“QUESTO PD SEMPLICEMENTE E’ INCAPACE DI GOVERNARE” – “ONORE AL PATRIOTA SARDO SALVATORE MELONI” – “VASCO ROSSI E UN MARZIANO A MODENA” – L’EDICOLA E ALTRO


“QUESTO PD SEMPLICEMENTE E’ INCAPACE DI GOVERNARE” – “ONORE AL PATRIOTA SARDO SALVATORE MELONI” – “VASCO ROSSI E UN MARZIANO A MODENA” – L’EDICOLA E ALTRO

 
“QUESTO PD SEMPLICEMENTE E’ INCAPACE DI GOVERNARE” – “ONORE AL PATRIOTA SARDO SALVATORE MELONI” – “VASCO ROSSI E UN MARZIANO A MODENA” – L’EDICOLA E ALTRO [ “AZ.” – 08/07/’17 ]
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Preso a pesci in faccia! Il nostro Ministro dell’Interno, Marco Minniti, non poteva essere trattato peggio dai suoi colleghi europei. E per fortuna che abbiamo sostituito Alfano con uno che, a detta del Pd, aveva “le palle” per andare in Europa e picchiare i pugni sul tavolo. Anziché darli, i pugni, li ha incassati tutti, ma è anche l’unica cosa che ha incassato, per il resto: politicamente è stato deriso, finanziariamente è stato trattato come un accattone.

Preso a pesci in faccia! Il nostro Ministro dell’Interno, Marco Minniti, non poteva essere trattato peggio dai suoi colleghi europei. E per fortuna che abbiamo sostituito Alfano con uno che, a detta del Pd, aveva “le palle” per andare in Europa e picchiare i pugni sul tavolo. Anziché darli, i pugni,…
FINANZAINCHIARO.IT|DI GIANCARLO MARCOTTI
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Dopo tanti anni di insulti, a me e alla Lega, per le nostre proposte di BUON SENSO contro un’immigrazione diventata INVASIONE, leggere questi titoli un po’ di s

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Per il fondatore di Microsoft a mostrarsi troppo aperti e generosi si invitano i migranti a imbarcarsi
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DAL SITO DI MAURIZIO BLONDET
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—-Messaggio originale—-
Da: “Maurizio Blondet” <info@maurizioblondet.it>
Data: 8-lug-2017 2.25
A: <azimutassociazione@libero.it>
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QUESTO PD, SEMPLICEMENTE, E' INCAPACE DI GOVERNARE.

QUESTO PD, SEMPLICEMENTE, E’ INCAPACE DI GOVERNARE.

Dunque il governo Gentiloni ha protestato, nei giorni scorsi,  perché   le  navi della ONG scaricano i profughi “solo” nei nostri porti, nascondendo a noi governati che “Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia”,  come ha rivelato Emma Bonino, la ministra degli esteri di Enrico Letta. “Nel 2014-2016”, quindi durante il governo Renzi, “che il coordinatore fosse a …

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Dunque il governo Gentiloni ha protestato, nei giorni scorsi,  perché   le  navi della ONG scaricano i profughi “solo” nei nostri porti, nascondendo a noi governati che “Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia”,  come ha rivelato Emma Bonino, la ministra degli esteri di Enrico Letta. “Nel 2014-2016”, quindi durante il governo Renzi, “che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino”.  Ed ecco la spiegazione: “Non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Un po’ ci siamo legati i piedi.  Francamente abbiamo sottovalutato la situazione”. La cosa è così idiota  che c’è l’opposizione  sospetta che Renzi abbia ottenuto qualcosa in cambio. “Forse che la troika si giri dall’altra parte fino alle prossime elezioni, e non metta i bastoni fra le ruote al PD?”, si chiedo il 5 Stelle,  Oppure si tratta semplicemente di lauti guadagni per coop e mondi di mezzo assortiti, che sui migranti ingrassano?”..  Brunetta  parla di scambio inconfessabile: “Occhi chiusi sul deficit e migranti da noi”.

Queste ipotesi non fanno che aggravare la  constatazione previa, che occorre fare: questi neo-PD hanno preso il potere e non sono capaci di governare. Dilettanti, incompetenti, incapaci, pressappochisti, inetti a  prevedere il prevedibile. Mentalmente confusi, incolti.   Questi rottamatori sono andati al governo, ed ora lo guidano come un bambino di 5 anni messo al volante di un TIR.

Fossero “solo” corrotti….

Fossero solo corrotti, sarebbe meglio. Sono corrotti (basta vedere gli affari che fanno le loro cosche con l’accoglienza  immigrati nel territorio di Alfano), ma sono anche e prima di tutto degli inetti.  E gli inetti al governo sprecano più denaro, dilapidano più ricchezze dei semplici disonesti tangentari.

