattie.

Sa che in molti si sono sentiti offesi dalle sue parole?
Il diritto di non essere offesi non è un diritto umano: è un imbavagliamento del diritto di parola. Nessuno discrimina i gay. Ci sono una miriade di settori, come il cinema, la tv o la moda, dove se sei gay è più facile fare carriera. In cosa sono discriminati?
Ci sono Paesi nel mondo in cui gli omosessuali vengono arrestati, torturati e uccisi…

Il caso della Cecenia sembra sia un fake. La Cecenia è una repubblica islamica ma fa parte della Federazione Russa e, quindi, queste cose non le può fare. Io denuncio da anni le persecuzioni degli omosessuali in Arabia Saudita e in Iran, ma di questo non parla nessuno perché sono Paesi che piacciono ad Obama, alla Clinton e a Macron. Il peggior persecutore di omosessuali era Che Guevara. Lei sa che centomila cristiani vengono uccisi ogni anno per la loro fede? Sa quanti omosessuali? Cento. Questo le dà la misura di chi siano i veri perseguitati al mondo.

Dice di battersi contro le persecuzioni degli omosessuali ma poi li attacca…

Sono quarant’anni che curo persone che hanno subito l’erotismo anale e ho visto morire decine di malati di Aids. Tutto questo lo faccio per amore. Ti amo, non voglio che tu muoia, per questo ti dico la verità: sei una persona straordinaria e puoi fare altro nella tua vita che offrire la tua cavità anorettale perché gli altri ci mettano dentro il pene causandoti malattie. So benissimo che dicendo queste cose ti metto in crisi, ma so anche che puoi affrontare la crisi e uscire da una situazione biologicamente perdente.
Molti gay non la pensano così…
C’è gente che ama essere sodomizzata perché dopo un po’ si ha un’inversione del senso del piacere e del dolore. È come per le persone bulimiche che provano piacere a vomitare. Loro hanno l’assoluto diritto di farlo. Io ho l’assoluto diritto di dire che è dannoso.

Andrà avanti, quindi, nel sostenere le sue tesi, nonostante le cause e gli esposti?

Io mi rivolgo ai gay passivi e alle donne che subiscono questa pratica e affermo che l’erotismo anale nuoce gravemente alla salute. Dico una cosa inoppugnabile e vengo accusata di odio. Lo trovo aberrante. Io sto sacrificando la mia carriera di scrittore e di medico, assieme ad una valanga di quattrini, sull’altare della verità, per dire a queste persone: fermati, quello che stai facendo ti fa male alla salute e non ti rende felice. Una cosa del genere si fa solo per amore. Sono la vecchia zia che rompe l’anima e che nessuno vuole ascoltare. Ma nessuno può dire che non li ami.

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VINCENZO MANNELLO ( DA CATANIA )

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——– Original Message ——–

Subject: BomboTrump lancia la “guerra santa” islamica
Date: Sun, 21 May 2017 23:19:03 +0200
From: <info@vincenzomannello.it>
To: ( . . . )

BomboTrump,spingendosi oltre persino rispetto a BombObama,ha chiamato a raccolta il mondo islamico sunnita per la “guerra santa” contro il terrorismo..sciita della Repubblica Islamica dell’Iran (alleati siriani di Assad,libanesi di Hezbollah e dello Yemen compresi).

Ieri,con a fianco i migliori difensori dell’Islam “moderato”,Arabia Saudita in testa,ha gettato le basi di quella che sarà la prossima tappa delle aggressioni americane a stati sovrani..Teheran !!

Bollato come “assassino” il Presidente Assad,ha pure fatto capire che,per la Siria,vale la opzione indicata da uno dei suoi generali : “è giunto il momento di assassinare Assad” !!

Chi ha la bontà di pubblicare e leggere le mie modestissime analisi (faidate) ricorderà senz’altro come io abbia messo in guardia gli analisti di grido e gli ingenui (che speravano in una inversione di rotta della politica Usa in Medio Oriente e nel mondo) sul fatto che,chiunque governi gli States,questi restano il Grande Satana sulla terra !

