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L’ULTIMO DISCORSO DI MUSSOLINI AL TEATRO LIRICO DI MILANO AI POSTERI UNA TRAGEDIA OSCURATA E SCONOSCIUTA ALLE GIOVANI GENERAZIONI


L’ULTIMO DISCORSO DI MUSSOLINI AL TEATRO LIRICO DI MILANO AI POSTERI UNA TRAGEDIA OSCURATA E SCONOSCIUTA ALLE GIOVANI GENERAZIONI


L’ULTIMO DISCORSO DI MUSSOLINI AL TEATRO LIRICO DI MILANO AI POSTERI UNA TRAGEDIA OSCURATA E SCONOSCIUTA ALLE GIOVANI GENERAZIONI [ “AZ.” : 27/04/2019 ] – anteprima di web servizio tra breve in rete – Associazione “Azimut” NAPOLI

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PARTE I – DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI ( … ) Art. 21. – Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.( … )

TITOLO IV – RAPPORTI POLITICI ( … ) Art. 48. Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. ( … ) Art. 49. – Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. ( .. )

DISPOSIZIONI TRANSITORIE*E FINALI ( … ) XII È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista. ( … )

*transitòrio agg. [dal lat. transitorius, der. di transire « passare » ( supino transĭtum) ]. –1. Che passa o è destinato a passare, a cessare, quindi non durevole, limitato nel tempo, provvisorio: una situazione transitoria ; una sistemazione transitoria ( … ) – [  Associazione CulturalSociale “Azimut” – Napoli ]

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ULTIMO NOSTRO POST SU FACEBOOK

DOMANI COME SEMPRE E’ STATO TI RICORDEREMO Arturo Stenio Vuono – DA 74 ANNI SEI SEMPRE NEI NOSTRI CUORI GRAZIE PER TUTTO QUELLO CHE HAI FATTO PER LA NOSTRA ITALIA CHE OGGI E’ NUOVAMENTE SOTTO ATTACCO !IN COPERTINA – LINK FOTO – 27/04/2019 – https://azimutassociazione.files.wordpress.com/2016/04/19686-mussolini11.jpg?w=400&h=292&crop=1

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 https://youtu.be/SM9XoeTKRTk

   da messaggio su facebook – Nicola Bosco ha condiviso il suo primo post.- 25 aprile 

https://youtu.be/SM9XoeTKRTk  – Ho trovato in rete questo video. Lo dedico a tutti quei giovani che negli anni 70 ebbero il coraggio di schierarsi. Siete un esempio per le generazioni future!

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IN COPERTINA

Mussolini parla al “Lirico”; a sinistra Barracu e Pavolini

https://lh3.googleusercontent.com/uPX3TGIO5clHyTWXXGAyjTzjzeUDpRcadfqdYduN9ym4HeU7lUXw4d_v-iLoO9ywqdZZ_A=s149

L’ultimo discorso di Mussolini al Teatro Lirico di Milano

LEGGI IL TESTO DEL DISCORSO

AI POSTERI [ UNA TRAGEDIA OSCURATA E SCONOSCIUTA ALLE GIOVANI GENERAZIONI ]

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Milano, 16 dicembre 1944

[ PER LEGGERE TUTTO INTERO – INTEGRALMENTE – IL TESTO DEL DISCORSO – VEDI SOTTO : CLICCA LINK E LO TROVI – CI SCUSIAMO PER GLI EVENTUALI ERRORI NELLA PARTE CHE ABBIAMO TRASCRITTO  – A PARTE QUALCHE MALEVOLE COMMENTO CHE LO ACCOMPAGNA ]  – [ “Azimut”  ]

Il discorso di Mussolini al “Lirico” di Milano | Temi di storia

12 gen 2015 – Mussolini parla al “Lirico”; a sinistra Barracu e Pavolini Il 16 dicembre 1944, … Il discorso del Lirico, in realtà l’ultimo colpo di coda di unMussolini stanco, … 2). Proponiamo qui il testo integrale del lungo discorso di Mussolini.