Quando hanno “salvato”   le due banche venete,  regalandone gli attivi a Intesa come cretini e nello stesso tempo  accollando allo  Stato (a  noi contribuenti) 17 miliardi  delle loro perdite,  il sito  economico americano Zero Hedge  ha notato: “17 miliardi  sono ciò che spende  l’Italia per  la  difesa.  Spesi per sole due banche. Ed altre otto o dieci banche italiane dovranno essere salvate…”.

La risposta è arrivata subito: il “salvataggio” del Montepaschi, devastata da incompetenze e aggravata dai ritardi perché i nostri sono stati incapaci di trovare soluzioni efficaci, oggi  proprietà dello Stato al 70 per cento. Il “costo pere lo Stato”  di 5,6 miliardi,  raccontato dai media, nasconde danni di ben altra entità. A cominciare dal costo sociale dei 5500 licenziamenti (“esuberi”) dalle 600 filiali che vengono chiuse, ma quester sono ancora briciole. Come rileva Andrea  Mazzalai: “Verranno letteralmente regalati oltre 28 miliardi di sofferenze allo spettacolare prezzo di 21 centesimi quando lo stesso fondo Atlante era disponibile a pagarne oltre i 30 centesimi”.

http://icebergfinanza.finanza.com/2017/07/05/mps-banche-venete-deflazione-salariale-missione-compiuta/

Come dovreste sapere, o italioti, le “sofferenze bancarie” hanno un mercato. Mondiale. I fondi-avvoltoio comprano questi crediti, inesigibili al valore iniziale  100  euro, per 20 – e   riescono a strizzare dai debitori, comunque di più. Quanto? Se  30, già lucrano un 10%. E se 50…?

I farabutti però anche incapaci stanno svendendo 28 miliardi  di sofferenze  – quasi due anni di spese militari –  a 21: facendo perdere a voi e al sistema economico italiano, l’80  per cento. Fossero stati meno incapaci, avrebbero potuto già venderle a 30. Ma  con un minimo di capacità, potevano recuperare di più:  ridò la parola a Mazzalai: “Ricordo a tutte le anime ingenue che quelle sofferenze valgono ben oltre i 50 centesimi;  e qua e là,  in mezzo all’immondizia che si ha fretta di eliminare perché lo chiede l’Europa e la BCE, ci sono autentiche perle distrutte solo da una politica demenziale di austerità e sistematico perseguimento della svalutazione salariale e della distruzione della domanda interna come dichiarato da Monti alla CNN nel 2012”.

E’ detto tutto. La citazione di Monti viene a puntino:   questo presidente della Bocconi, questo esimio economista, oltretutto “del Nord”,  celebrato e incensato e premiato con seggio senatoriale a vita, è l’iniziatore del governo degli incapaci e incompetenti. E’ quello che risponde alla crisi stroncando il potere d’acquisto degli italiani,  facendo la guerra al turismo degli yacht stranieri (che vanno altrove),  praticamente paralizzando il mercato immobiliare – ignaro fra l’altro della cosa che sanno tutti, che gli immobili sono spesso dati  come garanzia per ottenere mutui, fidi, insomma crediti, e stroncare  gli immobili significa segare le gambe alle banche.

Mario Monti fa tutto questo  su istruzioni di Berlino, Bruxelles e BCE, perché di suo non capisce di economia,  quindi non ha la cultura necessaria per applicare creativamente  e sensatamente  gli ordini dall’estero.  Ma non avrebbe potuto farlo così bene, se non fosse stato sostenuto in parlamento dal PD. Il PD di Bersani,  l’altro incapace, che di suo ci mette questo: bisogna assolutamente privatizzare (così dicono in Europa), e comincio a privatizzare i tassisti – sono loro la palla al piede che impedisce le “riforme”.

Monti con il pizzino di Enrico Letta: “Allora i miracoli esistono!”, 2011.

Dopo Monti, arriva Letta: grandissima competenza, ha capito tutto. Infatti è quello che aveva salutato  la presa di potere di Monti, frutto del colpo di Stato di Berlino e BCE,  con un pizzino   entusiasta: “Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!”. Comincia con lui la gestione degli immigrati  che conosciamo,  è lui che su istruzioni prende la Bonino agli Esteri. Letta dura poco, lo rottama Renzi –   viene messo a fare la giovane riserva della Repubblica piazzato a  Parigi a “insegnare” (che cosa?), ma Prodi, il grande revenant,   ha proposto “Enrico” per un prossimo governo, dopo Gentiloni.