Questa ultima iniziativa,che verrà (vedrete) rafforzata dal totale appoggio dato ad Israele per il riconoscimento di Gerusalemme capitale,avrà nefaste conseguenze di portata storica..

Anche il meno informato dei lettori conosce quale modello di “democrazia” possa esportare la Arabia Saudita..quello di Al Qaeda e dell’Isis !!

BomboTrump appoggerà militarmente (con 135 miliardi di armamenti Usa ai sauditi) qualunque aggressione o massacro compiuto contro Teheran e gli sciiti siriani,libanesi ed yemeniti !!

Nella coalizione troviamo già oggi la Norvegia (!!!) che ha inviato truppe nella Siria meridionale per sostenere i #terroristifiloccidentali contro Assad…

Cosa farà Putin dello alleato siriano ? Permetterà a Trump di frantumare questa coraggiosa nazione che si oppone alla aggressione guidata dagli yankee ??

Se lo facesse porrebbe le basi per l’attacco all’Iran e,successivamente,per quello diretto contro Mosca..si chiama “strategia del domino” !!

Grazie per l’attenzione

Vincenzo Mannello

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Questa e’ una registrazione che avevo fra dei vecchi vhs..un bravo ragazzo me li ha passati in digitale ed io li voglio condividere con voi su you tube…
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NOSTRO MEMORIAL DAY IO C’ERO [ “AZIMUT-NEWSLETTER” : LUNEDI’, 22 MAGGIO 2017 ] – GIORGIO ALMIRANTE : 22 MAGGIO 1988 – 22 MAGGIO 2017
Da “azimut archivio online” La storia del Msi, vissuta da un militante – ( uno stralcio, dal sito – 22 novembre 2006) – ” ( . . . ) – Quando incrociai la mia vita col Msi ( era nel ’58 ed io avevo solo quindici anni ed il movimento ne aveva solo dodici ), fu un vero e proprio “colpo di fulmine”, diciamo “un’amore a prima vista” già in incubazione: da più piccolo avevo assistito alla scena di un comizio missino, sciolto di viva forza dalla “celere”, ricordavo le foto dei giornali sulla restituzione – in una cassa di imballaggio – delle spoglie mortali di Benito Mussolini, m’era impressa la scena d’una grande manifestazione di giovani nazionali ( a sostegno della “rivolta ungherese” ) – nel ’56 – contro il comunismo russo; eravamo, all’epoca così tanto pochi ( ad esporci ) che la conoscenza – anche personale ( e più stretta ) – del leader massimo, sia sul piano nazionale che locale, come di tutti gli altri dirigenti, ad ogni livello, era inevitabile; cosicchè, solo e per questo, posso aggiungere qualcosa di personale.Nel 1965 ( avevo 22 anni, non compiuti ) alla vigilia dell’VIII° Congresso Nazionale di Pescara, lo incontrai insieme ad altri ( nella “Sala Donato”, in Cosenza, nel popolarissimo quartiere ove sono nato : vi avevano abbondato i vecchi socialisti, poi – nel dopoguerra – con tanta gioventù di destra ), avendo un breve “scontro” incruento ( intendo dialettico ) ; che, nel prendere la parola ( quale più giovane delegato eletto in Italia ), gli contestai di avere preso le distanze, dalla segreteria di Michelini ( col quale aveva, comunque, cogestito la cosiddetta politica di “centro”, nel partito, sostenuta dalla “destra interna” dell’onorevole Romualdi ) , solo strumentalmente, per inquadrare – ed assorbire – il malcontento che stava, invece, portando “l’ala sinistra” ( sempre interna : degli onorevoli Leccisi e Manco ) a posizioni di forza impreviste; solo strumentalmente per , poi, a Pescara, “rientrare” ( cosa che, in effetti, avvenne); e fu, da parte sua, solo uno sguardo di meraviglia, una non risposta ( per comprensione ), e più tardi ne metabolizzai il senso ed il suo scopo ch’era invece mirato, unicamente, alla preservazione del movimento. In effetti, come vedremo, ognuno dei segretari del Msi ( o a chi a tale missione fosse chiamato, più che aspirare ) si pose sempre al centro e come equilibratore “di destra e di sinistra, interne” ( al partito ); una costante di tanti e tanti anni difficili e di immensi affanni, resistendo a tutto e a tutti, onde continuare ad essere una “riserva morale” per l’Italia che l’attuale, diverso, più comodo scenario di Alleanza Nazionale non può appieno fare comprendere. ( . . . ) – [ TRATTO DA ” 50 ANNI DI MOVIMENTO : LA STORIA DEL MSI, VISSUTA DA UN MILITANTE ” di Arturo Stenio Vuono “STAMPATO IN PROPRIO DA A.G.