DALLA PAGINA FACEBOOK DI GIANCARLO LEHNER E DI PIETRO LIGNOLA – DALLE CALABRIE ( COSENZA ) – UMORI IN RETE LA CARRELLATA E ALTRO


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DALLA PAGINA FACEBOOK DI GIANCARLO LEHNER E DI PIETRO LIGNOLA – DALLE CALABRIE ( COSENZA ) – UMORI IN RETE LA CARRELLATA E ALTRO 
[ “AZ.” – 11/06/2017 ]
 

Associazione Azimut | Raccolta di e-mail dell … – WordPress.com

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Raccolta di e-mail dell’Associazione Culturale Azimut

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IN COPERTINA
[ LA PREMIATA DITTA << “CASALEGGIO” & “GRILLO” >>  ]
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Beppe Grillo (s) e Davide Casaleggio (ANSA) ALTERNATIVA AI DEMOCRAT – OPPOSIZIONE DI SUA MAESTA’ – QUESTO PASSA IL CONVENTO – AHINOI !
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DALLA PAGINA FACEBOOK DI GIANCARLO LEHNER
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Un ragazzo islamico di seconda o terza generazione, vestito come qualsiasi 

coetaneo occidentale, 

alla domanda sull’abbigliamento delle italiane ha voluto premettere: “Se portano le gonne corte, vuol dire che vogliono essere stuprate”.
E si trattava di un maomettano, per così dire, moderato con passaporto italiano.
Yosef Tiles ha condiviso il suo post — con Giancarlo Lehner ealtre 91 persone.
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7 giugno  · 
qual’è la differenza tra jihadisti e sigarette?
in Italia, se importi + di 200 sigarette ti puniscono

Il nazicomunista antisemita James Corbyn ha affermato d’esser pronto a 

governare.

Considerando che avrebbe bisogno di alleati, dovrebbe specificare quali dei terroristi a lui cari, tra Hamas, Fratelli musulmani, Isis, Boko Haram, Al Qaeda, preferirebbe al suo fianco per completare l’islamizzazione del Regno Unito.