L’incompetenza, incapacità, del rottamatore ha superato quella dei rottamati,  già titanica e  psichiatrica. Al punto da farsi male da sé. Pensate al “referendum”  che si è fatto scrivere dalla  Etruria  Boschi – questa   straordinaria esperta di diritto pubblico –    un coacervo di questioni disparate  – la regionalizzazione del Senato  unita alla domanda: Volete sopprimere il CNEL? –  sperando di attrarre più sì sulle riforme più discutibili e pasticciate. Per di più, il genio, è riuscito a fare del referendum un plebiscito su se stesso:  volete Renzi o no? Tentazione troppo forte: ha vinto il NO.  Lui se n’è andato, ma resta la Boschi, restano Gentiloni (“Forza Hillary!”), che continuano a fare la stessa “politica”, chiamiamola così: eseguire le istruzioni di Berlino e Francoforte, perché di loro non ci capiscono, sono confusi, non sanno prevedere  la guerra dei migranti, sono amici delle ONG e servi di Soros.

Erano  almeno 3 referendum  impapocchiati in uno.Anche Renzi vuol tornare  a governare. Dice di sapere come si fa.   Emana opuscoli in cui vanta che “ mai nel dopoguerra il governo è riuscito a fare tanto per il paese”, ed enumera le “decine di riforme  “ che avrebbe introdotto. Ovviamente gli 80 euro a qualcuno – un    atto  di economia politica  di grande visione, da cui si  aspettava il ritorno dei consumi  – è fra quelle. Come gli disse il Financial Times dopo la disfatta al referendum, sì, Renzi ha fatto “le riforme” (come  gli chiedeva la Merkel), ma non ha fatto quelle necessarie. Solo le inutili e  le superflue, e con  grande spesa.

Tocca dar ragione Giorgio La Malfa che così commentò il NO al referendum: “E se il problema fosse di cambiare le classi dirigenti? In questo caso il NO al referendum non sarebbe un no al cambiamento, come i fautori del si dicono, bensì un NO al consolidamento di una classe dirigente che si dichiara incapace di governare NONOSTANTE gli strumenti a sua disposizione”.  Ecco l’aggettivo: INCAPACE.  Che usa gli strumenti dell’apparato dello stato come un infante  che non ha mai fatto  la scuola-guida.

E Padoan? Ce l’hanno affibbiato dall’estero, come tecnico affidabile (per i loro interessi), ma comunque fornitore della competenza che manca a Renzi,  Boschi, Gentiloni. Figurarsi se non fosse stato “esperto”, come avrebbe  ridotto la crisi italiana delle banche.  E invece se ne  vanta anche, come se ne vanta Visco, il governatore di Bankitalia.  Dal Corriere:

Visco: «In Italia crisi record, ma
le banche non sono andate a rotoli»

Il governatore della Banca d’Italia: «Forse peggiore in tempo di guerra, ma neanche tanto».

Ammette finalmente che  i danni sono quelli di una guerra (il 25% delle industrrie distrutte), ma  ecco cosa aggiunge:  “Il disagio delle istituzioni per i casi di mala gestione.

E’ colpa della mala gestione dei padroni privati, non di 9 anni di recessione mai curata, di “riforme” che sono tutte meno quelle che  servono, di stroncamento dell’attività economica  e deflazione da euro mantenuta perché non si sa cos’altro fare. Soprattutto, non è colpa di Bankitalia che non ha vigilato sulle banche. Come dice ancora Mazzalai:

“Una vigilanza assente ovunque che ha permesso in questi anni ad un manipolo di psicopatici di distruggere il tessuto economico e sociale del Paese”.

Il PD è incapace di governare, lo ha dimostrato abbastanza. E’ ora di  farli scendere dal TIR.

 
 
—-Messaggio originale—-
Da: “Maurizio Blondet” <info@maurizioblondet.it>
Data: 8-lug-2017 6.40
A: <azimutassociazione@libero.it>
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Onore al patriota sardo Salvatore Meloni!