- ARENELLA – NAPOLI – 1997″ ] – [ ” ( . . . ) CON ALMIRANTE, NEL MIO PICCOLO ( E PER QUEL CHE HA CONTATO )…, MOLTI DI NOI HANNO AVUTO UN RAPPORTO ASSAI STRANO : MAI – COMPLETAMENTE – CONDIVIDENDO LA SUA POLITICA, IN POSIZIONE DI DISTINGUO NELLA DINAMICA DELLA DIALETTICA INTERNA; SEMPRE – IN ULTIMA ANALISI – CON IMMENSA FIDUCIA PERO’ NELLA SUA FIGURA DI “REGGITORE” E DI “TIMONIERE” DI CUI – E’ CHIARO – CHE NON SI POTEVA FARE A MENO E DI CUI, COMUNQUE, CI SI POTEVA – CERTAMENTE – FIDARE; E ALMIRANTE : COME LA “STELLA POLARE”, UOMO BUONO E GIUSTO NONCHE’ MITE, BENCHE’ IRRIDUCIBILE, PIENO DI SENTIMENTI UMANI, MASSIMAMENTE APERTO AL COLLOQUIO CHE NESSUNA BARRIERA DELLA POLITICA, PURE IN PRESENZA DI ASPRI CONTRASTI, AVREBBE POTUTO – PER LUI – IMPEDIRE. E SPESSO NON SI POTEVA EVITARE…CHE I SUOI SENTIMENTI UMANI SOPRATUTTO T’INONDASSERO E L’ACQUA, COSI’, CADENDO SUL FUOCO….. >> ( . . . ) ” – [ TRATTO DA ” 50 ANNI DI MOVIMENTO”….. ]
quella “nostalgia dell’avvenire” verso il … – Associazione Azimut
27 dic 2015 – QUELLA “NOSTALGIA DELL’AVVENIRE” VERSO IL SETTANTENNIO DI NASCITA DEL MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO ( anteprima di web …
ALTRI TEMPI – ALTRI UOMINI – https://azimutassociazione.wordpress.com
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ALTRE NEWS – LA STORIA
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SU ALMIRANTE – ROMUALDI E ALTRO
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2017 – tratto dal web

Quella volta che Pino Romualdi fu messo al muro dai partigiani rossi

Quella volta che Pino Romualdi fu messo al muro dai partigiani rossi

domenica 21 maggio 2017 – 17:36

Aldo Giorleo, trafelato, entrò in redazione con un lancio di agenzia in mano dicendoci: “E’ morto!”. C’era Almirante ricoverato in gravi condizioni in un a clinica romana e noi tutti ci aspettavamo da un momento all’altro la notizia. “E’ morto Almirante?”, chiedemmo. E lui: “No, Romualdi!” Non ce lo aspettavamo, pochi sapevano che stesse male, e la nostra attenzione era concentrata su Almirante, che poi morì la mattina del giorno dopo, il 22 maggio. Sotto la guida esperta del direttore Giorleo, ex paracadutista della Rsi e giornalista di lungo corso, riuscimmo a confezionare in pochissimo tempo un giornale adeguato a quei gravissimi momenti. Romualdi era in quel momento direttore politico del quotidiano del Msi, e fu proprio lui che aveva ricevuto tre mesi prima Stefano Mensurati e il sottoscritto, assunti da Almirante il 1° marzo. Occhiali scuri, vestito beige, Romualdi ci ricevette nell’ufficio del direttore in via Milano, storica sede del Secolo d’Italia. Ci disse poche parole di circostanza, col suo accento romagnolo, e ci spedì a lavorare. Noi non proferimmo parola, giovani praticanti senza esperienza che avremmo potuto dire di fronte a un mostro sacro come lui? Ci metteva addirittura più soggezione dello stesso Almirante. Nelle settimane successive pian piano, nel corso delle riunioni di redazione allargate, raccontò qualche fatto della sua vita e della guerra, illustrava la sua posizione politica, la sua dottrina, ma per le questioni del giornale dava istruzioni solo a Giorleo il quale poi le comunicava a noi.