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DALLA PAGINA FACEBOOK DI PIETRO LIGNOLA
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LA NAPOLETANITA’
Quando Umberto Franzese mi ha assegnato il compitino (“mandami un pezzo sulla napoletanità”), io sono andato per prima cosa a controllare sui dizionari il significato del termine. La definizione, pressoché costante, che ho trovato, era “complesso dei valori, dei costumi e dei caratteri tradizionalmente attribuiti a Napoli e ai napoletani”. “E no!” – mi sono detto – “Chi sono costoro abilitati ad attribuirci valori, costumi e caratteri, sia pure in maniera tradizionale? Gente che ci guarda dall’esterno, come i tanti viaggiatori che in maniera diversa ci hanno descritto? Essi potranno, al più, descrivere, in maniera approssimativa, fatti esteriori, come i costumi. Siamo noi napoletani, però, che dobbiamo guardarci dentro per identificare e recuperare i nostri valori e i nostri caratteri.”. Noi napoletani, ho detto. Ma chi sono i napoletani, i napoletani veraci? La napoletanità non è un dato anagrafico, è una categoria dello spirito. È stato scritto che essa “È un modo di intendere la vita, di ricordare, di amare. È un’attitudine allo stare al mondo in un modo che è diverso da altri. È dare poca importanza a cose che da altre parti sarebbero vitali e tantissima rilevanza a cose invece superflue per alcuni.” Condivido. Io, ad esempio, mi ritengo napoletano non soltanto perché sono nato e vissuto e Napoli, così come i miei avi da oltre quattrocento anni (e prima vivevano nei napoletanissimi Monti Lattari), non soltanto perché amo la lingua e la storia della mia città, ma soprattutto perché il mio modo di pensare, i miei gusti, i miei atteggiamenti sono simili a quelli di tutti gli altri napoletani veraci. Ora è vero che molti sono nati e vissuti a Napoli, ma non meritano di essere chiamati napoletani: penso, ad esempio, ai generali e ammiragli borbonici che si vendettero ai piemontesi, ai giacobini che si accodarono agli invasori francesi, ma anche alla protagonista di “Napoli milionaria”, ai camorristi dei giorni nostri, a tutte ll’uómmene ‘e niénte, a tutt’e mmamme ca jèttano ‘e ccriature int’a munnézza. All’inverso, non si contano gli stranieri che adottano la nostra città e ne sono adottati, a cominciare dai due Ferdinandi di Borbone per finire a uomini di cultura come Luigi Vanvitelli (Lodewijk van Wittel), nato a Napoli da padre olandese, o Lamont Young, nato a Napoli da padre scozzese, e a uomini semplici, come tanti emigrati (quelli venuti per lavorare) che hanno imparato a parlare e a pensare in napoletano. E che dire degli oriundi napoletani sparsi in tutti il mondo, ma specialmente a “Broccolino”, che hanno conservato linguaggi e costumi nostri forse più e meglio di tanti che qui sono rimasti? Cerchiamo, a questo punto, di accennare a qualche componente di quella categoria dello spirito che è la napoletanità: qualcuna soltanto, perché una disamina completa richiederebbe un tomo voluminoso e non un semplice articolo. Una prima caratteristica del napoletano verace è l’intima contraddizione: allegro e triste al tempo stesso, amante dell’arte (l’arta, ossia il lavoro fatto con piacere, diverso dalla fatica, che è il lavoro fatto senza voglia, giusto per mangiare la mattina) ma anche dell’ozio (e che forse ars e otium non erano categorie similari?), alla ricerca dell’ammuìna ma anche della cuietitùdine, capace di slanci appassionati ma anche di tenaci rifiuti. Ho fatto degli esempi a caso; ma rifletteteci sopra e scoprirete che la contraddittorietà è caratteristica costante del napoletano verace, che non è mai fatto tutto d’un pezzo ma, piuttosto, sfaccettato come un diamante.