IN VIDEO 

Benito Mussolini – Milano: Discorso del 16 Dicembre 1944 …

06 ago 2012 – Caricato da TEMPOLESSMUSIC

Benito Mussolini – Roma: Discorso del 9 Maggio 1936 (ConTesto) – Duration: 10: 45. TEMPOLESSMUSIC …

Ultimo discorso pubblico del Duce Benito Mussolini al …

09 apr 2013 – Caricato da VOCEDITALIA

Ultimo discorso pubblico del Duce Benito Mussolini alla Guardia nazionale repubblicana al Teatro …

Mussolini al Teatro Lirico – Rai Storia

http://www.raistoria.rai.it/articoli/mussolinial-teatro-lirico/11588/default.aspx

E’ il giorno del discorso di Mussolini al Lirico di Milano, la sua ultima apparizione pubblica. Il Duce lascia il suo rifugio sul lago di Garda e alle undici entra al …

Camerati, cari camerati milanesi!

Rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo della materia del mio discorso.

A sedici mesi di distanza dalla tremenda data della resa a discrezione imposta ed accettata secondo la democratica e criminale formula di Casablanca, la valutazione degli avvenimenti ci pone, ancora una volta, queste domande: Chi ha tradito? Chi ha subito e subisce le conseguenze del tradimento? Non si tratta, intendiamoci bene, di un giudizio in sede di revisione storica, e, meno che mai, in qualsiasi guisa, giustificativa. —- È stato tentato da qualche foglio neutrale, ma noi lo respingiamo nella maniera più categorica e per la sostanza e in secondo luogo per la stessa fonte dalla quale proviene. Dunque chi ha tradito? La resa a discrezione annunciata l’8 settembreè stata voluta dalla monarchia, dai circoli di corte, dalle correnti plutocratiche della borghesia italiana, da talune forze clericali, congiunte per l’occasione a quelle massoniche, dagli Stati Maggiori, che non credevano più alla vittoria e facevano capo a Badoglio. Sino dal maggio, e precisamente il 15 maggio, l’ex-re nota in un suo diario, venuto recentemente in nostro possesso, che bisogna ormai « sganciarsi » dall’alleanza con la Germania. Ordinatore della resa, senza l’ombra di un dubbio, l’ex-re; esecutore Badoglio. Ma per arrivare all’8 settembre, bisognava effettuare il 25 luglio, cioè realizzare il colpo di Stato e il trapasso di regime. —  La giustificazione della resa, e cioè la impossibilità di più oltre continuare la guerra, veniva smentita quaranta giorni dopo, il 13 ottobre, con la dichiarazione di guerra alla Germania, dichiarazione non soltanto simbolica, perché da allora comincia una collaborazione, sia pure di retrovie e di lavoro, fra l’Italia badogliana e gli Alleati; mentre la flotta, costruita tutta dal fascismo, passata al completo al nemico, operava immediatamente con le flotte nemiche. Non pace, dunque, ma, attraverso la cosiddetta cobelligeranza, prosecuzione della guerra; non pace, ma il territorio tutto della nazione convertito in un immenso campo di battaglia, il che significa in un immenso campo di rovine; non pace, ma prevista partecipazione di navi e truppe italiane alla guerra contro il Giappone. —-  Ne consegue che chi ha subito le conseguenze del tradimento è soprattutto il popolo italiano. Si può affermare che nei confronti dell’alleato germanico il popolo italiano non ha tradito. Salvo casi sporadici, i reparti dell’Esercito si sciolsero senza fare alcuna resistenza di fronte all’ordine di disarmo impartito dai comandi tedeschi. Molti reparti dello stesso Esercito, dislocati fuori del territorio metropolitano, e dell’Aviazione, si schierarono immediatamente a lato delle forze tedesche, e si tratta di decine di migliaia di uomini; tutte le formazioni della Milizia, meno un battaglione in Corsica, passarono sino all’ultimo uomo coi tedeschi. — Il piano cosiddetto « P. 44 », del quale si parlerà nell’imminente processo dei generali e che prevedeva l’immediato rovesciamento del fronte come il re e Badoglio avevano preordinato, non trovò alcuna applicazione da parte dei comandanti e ciò è provato dal processo che nell’Italia di Bonomi viene intentato a un gruppo di generali che agli ordini contenuti in tale piano non obbedirono. Lo stesso fecero i comandanti delle Armate schierate oltre frontiera. —- Tuttavia, se tali comandanti evitarono il peggio, cioè l’estrema infamia, che sarebbe consistita nell’attaccare a tergo gli alleati di tre anni, la loro condotta dal punto di vista nazionale è stata nefasta. Essi dovevano, ascoltando la voce della coscienza e dell’onore, schierarsi armi e bagaglio dalla parte dell’alleato: avrebbero