Romualdi scampò alla morte solo per un caso fortuito

Di Nettuno (così si chiamava) “Pino” Romualdi, di cui oggi corre il 29° anniversario della morte, è stato scritto moltissimo, soprattutto sul Secolo d’Italia. Protagonista durante il fascismo, durante la Repubblica Sociale Italiana, e nel dopoguerra con il Movimento Sociale Italiano, di cui fu uno dei fondatori. Combattente prima nella Guerra d’Etiopia poi nella Seconda Guerra Mondiale nei Balcani, aderì alla Rsi divenendo vice segretario del Partito. Romualdi però è sopravvissuto alla guerra per oltre 40 anni per un capriccio del destino. Come si ricorderà , dopo il 25 aprile 1945 a Como si erano concentrati politici e militari fascisti, mentre i partigiani organizzavano dei blocchi per catturare sia Mussolini sia gli alti esponenti fascisti. Il Cln raggiunse un accordo con Vittorio Mussolini, Vanni Teodorani e gli inviati di  Romualdi , in quel momento la massima autorità dell’Rsi presente a Como. Secondo l’accordo, il 27 aprile le forze fasciste avrebbero abbandonato Como munite di un salvacondotto per arrivare sopra Argenio, dove si sarebbero arrese agli alleati. Così la colonna partì. Nella prima auto c’era Romualdi, nelle altre i vari federali, i militi della Muti, della Decima, delle Brigate nere e della ausiliarie. Ma a Moltrasio e Cernobbio la colonna venne circondata da partigiani armati, che non sapevano nulla dell’accordo, e alla fine disarmano i fascisti. Romualdi, Teodorani e pochi altri riescono a proseguire ma a Cadenabbia vengono nuovamente fermati dai partigiani di Giustizia e Libertà. Quasi alla stessa ora, le 13,30, non molto lontano, Mussolini e i suoi venivano arrestati dalla 52a brigata partigiana del garibaldini. Tra loro, nel gruppo di Romualdi, c’era anche un agente dei servizi segreti americani, ma i partigiani trattennero tutti perché avevamo riconosciuto tra loro il colonnello Franco Colombo, il comandante della Legione Muti. Immediatamente Colombo, Romualdi e gli altri vengono messi al muro; si sta per fucilarli, senza processo, come in quei giorni è accaduto ovunque. Sono attimi di confusione, di concitazione, non si sa chi debba dare gli ordini. Poi, per un caso più della sorte che del ragionamento, Romualdi e Teodorani, che avevano il salvacondotto, vengono lasciati rientrare a Como, mentre per Colombo non c’è nessuna pietà, viene fucilato sul posto. Tornati a Como, apprendono dell’arresto di Mussolini. Romualdi riesce a darsi alla macchia e starà parecchi mesi latitante, adottando il cognome della moglie, Versari, e riuscendo a sfuggire alle ricerche. Malgrado questo, riuscirà a organizzare i fascisti dispersi, a organizzarli, e persino ad avere contatti con esponenti democristiani, comunisti e personalità vaticane.