Di Roberto PECCHIOLI Salvatore Meloni, per tutti Doddore, è morto di fame prigioniero di uno Stato, il nostro, che considerava straniero. Settantaquattrenne, cinque figlie, una lunga militanza nelle file dell’indipendentismo sardo, era stato arrestato lo scorso 28 aprile, Die de sa Sardigna, festa del popolo sardo, dopo un grottesco inseguimento alla sua Panda rossa. Doveva scontare un cumulo di pene …

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Di Roberto PECCHIOLI

Salvatore Meloni, per tutti Doddore, è morto di fame prigioniero di uno Stato, il nostro, che considerava straniero. Settantaquattrenne, cinque figlie, una lunga militanza nelle file dell’indipendentismo sardo, era stato arrestato lo scorso 28 aprile, Die de sa Sardigna, festa del popolo sardo, dopo un grottesco inseguimento alla sua Panda rossa. Doveva scontare un cumulo di pene inferiore ai cinque anni per reati fiscali. Già in precarie condizioni di salute, ha iniziato, come il suo modello, l’irlandese Bobby Sands, uno sciopero della fame e della sete estremo, che lo ha portato alla morte. La famiglia e tanti amici avevano chiesto invano gli arresti domiciliari. Solo due giorni prima della fine è stato ricoverato in ospedale, dove, piantonato come un delinquente comune, ha concluso la sua agonia.

Onore al patriota sardo Doddore Meloni! Ha lottato tutta la vita per il suo ideale senza ammazzare o ferire nessuno. Ha accettato con fierezza isolana le condanne per evasione fiscale, dichiarando con semplicità: “Non si pagano le tasse agli stranieri! “. I suoi guai giudiziari iniziarono quasi quarant’anni fa, allorché tentò un improbabile avvicinamento al colonnello Gheddafi. Tentativo di colpo di Stato, disse la potentissima Repubblica Italiana. Successivamente, occupò la disabitata isola di Malu Entu, davanti ad Oristano, proclamandone l’indipendenza e comunicandola con atti “ufficiali” al nostro governo. Come capita in questo tempo di bottegai e pubblicani, senza piegarlo lo hanno spezzato con le leggi fiscali. Per lui, nessuna mobilitazione di intellettuali come per gli assassini del commissario Calabresi o per terroristi assassini, e neanche il braccialetto elettronico, come per l’attore drogato Diele, nessun “differimento della pena”, ipotizzata per capimafia assassini non pentiti alla Totò Riina. Poiché non era membro di assemblee elettive, nessun ricco vitalizio a spese del contribuente italiano, dalle cui tasche è uscita una ricca liquidazione alla tirolese Eva Klotz.

Questa dignit�, quel coraggio feroce, quella coerenza delle idee portata sino alla tragedia ci fa essere ammiratori di Doddore. Non è morto “solo” un patriota sardo, ci ha lasciati un uomo vero. Non ci importa più se la sua causa fosse giusta o sbagliata, se la Sardegna sia o meno una nazione. Probabilmente lo è, e ha trovato un martire, pur se dubitiamo che la sua bandiera sia raccolta da uomini e donne altrettanto coraggiosi e determinati. La figura peggiore, come sempre, tocca allo Stato italiano ed alla sua burocrazia. Debole sino alla viltà con i forti, violento, arrogante, implacabile con i profeti disarmati. Del resto, non pagare le tasse agli stranieri dovrebbe essere un’ovvietà, ma noi tutti italiani manteniamo oltre cento basi straniere sul nostro territorio.

Come poteva Doddore pensare che l’avrebbe fatta franca proprio lui, che considerava la Repubblica italiana uno Stato estero occupante? Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi, cioè i quattrini. La sua splendida terra, che per lui era la Patria, è stata espropriata, nel tempo, persino della sua lingua. Pensate che l’isola occupata dal povero Meloni, Malu Entu, cattivo vento, è tradotta nella nostra lingua come Mal di Ventre.  In compenso, passa sotto silenzio la richiesta di 140 milioni di euro di danni erariali avanzata agli amministratori della Regione Autonoma Valle d’Aosta nell’ambito dell’attività del casinò di Saint Vincent, massima e assai dubbia risorsa di un’istituzione pletorica per 120 mila abitanti, tanti quanti Bergamo. Sede Rai, sezione di Corte dei Conti e tutto l’armamentario burocratico in due lingue, pur se nessuno ad Aosta usa il francese. Viva l’Italia, e viva anche la Regione Autonoma della Sardegna, carrozzone pletorico, sinecura per troppi privilegiati che giustamente gli indipendentisti detestano.

Intanto un vecchio è morto senza che gli fosse concesso di scontare la sua condanna – formalmente ineccepibile – a casa sua, mentre un ergastolano assassino come Johnny lo Zingaro scorrazza dopo essere evaso dal regime di semilibertà di cui godeva e decine di buoni italiani devono difendersi dall’accusa di essersi difesi da ladri, rapinatori, assassini. Taciamo per carità di patria il caso di Igor il Russo, altro reduce dagli sconti di pena. Doddore no, lui aveva messo in dubbio il sacro dogma non della patria, ma dell’autorità di uno Stato che fa solo piangere. Lacrime di rabbia di chi lo vorrebbe forte e presente contro crimine e malaffare, lacrime di dolore per amici e familiari di Meloni che non lo considerano un suicida, ma la vittima di una legalità ottusa, nemica, intermittente.