Una seconda caratteristica del napoletano verace è l’indifferenza per la legalità. Il napoletano non accetta le norme che gli vengono imposte; le applica a suo personale criterio. Prendiamo ad esempio la circolazione stradale: semafori e sensi unici si possono anche rispettare, se è pericoloso violarli, ma costituiscono, in ogni caso, un optional. Se, ad esempio, l’amministrazione De Magistris installa sul “Lungomare Liberato” otto semafori pedonali che, a mezzanotte, impongono lunghe soste al rosso quando strisce, marciapiedi e traverse adiacenti sono deserti più del centro del Sahara, il napoletano passa serenamente con il rosso. Non bisogna, però, confondere questa facoltatività della norma con la maleducazione ora imperante. Il napoletano verace non si ferma bloccando la strada, se può farne a meno; se non può farne a meno, si scusa con le persone costrette ad aspettarlo mentre carica o scarica persone o merci. Egli evita di fare una cosa perché non sta bene, non perché è vietata. Il tempo passa e lo spazio si consuma. Mi limito, perciò, ad accennare alla disponibilità del napoletano verso chi ha bisogno di qualcosa (di un’informazione, ad esempio, o di un soccorso), ma non verso il mendicante o il venditore che vuol prevaricare con petulanza; all’esaltazione della donna come amante e come madre (il culto della Madonna è diffuso come in nessun altro luogo: si pensi a Montevergine, a Piedigrotta, a Madonna dell’Arco, all’Assunta e via dicendo); alla teatralità, per cui il napoletano, con il suo linguaggio e la sua mimica, non recita soltanto sul palcoscenico ma anche nella vita di tutti i giorni; alla disposizione per la poesia e il canto (egli ama cantare anche se, come me, è più stonato di una campana) piuttosto che per la prosa; alla guapparìa, che è cosa profondamente diversa dalla ferocia criminale dei giorni nostri (l’ultimo guappo come si deve visse a tempi miei e fu ‘o malòmmo). Fate caso alle continue distinzioni che sono costretto a fare. La napoletanità, invero, è in crisi; non dico che si sta estinguendo, ma certo non è più diffusa come quando ero giovane. Allora, se in un vicolo un passante era colpito da malore, gli abitanti dei bassi gli portavano una sedia, gli davano da bere e gli restavano accanto finché non era in grado di riprendere il suo cammino. Vicoli, bassi e napoletani veraci sono assai meno di allora, grazie alla cosiddetta civiltà che avanza. Pier Paolo Pasolini aveva avvertito questa incompatibilità. Egli scrisse, infatti, che “i napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg e i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso… di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. Finché i veri napoletani ci saranno, ci saranno, quando non ci saranno più, saranno altri”. Pasolini riteneva giusto e sacrosanto questo rifiuto della storia e concludeva che “I napoletani hanno deciso di estinguersi restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili”. In tutto questo c’è, ovviamente, del vero. Se così non fosse, i napoletani non si rifiuterebbero di lasciare questa città per andare laddove è più facile vivere, non tornerebbero qui dopo essere stati costretti ad andare lontano per sopravvivere, non soffrirebbero l’esilio come accadde a Giuseppe Marotta e come accade a tanti altri. Ma io non credo che i napoletani si estingueranno. La loro storia è più che trimillenaria ed è fatta di grandezze e miserie ma soprattutto di sofferenze. Emblematica della storia napoletana è quella strofetta, antica assai ma molto attuale: “Vi’ quant’è bèlla Nàpule, pare nu franfellicco, ognuno vène, allicca, arrónza e senne va”. Ciò nonostante, Napoli ha assimilato greci, osci, sanniti, goti, bizantini, normanni, arabi, francesi, spagnoli, austriaci, rumeni e tanti altri invasori e immigrati, riuscendo a restare se stessa e a conservare qualcosa degli altri, come la lingua e la cucina napoletana (penso alla genovésa, che genovese non è) dimostrano. Io sono convinto che napoletanità (ma allo stesso modo, ogni civiltà tradizionale) e civiltà globale siano incompatibili. Piacere di vivere, culto della famiglia, riconoscimento dell’amicizia, difesa di abitudini e tradizioni millenarie non possono conciliarsi con tecnicismo esasperato, catena di montaggio, disinteresse verso il prossimo, spietato egoismo. Napoli non è città di banchieri (il Banco di Napoli, distrutto dai governi repubblicani, nacque per iniziativa reale come monte di pietà). Napoli è capitale dell’amore, scrisse Luciano De Crescenzo. Io, però, credo anche che la civiltà globale passerà, come tutte le altre, e la tribù napoletana riuscirà, in qualche modo, a sopravvivere.
Pietro Lignola