L’amnistia Togliatti giovò soprattutto ai partigiani

Si è detto e scritto che fu lui a strappare a Togliatti la famosa amnistia, in cambio di voti fascisti al referendum del 2 giugno, ma non è esatto. I fascisti, ammesso che abbiano votato, avrebbero votato in ogni caso per la repubblica e non per esponenti di una monarchia che era fuggita a gambe levate. I contatti di Romualdi con gli antifascisti vennero dopo il 2 giugno, e riguardavano l’eventuale adesione di una parte dei combattenti fascisti al Pci, ma non per qualche scambio di voti, bensì perché molti fascisti ritenevano che la rivoluzione si potesse fare solo coi comunisti e non con la Democrazia Cristiana. Tra questi Stanis Ruinas e Giorgio Pini, riuniti con altri camerati intorno alla rivista Il Pensiero Nazionale, che ebbero colloqui anche con Pajetta e Longo. Romualdi, dopo averci pensato, probabilmente rifletté che l’unico dovere che avevano i fascisti era quello verso loro stessi, e non favorire i monarchici o i comunisti o i democristiani, come lui stesso dichiarò: “facemmo pesare la nostra situazione, la nostra presenza, i nostri intendimenti a tutti gli esponenti politici grandi e piccoli, dell’una o dell’altra parte, con cui ci capitò di parlare”. Non si dimentichi che in quel periodo Romualdi era ancora latitante, cosa che non gli impedì, insieme ad Almirante e altri, di organizzare azioni e gruppi fascisti che certamente preoccupavano lo Stato. Lui stesso raccontò che i fascisti erano dispersi e poco armati, ma che riuscirono – e questo forse fu il suo capolavoro – a ostentare una potenza che in realtà non c’era, con azioni varie e numerosissimi opuscoli e giornaletti di propaganda che provenivano da una antiquata apparecchiatura tipografica sita in camera sua. Quanto poi all’amnistia Togliatti, non sappiamo quanta parte ebbe Romualdi, perché è noto che Togliatti era un pragmatico, e oltre a risolvere il problema delle decine di migliaia di fascisti incarcerati, che avrebbe paralizzato l’attività giudiziaria per anni, l’amnistia beneficava anche e soprattutto i partigiani che si erano resi colpevoli di numerosissimi reati. L’amnistia scattò il 22 giugno 1946, e nel decreto legislativo luogotenenziale del settembre successivo si stabiliva, all’articolo 1, che “non può essere emesso un mandato di cattura, e se è stato emesso deve essere revocato, nei confronti di partigiani, dei patrioti e (degli altri cittadini che li abbiano aiutati) per i fatti da costoro commessi durante l’occupazione nazifascista e successivamente sino al 31 luglio 1945”. Il resto della vita di Romualdi è storia nota: basti ricordare che non cedette mai al nostalgismo, invitando i giovani a vivere sempre il proprio tempo, e qualche volta fu in contrasto con Almirante, come ad esempio sulla pena di morte, sul divorzio, o sulla raccolta di firme che fece insieme con i radicali per il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Vogliamo infine ricordare che per decenni ha abitato con l’adorata moglie vera nel quartiere romano della Balduina, alla cui sezione del Msi era iscritto orgogliosamente.

(Nella foto, a sinistra Romualdi a Milano parla con Franco Petronio e Tomaso Staiti di Cuddia, due “romualdiani di ferro. Al centro, Romualdi con Ezra Pound a un convegno a cui partecipava anche Oswald Mosley. A destra, un suo libro scritto in carcere)

2016 – tratto dal web

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988

Nella foto Bettino Craxi

28 anni or sono, il 21 e 22 maggio 1988, la destra italiana subiva un durissimo uno-due dal quale fu molto difficile riprendersi: la scomparsa, a un giorno di distanza l’uno dall’altro, di due personaggi come Pino Romualdi e Giorgio Almirante, entrambi fondatori del Movimento Sociale Italiano. Entrambi fascisti, entrambi aderenti alla Repubblica Sociale Italiana, entrambi giornalisti e scrittori (ed entrambi direttori – in tempi diversi – del Secolo d’Italia!), entrambi in clandestinità nell’immediato dopoguerra (Romualdi anche in carcere per otto mesi), entrambi creatori di quell’avventura italiana importantissima per la nazione che fu la fiamma tricolore delMSI.