mantenuto le nostre posizioni territoriali e politiche; la nostra bandiera non sarebbe stata ammainata in terre dove tanto sangue italiano era stato sparso; le Armate avrebbero conservato la loro organica costituzione; si sarebbe evitato l’internamento coatto di centinaia di migliaia di soldati e le loro grandi sofferenze di natura soprattutto morale; non si sarebbe imposto all’alleato un sovraccarico di nuovi, impreveduti compiti militari, con conseguenze che influenzavano tutta la condotta strategica della guerra. Queste sono responsabilità specifiche nei confronti, soprattutto, del popolo italiano. —- Si deve tuttavia riconoscere che i tradimenti dell’estate 1944 ebbero aspetti ancora più obbrobriosi, poiché romeni, bulgari e finnici, dopo avere anch’essi ignominiosamente capitolato, e uno di essi, il bulgaro, senza avere sparato un solo colpo di fucile, hanno nelle ventiquattro ore rovesciato il fronte ed hanno attaccato con tutte le forze mobilitate le unità tedesche, rendendone difficile e sanguinosa la ritirata. —- Qui il tradimento  è stato perfezionato nella più ripugnante significazione del termine. —- Il popolo italiano è, quindi, quello che, nel confronto, ha tradito in misura minore e sofferto in misura che non esito a dire sovrumana. Non basta. Bisogna aggiungere che mentre una parte del popolo italiano ha accettato, per incoscienza o stanchezza, la resa, un’altra parte si è immediatamente schierata a fianco della Germania. —- Sarà tempo di dire agli italiani, ai camerati tedeschi e ai camerati giapponesi che l’apporto dato dall’Italia repubblicana alla causa comune dal settembre del 1943 in poi, malgrado la temporanea riduzione del territorio della Repubblica, è di gran lunga superiore a quanto comunemente si crede. —- Non posso, per evidenti ragioni, scendere a dettagliare le cifre nelle quali si compendia l’apporto complessivo, dal settore economico a quello militare, dato dall’Italia. La nostra collaborazione col Reich in soldati e operai è rappresentata da questo numero: si tratta, alla data del 30 settembre, di ben settecentottantaseimila uomini. Tale dato è incontrovertibile perché di fonte germanica. Bisogna aggiungervi gli ex-internati militari: cioè parecchie centinaia di migliaia di uomini immessi nel processo produttivo tedesco, e molte altre decine di migliaia di italiani che già erano nel Reich, ove andarono negli anni scorsi dall’Italia come liberi lavoratori nelle officine e nei campi. Davanti a questa documentazione, gli italiani che vivono nel territorio della Repubblica Sociale hanno il diritto, finalmente, di alzare la fronte e di esigere che il loro sforzo sia equamente e cameratescamente valutato da tutti i componenti del Tripartito. —- Sono di ieri le dichiarazioni di Eden sulle perdite che la Gran Bretagna ha subito per difendere la Grecia. Durante tre anni l’Italia ha inflitto colpi severissimi agli inglesi ed ha, a sua volta, sopportato sacrifici imponenti di beni e di sangue. Non basta. Nel 1945 la partecipazione dell’Italia alla guerra avrà maggiori sviluppi, attraverso il progressivo rafforzamento delle nostre organizzazioni militari, affidate alla sicura fede e alla provata esperienza di quel prode soldato che risponde al nome del maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani. —- Nel periodo tumultuoso di transizione dell’autunno e inverno 1943 sorsero complessi militari più o meno autonomi attorno a uomini che seppero, col loro passato e il loro fascino di animatori, raccogliere i primi nuclei di combattenti. Ci furono gli arruolamenti a carattere individuale. Arruolamenti di battaglioni, di reggimenti, di specialità Erano i vecchi comandanti che suonavano la diana. E fu ottima iniziativa, soprattutto morale. Ma la guerra moderna impone l’unità. Verso l’unità si cammina. — Oso credere che gli italiani di qualsiasi opinione saranno felici il giorno in cui tutte le Forze Armate della Repubblica saranno raccolte in un solo organismo e ci sarà una sola Polizia, l’uno e l’altra con articolazioni secondo le funzioni, entrambi intimamente viventi nel clima e nello spirito del fascismo e della Repubblica, poiché in una guerra come l’attuale, che ha assunto un carattere di guerra « politica », la politicità è una parola vuota di senso ed in ogni caso superata. —-  Un conto è la « politica », cioè l’adesione convinta e fanatica all’idea per cui si scende in campo, e un conto è un’attività