LA VILLA CARAFA

Nel centro del quartiere Chiaia c’è la strada più elegante di Napoli, Via dei Mille, meta di turismo e soprattutto di shopping, poiché in essa si aprono i più noti negozi di articoli di abbigliamento e di oggetti preziosi. Essa corrisponde, in sostanza, a quello che a Roma è Via Condotti, a Milano Via Montenapoleone.

Al numero civico 40 sorge un fabbricato monumentale di epoca seicentesca, noto come “storico palazzo Carafa di Roccella”. Oggi il palazzo appartiene al Comune di Napoli e viene denominato PAN, ossia Palazzo delle Arti di Napoli, perché utilizzato come struttura museale destinata a ospitare mostre, rassegne ed eventi.

Io credo che sarebbe più corretto definire quell’edificio “Villa Carafa di Roccella”. Esso, infatti, fu costruito inizialmente, fuori delle mura cittadine, come villa-masseria. La famiglia Carafa di Roccella lo acquistò nel 1717 e ne affidò la ristrutturazione all’architetto Luca Vecchione, della scuola del Vaccaro. L’abitazione dei principi di Roccella era però a Spaccanapoli, in quel tratto, fra Piazza del Gesù e Piazza San Domenico Maggiore, che ai tempi della mia infanzia era denominato Via Mariano Semmola ed è oggi Via Benedetto Croce: Palazzo Carafa di Roccella è al numero 45 ed è caratterizzato da due leoni, posti ai lati del portone, nelle cui fauci venivano spente le fiaccole quando la carrozza padronale rientrava nelle ore notturne. Originariamente, quindi, quella di Chiaia era una casa di campagna, ossia di villeggiatura estiva, circondata com’era da un grande giardino sia alle spalle, ove non eisteva ancora il Parco Margherita, sia sul lato sinistro, ove ancora non esisteva l’attuale Villa Pignatelli, mentre sul lato destro la proprietà Carafa confinava con quella dei marchesi d’Avalos del Vasto.

Io sono stato un paio di volte, in quel palazzo, in questi ultimi anni, perché invitato da Umberto Franzese a partecipare, appunto, a eventi. Ben altri ricordi, tuttavia, mi legano a quelle mura.

L’edificio apparteneva, alla metà del XIX secolo, a don Vincenzo V Carafa (1802-1879), 10° Principe di Roccella, padre di Laura, mia nonna paterna. Quando io ero bambino, nell’immediato dopoguerra, il palazzo, ormai urbano, apparteneva ancora ai Carafa di Roccella. Mio zio Raimondo che, essendo il primogenito, aveva una quindicina d’anni più di mio padre (era nato qualche anno dopo il nefasto arrivo di Garibaldi), era scapolo e viveva a Ravello: due o tre volte l’anno, però, scendeva a Napoli ed era ospite di una sua cugina, che abitava al secondo piano del palazzo. Zio Raimondo, benché ultraottantenne, aveva, da buon ufficiale di marina, l’abitudine di fare una lunga camminata all’alba. Scendeva, quindi, verso le sei e mezzo e aspettava che il portiere gli aprisse il portone; quindi usciva e passeggiava tutt’intorno alla Villa Borbonica, percorrendo Via Carducci, la Riviera, Piazza Principe di Napoli (l’attuale Piazza della Repubblica), Via Caracciolo, Piazza Vittoria, ancora la Riviera e Via Carducci per rincasare. Io ho frequentato Villa Carafa negli anni sessanta, poiché in quel tempo il Circolo del Bridge era al primo piano, nell’appartamento a destra. Era molto gradevole, nei mesi estivi, giocare la partita o il torneo sul grande terrazzo che domina Via dei Mille. Questo terrazzo e l’altro corrispondente sul lato sinistro coprono due corpi avanzati, approssimativamente quadrati, a ciascuno dei quali si accede da due grandissime arcate, una aperta sulla strada e l’altra a fianco del portone d’ingresso. Mio padre mi raccontava che, quando era bambino, questi corpi avanzati si prolungvano per tutta l’attuale Via Carducci, fiancheggiando il viale di accesso alla villa; si usciva, quindi sulla Riviera e si poteva agevolmente raggiungere la passeggiata della Villa Borbonica. I molti locali terranei ospitavano i magazzini e le scuderie. L’attuale assetto risale al 1885, allorché fu aperta Via dei Mille.

Nel 1964 l’imprenditore Mario Ottieri tentò di demolire il fabbricato, già in stato di abbandono, per costruire un palazzone, e in una sola notte distrusse tutti gli stucchi della facciata nonché il portale in piperno, ma non riuscì a completare il suo disegno per la ferma opposizione dei residenti.

Il Comune di Napoli ha acquistato l’edificio nel 1992 ed ha provveduto al restauro, completato nel 2004.

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DALLE CALABRIE – COSENZA
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