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988Quasi coetanei, Romualdi era del 1913, Almirante del 1914, i due uomini condivisero moltissime esperienze, compresa quella, nell’autunno del 1946, della fondazione dei Fasci di Azione Rivoluzionaria(FAR) insieme con Clemente Graziani, Cesco Giulio Baghino, Franco Petronio e Roberto Mieville. I FAR, che compirono una serie di azioni dimostrative sia a Roma sia a Milano, furono poi sciolti nel 1947, ma intanto era nato il MSI, nel dicembre 1946, del quale Almirante fu il primo segretario.

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988Dopo la segreteria diAugusto De Marsanich, Almirante tornò alla guida del partito, che condusse per lunghi e terribili anni, quelli di piombo e di fuoco, sempre con mano sicura ma col cuore in subbuglio, devastato e squassato dalle atrocità che venivano commesse dal cosiddetto arco costituzionale, da certa magistratura, dalle sinistre estreme contro i militanti del MSI, piangendo ogni volta con calde lacrime la scomparsa di quei ragazzi che lui chiamò “i nostri martiri”.

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988

Piazza Navona, Roma

Dentro e fuori dal parlamento, Almirante si batté sempre per i diritti della gente del MSI, partecipò alle loro battaglie, li difese in ogni maniera, fu sempre la coscienza presente e implacabile di un regime che voleva estromettere a tutti i costi tre milioni di italiani che non ci stavano, che non volevano adattarsi al consociativismo e alla falsa democrazia imposta dagli antifascisti, che prevedeva la soppressione anche fisica di tutti coloro che non si adeguavano ai desiderata del sistema.

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988

Gianni Alemanno, segretario nazionale del Fronte della Gioventu’

E quanto profetico fu Almirante: denunciò il malaffare, la corruzione di un regime che poi naufragò sotto i colpi di Tangentopoli; denunciò i rischi di un’immigrazione incontrollata, denunciò la repressione dei ragazzi del MSI e della violenza delle estreme sinistre, che ancora oggi assaltano e contestano in piazza chi osi avere idee diverse da quelle dei centri sociali. La sua perdita è stata la perdita di tutta una Nazione, come scrivemmo sul Secolo dandone l’annuncio della morte.

Almirante e Romualdi furono autori di importanti libri di memorie

Di Pino Romualdi proponiamo le parole, scritte sul Secolo d’Italia nel 2013, di Massimiliano Mazzanti:

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988

La mattina in via Della Scrofa

«Gli uomini – diceva sempre lui, quando era chiamato a omaggiare un amico passato nella schiera dei più – non si commemorano, si ricordano. E ricordare Pino Romualdi – vicesegretario del PFR e fondatore del Movimento Sociale Italiano – nel 100° anniversario della nascita, in un momento d’indubbia difficoltà della Destra politica italiana, può e deve essere il monito a non abbandonarsi alla rassegnazione.

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988

Piazza Navona, Roma

Nato a Dovia di Predappio il 25 luglio del 1913, Romualdi, come tanti giovani della sua generazione, ebbe il destino segnato dalla storia, dalla contemporaneità dei grandi eventi della storia italiana, dal Fascismo, dalla gigantesca figura di Benito Mussolini. Una vita, quindi, votata alla costruzione di una Patria rinnovata, dall’impegno politico e intellettuale intenso, dalla volontaristica concezione dell’esistenza e dai sacrifici bellici.

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988

Edda Mussolini si reca alla camera ardente di Giorgio Almirante

Incaricato di pensare il futuro di chi, nella temperie della Repubblica Sociale, sarebbe uscito inevitabilmente sconfitto dalla guerra, Romualdi compì il suo primo capolavoro politico strappando a Palmiro Togliatti l’amnistia per i fascisti in galera, prima; poi, riunendo queste provate forze sopravvissute al conflitto in un partito destinato a svolgere ancora un ruolo nella lotta politica, il MSI.