politica, che il soldato ligio al suo dovere e alla consegna non ha nemmeno il tempo di esplicare, poiché la sua politica deve essere la preparazione al combattimento e l’esempio ai suoi gregari in ogni evento di pace e di guerra. —- Il giorno 15 settembre il Partito Nazionale Fascista diventava il Partito Fascista Repubblicano. Non mancarono allora elementi malati di opportunismo o forse in stato di confusione mentale, che si domandarono se non sarebbe stato più furbesco eliminare la parola « fascismo », per mettere esclusivamente l’accento sulla parola « Repubblica ». Respinsi allora, come respingerei oggi, questo suggerimento inutile e vile. —- Sarebbe stato errore e viltà ammainare la nostra bandiera, consacrata da tanto sangue, e fare passare quasi di contrabbando quelle idee che costituiscono oggi la parola d’ordine nella battaglia dei continenti. Trattandosi di un espediente, ne avrebbe avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di fronte agli avversari e soprattutto di fronte a noi stessi. —- Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo, come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti impresso un nuovo indirizzo all’azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale. Veramente più che di un nuovo indirizzo, bisognerebbe con maggiore esattezza dire: ritorno alle posizioni originarie. sono stati illustrati i motivi per cui l’insurrezione del 1922 risparmiò la monarchia. —  Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione del programma del 1919: delle realizzazioni degli anni splendidi che vanno dalla Carta del lavoro alla conquista dell’impero. La natura non fa dei salti, e nemmeno l’economia. —- Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo, ulteriore della socializzazione. Sin dalla prima seduta del Consiglio dei ministri del 27 settembre 1943 veniva da me dichiarato che « la Repubblica sarebbe stata unitaria nel campo politico e decentrata in quello amministrativo e che avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la questione sociale almeno nei suoi aspetti più stridenti, tale cioè da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna ». — In quella stessa seduta, io compii il primo gesto teso a realizzare la più vasta possibile concordia nazionale, annunciando che il Governo escludeva misure di rigore contro gli elementi dell’antifascismo. —- Nel mese di ottobre fu da me elaborato e riveduto quello che nella storia politica italiana è il « manifesto di Verona », che fissava in alcuni punti abbastanza determinati il programma non tanto del Partito, quanto della Repubblica. Ciò accadeva esattamente il 15 novembre, due mesi dopo la ricostituzione del Partito Fascista Repubblicano. —- Il manifesto dell’assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano, dopo un saluto ai caduti per la causa fascista e riaffermando come esigenza suprema la continuazione della lotta a fianco delle potenze del Tripartito e la ricostituzione delle Forze Armate, fissava i suoi diciotto punti programmatici. —- Vediamo ora ciò che è stato fatto, ciò che non è stato fatto e soprattutto perché non è stato fatto. — Il manifesto cominciava con l’esigere la convocazione della Costituente e ne fissava anche la composizione, in modo che, come si disse, « la Costituente fosse la sintesi di tutti i valori della nazione ». —- Ora la Costituente non è stata convocata. Questo postulato non è stato sin qui realizzato e si può dire che sarà realizzato soltanto a guerra conclusa. Vi dico con la massima schiettezza che ho trovato superfluo convocare una Costituente quando il territorio della Repubblica, dato lo sviluppo delle operazioni militari, non poteva in alcun modo considerarsi definitivo. Mi sembrava prematuro creare un vero e proprio Stato di diritto nella pienezza di tutti i suoi istituti, quando non c’erano Forze Armate che lo sostenessero. Uno Stato che non dispone di Forze Armate è tutto, fuorché uno Stato. —- Fu detto nel manifesto che nessun cittadino può essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell’Autorità giudiziaria. Ciò non è sempre accaduto. Le ragioni sono da ricercarsi nella pluralità degli organi di Polizia nostri e alleati e nell’azione dei fuori legge, che hanno fatto scivolare questi problemi sul piano della guerra civile a base di rappresaglie e contro-rappresaglie. Su taluni episodi si è scatenata la speculazione dell’antifascismo, calcando le tinte