Hannah Arendt, in Vita activa, scrisse pagine decisive sul conformismo e la violenza insite in tutte le forme di governo burocratico: “questo nessuno – il preteso interesse comune della società (…) da un punto di vista economico, così come la pretesa opinione comune della buona società nei salotti – non cessa di dominare (…). Come sappiamo dalla burocrazia, il governo di nessuno non è necessariamente un non-governo; esso può anzi, sotto certe circostanze, volgersi in una delle sue più crudeli e tiranniche versioni “.

Non ha pagato le imposte perché ci riteneva stranieri, Doddore. Può morire, che importa, il principio di potere è salvo, ma che dire di Facebook, Google, Amazon, delle entità finanziarie e delle multinazionali che pagano (poco) dove più conviene loro, e lo Stato italiano insegue, contentandosi di transazioni al ribasso. Quelli non possono morire, sono persone giuridiche, “personae fictae “, finte, come già sapeva il diritto romano. Anche chi ha distrutto le banche italiane gira libero, e comunque non si lascerà certo morire di fame. Non lo prevede l’etica del mercante, solo quella del cavaliere.

Per questo ammiriamo Salvatore Meloni senza condividerne il sogno indipendentista. Da uomo d’onore, da “balente” è andato sino in fondo contro mezzi uomini e quaquaraquà. Da oggi, amiamo di più la Sardegna, se ha saputo allevare un combattente come Doddore. Non ci resta che salutarlo con rispetto, ricordando l’inno dei patrioti sardi di fine Settecento contro i feudatari scritto da Ignazio Mannu, che prima Maria Carta e poi i Tazenda fecero conoscere a tutti gli italiani: Procurade moderare, barones, sa tirannia!  “Cercate di moderare, baroni, la tirannia, perché sennò, per la vita mia! Tornate con i piedi in terra! Dichiarata è già la guerra contro la prepotenza, e comincia la pazienza nel popolo a mancare.”

ROBERTO PECCHIOLI

—-Messaggio originale—-
Da: “Maurizio Blondet” <info@maurizioblondet.it>
Data: 7-lug-2017 22.25
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VASCO ROSSI E UN MARZIANO A MODENA

di Roberto Pecchioli Il concerto di Vasco Rossi a Modena, evento musicale dell’anno, è uno di quegli avvenimenti che non si possono derubricare a cronaca o confinare nella pagina degli spettacoli. Nel bene e nel male, è uno spartiacque, un segnavia, una data che esce dal calendario ed entra – a suo modo- come metafora e simbolo, nella storia del …

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di Roberto Pecchioli

Il concerto di Vasco Rossi a Modena, evento musicale dell’anno, è uno di quegli avvenimenti che non si possono derubricare a cronaca o confinare nella pagina degli spettacoli. Nel bene e nel male, è uno spartiacque, un segnavia, una data che esce dal calendario ed entra – a suo modo- come metafora e simbolo, nella storia del costume dell’Italia tardo moderna. Nessuna esaltazione, o entusiasmo da adepti del rocker di Zocca, al contrario. Ma neppure scuotimento di testa, o liquidazione sommaria, bensì il tentativo di riflettere su un concerto diventato evento di massa. Quando 230 mila persone pagano da 50 a 75 euro, salvo bagarinaggio, per ascoltare un cantante, e soprattutto per “esserci”, sfidando il caldo, i disagi, le code, in molti una notte all’addiaccio, non vale nulla prendere posizioni moralistiche, condannare una vera o presunta stupidità di massa e rilevare che per i mille drammi di questa nazione non si muove nemmeno l’uno per cento di chi, sabato 1 luglio 2017, era al parco Enzo Ferrari per assistere al concerto. E’ la verità, ma le chiacchiere stanno a zero.

I nudi fatti sono che un cantante ha saputo unire, emozionare, trascinare grandi masse umane, eterogenee per età, classi sociali, provenienza geografica, valori di riferimento. Un evento nazionalpopolare che non può essere liquidato né dalla boria intellettuale, né dal buon senso rasoterra da comari del mercato rionale. Vediamo allora di orientarci, ed anche prendere posizione, accettando il ruolo ingrato di marziani a Modena. Un marziano a Roma fu una sapida commedia di Ennio Flaiano. Narrava di un marziano, Kunt, la cui astronave atterrò a Roma, Villa Borghese, accolto dallo sconcerto popolare e con immensa eco internazionale, ma poi venne ignorato dall’eterna Roma del cinismo e del disincanto.  A Modena sarebbe stato trattato come un marziano chi, come noi, non avesse partecipato all’evento- il fatto in sé – tentando però di coglierne il senso, se ce n’è uno. Proprio Vasco ci mise in guardia, nel brano intitolato appunto “Un senso”, cantando “voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha”.