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988

Vittorio Mussolini segue il corteo funebre

Arrestato nel 1948 e detenuto fino al 1951, rientrò a pieno ritmo nell’agone, instradando le migliori e più giovani energie del Movimento lungo la strada che, tra mille difficoltà e ritrosie anche tra i camerati e gli amici, avrebbe dovuto trasformare il MSI in un moderno partito di destra, schierato saldamente nel fronte internazionale anticomunista e in perenne competizione con la Democrazia Cristiana per la rappresentanza degli interessi e delle aspirazioni delle classi produttrici della borghesia e del lavoro italiani.

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988

Piazza Navona, Roma

Punto di riferimento per tutti, anche per lo stesso Giorgio Almirante, nei momenti di crisi – a partire da quella gravissima determinata dalla scissione di Democrazia Nazionale – impose alla Fiamma di non scivolare mai nel nostalgismo, nel facile e sicuro rifugio delle rimembranze; per Romualdi la strada maestra era e doveva restare sempre l’accettazione delle sfide della contemporaneità, la capacità di vivere pienamente il proprio tempo».

Nel ricordo di Almirante e Romualdi - 21/22 maggio 1988

I funerali di Giorgio Almirante e Pino Romualdi. I due militanti del Movimento Sociale Italiano, che avevano condiviso la lotta politica erano morti rispettivamente il 22 e il 21 maggio 1988, ricevono il saluto della folla a Roma. Nella foto si riconosce anche Ignazio La Russa con un megafono in mano

A noi oggi restano anche – oltre gli interventi parlamentari – i numerosi libri che Almirante e Romualdi hanno lasciato: il primo scrisse, per replicare ad ingiuste e false accuse da parte delle sinistre, Autobiografia di un fucilatore, oltre a diverse opere su personaggi del pantheon della destra europea: Borsani, Brasillach, Primo de Rivera e un’altre ventina di lavori di natura politica e di memorialistica; Romualdi scrisse – in latitanza – il libro di memorie Fascismo Repubblicano e la raccolta Caro lettore. I funerali dei due grandi padri del MSI si svolsero a Piazza Navona, alla presenza di decine dei migliaia di missini straziati convenuti da tutta Italia e dall’Europa per rendere l’ultimo omaggio a due grandi interpreti dell’autentico sentimento popolare e nazionale. La commossa orazione funebre fu pronunciata dall’allora segretario del MSI Gianfranco Fini alla presenza di tutta la classe dirigente del partito. Da allora la destra italiana prese una strada diversa, andò al governo, fu protagonista. Adesso la memoria di Giorgio Almirante e Pino Romualdi, e di tutto il MSI, è custodita gelosamente dalla Fondazione di Alleanza Nazionale, che ne rievoca la memoria con pubblicazioni e iniziative culturali. Ma oggi, nel momento della difficoltà e della transizione, l’Italia avrebbe davvero bisogno di uomini come loro e del loro insegnamento. E non è retorica.

Antonio Pannullo

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Martedi, 23 Maggio 2017
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Convinta della necessità di una proposta unitaria del centrodestra sulla legge elettorale è Giorgia Meloni, che critica gli alleati per aver «preferito trattare direttamente con Renzi» e col Pd. «Io non penso che questa sia la strada – spiega la leader di Fdi-An -, perché Renzi tratta con uno o con l’altro semplicemente per indebolirci tutti».

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Il “Secolo d’Italia” è il quotidiano on line della destra italiana: fondato a Roma nel 1952, nel 1963 divenne l’organo di partito del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale e nel 1995 di Alleanza Nazionale.

Nel 2009 è stato uno dei quotidiani del Popolo della Libertà. Attualmente è organo della Fondazione Alleanza Nazionale.

 

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FALCONE – BORSELLINO IO NON DIMENTICO  : E LE SOLITE COMMEMORAZIONI UFFICIALI NON MI INTERESSANO – TUTTA LA VERITA’
[ “AZIMUT-NEWSLETTER” : 23/05/2017 ]
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