e facendo le solite generalizzazioni. Debbo dichiarare nel modo più esplicito che taluni metodi mi ripugnano profondamente, anche se episodici. Lo Stato, in quanto tale, non può adottare metodi che lo degradano. Da secoli si parla della legge del taglione. Ebbene, è una legge, non un arbitrio più o meno personale. —– Mazzini, l’inflessibile apostolo dell’idea repubblicana, mandò agli albori della Repubblica romana nel 1849 un commissario ad Ancona per insegnare ai giacobini che era lecito combattere i papalini, ma non ucciderli extra-legge, o prelevare, come si direbbe oggi, le argenterie dalle loro case. Chiunque lo faccia, specie se per avventura avesse la tessera del Partito, merita doppia condanna. —-Nessuna severità è in tal caso eccessiva, se si vuole che il Partito, come si legge nel « manifesto di Verona », sia veramente « un ordine di combattenti e di credenti, un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’idea rivoluzionaria ». —- Alta personificazione di questo tipo di fascista fu il camerata Resega, che ricordo oggi e ricordiamo tutti con profonda emozione, nel primo anniversario della sua fine, dovuta a mano nemica. –—- Poiché attraverso la costituzione delle brigate nere il Partito sta diventando un « ordine di combattenti », il postulato di Verona ha il carattere di un impegno dogmatico e sacro. Nello stesso articolo 5, stabilendo che per nessun impiego o incarico viene richiesta la tessera del Partito, si dava soluzione al problema che chiamerò di collaborazione di altri elementi sul piano della Repubblica. Nel mio telegramma in data 10 marzo XXII ai capi delle provincie, tale formula veniva ripresa e meglio precisata. Con ciò ogni discussione sul problema della pluralità dei partiti appare del tutto inattuale. —- In sede storica, nelle varie forme in cui la Repubblica come istituto politico trova presso i differenti popoli la sua estrinsecazione, vi sono molte repubbliche di tipo totalitario, quindi con un solo partito. Non citerò la più totalitaria di esse, quella dei sovieti, ma ricorderò una che gode le simpatie dei sommi bonzi del vangelo democratico: la Repubblica turca, che poggia su un solo partito, quello del popolo, e su una sola organizzazione giovanile, quella dei « focolari del popolo ». —– A un dato momento della evoluzione storica italiana può essere feconda di risultati, accanto al Partito unico e cioè responsabile della direzione globale dello Stato, la presenza di altri gruppi, che, come dice all’articolo tre il « manifesto di Verona », esercitino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione. Gruppi che, partendo dall’accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio Italia, Repubblica, socializzazione, abbiano la responsabilità di esaminare i provvedimenti del Governo e degli enti locali, di controllare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di soldato-lavoratore contribuente, del loro operato. —- L’assemblea di Verona fissava al numero otto i suoi postulati di politica estera. Veniva solennemente dichiarato che il fine essenziale della politica estera della Repubblica è « l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia ». —- Quanto all’unità territoriale, io mi rifiuto, conoscendo la Sicilia e i fratelli siciliani, di prendere sul serio i cosiddetti conati separatistici di spregevoli mercenari del nemico. Può darsi che questo separatismo abbia un altro motivo: che i fratelli siciliani vogliano separarsi dall’Italia di Bonomi per ricongiungersi con l’Italia repubblicana. —-  È mia profonda convinzione che, al di là di tutte le lotte e liquidato il criminoso fenomeno dei fuorilegge, l’unità morale degli italiani di domani sarà infinitamente più forte di quella di ieri, perché cementata da eccezionali sofferenze, che non hanno risparmiato una sola famiglia. E quando attraverso l’unità morale l’anima di un popolo è salva, è salva anche la sua integrità territoriale e la sua indipendenza politica. —- A questo punto occorre dire una parola sull’Europa e relativo concetto. Non mi attardo a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto di vista geografico, storico, morale, economico; né mi chiedo se oggi un tentativo di unificazione abbia migliore successo dei precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che la costituzione di una comunità europea è auspicabile e forse anche