Brutto messaggio, che fa il paio con l’apertura del concerto sulla musica di Richard StraussAlso sprach Zarathustra, Così parlò Zarathustra, famosa soprattutto come colonna sonora di 2001 Odissea nello spazio che narra un viaggio oltre l’umano che, già nel film del 1968, lambiva il transumano. Non l’Oltreuomo di Nietzsche, temiamo, ma, nel gran calderone di massa, l’esaltazione dell’opposto, ovvero degli “ultimi uomini” sudati, trasognati e sovreccitati dei grandi eventi musicali rock, Bacco e Sileno più che Dioniso.

Poi c’è Modena non per caso, provincia d’origine di Vasco, ma anche la città di Enzo Ferrari, l’eroe della velocità, il creatore dei bolidi rossi sogno di generazioni intere. Noi crediamo che sia proprio il sogno l’elemento trainante di quella mobilitazione totale (povero Ernst Junger!) che ha portato in Emilia una folla pari alla popolazione di città come Messina o Trieste. Tuttavia, ed è un primo segno che ci sembra di cogliere, nessuna vicinanza o paragone con analoghi eventi del passato. A Woodstock e all’Isola di Wight la generazione dei settantenni di oggi �� in fondo i coetanei di Vasco Rossi, che di anni ne ha 65 – scrissero a loro modo la storia del costume insieme con quella della musica rock. Pace, amore e musica, proclamarono, e quella retorica zuccherosa è rimasta appiccicata per mezzo secolo come una colla. Oggi, si chiude il cerchio, siamo tutti più vecchi, la rappresentazione finisce.

Ci fu, a partire da quei giorni lontani, una ribellione insensata e spesso astratta (vietato vietare!) e poi la sessualità esibita per la prima volta, ostentata come una liberazione, o forse una regressione al puro istinto, i paradisi artificiali, la droga, i ritmi arrembanti ed ossessivi scanditi dalla batteria e dalle chitarre elettriche, lo scatenamento pulsionale che seppellì un mondo. Un passato che non passa, assorbito, quasi sussunto nel puro sfruttamento commerciale da parte del mercato che cambiò pelle da allora, assecondando con gioia malcelata il nuovo corso. Perfino Che Guevara è diventato un marchio registrato; non è diverso Vasco Rossi. La Rai che ha promosso e trasmesso in diretta l’evento, chaperonPaolo Bonolis, la rete dei cinema (circa 200!) che hanno trasmesso il tutto in diretta, i discografici che venderanno il DVD “live”, bagarini, operatori turistici di ogni tipo possono festeggiare. Il concerto è un successo economico colossale, alcune decine di milioni di euro la fattura complessiva, Vasco, come Atlante con la Terra, si carica sulle spalle l’incremento del PIL!

Naturalmente, la chiamano trasgressione, fuoriuscita dai canoni, gioia popolare. Il governo ci ha prontamente messo il cappello, non solo attraverso la televisione pubblica. Gentiloni ha parlato di festa di libertà, il ministro dell’Interno, in un attimo di pausa delle attività di favoreggiamento dell’invasione del territorio da parte dei barconi di Soros e delle ONG, si è congratulato per l’ottimo esito dell’ordine pubblico. Qualche arresto per spaccio, ampia attività di contrasto alla contraffazione (non sia mai che le royalties dei DVD e della paccottiglia targata Vasco Rossi non vada interamente alle multinazionali proprietarie dei mitici marchi!), per il resto tutto bene. Un solo morto per infarto – pace all’anima sua, Minniti non tratta queste sciocchezzuole –  e se a migliaia si saranno imbottiti di sostanze di vario genere, certo la polizia avrà avuto ordine di chiudere un occhio.