possibile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale. —- Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria, anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come un’entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell’internazionalismo di marca socialista o vegeti nel generico ed equivoco cosmopolitismo di marca giudaica e massonica. — Mentre taluni punti del programma di Verona sono stati scavalcati dalla successione degli eventi militari, realizzazioni più concrete sono state attuate nel campo economico-sociale. —-  Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti undici, dodici e tredici sono fondamentali. Precisati nella « premessa alla nuova struttura economica della nazione », essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione. L’interesse suscitato nel mondo è stato veramente grande e oggi, dovunque, anche nell’Italia dominata e torturata dagli anglo-americani, ogni programma politico contiene il postulato della socializzazione. —- Gli operai, dapprima alquanto scettici, ne hanno poi compreso l’importanza. La sua effettiva realizzazione è in corso. Il ritmo di ciò sarebbe stato più rapido in altri tempi. Ma il seme è gettato. Qualunque cosa accada, questo seme è destinato a germogliare. È il principio che inaugura quello che otto anni or sono, qui a Milano, di fronte a cinquecentomila persone acclamanti, vaticinai « secolo del lavoro », nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell’economia e al benessere della nazione. —– La socializzazione fascista è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell’economia attraverso il totalitarismo di Stato e supera l’individualismo dell’economia liberale, che fu un efficace strumento di progresso agli esordi dell’economia capitalistica, ma oggi è da considerarsi non più in fase con le nuove esigenze di carattere « sociale » delle comunità nazionali. —– Attraverso la socializzazione i migliori elementi tratti dalle categorie lavoratrici faranno le loro prove. Io sono deciso a proseguire in questa direzione. —- Due settori ho affidato alle categorie operaie: quello delle amministrazioni locali e quello alimentare. Tali settori, importantissimi specie nelle circostanze attuali, sono ormai completamente nelle mani degli operai. Essi devono mostrare, e spero mostreranno, la loro preparazione specifica e la loro coscienza civica. —- Come vedete, qualche cosa si è fatto durante questi dodici mesi, in mezzo a difficoltà incredibili e crescenti, dovute alle circostanze obiettive della guerra e alla opposizione sorda degli elementi venduti al nemico e all’abulia morale che gli avvenimenti hanno provocato in molti strati del popolo. —– In questi ultimissimi tempi la situazione è migliorata. Gli attendisti, coloro cioè che aspettavano gli anglo-americani, sono in diminuzione. Ciò che accade nell’Italia di Bonomi li ha delusi. Tutto ciò che gli anglo-americani promisero, si è appalesato un miserabile espediente propagandistico. —- Credo di essere nel vero se affermo che le popolazioni della valle del Po non solo non desiderano, ma deprecano l’arrivo degli anglosassoni, e non vogliono saperne di un governo, che, pur avendo alla vicepresidenza un Togliatti, riporterebbe a nord le forze reazionarie, plutocratiche e dinastiche, queste ultime oramai palesemente protette dall’Inghilterra. —- Quanto ridicoli quei repubblicani che non vogliono la Repubblica perché proclamata da Mussolini e potrebbero soggiacere alla monarchia voluta da Churchill. Il che dimostra in maniera irrefutabile che la monarchia dei Savoia serve la politica della Gran Bretagna, non quella dell’Italia! —- —– Non c’è dubbio ( . . . ) – [ CONTINUA ]

[ PER LEGGERE TUTTO INTERO – INTEGRALMENTE – IL TESTO DEL DISCORSO – VEDI SOPRA : CLICCA LINK E LO TROVI – CI SCUSIAMO PER GLI EVENTUALI ERRORI NELLA PARTE CHE ABBIAMO TRASCRITTO  – A PARTE QUALCHE MALEVOLE COMMENTO CHE LO ACCOMPAGNA ]

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FINE INTERVENTO

Associazione Azimut 
Raccolta di e-mail dell’Associazione Culturale Azimut
AZIMUTASSOCIAZIONE.WORDPRESS.COM

 

28 APRILE DELLA BARBARIE “PARTIGIANI CON LE MANI ROSSO SANGUE” DELLA (LORO) “LIBERAZIONE” E DEI COSIDDETTI “RESISTENTI”


28 APRILE DELLA BARBARIE “PARTIGIANI CON LE MANI ROSSO SANGUE” DELLA (LORO) “LIBERAZIONE” E DEI COSIDDETTI “RESISTENTI” Continua a leggere 28 APRILE DELLA BARBARIE “PARTIGIANI CON LE MANI ROSSO SANGUE” DELLA (LORO) “LIBERAZIONE” E DEI COSIDDETTI “RESISTENTI”