E poi, siamo antiproibizionisti, chi siamo noi per negare il libero sballo? Il Governo, intanto, come dominus: ecco il punto dolente, trasgressori professionali in servizio permanente effettivo. Voi credete di aver dato uno schiaffo al potere, tutti in massa al concerto dell’anarchico numero uno. Loro vi hanno usato senza fatica, panem et circenses, o, come preferivano i Borbone delle Due Sicilie, feste, farina e forca. Manca la forca, dite? Ma non è forca il carico delle tasse, il raddoppiato potere dell’Agenzia delle Entrate che incorpora Equitalia, non è forca la precarietà di migliaia di voi, che magari avete risparmiato all’osso per andare a Modena, non è forca la solitudine e l’abbandono di milioni di altri, forse dei vostri stessi genitori o fratelli, non è forca la trasgressione obbligatoria cui vi orientano, corse in autostrada, musica a tutto volume, bere sino a scoppiare, pasticche, polveri ed altro in gola o nelle vene, scatenamento ( ma preferiscono dire liberazione) degli istinti, compulsione, consumare tutto e subito ? Lo chiamano acting out gli psichiatri, l’agìto, consumare la vita ed i desideri, tutti, in fretta, meglio se uniti nel gregge.

Lo ha spiegato lo stesso artista in una recente intervista. Vasco ormai è nonno, dopo aver faticato tantissimo per essere padre davvero, anche per lui è tempo di bilanci. Ha detto che in fondo anche quella della vita spericolata era una routine, vivere di corsa (Vado al massimo, erano i performanti anni 80 di Reagan, della Thatcher, Milano da bere e riflusso nel privato) tornare a casa quando gli altri erano già al lavoro, litigare con chi ci manteneva. Un curioso terzo turno, diverso da quello degli operai che facevano la notte per la pagnotta. Le musiche di Vasco Rossi sono belle ed accattivanti, del resto non si spiegherebbe un successo che ha quasi quarant’anni, ma resta irresistibile il commento di Nino Manfredi al primo passaggio televisivo della Vita spericolata. “Vòle ‘na vita piena de guai, gliene dàmo un po’ dei nostri!”. Saggezza contadina del grande attore ciociaro.

I testi della canzoni tanto amate dal pubblico sono mediocri e soprattutto, equivoci. Non si chiede agli artisti di essere dei monaci, ma la vita spericolata, di nome e di fatto, quella come Steve Mc Queen, quella in cui non si dorme mai, aiutati magari da certe pastiglie, non ha prodotto più libertà, come dice il nobile Gentiloni Silverj. Ha contribuito a diffondere stili di vita distruttivi, ha banalizzato quando non propagandato apertamente l’uso delle droghe, ha decostruito quel che c’era sostituendolo con il nulla, tutt’al più con la corsa a perdifiato, tanto la vita un senso non ce l’ha. A voler essere generosi, il mondo di cui Vasco è il vessillo italiano, ha prodotto una materialistica Caduta degli Dei. Poiché ha talento, le sue musiche incantano e trascinano. Ma verso il basso, purtroppo, con l’approvazione dei superiori, che fanno tintinnare il registratore di cassa come una slot machine al momento del jackpot.

Nel caso specifico, Vasco (è comunque grande chi riesce ad essere citato con il solo nome di battesimo!) a Modena ha probabilmente recitato, con la perizia dei consumati animali da palcoscenico, il suo canto del cigno. Non contano le vecchie accuse di recita a soggetto, mosse forse da un pizzico d’invidia, che gli lanciò Jovanotti, un altro beniamino del sistema dello spettacolo che finge distanza, impegno, trasgressione (la magica parolina del nuovo conformismo). Semplicemente, anche per lui il tempo passa. L’alba chiara si trasforma lentamente in tramonto, la salute non è più quella, il ricordo, le foto ed i DVD del concerto diventeranno autentiche reliquie, col tempo. Non vorrà sciupare un immagine di eterno giovanotto ribelle presentandosi, a 70 o più anni, come profeta multigenerazionale, né, crediamo, si ridurrà alla patetica maschera di hippy della terza età di uno Shal Shapiro, quello di Ma che colpa abbiamo noi? altro inno della decadenza travestita da liberazione.

Oltra a lui, che ci ha messo la faccia e l’anima, altri due vincitori, il Mercato misura di tutte le cose, che incassa ed incasserà, perfino dalla rimozione e dallo smaltimento delle cento tonnellate di rifiuti del popolo del concerto, ed il potere politico, che ha capito al volo, ed ha trasferito nell’evento modenese, neutralizzandolo, tutto il potenziale di rabbia, disagio sociale, opposizione di centinaia di migliaia di persone. Da millenni, e senza bisogno di Freud, della proiezione o della sublimazione, chi comanda sa che la vita spericolata spiace al potere. Meglio cantarla, far sognare e poi, fatti o semplicemente disfatti per la fatica e l’emozione, tornare a casa e tirare la vita. Cantiamo “siamo noi, siamo solo noi,” ma il gioco lo comandano sempre loro. Ci lasciano urlare e sfogare tutti insieme per una notte, per di più ci fanno pagare il conto. Il banco, riconvertito in società dello spettacolo, vince sempre, ed i cornuti sono pure contenti.

In mezzo secolo, gli artisti della musica, specie quelli delle varie anime del rock, sono stati i più potenti alleati di un sistema che ci sta portando ad un pietoso declino. Rimossa la figura del padre, ridicolizzata la famiglia, screditata qualunque forma di ordine civile e morale in nome della lotta all’autorità, ci consoliamo con le canzoni. Anche nonno Vasco, ringraziato il pubblico pagante, ripiegati gli abiti di scena, riposta la chitarra nell’apposita custodia sponsorizzata, torna a casa. Mette le pantofole, abbraccia il nipotino, probabilmente si sottopone alle terapie a protezione di una condotta disordinata. Ha fatto felice tanta gente: la prestazione, anzi la performance, è stata degna di una carriera straordinaria.

Resta una grande domanda inevasa: perché la folla si riunisce solo per eventi di questo tipo? Pensiamo anche all’imbarazzante serata torinese con la fuga di massa tra bottiglie infrante di trentamila convenuti da tutta Italia per assistere in piazza alla finale di Coppa dei Campioni. Al di là della legittima passione sportiva, ed oltre gli eventi di Piazza San Carlo, dovrebbe essere chiaro a tutti che lo sport professionale, specialmente il calcio, non è altro che un’industria quotata in Borsa, e accapigliarsi, talvolta persino morire per questo non è rispondere ad un’appartenenza o ad una bandiera, ma gioire per l’arricchimento altrui. Ancora non ci sono, per fortuna, tifosi dei titoli quotati in Borsa che esultano se sale il MIB 30 e piangono per un calo del Dow Jones senza essere investitori.

Lasciamo la risposta al quesito iniziale a sociologi e filosofi, ma almeno due elementi ci sembrano chiari. Al di là dei gusti, delle preferenze e delle tifoserie – musicali, sportive o di altro tipo- c’è un desiderio inevaso di stare insieme, di essere comunità, di gioire ed anche soffrire per qualcosa che unisce. E poi, un��ansia nostalgica di identità, di appartenenza, di avere una bandiera, dei simboli da amare, altri da odiare rispecchiandosi nel vicino, finalmente amico, non più competitore, come nella giungla di ogni giorno.

Non crediamo che Vasco Rossi, la Juventus, la Sampdoria, la Ferrari o la rock star del momento rispondano alle esigenze di cui sopra. Al contrario, sono falsi miti, oppio dei popoli, come avrebbe detto il vecchio Marx che sapeva di struttura e sovrastruttura, addirittura imbrogli organizzati dal potere. Ma è stato facile convincere del contrario gli eterni Peter Pan che siamo diventati. Vietato vietare, ma innanzitutto, proibito crescere, diventare adulti, assumere responsabilità, farsi carico. Meglio la vacanza continua, dove vai ad agosto, Sharm o Maldive, e poi, nel week end (fine settimana non si può dire) mi rilasso in discoteca ed al mare. Dicono proprio “mi rilasso”, dimentichi di code, spese, promiscuità, scarichi di CO2.

Poi, arriva il giorno dopo, con la delusione, la disillusione, il Paese dei Balocchi che non c’è più, e neppure l’Omino di Burro con il suo carro trainato da asinelli. Ci ha consolato Vasco, a caro prezzo. Poi, torna la realtà, che ha il pessimo vizio di tornare a galla. Siamo noi, siamo solo noi, anzi siamo soli noi. Dovremmo essere soddisfatti: in qualche modo, ci hanno dato ciò che avevamo chiesto, per il tramite dell’artista. La vita spericolata l’abbiamo avuta, ed anche piena di guai. Steve Mc Queen è morto da tempo e non può dirci come la pensa.

Restiamo marziani, questo ci è chiaro, ma non riusciamo a identificarci con i 230 mila di Modena, anzi, sotto sotto facciamo il tifo per governo Gentiloni, industria musicale, show business che hanno vinto ancora. Vi ribellerete, immaginiamo, solo il giorno in cui vi toglieranno Vasco e la finale di Coppa dei Campioni. Tranquilli: loro lo sanno, e non lo faranno mai.

Noi pochi, noi pochi infelici, noi banda di ribelli, ce ne torniamo su Marte, nel giorno di Vasco, Crispino e Crispiano…

ROBERTO PECCHIOLI

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Sabato, 8 Luglio 2017
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«Leggo sulla stampa che Silvio Berlusconi, di fronte a giornalisti ed editori, avrebbe fatto il nome di Sergio Marchionne quale candidato premier del centrodestra. Mi aspetto da Silvio Berlusconi una smentita».

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